Part 3
E la povera Sofia dovè cedere, e ritirarsi dalla scena: non perchè la sua voce si fosse molto alterata, ma perchè eran cresciuti i suoi anni, perchè in questo mondo, e specialmente in Francia, _tout lasse, tout casse, tout passe_, anche la voce più soave, la musica più dolce e la più bella poesia....
Desolata, ebbe una velleità di devozione, e frequentò le chiese e il confessionale. Ma fu una conversione passeggera, un capriccio; e poche settimane dopo scriveva a una sua amica, a proposito dei suoi confessori: «_Ces directeurs! C’est pis que les directeurs de l’Opéra...._»
Fondò allora un _salon_ che fu uno dei più brillanti e piacevoli fra i tanti famosi che ne contò Parigi nel secolo scorso: e i _martedì_ di mademoiselle Sophie Arnould riuscirono ciò che di più illustre e di più _artisticamente_ elegante vantava la capitale. Rousseau, Voltaire, Beaumarchais, Diderot, Duclos, Garrick, Bernard, Dorat, venivano a complimentare la regina in ritiro dell’_Opéra_.
E quando scoppiò la rivoluzione, il suo salon diventò un _club_, e Ifigenia diventò _giacobina_! Aveva cinquant’anni!... e la _Chronique scandaleuse_ così scrive di lei, nel 1790: «.... _Elle vient de se faire démagogue afin de recevoir chez elle la lie de l’espèce humaine.... elle envoie étudier aux Jacobins deux enfants qu’un galant homme lui fit jadis par mégarde...._» e sèguita di questo tenore per mezzo giornale. Povera Sofia!
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Gli ultimi suoi anni furono un seguito di amarezze, di malattie, di povertà. Si ridusse a scriver lettere, nelle quali, paragonandosi alla cicala di Lafontaine che non ha più
_Un seul petit morceau_ _De mouche ou de vermisseau,_
chiede l’obolo per la vedova di _Castore_, per _Lavinia_, per _Didone_, per _Ifigenia_ che regnò venti anni sul teatro dell’arte. E la cantante famosa sul cui busto scrisse versi di lode Voltaire, colei di cui Gluck lasciò detto che «senza l’incanto della sua voce e della sua declamazione, _Ifigenia_ non sarebbe mai entrata in Francia,» quella di cui Beaumarchais e il principe di Ligne ammiraron lo spirito, nel 1802 mancava dello stretto necessario per vivere, e languiva sola, abbandonata e malata fino al ventidue di ottobre, giorno nel quale le sopraggiunse la morte come una vera liberatrice.
JULIE-MARIANNE
_Esperaba, desperada._
La depravazione nella voluttà, una sensualità crudele, la lussuria del male, il Terrore nell’amore, trionfavano in Francia negli alti e nei bassi gradi sociali. Nelle putride viscere del secolo XVIII bisognava infondere un sangue nuovo, rialzare la donna e la famiglia, per poter rialzare la nazione. Rousseau fece questo triplice miracolo con tre libri immortali: la _Nuova Eloisa_, l’_Emilio_, il _Contratto_.
La _Nuova Eloisa_ fu al tempo stesso una rivelazione e una rivoluzione. Fu la risurrezione del cuore, atrofizzato dai piaceri egoisti. Una scintilla elettrica percorse tutta l’Europa. Fin le galanti duchesse dal cuore inaridito, e dalla imaginazione pervertita, le eroine dei più scettici e cinici _salons_, ne restaron commosse, mutate.... La Luxembourg fu vista piangere; la Du Deffand entusiasmarsi. Dalla gomorra delle infami alcove, dai faticosi piaceri dei _petits-soupers_, Rousseau richiamò la donna alla natura, alla libertà, all’affetto, al dolore. La trovò arida, vuota, divorata dall’egoismo e dalla noia, e la fece rinascere all’estasi dell’amore, e alle dolcezze della maternità. Egli primo rese i bambini al latte e ai baci delle madri e ricostituì così la famiglia. Al capriccio, la fede; alla _femmina_, successe la _donna_: e una madama Roland fu possibile nella terra delle _Liaisons dangèreuses_. Nè _Manon_, nè _Marianne_, nè _Paméla_, nè _Clarisse_ avean trascinato il mondo così. La Julie eclissò ogni romanzo.
