Memorie d'un disertore, vol. 1/3

Part 9

Chapter 93,828 wordsPublic domain

E, fuor di scherzo, fu una batosta seria. Il villaggio di S.... non andò naturalmente illeso dalla comune sventura, nè mancò alle processioni ed alle novene, ma per esso la disgrazia fu proporzionalmente minore, perocchè sebbene sbattuto dalla grandine, e tempo prima dell’alluvione, col fertile suolo e copiose acque avea potuto neutralizzare la causa prima del flagello: la siccità. Se adunque gridavasi a poche migliaia d’intorno: «Pane e farina» i ripuari del Po potevano per quell’anno essere chiamati i granai dello Stato.

Però il cuore generoso di Battista sentì subitamente quale ufficio s’aspettasse a un onesto uomo in mezzo alla sventura pubblica, così come il cuore nero e sozzo di Salomone Arena aveagli rivelato qual vantaggio potesse tirarne per sè e per la sua fortuna.

E mentre questi otteneva dalla regina Maria Teresa libertà piena di vendere il suo grano come voleva e impunità assoluta delle leggi, Battista faceva annunziare sui mercati ch’egli poteva cedere 500 moggia di cereali al prezzo corrente, apriva la sua porta a quanti vi picchiavano per un tozzo di pane, e limitava ancora più il suo desinare. E nessuno in casa si lagnava se spariva di giorno in giorno qualche pietanza e il desco andava assottigliandosi; tutti erano allevati a quella scuola e non comprendevano che si potesse fare il contrario.

Tristissima prosaccia della vita! che la virtù debba sempre fare a’ pugni colla necessità! Che ogni raggio di ideale bellezza debba frangersi nel prisma obliquo e tenebroso della realtà!

Mentre Battista si faceva a minuzzoli per gli altri, rovinava sè stesso. La _Calandrina_ faceva miracoli come le braccia che la coltivavano, ma essa pure avea tocca la grandine, e inoltre non potea dare più di quello che avea. Alla fine dell’annata Battista s’avvide che per tirar oltre nell’affittanza bisognava cercare a prestito altra pecunia e cominciò a darsi attorno seriamente.

Ma dove?... da chi?

Il solo che fosse reputato denaroso in paese era il sindaco cavaliere, ma a Battista ripugnava assai l’avere a che fare con quell’uomo. Non aveva mai avuto occasione positiva di lagno; al contrario il sindaco era manieroso e leccato con lui, ma il marinaio esperto del mondo leggeva troppo addentro nei bui misteri di quell’occhio volpigno e non se ne lasciava abbindolare. Però, se non a lui, a chi? Battista almanaccava, ma non poteva raccapezzarsi.

— Ah capisco che bisognerà passare per forza sotto quella forca! — diceva tal fiata con sè stesso. Fare nuovi debiti! e se non si potesse più pagarli? e se mancassi all’onore? e se buttassi nella miseria la mia famiglia dopo d’averla buttata nella povertà?... ma perchè m’ha a toccar questo.... a me?... Non ho io sgobbato tutta la vita? Non lavoro forse a ottant’anni come un negro? Diranno che do via il mio! Baie! A conti fatti le sono inezie! E se fosse anche qualche migliaio di lire, non le ho io forse risparmiate in casa?... non son forse quattro anni che porto questa casacca?... non è vero che in famiglia non si sciupa un’agugliata di refe? Eh sì! ma intanto la _Calandrina_ fa acqua come un bastimento che ha dato nelle secche!... Bisogna correre al porto o andare a picco. Ebbene, coraggio! andrò dal cavaliere.... m’è tanto antipatico.... ma ci vorrà pazienza!... Tutti gli anni non saranno mica sempre eguali!... farò più economia anche in quel po’ di elemosina.... ma i poveretti sono aumentati; come si fa? Ci avrei dei debitori d’andare a svegliare.... ma se li tocchi ti si mettono a piangere ed a piatire e bisogna che scappi se non voglio lasciar loro la borsa.... E v’è anche la pensione di Michele benchè per adesso non si potrà mandargli che la metà.... e s’accontenti mò anche lui! Non ci ha il suo sciabolone.... mangi quello.... Oh guarda che bestemmio adesso!... Orsù, orsù Battista, tira la carretta e non lamentarti, vecchia rozza che sei.

