Memorie d'un disertore, vol. 1/3

Part 7

Chapter 73,786 wordsPublic domain

— Ah!... io me l’aspettava: «sereno d’inverno, pioggia d’estate e vecchia prosperitate non durano tre giorni» e dopo uno scoppio di tosse — «nè mai buon tempo lungamente dura» disse il vecchio senza sapere di recitare un verso dell’_Orlando innamorato_. «Quando la campana ha suonato è inutile dir di noi...» Regoliamo i nostri conti, spegnamo il lume e così sia.

E chiamato al capezzale Salomone gli sciorinò quest’altra litania:

— Senti!... «La morte non sparagna Re di Francia, nè di Spagna»... Io me la sento sulla groppa e se non ci sono pei capelli, poco ci manca... «Ma già chi nasce convien che muoia»... Prima però di fare quest’altro viaggio ti devo dare un consiglio, figliuolo mio. «Consiglio di vecchio non rompe mai la testa». La casa ingrandisce e i negozii moltiplicano; ai negozii ci starai tu quando io me n’andrò ma alla casa chi ci penserà? Ricordati che «chi non cura sua magione non è un uomo di ragione»... Eppoi non basta avere la casa; è giusto il dire «innanzi il maritare abbi l’abitare»... ma «la bella gabbia non nutrisce l’uccello»... Capisci già dove voglio venire... Volta e rivolta «la casa e la moglie si godono più d’ogni cosa». Pigliala dunque... così me n’anderò più tranquillo... ma pigliala per bene. Ricordati «che chi mal si marita non esce mai di fatica»... sopra tutto non farmi la corbelleria di innamorare... «chi si marita per amore, di notte ha piacere e di giorno dolore». Bada poi a non lasciarti tentare dai fronzoli... «Donna specchiante è poco filante,» e non fa per casa nostra... Cercala del tuo stato e se un po’ allocca, meglio... «Abbi donna a te minore, se vuoi essere signore»... Quando l’avrai guardi la casa e nulla più... «Camera adorna e donna savia»... Tu poi tieni gli occhi aperti, ma non dimenticarti «chi è geloso è...» — e un colpo di catarro gl’impedì (forse per rispetto al pudico lettore) di continuare. Ma guarda bene «che restare in casa e mandar fuori la moglie semina roba e disonor raccoglie». Tienti a una cosa mezzana, nè bella nè brutta perchè «se è bella è vanitosa e se è brutta è fastidiosa...» Quanto al governarla lascio fare a te... Pensa però che «senza pastor non va la pecora». Io non ho mai avuta l’occasione di farne la prova, ma so che «donne, asini e noci vogliono le mani atroci». — E voleva dire di più, ma un ultimo e più violento urlo di tosse gli ruppe nella gola la paternale filastrocca.

Trenta dì dopo il poverello pronunciava l’ultimo suo proverbio; e sei mesi appresso Salomone chiedeva a un filatore di seta dei dintorni «riccuccio anzi che no» la signora Lorenzina ***... il cognome non monta; e scorso l’anno di lutto se la menava all’altare.

Il nome di Lorenzina era il solo diminutivo che portasse con sè la novella sposa; ma dopo tre giorni di matrimonio le tolse anche questo, e da allora in poi la chiamò _Lorenza_ per tutta la vita. Da ciò si poteva facilmente arguire che la luna di miele dei due sposi aveva fornito rapidamente il suo corso.

La signora Lorenza, lo ripetiamo, non era nè bella, nè brutta, il suo volto non aveva difetti, ma pareva di legno; i suoi capelli erano folti e lunghi, ma sembravano di canape, i suoi occhi erano grandi, ma spenti, la sua taglia era regolare ma.... ahimè sembrava un rettangolo, infine il tipo proverbiale che il defunto suo suocero aveva sognato, poteva dirsi trovato.

Ma questo che importava?... se in cambio era buona, casta, casalinga e sinceramente pia, ottima madre e moglie, rassegnata?... Rassegnata fin troppo; rassegnata tanto che la si poteva credere stolta. Ma che volete?... La poverella aveva tale invincibile paura di suo marito che, appena questi alzasse la voce o aggrondasse un sopracciglio, avesse ella pure tutte le ragioni del mondo, non osava più fiatare, tanto era rassegnata, da scordare fino talvolta i suoi doveri di madre e la sua dignità di donna. Per questo il marito, dopo averla abbrutita, spregiavala, e i figli stessi che si ricordavano d’aver spesso ricorso indarno alla sua protezione, e che l’avean trovata sempre impotente a difenderli, non la rispettavano. Soltanto Giusta, la terza figliuola, comprendeva le invisibili torture di quell’anima e l’adorava.