Madame de Blot, quando uscì l’ultimo volume, diceva al duca di Chartres in tono animato, e l’entusiasmo le accendeva il bellissimo volto: «Non vi è donna che non sia pronta a consacrar la sua vita a Rousseau.»
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E tu dicevi lo stesso, e provavi anche più, cara donna che apristi il tuo cuore a quello del grande infelice; ma troppo tardi: e si vide una _Julie_ pura, bella e passionata, tentare inutilmente di rievocare un _Saint-Preux_ tra i terrori e i tumulti e le frenesie dell’anima devastata di Gian-Giacomo.
Era una bionda dai capelli di un oro luminoso e abbondante, dagli occhi cerulei, sereni e puri come una bell’alba di maggio, bianca di un voluttuoso candore. Il marito aveva tentato di depravarla; non era riuscito che a torturarla: poi l’aveva abbandonata a sè stessa, ed essa viveva una vita malinconica e ritirata, in compagnia di sua cugina, una bruna giovine e vivace, che aveva per lei una devozione di sorella minore: una vera _Claire d’Orbe_.
_Julie_ — amo chiamarla così perchè sotto questo nome essa offrì il proprio cuore a Jean-Jacques — Julie non era più giovane. Era di quelle donne, meno rare che non si pensi, le quali, piuttosto calme e fredde nella prima gioventù, passati i trent’anni provano il bisogno d’essere amate; e il desiderio si fa più intenso e doloroso quanto è meno appagato. Momento unico e commovente nella vita della donna! Se bella, la sua bellezza prende allora un carattere di bontà, di tenerezza autunnale; è la bellezza del cuore, del cuore profondo, dei sensi intelligenti, dell’anima passionata: bellezza spirituale che illumina e armonizza le forme. È il frutto appena maturo punto dall’insetto alato d’agosto e divenuto più dolce: è la donna ferita dal desiderio intenso di amore.
Le bionde come _Julie_ sentono e soffron più di questa crisi del cuore. La bruna dagli occhi neri e profondi, dallo sguardo che brucia, ha già consumata a trent’anni tutta la sua fiamma interiore. Dicevo dunque che questa Giulia era bionda....
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Ognuno cerca sè stesso nei libri: e i grandi successi derivano dal gran numero di contemporanei che si riconoscono in uno stesso libro. Più la donna era sommersa nel fango, più anelava istintivamente ai puri orizzonti; e uscendo dalle sordide braccia di un Richelieu, di un De Frise, di un Pavanne, sognava e invocava un Saint-Preux.
Quando Julie e la sua cugina lessero il primo volume della _Nuova Eloisa_, la sorpresa, il piacere, la maraviglia, l’ammirazione, l’entusiasmo non ebbero limite. L’una si vide dipinta al vero nella figura di _Julie_, l’altra in quella di _Claire_. Ma la nuova Clara che aveva già letto nel cuore della amica e ambiva per lei ciò che quella non osava neppur confidare a sè stessa, osò scrivere al cittadino di Ginevra questo biglietto: «Vous saurez que Julie n’est point morte et qu’elle vit pour vous aimer; cette Julie n’est pas moi; vous le voyez bien à mon style: je ne suis tout au plus que sa cousine, ou plutôt son amie autant que l’était Claire.» E concludeva indicando a Gian-Giacomo un modo per rispondere.
Rispose; e senza farsi pregare, e a posta corrente.
Il mistero, una vaga speranza, sedusse l’_orso_, il _selvaggio_, come lo chiamavano, e rispose. E la corrispondenza cominciata per devozione di amica, e per amore romanzesco da un lato; dall’altro per curiosità, e per invincibile attrattiva, si animò più e più quando la nuova Clara cedè la penna alla nuova Giulia.
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Rousseau prima di domandare un colloquio le chiese il ritratto. Oggi essa sarebbe corsa subito da un rinomato fotografo: centoventi anni fa, era più difficile aver _subito_ il proprio ritratto.... E Julie vi rimediò facendoselo da sè con la penna, con la parola. E lo fece scrupolosamente, non celando il minimo suo difetto. Deve essere stata un paio d’ore a guardarsi allo specchio, prima di scrivere quella lettera, come una devota a far l’esame di coscienza prima di confessarsi.... È un po’ lungo, ma come si fa a esser brevi e dir tutto? Gli confessa che le è restato qualche leggerissimo, quasi impercettibile segno di vaiolo sul viso, che ha le braccia un po’ magre, e finisce con questa graziosa e fresca pittura della sua _toelette_: «Mes cheveux composent ordinairement toute ma coiffure: je les relève le plus négligemment qu’il m’est possible, et je les aime avec assez d’excès pour que cela dégénère en petitesse. Comme je suis modeste et frileuse, on voit moins de moi que d’aucune femme de mon âge. Rien dans mon habillement ne mérite le nom de parure. Aujourd’hui, par exemple, j’ai une robe de satin gris, parsemée de mouches couleur de rose....»