Dopo tre o quattro monologhi di questo genere, Battista aveva già formato il suo piano finanziario discretamente saggio. Egli colla ragione delle accennate disgrazie, egli avrebbe pagato un terzo dell’affitto e chiesto alla amministrazione dei poveri, proprietaria della _Calandrina_, una dilazione di otto mesi per gli altri due terzi, garantiti mediante cambiali; ci fu consulta di maggiorenti e fu interpellato il sindaco che consigliò calorosamente d’accettare la dilazione e le cambiali.

Anche l’Arena avea il suo piano e contava che un dì o l’altro le cambiali del Santafiori sarebbero da quelle dell’Amministrazione cadute nelle sue mani senza molto discapito. E quando le serrò nel pugno, e con esse l’onore del suo rivale, non potè tenersi dallo sclamare tanto forte che molti l’udirono: — «La _Calandrina_ è mia».

Calunnie, maledizioni, disinganni, percosse, crepacuori, tutto andava a seppellirsi e s’acquetava per il povero Santafiori nel seno della sua famiglia.

Specialmente Giorgio cresceva orgoglio e dolcezza del padre e in lui tutte convergevano le speranze della sua vecchiaia.

A quest’epoca era un giovanetto in sui sedici anni, svelto, agile e vigoroso, meno alto e men tarchiato di Michele, ma non meno compito e più gentile. Ne’ lineamenti portava lo stampo del padre; gli occhi e la fronte sopratutto. Della madre il melanconico sorriso e la voce; i capelli nerissimi, eccezionali nella casa. Bello non potea dirsi, ma geniale e attraente.

Sebben giovinetto, le sue parole, i suoi atti, il suo contegno contenevano tanta maturità di senno, che nessuno dei conoscenti poteva credere non avesse oltrepassata la ventina. Gli stessi sollazzi erano maggiori della sua età e più che sollazzi ei li riguardava come varietà gradite del suo lavoro. La caccia e la pesca egli esercitava quasi come una professione, e a dir vero la preda del suo archibugio o delle sue nasse era sovente il solo pane quotidiano della domestica mensa. Istruzione non eragli mancata, e nei dì della fortuna ebbe maestri in copia, ma più che da questi egli s’era istruito alla scuola del padre. Ed esso aveagli insegnato un po’ di tutto ma bene, e principalmente le lingue e le matematiche, però un’educazione completa non l’ebbe, causa forse i rovesci, ma senza forse la ripugnanza di Battista, veduta la mala riuscita di Michele, di abbandonarlo alla corruzione delle grandi città, e il manifesto proposito di Giorgio di non volersi staccare dal padre.

— Che mestiere vuoi fare? — chiedevagli talvolta il vecchio Santafiori.

— Voglio lavorare con voi, padre mio.

Colui che siasi trovato colla testa in mano a calcolare su quello spinoso e scoraggiante problema, nel quale pur tanti falliscono, che nomasi «scelta d’una carriera», dovrà certamente scandolezzarsi alla risposta di Giorgio. Egli troverà per avventura che tutto il senno del nostro eroe non vale una dramma della vita, e non si terrà forse dal chiamare matti noi stessi che abbiamo l’aria di farne l’apologia.

Noi chiniamo la fronte al giudizio, ma tiriamo dritto. Soggiungiamo anzi, perchè lo scandalo sia completo, che nella mente dei Santafiori padre e figlio l’idea d’una «carriera» come oggi s’intende, cioè come un’arte qualunque più o meno faticosa, più o meno onorata, più o meno splendida, per la quale un uomo può montare sopra uno qualsiasi dei gradini che compongono la scala ambita della gloria e della fortuna, quell’idea non vi era ancora penetrata; eravi anzi interamente sconosciuta.