Noi non abbiamo che a parlare di tre dei suoi figli. Adolfo, quello stesso azzimato che vedemmo nella spezieria, Virginia la secondogenita e Giusta che vedremo tra poco. L’ultimo, battezzato solennemente col nome di _Vittorio Emanuele_ non fece molto onore al suo regale omonimo e morì pochi mesi dopo in cuna.

Quando Adolfo ebbe dieci anni, fu il caso di metterlo in collegio. Allora eravamo nel colmo dell’impero, e le scuole ed i collegi erano appestati di tale infranciosamento che, senza condividere le antipatie di Salomone Arena, si poteva benissimo provar ripugnanza ad abbandonarvi un figliuolo.

Eppoi scuola sì, ma economica. Il padre perciò — giacchè la madre non era nemmen consultata — per conciliare l’uno e l’altro scopo, cioè economia e non francesi, pensava al seminario. Non già col proposito di fare del figliuolo un prete, giacchè la sottana, sebbene la rispettasse pel potere, eragli sospetta e uggiosa; ma nel disegno di fargli acquistare una educazione che Salomone chiamava «scelta» e gettarlo così munito di tutti i beni dell’intelletto nella palestra degli affari e dei guadagni.

Adolfo adunque entrò nel Seminario Maggiore di Genova e vi stette fino a 18 anni.

Quando ne uscì non sapeva nè il latino nè l’italiano, nè la storia sacra nè la profana, e dell’ermeneutica non aveva ritenute altre lezioni fuor di quelle che interpretavano il Tarocco e il Faraone. In compenso s’impinzava di quanti romanzi e novelle potesse trafugare sotto il suo capezzale. Siccome però egli udiva continuamente tuonare dalla cattedra il maestro barbassoro contro il nascente romanticismo, ed egli era troppo grossolano per sentire René in Chateaubriand e _Werther_ in Goethe, così tutto il nutrimento delle sue notti riducevasi alle sdolcinature dell’abate Chiari ed ai laidumi del Batacchi e del Casti, i quali gli accendevano nel sangue vampe di desiderii intollerabili e gli addottrinavano lo spirito, prima ancora di corrompere il corpo, in tutti quei vizii, dei quali la comunanza invigilata o violenta dei seminarii era, in tempi più corrotti dei nostri, facile scuola.

Buttato via il collare, suo primo pensiero fu di gettarsi a corpo perduto ne’ piaceri, dei quali aveva palpate le larve nei sogni irrequieti del dormitorio.

Chiese perciò al padre licenza e danaro per viaggiare e l’ottenne.

— Ma ad un patto — disse Salomone — non in Francia.

— No babbo!... l’Italia soltanto.

Il babbo forse non sapeva che anche nell’Italia d’allora ce ne era abbastanza per guastare un seminarista... fosse stato S. Luigi Gonzaga. Ma il sindaco cavaliere (allora aveva di già questa doppia qualifica) pensava che viaggiando il figlio si romperebbe alle scaltrezze della vita ed ai raggiri dei negozi.

Quale meraviglia invece e quale dispetto, quando Adolfo, in capo a quattordici mesi, tornava carico di debiti, di vizi, di ignoranza, di superbia e di magagne!... Costretto allora dalla volontà del padre a restare in casa per riparare le piaghe sofferte, Adolfo divenne il zerbino o come suol dirsi oggi il leone del villaggio, e siccome in certe prodezze, i più stolti sono i più forti, così ebbe fortuna.

Lo vedevate anche nei giorni feriali passeggiare in scarpini verniciati in mezzo ai zoccoli risuonanti de’ contadini e mettersi tutto unto e profumato sulla porta delle stalle in compagnia di villane che non si lavavano mai.

Parlava un _piemontese_ infarcito d’un _italiano_ leccato ne’ suoi viaggi, ma tuttavia anco con quel gergo più barbaro di quanti barbari gerghi soldateschi e burocratici siano favellati in Italia, il nostro Ganimede riesciva a ingarbugliare la testa delle paesane ed a passare nell’accademia della spezieria del villaggio per un uomo _di lettere_.