Rousseau, letto il ritratto volle vedere l’originale: e le raccomandò di vestirsi con quella stessa _robe de satin gris_.
E tale si presentò ai suoi sguardi, tremante di emozione, bella di pudore e di grazia, di innocente ardire e di nascente passione....
La contemplò in silenzio, e le strinse lungamente la mano. Le _Charmettes_, la prima _pervenche_ colta con madama di Warens, la villetta bianca con le persiane verdi, riapparvero agli occhi del poeta oratore, del romanziere filosofo. Gli ribruciò sulle labbra il bacio di madama D’Houdetot; ma la adorabil figura che egli aveva ora dinanzi non fece che rimescolare nel suo cuore le ceneri del passato, invece di crearvi l’ardore di un sentimento nuovo.
E lei se n’accorse.
Fu un lampo.... e si sentì reietta per sempre.
Seppe dissimulare; e sorridente nel suo bell’abito di raso grigio picchettato di roseo, si accostò al clavicembalo, e suonò un’aria del _Devin du Village_....
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Conoscete nulla di più triste, di più ineffabilmente triste, dell’arie allegre di cento anni fa? Non c’è _gavotte_, non c’è _chansonnette_ francese, non c’è _romanza_ o _duettino_ italiano, che non abbia in sè un _amari aliquid_, una tinta di malinconia. Come potevan ballare e far all’amore a quell’arie che paion lamenti venuti dall’altro mondo? Ma chi sa? forse paion così a noi perchè son note vecchie e defunte, e il loro lamentevole eco ci raffigura volti spariti e gioie svanite per sempre. Forse allora eran arie allegre e rallegravano i cuori, e forse, chi sa? nel 1983 si faranno le meraviglie che i bisnonni si divertissero tanto alle opere di Wagner, e ballassero allegramente i _waltzer_ di Chopin e di Strauss....
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C’è un proverbio francese che dice: _Dis-moi qui t’admire, et je te dirai qui tu es_. Ogni gran poeta, ogni gran romanziere ha avuto il suo speciale corteggio di ammiratrici, distinte d’indole, di sentimenti, di gusti, e che sono come il riflesso del carattere del loro idolo. Sarebbe curioso uno studio psicologico sulle _dévouées_ di Chateaubriand, di Byron, di Schiller, di Lamartine, di Balzac, di Sue, di Dumas, di Tennyson, di Musset, fino alle _dévouées_ (non _avouées_) di Emilio Zola.... Le ammiratrici di Rousseau gli fanno onore: dall’umile madame Verdelin, da questa ignorata _Julie_, alle illustri Roland, Staël, G. Sand, è un nobile e imponente corteggio; un po’ declamatore, un po’ paradossale, ma sempre generoso, e capace, all’occasione, di ogni sublime eroismo.
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La povera _Julie_, l’ho già detto, arrivò troppo tardi.... nel peggior momento della vita di Rousseau; ed egli si decise, dopo il primo colloquio, a impedire ogni seguito di questa romanzesca avventura, e a dire francamente, brutalmente, come pur troppo sapeva farlo in certi momenti, la verità alla misera donna.
Le tolse ogni illusione, ogni speranza, con una lettera glaciale, e dove si rivela già il parossismo tragico di quell’anima irrequieta.
Essa non si arrese subito. Ebbe la debolezza di tentare altre vie per elettrizzare quel cuore finito. Gli si presentò, senza prima avvertirlo, tre mesi dopo la terribile lettera, pallida, dimagrata, umiliata, portandogli della musica italiana che essa aveva copiata per lui. Si fece annunziare col nome di _Julie_. Egli l’accolse gentilmente ma freddamente, e quando essa si congedò le disse: «_Adieu, Marianne_, (era il suo vero nome di battesimo), _adieu_!»