In luogo de’ soliti consigli che i babbi ripetono ai figliuoli quasi coll’identico linguaggio dei nonni, in luogo di dire: — «fa l’avvocato che intascherai tesori, e finirai in cassazione o in Parlamento» — «fa il soldato e troverai il bastone di maresciallo nel tuo zaino» — «fa il prete che terrai le chiavi del cielo e della terra» — il padre di Giorgio Santafiori, se gli capitava il destro di fare il suo predicotto — perchè anche lui era padre — parlava così: — «Per me vale tanto chi inaffia il campo come chi miete il grano. Che i miei figli siano guardiani di pecore in mezzo a una vallata, o guardiani di uomini in un luogo qualsiasi che chiamisi «casa di Dio o tempio di Temide» è lo stesso. Io penso che la società non sarà mai veramente libera, cioè veramente felice, se non il giorno in cui tutti gli uomini saranno eguali dinanzi al lavoro, e che nel mondo tanto sarà estimato colui che fabbrica la carretta, come colui che vi si fa tirare di dentro. Ma se è vero che si progredisce, e pare che il progresso sia una tartaruga, nè io, nè tu vedremo quel tempo. Comunque, Giorgio, bada a quel che ti dico: il primo dovere della vita è di guadagnarsela e se vi è consolazione quaggiù è nel compimento di quel dovere che chiamasi lavoro».

Avete capito? il dovere del lavoro in casa Santafiori è sostituito alla scelta della buona carriera. Alcuno strillerà, ma che ci abbiamo a fare noi se i nostri personaggi erano così?

Gl’insegnamenti del padre per Giorgio erano vangelo: egli li ascoltava con ammirazione e li adempiva con religione. La madre era certamente tutta nel suo cuore, ma la figura di suo padre era nel suo spirito e padroneggiava tutto il suo essere. Per questo a ogni passo che mutava nella vita, presentiva che egli era ineluttabilmente confuso a quella esistenza sublime, la quale, anche quando la materia fosse disciolta, l’avrebbe guidato oltre la tomba e dominato il suo destino. Il giovinetto comprendeva che il dramma che suo padre aveva cominciato a scrivere con Balilla non era finito peranco; che a lui sarebbe toccato rappresentare la catastrofe; che la società, se non poteva raggiungere il padre, avrebbe un dì o l’altro fatto subire al figliuolo l’espiazione del delitto mai sempre imperdonabile d’aver voluto lottare contro il proprio destino — d’aver voluto essere Socrate in una società di Gorgia.

Però Giorgio non impallidì in faccia alla bieca larva, non rifiutò il sacrificio che il cuore gli pronunziava inevitabile, e si propose come un cavaliere antico di non lasciar macchiare la divisa del blasone paterno. Solo provava il bisogno d’un compagno nel cammino e d’una stella nelle tenebre, e guardatosi d’attorno per la terra e nel cielo, gli si affacciò Giusta. Fu appunto in uno dei giorni che il giovinetto andava vagando con questi sogni che egli trovò smarrita nella notte la poetica fanciulla che gli si mise al fianco e gli brillò sul capo, come la guida e l’astro che egli invocava.

XIX.

UNO DEI PRELODATI LUPI.

La storia del Piemonte del 1817 ci pare ben riassunta nelle seguenti parole di Angelo Brofferio, le quali se fossero più solenni o accademiche mal risponderebbero alla meschinità degli uomini ed alla volgarità degli avvenimenti.

«Domata la Francia, — scrive l’arguto autore, — stabilito l’equilibrio europeo, repressi i liberali, soffocate le idee, partiti a poco a poco dal Piemonte gli Austriaci, dalla Liguria gli Inglesi, Vittorio Emanuele si trovò finalmente assoluto dominatore. Il suo governo non ebbe più altri nemici che la fame nelle strade, le petecchie nelle case, i lupi nei boschi, i cortigiani nei pubblici uffici e i ladri da per tutto».

A sentire i racconti dei cronisti, i quali per vero dire ci sanno un po’ dell’artefatto, un’orda di lupi, cacciata dalle nevi e dalla fame fuori dei natii ricoveri alpini, avrebbe in massa trasmigrato verso il piano, vi si sarebbe disseminata come il capriccio o l’istinto famelico la portava, e senza curarsi d’ostacoli avrebbe varcato mano mano la Dora, il Tanaro, la Scrivia gettando fino nelle strade dei villaggi, fino alle porte della città, l’allarme e lo spavento. Nè la lupesca masnada si sarebbe accontentata di assaltare gli armenti e di penetrare negli ovili, ma pungolata dalle viscere affamate, avrebbe insanguinato il dente feroce fin nelle membra di molte dame e di molti bambini sconsigliatamente avventuratisi sui sentieri solitari.