La secondogenita, Virginia, era belloccia, tonda, lenta, egoista, indifferente, dispettosa coi fratelli e colla madre, contrita in faccia al padre, al quale riportava per giunta tutto quanto vedeva e sentiva.

Maltrattava gli animali e le piante, trapassava a colpi di spillo tutte le farfalle che poteva cogliere e dilettavasi a spargere nella camera di sua sorella Giusta — che ci pativa fino a piangerne — le foglie di abbossino che aveva divelte dalla siepe del giardino.

Ombra d’amore non era ancora passata su quell’anima, ma non crediate però che essa dormisse sul santo origliere dell’innocenza. Libri non ne leggeva dacchè il convento ne l’aveva svogliata, ma nessuna avventura, per quanto scandalosa, di dieci miglia all’intorno erale ignota. Tutte le sue confidenti avevano doppia età della sua, il che, lo sappiano le madri, è il pericolo maggiore delle fanciulle. — Giusta era il fiore di quel deserto, la Venere Diana di quel crepuscolo.

XIV.

GIUSTA.

Ci lasci il lettore tentare un abbozzo di questa figura, e tutto quello che non potremo dire noi stessi lo ritrovi nella sua fantasia e nel suo cuore. A sette anni, trascurando i primi dell’infanzia che furono tristi ed infermicci, Giusta era quella che chiamasi un diavoletto colle penne d’angelo. Il padre stesso, così poco espansivo e tanto rigido cogli altri di casa, l’idolatrava; egli non avrebbe mai creduto di poter avere da sua moglie un così bel cherubino. Direi quasi che si rabbonisse anche colla signora Lorenza, e certo il broncio stereotipo di Salomone venne a poco a poco levigandosi dal dì che Giusta fanciulletta cominciò a farfallare e folleggiare per la casa, empiendola delle sue grida argentine, delle sue canzoni melodiose, dei suoi trastulli, e del suo riso, ravvivando quella morta solitudine coi profumi della primavera e colorando quella tenebria coll’iride delle sue guance e il raggio luminoso e perenne delle sue nere pupille.

Essa smentiva vittoriosamente il verso di Dante:

Ch’ogni erba si conosce per lo seme.

Ma venne anche per lei il giorno d’essere affidata alle Carmelite di Tortona, e quando essa s’involò, l’arcigna strega della monotonia tornò ad assidersi al focolare della sua casa.

Sua madre, staccandosi da lei, ebbe il coraggio di piangere anche in faccia al suo marito, e questi di sospirare.

A sedici anni, un anno dopo Virginia, uscì di convento, sapendo un po’ di tutti quei nonnulla che le monache sanno insegnare con quel colorito e quella intonazione tutta particolare onde li rendono noiosi e insopportabili durante gli anni della scuola, insufficienti e sterili nel resto della vita.

Giusta aveva imparato a far dei fiori, ma in luogo di gigli e di gerani la obbligavano a pungersi le dita per de’ fioracci senza significato, senza poesia e senza verità, i quali andavano ad ornare la testa d’una madonna di legno o la nicchia d’una santa raffagottata. Giusta sapeva stare al cembalo; ma non le lasciavano studiare che _Sursum corda e Tantum ergo_; Giusta ricamava; ma l’eterno tipo era un sonetto acrostico, le cui iniziali erano quasi sempre un cuore trafitto, una mitra da vescovo o un capello da cardinale; — e si disamorava di tutte queste cose.

Non vogliamo dire con ciò che Giusta fosse senza religione. La sua anima amorosa e semplicetta sentiva Dio in tutto ciò che era bello, giusto, alto, sublime, ideale, e l’adorava. Alle pratiche della religione in cui l’avevano battezzata non s’atteneva superstiziosamente; molte però ne amava per la poetica espressione, tutte le rispettava. La preghiera e la carità erano le forme predilette e credute del suo culto; non la preghiera pubblicana e spettacolosa, informata ad una lingua morta e arcana, ma quella solitaria, spontanea, come le sgorgava dal cuore, come gliela dettava l’affetto e il bisogno di quell’ora; ma la carità segreta, modesta, incondizionata, illimitata per tutte le colpe penitenti, per tutte le virtù sventurate, per tutti i rimorsi sinceri; carità che non dispensa soltanto i soccorsi e i conforti del corpo, ma la parola, l’esempio, le lagrime consolatrici.

