Part 4
Nelle _Lettere_ di M.lle de Lespinasse è una volta chiaramente indicato, e più volte indirettamente accennato, il giorno nel quale la passione, più forte d’ogni altro sentimento, la gettò nelle braccia del nuovo amante. Il 10 febbraio 1774, così essa scrive al signor De Guibert: «Minuit sonne; mon ami, je viens d’être frappée d’un souvenir qui glace mon sang. C’est le 10 février de l’année dernière que je fus énivrée d’un poison dont l’effet dure encore. Dans cet instant même, il altère la circulation de mon sang: il le porte à mon cœur avec plus de violence. Hélas! Par quelle fatalité faut-il que le sentiment du plasir le plus vif et le plus doux soit lié au malheur le plus accablant?... Je me sens entraînée vers vous par un charme que j’abhorre, mais qui a le pouvoir de la malédiction et de la fatalité.» E segue dicendo che il fantasma vendicatore del signor De Mora la perseguita, e non le dà un’ora di pace.... per poi concludere: «Je vous attends, je vous aime, je voudrais être toute à vous, et mourir après.» Il giorno dopo gli scrive una lettera di fuoco in cui sembra domandargli perdono dei suoi rimorsi, e gli parla con una sottomissione da bambina tremante, e finisce: «Je vous aime comme il faut aimer, avec excès, avec folie, transport et désespoir.» Negli ultimi giorni del 1774 gli scrive un biglietto di un rigo che si direbbe l’epilogo di tutte le sue lettere. È datato _de tous les instants de ma vie_, e dice così: «Mon ami; je souffre, je vous aime, et je vous attends.» Essa gli rivela giornalmente ogni suo sentimento, ogni suo pensiero, e gli confessa: «Je ne crois m’assurer la propriété de mes pensées, qu’en vous les communiant.» Chiude la porta alle visite, non vuol più ricevere ne D’Alembert, nè Diderot, quando il signor De Guibert è assente da Parigi, e passa le giornate intere a scrivergli, o a sognare, da desta, di lui: le sere d’estate, sola, senza aprire un libro, senza accendere il lume, assisa presso la finestra, passa delle ore felici a pensare a lui, a lui sempre, a lui solamente....
L’amore fu _tutto_ per lei. E dall’altezza eroica a cui la esaltò la passione, misurava e giudicava con ironica pietà la vanità e la piccolezza di tutto quel che più agita il mondo: la gloria, la politica, le accademie, i teatri, le mode, i _salons_. Tutto le divenne a un tratto _supremamente indifferente_, e stupiva di essersi tanto preoccupata finora di simili _nulla_....
IV
Da quest’estasi la riscosse un colpo di fulmine. Il signor De Guibert prese moglie; una giovinetta di diciott’anni; un matrimonio di _convenienza_, dove il cuore non era compromesso.... (così tenta di farle credere). Essa sulle prime gli scrive lettere di nobile risentimento e di amaro rimprovero. In una lettera del 15 ottobre 1775 gli dice: «Le coup dont vous m’avez frappée a atteint mon âme, et mon corps y succombe. Je le sens; je ne veux ni vous effrayer, ni vous intéresser; mais je sens que j’en meurs: (e non eran frasi!) même en supposant l’impossible, que vous redevinssiez libre, et que vous fussiez pour moi ce que j’avais désiré, il serait trop tard.... mais je vous pardonne; dans peu tout sera égal.» E quando egli ipocritamente osò darle consigli di saggezza e di prudenza, e parlarle di _morale_, gli rispose con queste parole, dove freme tutta l’indignazione della donna ingannata: «Ne prenez pas l’envie de me faire la victime de votre morale, après m’avoir fait celle de votre légèreté.» E quando egli mendicava pretesti, e voleva dare spiegazioni di impegni antecedenti ecc., essa gli rispondeva: «Sauvons les détails: quand une fois le fil de la vérité a été rompu, il ne faut pas le rajouter; cela va toujours mal.» Seppe poi che da un pezzo egli era fidanzato alla giovine che sposò: eppure non le riuscì di troncare la corrispondenza e guarire. Egli crudelmente le manteneva aperta la ferita con lunghe lettere dove simulava l’accento dell’amore. E l’infelice era troppo interessata a crederlo vero!