_Julie! Marianne!_ Nello scambio di questi due nomi è un _epitome_ di mille romanzi, è tutta la ironia della vita, tutto l’ideale e tutta la realtà delle cose umane.
Non c’è donna che non cerchi di divenire, a un momento della sua vita, una _Julie d’Etange_, e che gli uomini o la sorte non ribattezzino col nome di registro della parrocchia....
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Rousseau fu brutale, ma fu sincero, e non si divertì a illudere la sua vittima e a protrarre il suo sogno come qualche altro _grand’uomo_ — lo Chateaubriand per esempio — avrebbe fatto molto probabilmente.
Il cuore di Rousseau, dopo i baci di madame d’Houdetot, era stato, per dir così, assorbito dal suo cervello. Mai non aveva scritto pagine più calde, passionate, colorite, eloquenti che in questi anni: è l’epoca dei primi libri delle _Confessioni_. Il suo stile si è fatto più molle, più voluttuoso: i suoi paesaggi sono di un colorito affatto nuovo, e che darà norma, e lascerà inevitabile traccia, in tutti i grandi suoi successori nell’arte della parola. Certe sue espressioni si direbbe che brucian la pagina... eppure il suo cuore era morto! Questa contradizione fenomenale mi ricorda un doloroso verso di Browning:
_And my heart feels ice, while my words breathe flame._
E il mio cuore è di gelo, mentre le mie parole spirano fiamma.
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Uomo destinato a errare nella procella e crear del dolore, in lotta aperta col suo secolo, Rousseau portava nel suo fatidico seno tutte le tempeste della imminente Rivoluzione, insieme alle tempeste del suo proprio cuore. La sua influenza è durata fino a oggi, e forse è interrotta, ma non cessata. Tutti, o quasi tutti i grandi scrittori, chi più, chi meno, ne hanno subìto il magnetico incanto. Bernardin, la Staël, Chateaubriand, Lamennais, Lamartine, G. Sand, Michelet, Renan, Goethe, Schiller, Gian-Paolo, Byron, Shelley, Carlyle, Castelar, Leopardi. Egli incarnò la Rivoluzione. Mirabeau e Robespierre, Vergniaud e madama Roland, la Montagna e la Gironda, giuravano egualmente sulla sua parola. Intelligenza sovrana, che quando negli ultimi anni della vita si disequilibrò e si scompose, parve la caduta di un impero. Grande nella sua miseria e nella sua forza, perchè dotato di una parola di fuoco, parola unica, che agita, sorprende e comanda. Solo, tra i filosofi gaudenti e scettici del suo tempo, egli sentì le miserie reali della vita; e gli passò sulla faccia l’alito sacro della natura e dall’umanità.
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Nel novembre del 1789, nel quartiere appartato di un convento di monache Ospitaliere, viveva una signora parigina di sessant’anni, vestita abitualmente di nero, e nei cui capelli bianchi restava un pallido riflesso dell’oro luminoso di un tempo; un profumo di eleganza aristocratica, che certe donne privilegiate conservano fino all’ultimo istante. Nella sua camera era un vecchio clavicembalo, con sopra della vecchia musica, l’_Orfeo, le Devin du Village_.... In uno scaffale nella parete opposta, erano schierati i volumi delle opere complete di Jean-Jacques Rousseau, _citoyen de Genève_....
La riconoscete? È la povera, fedele _Julie_. E mentre assisa in una _chaise-longue_ presso il camminetto, essa legge qualche volume della _Nouvelle Héloïse_ o delle _Promenades_, si riscuote a un tratto, udendo salir dalla strada urli e grida di acclamazioni entusiastiche. È il popolo che risponde ai primi ruggiti del leone Mirabeau.... Cara _Julie_, cara _Marianne_, posa il prediletto volume, se vuoi capir quelle grida. Prendine invece un altro, quello piccolo à _tranches dorées_, dov’è scritto _Contrat social_. Leggilo, e capirai quelle grida....
Oppure, no. Serba sui tuoi capelli bianchi e nel tuo cuore spento di vecchia, gli ultimi riflessi di un sole cadente, di un ideale che tramonta. Rileggi per la centesima volta i memori volumi della _Julie_.... e muori nella tua solitudine, fedele a una memoria immortale.