L’età, il sesso, l’educazione, l’ambiente non le permettevano di professare una religione filosofica, ma il sentimento le impediva d’avere una filosofia miscredente. In questo era donna e seguitava le aspirazioni ideali del suo cuore e ascoltava le voci che susurrava all’anima sua, la grande anima della natura, dai profondi spazj dell’infinito.

Ciascuno ha in sè l’eco d’un ideale che è il suo proprio Dio; tristo l’uomo che non l’intende; tristissima, orrida la donna... Reduce dal convento, Giusta non serbava più, della rosea, paffuta e indemoniata fanciullina, se non che il lampo fascinante dello sguardo, fattosi però più profondo e più mesto. I suoi bei capelli d’oro, senza aver perduto nulla della mollezza e del profumo nativo, s’erano infoscati, traendo già più al castano che al biondo; le sue forme tornite e piene si erano assottigliate e quasi diremmo spiritualizzate; l’incarnato delle sue guance erasi mutato nel pallido splendore della conchiglia; il suo collo così morbido e ritondo tendeva ad allungarsi fin troppo ed a chinarsi sull’omero; le sue spalle diritte e slanciate cominciavano a curvarsi; da tutta la sua persona traspariva quell’aria di abbandono e di stanchezza che è segno quasi sempre o d’un segreto dolore, o di grandi prove, d’uno spirito eccessivamente sensitivo e proclive alla contemplazione ed ai sogni. Soltanto la voce serbava il timbro argentino e soave dell’età infantile quasi promessa che l’anima sua custodiva in tutto il candore della prima innocenza.

Le contadine le quali non vedevano più il colore di melograno sulle sua fossette, dicevano che Giusta ingrandendo aveva perduto in bellezza; ma le contadine si ingannavano; Giusta non aveva fatto che salire di _carne_ a _spirito_ come la Beatrice del Poeta, e la sua bellezza meno pittoresca era divenuta più celestiale.

Ci si chiederà il perchè di questo improvviso mutamento, e noi lo daremo.

Nessun ricordo resta più scolpito nella mente, dei ricordi dell’infanzia, e per dire più esatto, o le immagini passano via fuggenti e svaniscono e nessuno sforzo vale a richiamarle nell’età più adulta; o si soffermano e s’imprimono, e nessuna potenza nè di tempo nè di cose può cancellarle mai più. Tutto ciò che la prima età riceve, assorbe e trasforma in sangue; più tardi in ogni fibra del cuore, in ogni figura del pensiero trovate un atomo del primo nutrimento.

Giusta, due cose rammentava della sua infanzia; ma quelle due rimembranze, giunti gli anni della riflessione — che ahimè! son pur quelli del dolore, — avvilupparono di quel tenue velo di melanconia l’anima sua, eterizzarono le forme del suo corpo e s’impressero incancellabili in tutta la sua vita.

Bambina di sei anni, ricordavasi che in una notte gelata d’inverno, mentre la neve cadeva a fiocchi per la contrada e il vento sibilava alle imposte, sua madre, discinta, pallida, tremante, era venuta a rifugiarsi nel lettuccio ov’essa dormiva per fuggire alle percosse di suo padre che furente ancora minacciava alla porta.

E rammentavasi pure che allora rizzandosi sul letto e coprendo la madre della sua persona, fatta gigante nell’ombra come l’angelo della punizione, aveva gridato:

— Cattivo babbo..... il Signore ti farà morire!...

E la madre chiuderle prestamente la bocca dicendole che una buona figliuola non deve mai invocare la morte del proprio padre.

E pochi anni dopo ricordavasi d’aver veduto in una delle inondazioni del fiume un vecchio ottuagenario e un giovinetto di quindici anni lanciarsi perdutamente entro le furenti corsie per salvare la vita e le masserizie di venti povere famiglie.

E questi due ricordi insieme disposati erano ingranditi coll’età nella sua mente e s’erano impossessati del suo spirito e, come il loto mitologico del sacro fiume indiano, erano un giorno sbocciati nel suo cuore sotto la forma di tre fiori soavi, di tre sentimenti celesti che gli angioli istessi le avrebbero invidiati. Vogliamo dire:

Adorazione per sua madre,

Venerazione per quel vecchio,

Amore per quel giovinetto.