Avea però dei rari momenti di riflessione, dei lucidi intervalli, nei quali le cadeva la benda dagli occhi, e allora provava una gran pietà di sè stessa e piangeva: piangeva per delle ore, con lacrime abbondanti, incessanti, che le facevan bene, la sollevavano, come un diluvio d’estate che alleggerisce e purifica l’aria diventata afosa e irrespirabile. In quei momenti vedeva a nudo la vanità artificiosa, la leggerezza, la nullità dell’uomo a cui avea consacrato inutilmente tesori di affetto, la pace, la riputazione, l’ingegno, la salute, la vita; e ripensava al signor De Mora, e si sentiva colpevole, e provava un’acre voluttà nel suo pianto, riguardandolo come espiazione del suo tradimento.
In uno di questi giorni, avendole il signor De Guibert scritta una lettera in cui la umiliava con crudeli parole, essa gli rispose così: «Quoi! j’ai été aimée de M.r De Mora, j’ai été l’objet de la passion de l’âme la plus noble, la plus grande, et vous voudriez m’humilier? Ah! laissez-moi à mes remords: ils m’anéantissent....»
Eppure, poche settimane dopo, è la prima a riscrivergli: a scusarsi, a mendicare una parola d’amore, a tentare di impietosirlo descrivendogli le sue orribili notti d’insonnia, di tosse, di febbre, di disperazione. Gli promette di _non annoiarlo più_ coi rimproveri.... gli chiede (essa a lui!) compatimento e perdono.... «Ne m’aimez pas, mais souffrez que je vous aime toujours!» E con la mano ardente di quella febbre che la conduceva a passi precipitati alla tomba, aggiungeva: «Les battements de mon cœur, les pulsations de mon pouls, ma respiration, tout cela n’est plus en moi que l’effet de la passion.»
Questo veleno, questo filtro di Medea, la consumava visibilmente. Era diventata uno spettro. E spesso si tratteneva davanti allo specchio, guardando come istupidita, con lunghi sguardi di compassione, le sue povere gote incavate, le sue magre braccia; e pensava a lui giovane, bello, pieno di salute, sorridente nella sua elegante uniforme di colonnello, al braccio della giovane sposa.... Allora dava in uno di quegli scoppi di risa che si odon soltanto quando si passa vicino ad un manicomio.
V
Quest’agonia della infelice Giulia fu spaventosa e lenta. Durò quasi tre anni. L’intensità dell’angoscia era talvolta sì grande, che essa ricorreva all’oppio per ottenere qualche ora di tregua, per dormire un poco, per non pensare a lui. L’oppio e la musica furono i suoi unici sollievi. Quando andava a sentir l’_Orfeo_, le note elegìache di Gluck, l’aria famosa _J’ai perdu mon Eurydice_, le facevan versar dolci lagrime: le pareva allora di essere soavemente rassegnata al suo fato, le pareva possibile di morire in pace.
Ma bastava una lettera _di lui_, un ricordo, un nulla, per rimetterle l’inferno nell’anima, per farla delirare di nuovo. La gelosia la torturava con la fisica rappresentazione di voluttà coniugali che le parevan rubate, rubate a lei; e si sentiva agitata da smanie intollerabili. La gelosia le fulminava nel cuore, feroce e incessante, come le pulsazioni spasmodiche di un tumore o di un dente cariato; e allora, delirante, fuori di sè, raddoppiava le dosi dell’oppio; e alle smanie febbrili succedevano mortali letarghi.