GIULIA LESPINASSE
_Oh, laissez-moi, sans trève, écouter ma blessure_, _Aimer mon mal, et ne vouloir que lui!_
I
Non intendo parlare dell’amica di D’Alembert e di Condorcet, dell’emula di M.me Du Deffand, delle conversazioni o degli scritti di M.lle de Lespinasse. Ma vorrei in pochi tratti ritrarre la sua fisonomia di donna passionata, vederla e raffigurarla sotto la doppia aureola di amante e di vittima, notare sulle sue magre guance il solco delle lacrime divoranti, nei suoi occhi il fuoco sacro di una passione fatale, che la rassomiglia a Saffo e a Didone, a Fedra e a Eloisa.
Giulia-Giovanna-Eleonora di Lespinasse nacque a Lione il 18 novembre del 1732. Figlia adulterina della contessa d’Albon, ebbe una infanzia e una adolescenza da romanzo. Morta la madre, rimase con la sorella e il cognato, e passò giorni d’inferno, provando tutte le umiliazioni della sua equivoca condizione.
Aveva appena ventidue anni, quando la marchesa Du Deffand, già avanzata d’età e quasi cieca, le propose di venire a Parigi con lei per tenerle compagnia e farle da lettrice e da segretaria. Giulia accettò, e visse con M.me Du Deffand per più di nove anni in perfetta armonia. Lì ebbe occasione di conoscere i più insigni scrittori contemporanei, che quasi tutti frequentavano il _salon_ della marchesa, e si guadagnò la stima e la simpatia di molti fra loro.
Non era bella, ma piacente per lo spirito, la grazia, la squisitezza del gusto, la finezza dei modi; per la soave amabilità del sorriso, l’intelligenza e la profonda espressione degli occhi, che avea neri e bellissimi. Vestita con elegante semplicità, piaceva generalmente, e godeva di accorgersene.... «_Ah! que je voudrais_, diceva un giorno, _connoître le foible de chacun!_» Ingenua parola che le usciva dal cuore e che ci rivela in questa donna, che la passione dovea poi rendere così indifferente e romita, un fondo di naturale ed affettuosa bontà, mista a una perdonabile vanità femminile. Era delicata di sentimenti, di immaginazione, di gusti. Un oggetto, una parola triviale, la facevan soffrire come un insulto. Malinconica spesso, sentì fin dalla prima giovinezza la vanità e il disgusto della vita; e gracile di persona, ed emottoica fin dai diciotto anni, era di una sensibilità nervosa eccitabilissima; talchè può dirsi che essa riuniva in sè, in modo più singolare che raro, tutto ciò che sulla terra procura o fa più intenso il dolore.
M.me Du Deffand, avvezza a dormir di giorno e a levarsi tardissimo, apriva il suo _salon_ a sera inoltrata. I suoi illustri visitatori fino dal 1762 avevan presa l’abitudine di riunirsi ad aspettar l’ora _officiale_ nelle stanze di M.lle de Lespinasse, e spesso anticipavano di un’ora o due, per avere il piacere di conversare fra loro e con lei, in più libera intimità. Quando la caustica e gelosa marchesa ebbe notizia di questa _violazione dei suoi sacri diritti_, com’essa la qualificava, gridò al tradimento, se ne lamentò con mezza Parigi, e la burrasca non potendo in verun modo acchetarsi, M.lle de Lespinasse dovè ritirarsi e aprir casa da sè. Ma aprì anche un _salon_, nella sua elegante casina di via Belle-Chasse, e molti e dei più notevoli e assidui frequentatori del _salon_ della marchesa lo disertarono per quello della loro giovine amica. Fra questi, D’Alembert, Turgot, Condorcet, Brienne, Chostelloux.
D’Alembert fece di più: andò ad abitare nella stessa casa della Lespinasse, spinto da un sentimento più forte dell’amicizia, (questo figlio dell’amore era magneticamente attratto verso la sventurata figliola dell’amore) sentimento disgraziatamente non corrisposto, e che doveva amareggiare tutta la vita dell’illustre filosofo, umiliarlo agli occhi degli amici ed ai propri occhi, paralizzargli negli ultimi anni l’attività dell’ingegno, ed affrettargli la morte.
Ma non anticipiamo.... Affrettiamoci invece a parlare dei due amori di Giulia, o meglio del suo amore, perchè la fiamma del primo benchè spontanea ed ardente, si fa impercettibile dinanzi al divorante incendio del secondo amore di lei. Per D’Alembert essa non ebbe che amicizia; per il signor De Mora, amore; per il signor De Guibert, passione.