Quando leggiamo sui gazzettini di guerra certe vittorie e certe stragi ci regoliamo alla stregua che il generale Bugeaud applicava ad un altro eroe d’Africa, Saint-Arnaud: «Crediamo una metà e discutiamo l’altra». Così faremo anche in questa guerra lupigna, perchè in fin dei conti non è ancora provato che i lupi sieno più crudeli degli uomini. Certo però che una calata straordinaria ci fu e se non altro ce lo dimostra la famigerata notificazione dell’intendenza di Torino che la moderna eloquenza burocratica potrà uguagliare sì, ma vincere mai.

Continuiamo a saccheggiare il Brofferio e riproduciamo il documento.

«Commossi noi (questo noi dell’intendente che accenni davvero ai _lupi commensali_?) da sì doloroso spettacolo non meno che dalle clamorose voci delle sbigottite popolazioni e del pericolo sovrastante ai viandanti ed all’inerme gioventù e prevedendo che ogni ritardo si rende vieppiù pernicioso sia per l’aumento della specie che per l’incalzamento della brumale stagione, per provvedere opportunamente a maggiori disastri dell’umanità e dei bestiami

«NOTIFICHIAMO

«1.º Che tre distinti premi verranno pagati a chi riescirà a far preda di uno dei _prelodati lupi_». E dopo essersi caldamente raccomandato, dice lo storico, di dar opera allo «sgombramento delle provincie da sì implacabili nemici dell’uman genere, per l’amore della gloria, per la dolce soddisfazione di rendersi utili ai nostri simili e la sicura condegna ricompensa dei ben intesi sudori» si ordinava che «il cacciatore o lo armigero dovesse presentare la fiera allo ufficio secondo il solito praticato».

Che ne dite? Non è questo un _projcere margaritas_.....? Davvero bisogna essere lupi per non essere commossi.

Comunque, eravamo già nel verno del 1817 quando uno dei _prelodati lupi_ staccatosi dagli altri, o sviato o acuito da appetito maggiore calò fino in Lomellina a poche miglia di lontananza del nostro villaggio.

I campagnuoli paduani, che avevano letto e riletto con la più grande emozione il bando torinese (poichè i lettori là ed altrove non eran più colti degli scrittori) ma che si erano fino allora creduti al sicuro dagli invasori, furono tutti sottosopra alla nuova terribile, inaspettata. Cominciarono a tener sbarrate tutte le porte, a non uscir più di notte, a non venturare più un passo senza portare addosso un arsenale di tromboni, di coltelli e di pistole, e persino a scoprire la miracolosa _greppia_ di _Betlemme_ ed a snocciolare il rosario.

Alle precauzioni della paura vennero però compagne le precauzioni del coraggio. I carabinieri, cui non mancava polso, percorrevano alla sera lo stradone a molte miglia fuor della terra, intanto che otto o dieci dei più arditi, armati fino ai denti, decisero di ordinarsi in due o tre squadriglie sotto la direzione e il comando dei due Santafiori, e di perlustrare le viottole dei campi e i cascinali dei dintorni.

Le pattuglie continuarono per alcuni giorni senza che la temuta fiera si facesse vedere in alcun luogo; poi si cominciò a non parlarne più, e si aggiunse finalmente che avesse cambiato sede e direzione. Per questo la caccia cessò, l’allarme acquetossi, e tutto nel villaggio riprese il primo aspetto di pace e di sonnolenza.

Una domenica, la popolazione dopo messa grande era sulla piazza a ciarlare del più e del meno, quando all’improvviso dal fondo della strada maggiore, quella che abbiam detto esser la spina dorsale del paese, s’ode levarsi un gran trambusto, uno sbattere di imposte, un _fuggi fuggi_, un accalcarsi a catafascio d’uomini e di donne e di fanciulli, tutti a corsa verso la chiesa e strillanti a una voce disperatamente: — Il lupo!... il lupo!...

La minaccia fu sì repentina che anche i più intrepidi voltarono le spalle e seguirono la corrente dei fuggenti: in un attimo piazza e strade furon vuote: chi era riparato nelle case, chi nella chiesa stessa, dove, a porte chiuse, con un batticuore che facevagli tremar la voce, l’arciprete intonava le _Litanie dei Santi_.