Una sola volta in questi tre anni, quasi per miracolo, essa si destò calma, e come se fosse diventata a un tratto un’altra persona. Ripensò ai casi di Giulia Lespinasse come ai casi di un’altra donna, si sentì riconciliata alla vita, potè leggere, conversò con D’Alembert, andò a fare una passeggiata nel giardino delle Tuileries. Era un giorno di settembre del 1775. Ne parla in una sua lettera, la sola lettera tranquilla in tutto il volume: «C’était une belle matinée de soleil: j’ai été aux Tuileries: oh, qu’elles étaient belles! le divin temps qu’il faisait! l’air que je respirais me servait de calmant: j’aimais, je regrettais, je désirais; mais tous ces sentiments avaient l’empreinte de la douceur et de la mélancolie.... Oh, je ne veux plus aimer fort, mais j’aimerai doucement....»
Ecco finalmente, la prima volta, per la misera donna un giorno di pace, di rassegnazione, di autunnale poesia. Essa stessa ne rimase sorpresa, trasognata; avvezza com’era a vivere vertiginosamente nel terribile cerchio d’un uragano, a respirar sempre l’aria elettrica della tempesta.
VI
La sera di una burrascosa giornata di novembre, a Roma, nell’ora del tramonto, io vidi dall’orto di Sant’Onofrio sul Gianicolo uno spettacolo che non potrò dimenticar mai. La città tra il barlume crepuscolare e la nebbia pareva un’enorme Pompei sotto la cenere. Il cielo era spaventoso. Blocchi giganteschi di nuvole color di rame si affollavano verso oriente: a occidente, una immensa tenda di fuoco, candescente come una fornace dove il mantice soffii continuo. Qua e là, immani forme di mostri apocalittici, tizzoni fumanti, striscie di sangue, rovine babiloniche, confusi avanzi di enormi naufragi.... E tutto era immobile, peso, senza un alito di vento. Solo in fondo all’orizzonte, verso Albano, si vedeva un pezzo di cielo turchino, un piccolo triangolo d’un azzurro ineffabilmente tenero e profondo, un occhio di paradiso su quella babele di nuvoli minacciosi....
La storia della passione di Giulia Lespinasse a me pare che rassomigli a quel sinistro cielo crepuscolare. È una scena d’orrore, consolata solo da un lembo d’azzurro, da un breve sorriso di pace.
Fu il primo e l’ultimo. Un letargo di due giorni precedè la morte di lei. Quando riuscirono a farla tornare in sè, disse con accento di dolore e di spavento: «Dunque son sempre viva?...» Sperava che l’_orribile palpito_ fosse finito: la vita le faceva terrore.
Ma la morte, la consolatrice, venne; e posò le sue fredde mani sulla fronte ardente, sul petto in sussulto dell’infelice.... e il cuore e il cervello di Giulia Lespinasse si acquietarono — finalmente.
Il 23 di maggio del 1776, alle due dopo la mezzanotte, era guarita per sempre.
LA BARONESSA DI KRÜDENER
Ho riletto _Valérie:_ e il libro mi ha tratto a fantasticare un po’ sul suo autore, su quell’adorabile madame De Krüdener. _La pâle baronne_ mi distrae da due giorni da ogni occupazione; sono innamorato della sua penna, della sua danza, delle sue preghiere, e del suo famoso scialle di mussolina. Mi vien voglia di mettermi in ginocchioni come Benjamin Constant o come lo Czar Alessandro, per dir con lei le devozioni, aspettando «_les inspirations supérieures_.» Io la vedo in tutti i momenti più notevoli della sua vita. La vedo quando, sotto il Direttorio, essa apparisce la prima volta nei _salons_ di Parigi, bionda, pallida, fine ed eterea, circonfusa da una nuvola di bianchi veli, e gira attorno i suoi grandi occhi calmi, color verde-mare: bellezza scandinava, illuminata da un pallido raggio di sole polare, calma e fredda come la neve delle sue native Dofrine.... Ma ecco Bergasse e Saint-Pierre e Garat che la circondano e la invitano a danzare. Essa cede di buona grazia, chiede il suo scialle di mussolina azzurra, si alza, e comincia la _danse tableau._ La scandinava è diventata a un tratto una parigina! La vita, l’emozione, traboccano dai suoi gesti, dai suoi sguardi, da ogni suo movimento. Essa si trasforma in cento modi: ora è Niobe impietrita dal dolore, ora è Galatea che fugge inseguita.... Alla voluttuosa Odalisca che languidamente invita e resiste, succede la vivace ridente napoletana che balla la tarantella, e batte il terreno a passi rapidi e fitti come la grandine....