E la passione per il signor De Guibert nacque prima che fosse spento nel cuore della infelice donna l’amore per il signor De Mora. Le lettere di lei ci fanno assistere al doloroso dramma della lotta di due amori, uno angosciosamente morente, l’altro audacemente invasore e sovrano. La ragione, il dovere, il rimorso, son dissipati ai primi soffi vulcanici della imminente tempesta, e la passione tiranna, regna, imperversa, devasta, e non si ritira neppur dinanzi alla morte!
II
Figlio del conte di Fuentes ambasciatore di Spagna alla corte di Francia, il signor De Mora era, secondo ciò che ne scrive il Galiani, acuto e credibile giudice, un uomo di merito straordinario e che pareva destinato al più glorioso avvenire. Era venuto a Parigi nel 1766. Giovine, bello, famoso, nobile di sentimenti e di modi, cavalleresco come uno spagnuolo, amabile come un francese, s’innamorò della Lespinasse, e ne fu riamato con pari ardore. Malato di petto, dovè lasciar Parigi l’agosto del 1772 per andare a respirare l’aria nativa. La separazione dei due amanti fu dolorosa.... pareva che ambedue presentissero il tragico loro destino e che non si sarebbero mai più rivisti. In _dieci_ giorni egli le scrisse _venticinque_ lettere (cifre eloquenti, infallibile termometro), e Giulia non sapea darsi pace....
Essa soffriva molto per l’assenza dell’amante, e cercava talvolta qualche innocente distrazione al suo dolore, qualche svago per passare le ore intollerabilmente eterne della lontananza. Un giorno, il suo cattivo genio le suggerì di andar a far visita al pittore Watelet, alla sua villa di Moulin-Joli, sulle rive della Senna, presso Montmorency. Fu là che Giulia vide per la prima volta il giovine colonnello De Guibert. Questo brillante ufficiale a cui era noto l’amore di Giulia per il signor De Mora e vedeva la sua malinconia, cercò di distrarla, di confortarla, e riuscì sventuratamente troppo al di là del suo intento. Bastò quel giorno (che essa invoca ed esecra, adora e maledice nelle sue lettere), per trasfonderle in tutte le vene il veleno che la dovea consumare.
O misteri, o contradizioni del cuore! Come potè questo signor De Guibert, in un sol giorno, contrabbilanciare nel cuore di una donna innamorata, e naturalmente buona e sincera come la Lespinasse, l’amore che essa provava per il signor De Mora, lontano, fedele e sofferente? Questo Guibert che non era altro che un fortunato ambizioso, di una immensa vanità e di un mediocre ingegno; autore di opuscoli militari che fecero un certo rumore; adulato adulatori delle celebrità contemporanee; uomo di un carattere comune, e qualche volta anche volgare! Eppure il fortunato ufficiale fece dimenticare a una donna come la Lespinasse un uomo come il signor De Mora; le fece disprezzare i teneri sentimenti di un D’Alembert.... e dopo l’agonia della povera Giulia, morta d’amore per lui, egli seppe ispirare i primi sentimenti d’amore alla figlia di Necker, e fa parlare anche oggi di sè, grazie ai nomi famosi della Lespinasse e di madama di Staël.
Era passato appena un anno dal giorno della fatale visita a Moulin-Joli, e la passione di Giulia per il signor De Guibert aveva trionfato, dopo strazianti contrasti, di ogni dovere, d’ogni rimorso, d’ogni pietà. E il signor De Mora, fortunatamente ignaro della infedeltà di lei, moriva quasi improvvisamente a Bordeaux.
Qui comincia la storia straziante, il dramma interno continuo, che conduce alla inevitabile catastrofe. Notiamo le gradazioni di questo fatale _crescendo_ nelle _Lettere_ che ci rimangono della infelicissima donna. Il gemito di Eloisa, il grido di Fedra, il delirio di Saffo si alternano in queste _Lettere_ veramente uniche, e che sembrano bruciare la pagina....
Maraviglia, dolce commozione, dubbio, rimorsi, contrasto e lotta, debolezza e abbandono, trionfo dispotico della passione, estasi e spasimi, amari disinganni, sforzi inutili per guarire, gelosia, umiliazioni, abbattimento fisico e morale, delirio, agonia e morte — sono le fasi che percorre questa tragedia d’un’anima.
III