Ora chi fosse la madre sua lo sappiamo, e quel giovinetto era Giorgio e quel vecchio il padre di lui.

Reduce fra i suoi, la madre, quasi avvertita da quell’arcano istinto, che nella donna è più chiaroveggente della ragione, considerò quella mestizia come un omaggio alla sua, come un lutto segreto che la figlia portasse pei dolori a cui era condannata, e l’idolatrò ancora più s’era possibile.

Il padre se n’accorse pure, ma pensò dapprima, e con dispetto, potesse essere frutto dell’educazione ascetica del convento. Tuttavia com’egli era uno di quei volgari interpretatori della donna, che la bellezza giudicano alla stregua della carnale pienezza delle forme e credono spirito la immodestia e civetteria, così dubitava che quell’esile e quasi impalpabile creatura non potesse più pretendere ai ricchi partiti, ai quali parevano chiamarla le gote paffute e il riso procelloso dei suoi primi anni.

Immaginò pertanto, come tutti i padri della sua specie, che le distrazioni e i sollazzi fugherebbero quelle nebbie del chiostro e la fece viaggiare, ballare, divertirsi; le comperò vesti, ornamenti, trastulli, e fidandosi al patrocinio di Maria Teresa, nutricò persino in cuore la speranza di presentarla a corte. Ma a Torino gli fu fatto conoscere che il suo cavalierato era troppo di fresca data; e Salomone, senza rinunciarvi del tutto, aggiornò i suoi aristocratici progetti.

Giusta seguitò il padre, obbediente ma svogliata. Le nuove città, le diverse scene della natura la stupivano, l’ammiravano, è vero, ma nessuno dei piaceri a cui era iniziata potè appannare il candore dell’anima sua, o macchiare l’alabastro placido e solenne della sua melanconia.

Nessuno dei fiori che suo padre spandeva sul di lei cammino vinceva l’acre profumo del suo _fior di memoria_. — Diamine... — masticava qualche volta il sindaco cavaliere — Che cosa può avere Giusta?... che sia innamorata? sarebbe un brutto contrattempo pei miei progetti.... — poi riflettendoci — Baje! È impossibile! Chi mai dei tangheri del villaggio può aspirare fino a.... lei?

Il padre rasentava la verità; Giusta era innamorata, ma nessuno, nemmeno lei, avrebbe saputo dire di chi.

Spesse volte passando innanzi alla casa dei Santafiori aveva sentito il suo cuore battere a rintocchi più veloci; ma, sebbene gustasse un certo gaudio a quella sensazione, non sapeva spiegarla.

Così altra fiata, se andando alla messa le accadeva d’incontrare per la via il giovine dei suoi ricordi, era facile sorprendere sul suo volto un lampo di rossore; ma i curiosi, se pur lo notavano, erano però incapaci di interpretarlo e lo confondevano gli sciocchi con un colpo di sole, i maligni con un effetto di belletto.

Giusta era pietosa e caritatevole. Sebbene di rado padrona della più piccola somma di denaro, tuttavia o col suo tenue peculio, o con qualche avanzo del suo guardaroba, o col borsellino della madre, trovava sempre modo di vestire qualche bambino ignudo o di portare un soccorso qualunque a un ammalato.

Sebbene il cavaliere avesse tutto il giorno la voce in aria per perorare la economia o per gridare: — che le limosine fatte così di soppiatto, e senza che nessuno potesse ringraziarvi, a certi fannulloni accidiosi e ingrati, erano uno sciupio inutile coi danni e le beffe per giunta, — tuttavia chiudeva qualche volta — non sempre — un occhio sulla modesta liberalità della figliuola, prima perchè pensava che era dispensato dall’usarla egli stesso, poscia per amore di quella popolarità che lo vellicava tanto quand’era gratuita. Inoltre, stimando Giusta troppo alto locata nel villaggio perchè sospettasse alcuno tanto ardito di metterle un’occhiata addosso, le dava spesso libertà di fare lunghe passeggiate o nel villaggio o nei cascinali e nelle masserie dei dintorni.

XV.

L’INCONTRO.