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Le armate alleate sono entrate in Parigi. La Santa Alleanza ha anch’essa i suoi poeti, i suoi angioli propiziatori; e la sua Sibilla, la sua Velleda, in Giuliana Krüdener. La casa di lei si trasforma in un tempio; essa vi aduna delle assemblee religiose dove si commentano Swedenborg e Saint-Martin, si prega, si canta, e si profetizza.... «Alessandro sarà l’Angelo bianco, il genio dei nuovi tempi!...» E Alessandro non tralascia di far qualche visita al tempio.... e alla sacerdotessa. Vi vengono anche dei Gustavi sentimentali, prima di ritirarsi alla _grande-Chartreuse_, e dei Volteriani che scoppiano dal riso interiore, quando la bella Giuliana dall’ultima stanza della galleria, a una luce crepuscolare _savamment ménagée_, si avanza in un costume solenne, ma che fa risaltare anche i suoi doni.... non spirituali.
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Ma, ecco, essa parla, perora, s’infiamma; e il fuoco che l’anima lo trasfonde in petto dei suoi devoti. V’immaginate quello scettico _blasé_ di Benjamin Constant, commosso realmente alle ardenti prediche di questa bionda missionaria, recitare una specie di _confiteor_, e inginocchiarsele accanto e pregare con lei? — Eppure è storia. In altri giorni poi, quieta, serena, graziosa, fra un punto e l’altro del suo ricamo, essa parla agli amici, e più volentieri alle amiche, dei poveri giovani morenti d’amore per lei.... A sentirla, essa ha popolato le certose e i cimiteri d’Europa colle vittime dei suoi sguardi affascinatori.... «Povero Gustavo! (diceva essa un giorno a madame Langer) ancora non è proprio morto, ma ci manca poco.... E dire che il cielo non mi assente di salvargli la vita!...» Pare bensì che il cielo non fosse sempre sì rigido, e madame de Krüdener profittava volentieri di quelle temporanee indulgenze. Ma attaccata sempre al suo cielo con un filo d’oro, o di argenteo vapore mistico, essa diceva sospirando nei momenti più decisivi: «O mio Dio, perdonatemi l’eccesso di questo piacere!»
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Nel romanzo _Valérie_, essa ci ha lasciato il proprio ritratto; o per meglio dire una galleria dei suoi ritratti: essa vi si è dipinta in tutti i costumi, in tutte le attitudini, a ricevere il _culto di latria_ di quel povero Gustavo, che trascina di chiesa in chiesa, di certosa in certosa, di villa in villa, il suo amore e la sua tise. Ciò nonostante, _Valérie_ è un libro bello, vero, ben composto, bene scritto, e si legge ancora con piacere, e durerà. Scritto dalla Krüdener in un momento critico della sua vita, quando per lei tramontavano la gioventù e la bellezza, e gli amori terreni cedevano il luogo nel suo cuore alle esaltazioni religiose, essa vi ha ritratto le delicate _nuances_ di quel momento unico, di quel passaggio. Ciò dà al romanzo una grazia tutta femminina, un’attrattiva irresistibile: e forse la _Valérie_ è il solo romanzo di forma epistolare che regga a una lettura continuata, e si possa gustare dalla prima all’ultima pagina.