Non restarono fuori che tre persone; un fanciullino in capo alla strada, immobile colla bocca aperta, gli occhi invetrati, il corpo tutto in un tremito — una donna, una madre che strideva — «il mio bambino!... salvatemi il mio bambino!...» — senza trovare il coraggio di muovere un passo in suo soccorso, e Battista che aveva indarno tentato di arrestare la fuga e inutilmente rinfacciati i codardi, e che s’apprestava a tener testa solo alla belva che l’occhio linceo dello spavento aveva scorta da lontano. È qui il caso di credere al proverbio: «E’ non si grida mai al lupo ch’e’ non sia in paese».

L’animale infatti che spiccava così chiaramente sulla linea retta dello stradone, trottava a passi misurati, lunghi, veramente lupeschi, col muso proteso, la coda bassa, il pelo irto, fiutando senza sviarsi, ogni cespuglio e ogni pietra, mirando dritto al bambino che aveva adocchiato col digrigno sulle labbra e colle fiamme nello sguardo. Dovea essere fieramente affamato se perigliavasi così in mezzo all’abitato di pieno giorno; ma non era tempo quello di chiedere il perchè del moto, come il filosofo sofista; bisognava muoversi.

Intanto che il lupo correva sulla preda, Battista marciava sul lupo. Egli avevo invano cercato intorno alla deserta piazza un bastone, una pietra, una difesa qualunque: affrontava inerme, ma fermo e risoluto l’ignoto avversario.

Giunsero insieme: e intanto che s’arrestava sulle quattro zampe, per prendere la rincorsa e spiccare il salto sulla preda, Battista con una mano agguantava il fanciullo, se lo buttava di dietro in modo di fargli usbergo del suo corpo e riceveva egli stesso nel petto l’assalto della belva.

Un pugno, rimbombante come una martellata, un pugno che avrebbe ucciso di certo un uomo, accolse l’assalitore nel mezzo della fronte, e lo rovesciò ruzzolando nella polvere. Allora Battista veduto l’avversario atterrato, credette approfittare del lucido intervallo per chinarsi ad afferrare un sasso che era a pochi palmi de’ suoi piedi. Fu la sua perdita. Il lupo stordito, ma non impotente, inasprito della percossa, ingagliardito dalla rabbia e dalla disperazione, nel momento stesso che Battista erasi curvato replicò il salto su di lui, e conficcategli le zanne sitibonde dentro la gola, vi restò furiosamente, mostruosamente appeso.

L’atleta ottuagenario, vinto ma non domo, azzannò con la sua mano poderosa la strozza dell’animale, e mentr’egli procombeva sotto la mortale ferita, il suo avversario schizzava dagli occhi il furore e la vita.

Intanto alcuni contadini fattisi cuore s’eran gettati alla lor volta in soccorso del Santafiori: ma era tardi. Quando giunsero il lupo non respirava più, ma Battista era morente. La notizia della tenzone era corsa rapidamente a casa sua insieme a quella della catastrofe. Giorgio sciaguratamente era ne’ campi e quando, richiamato, arrivò, il padre si dibatteva nei rantoli dell’agonia.

Vi sono momenti che non si descrivono, dolori che superano la parola e l’immaginazione, pei quali il sublime _nolo consolari quia non sunt_ di Rachele sarebbe una espressione tuttavia impotente. Ma colui che seppe di quanto religioso amore fosse quell’uomo in quella casa adorato, — colui che conobbe di quale devota riconoscenza l’avesse circondato per oltre trent’anni la donna che gli dovea la sua e la vita di suo figlio, — colui che ha compreso il cuore di Giorgio tutto trasfuso e immedesimato nel cuore di suo padre, — colui che può rompere il terribile velo dell’avvenire preparato a una casa che ha perduto a un tempo il capo, il cuore, la guida, il conforto, — chi ha contate tutte le lacrime degli infelici ch’egli ha asciugate, — chi sa a mente tutte le benedizioni dei poveri ch’egli ha beneficati, — chi sente tutto il prezzo della virtù che si spegne, tutta la grandezza d’uno spirito che rivola al suo cielo — chi può superare la terribile e sublime poesia di quelle parole del martire dei martiri: «_Consumatum est_» — il sacrifizio è consumato — venga qui, prenda la penna e scriva come si pianse, si pregò, si patì ai piedi del letto di morte, su cui giaceva Battista Santafiori.

La jugulare era spezzata; il medico aveva già scrollata la testa: bisognava morire.