Quando Giusta entrava nei tugurii le vecchie già impotenti si sforzavano ad alzarsi per offerirle la scranna su cui sedevano; le madri le davano a baciare i loro bambini come li porgessero al tocco d’una santa: il paese tutto era pieno de’ racconti delle sue beneficenze e molta parte della gratitudine per la figlia riverberava sul padre che modestamente se la pigliava.

Un pomeriggio d’autunno Giusta era uscita per trovare una povera ammalata che dimorava in una casipola assai lontana dal villaggio, sola sola con due figliuoletti, giacchè il marito, che fidandosi a una miopia non menatagli buona erasi ammogliato a vent’anni, aveva toccata la coscrizione ed era soldato nei _dragoni del Re_.

La fanciulla trovò l’inferma assai aggravata; durante la sua visita, essa era già caduta due volte in deliquio. Però non aveva cuore di lasciarla sola fino a che non si fosse riavuta, o il medico, che s’aspettava, non fosse arrivato. Ma il sole era tramontato, l’_Ave Maria_ era suonata e il medico non si vedeva ancora. Giusta era in un affanno fortissimo pensando che i suoi l’aspetterebbero e che avrebbe dovuto traversare la campagna di notte. Pure decise di aspettare ancora e prodigò intanto le sue cure all’inferma. Questa sembrava realmente rinfrancata; per quella notte ogni pericolo poteva dirsi svanito. D’altronde essa pregava la sua giovane benefattrice «a ritornare a casa, a non dare quel tormento di non saper dove fosse alla sua buona madre» e Giusta cedendo a tante ragioni decise di partire. Lasciò qualche soldo alla donna e un regaluccio per uno ai due bimbi, e rincorati tutti con quella sua voce che pareva involata alle arpe del cielo, abbandonò la capanna.

La notte era scesa più fitta e buja dell’usato; le stelle andavano mano mano sparendo entro padiglioni nerissimi di nubi, e un soffio umido che ventava dall’argine del fiume annunziava non lontana la pioggia. Giusta tuttavia, sollevato con una mano il lembo della sua lunga veste e coll’altra allontanando i tralci delle vigne e i rami degli olmi che le imprunavano il cammino, prese senza timore la via di casa sua.

Camminava così da circa cinque minuti, quando un lungo filare d’alberi che non conosceva e che non aveva incontrato nella sua passeggiata di giorno le si parò improvvisamente d’innanzi.... S’arrestò; riguardò da ogni lato; fece per tornare addietro e non potè orientarsi; stette un istante pensando, poi disse a voce alta:

— Sono perduta!...

— Scusate, signora — rispose un uomo che era apparso all’improvviso dietro di lei — io posso insegnarvi la strada!....

Giusta s’era voltata rattamente, sorpresa ma non spaventata.

— Voi?... e chi siete voi?... — fece la intrepida fanciulla rizzandosi di tutta la maestà della sua persona.

— Mi chiamo Giorgio Santafiori — rispose rispettosamente l’interrogato.

— Giorgio!... — esclamò un po’ troppo vivacemente la giovinetta, lasciando al suo interlocutore una lunga occhiata che l’avviluppò come la luce d’un lampo.

— Sissignora... — balbettò Giorgio — sono l’affittaiolo della Calandrina.

— Oh vi conosco....

— Mi conoscete?... — fece Giorgio stupito.

— Di nome.... voi e vostro padre.... — soggiunse la fanciulla.

— Allora permettete che v’accompagni sul buon cammino.... — disse Giorgio incoraggito.

— Accetto!... — rispose la fanciulla dopo avere esitato un impercettibile momento. — Volete precedermi signor Giorgio?...

Questi si portò alcuni passi davanti alla fanciulla, e senza mai dire una parola se non per avvertirla di evitare una pozza o per aiutarla a passare un fossato, la ridusse fino al portone di casa sua.

— Io lo sapeva, signor Giorgio, che voi eravate molto buono; ma ho avuto il piacere di provarlo io stessa. Lasciate che io ve ne ringrazii con tutto il mio cuore.... — fece la bella giovinetta porgendo alla sua guida una mano affilata e candida come quella d’una fata.

— Oh! di che mai?... — rispose Giorgio sfiorandola appena colla punta delle sue dita tremanti.

E i due giovani si dissero addio e si separarono, portando ciascuno nel cuore questo sentimento, questo voto, questa speranza: «io l’amo».

S’amavano e non se lo dissero ancora.

XVI.

EPISODI.