Ci fu a questa sentenza uno scoppio di singhiozzi. Battista si scosse, chiamò collo sguardo — perocchè l’occhio d’un morente è d’arcano senso dotato — tutti i suoi cari, e questi uno per uno, Rosalia poi Livia, poi Giorgio, poi il piccolo Balilla, alcuni vecchi fedeli famigliari infine; — tutti vennero a lui, accostarono la lor bocca alla sua bocca e vi assorbirono l’ultimo bacio.

Battista sorrideva, ma quando gli condussero la madre del bambino ch’egli aveva salvo dal lupo, la sua fronte s’illuminò di una gran luce, aureola incontrastabile, suprema, divina che la schietta riconoscenza di quella povera femminetta posava sul capo, tante volte sputacchiato, del suo benefattore.

Un uomo picchiava alla porta nello stesso momento: era don Fulgenzio che veniva ad offrire la sua ultima mediazione col cielo.

Battista chinò la testa come per dire: che venga. Don Fulgenzio entrò pallido come una delle sue candele. Il cuore gli tremava; egli non sapeva come parlare a quell’uomo che gli avevano dipinto per eretico, e di cui pure sentiva tanto rispetto.

Però si fece coraggio e chiese agli altri di allontanarsi. Battista fece cenno di no e tutti restarono.

— Non ho niente da nascondere — disse il morente con voce semispenta e trascinando le parole. Vorrei solo che chiedeste perdono per me a quelli che ho offesi.... Grazie della vostra premura.... Se verrà giorno in cui insegnerete che il paradiso è nella propria coscienza e che tutta la religione è in una parola: il dovere.... io dirò ai miei figliuoli di seguitarvi.... Giorgio.... Miche.... Ah! — E l’ultimo suo pensiero fuggì involato dalla morte nel seno dell’eternità.

La famiglia stette tutto quel giorno a contemplarlo in silenzio come le donne di Galilea contemplarono un altro giusto ai piedi di un patibolo. Ed oh quale fantastica e dolorosa visione!

Di quando in quando pareva che le labbra del trapassato stessero per aprirsi ad un ultimo addio — dei chiarori improvvisi brillavano attraverso il cristallo appannato delle sue pupille, e si sarebbe detto che l’anima tornasse a visitare il suo frale per riaccendervi un’altra fiata la vita. — Ora erano le scene epiche e svariate della sua odissea che sfilavano sul suo fronte, — ora il cantico delle sue virtù echeggiava per la mortuaria dimora, — ora le ombre di grandi uomini a cui egli avea preparata la gloria e l’immortalità, scendevano a prenderlo per mano e lo guidavano alle loro sfere luminose dove era fatto partecipe delle loro apoteosi.

Tale fu per tutto quel giorno la fantasmagoria di quella vedova e di quegli orfani, intraducibile per chiunque non ha provato a meditare accanto alla bara d’una cara persona nel silenzio della notte, faccia a faccia colla certezza della morte e col mistero del cielo.

Ma l’ira degli uomini dovea raggiungerlo oltre la tomba e forse, chi sa, perseguitarlo nella sua progenie.

Don Fulgenzio, più per paura di castighi spirituali che per animo maligno, corse a raccontare a Don Spiridione il caso della sua visita in _articulo mortis_. Disse le ultime parole del defunto, e narrò che era morto senza confessione e ripudiando la santa religione cattolico romana. Sapevasi inoltre che non si era mai presentato alla chiesa e tenevasi da tutti per un luterano. Ora che fare? seppellirlo in luogo sacro non potevasi, e sarebbe stato uno scandalo pei fedeli, ed un tirarsi addosso tutte le censure ecclesiastiche — non seppellirlo era confessare di non aver saputo convertire un miscredente, e di più toccava il dolore di vedersi in parocchia una tomba protestante!

— Ah, che fare! che fare! — sospirava il povero Don Fulgenzio, prevedendo che ei farebbe almeno una indigestione.

Don Spiridione fu per rifiutare la sepoltura — il sindaco se ne lavò le mani — ma radunato il consiglio ecumenico della parrocchia, cioè oltre i due preti, i fabbricieri, i priori della dottrina cristiana, ecc., fu deciso di interpellare immediatamente l’ordinario e di aspettare la sua decisione.

E la decisione venne all’indomani ed era: «Si escluda da luogo consacrato».