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E se anche oggi si pensa e si scrive di Giuliana Vietinghoff baronessa di Krüdener, dei suoi trionfi di _salon_, del suo illuminismo, dei suoi catechismi ai filosofi e ai re; se ricordiamo che nel suo gabinetto fu da Alessandro e dagli altri _angioli bianchi_ del nord tracciato il disegno della Santa Alleanza; se la seguiamo nei suoi viaggi di apostolato sul Caucaso ed in Crimea, o quando esule essa conduce con Kellner una vita di nomade e di fuggiasca, perseguitata dalla polizia, derisa dai filosofi, ma sempre serena, operosa, infaticabile, incorreggibile; insomma, se dopo la sua morte (1825) il mondo si occupa ancora di lei, essa lo deve unicamente a questo volumetto di _Valérie_. Annunziato abilmente dal _Mercure_, preconizzato da Bernardin de Saint-Pierre, fino da quando fu pubblicato nel 1802, destò un vero entusiasmo. La moda, grande ausiliatrice a Parigi, confermò quel successo. Cappelli, piume, sciarpe, scarpini, ghirlande, tutto fu _à la Valérie_ per più mesi. Ma il libro sopravvisse alla moda: sopravvisse ai bastoni a serpente, alle strette lunghissime falde e alle colossali cravatte degli _incroyables_, ai guanti ricamati, ai _bonnets à plumage_ e alle sciarpe di mussolina delle _merveilleuses._
LA CONTESSA GUICCIOLI
Le onde dei lunghi aurei capelli le scendevano fino ai piedi, come un torrente delle alpi che il sole colora coi suoi raggi mattutini.... Essa creava intorno a sè un’atmosfera di vita; l’aria stessa illuminata dai suoi sguardi pareva farsi più leggiera; tanto essi eran soavi e pieni di tutto quel che possiamo immaginare di più celeste.... Vi si insinuavan nell’anima, come l’alba di una bella giornata di maggio.»
Statura piuttosto piccola; gracile, ma perfetta di forme: bianchissima di carnagione: sorriso etereo, Correggiesco: occhi veramente italiani, pieni di languori e di tempeste, di sorrisi e di lacrime.
Aveva diciassett’anni: era di nobile famiglia, i Gamba di Ravenna, ed usciva allora di convento. Il conte Guiccioli era vecchio, era vedovo, ma era anche ricchissimo.... e gliela dettero in moglie.
Lord Byron la vide per la prima volta in casa della contessa Albrizzi, nell’autunno del 1818. Ne fu colpito come da una visione celeste; ma evitò di rincontrarla,
_Car le baril de poudre a peur de l’étincelle._
Egli era all’apogeo della sua gloria, ma in lotta col suo cuore, e in guerra aperta colla famiglia, colla patria e col mondo: i capolavori del suo genio poetico si succedevano; ma quelle pagine di alta poesia eloquente e patetica, tragica e satirica, uscivano da un _harem_ veneziano dove egli consumava le forze e la vita, fra le braccia di _animali donne_, com’egli stesso le chiamava, bevendo fino a tarda notte vino del Reno e cognac, fremendo, e ruggendo irrequieto come un leone in una gabbia, tanto che i suoi bei capelli si facevano grigi, e le digestioni difficili, e i sonni brevi e convulsi.
Aveva allora trentun anno, ed era sempre bellissimo, nonostante quel regime micidiale di vita: il più bell’uomo del suo tempo, a giudizio della Albrizzi, della Blessington, dello Shelley, del Trelawny, del Moore, dello Scott. La sua testa d’Antinoo era come un bel vaso di alabastro illuminato da interna luce. I suoi occhi grigio azzurri, cangianti come il colore del mare, esprimevano con rapida successione le passioni più opposte, dall’entusiasmo raggiante alla collera concentrata, dall’ardente simpatia del poeta al glaciale disprezzo e all’orgoglio del lord inglese. Il volto di un perfetto profilo era pallido abitualmente, ma di un pallore marmoreo; e su la nobile fronte e sul bellissimo collo spiccavano bruni e folti e naturalmente inanellati i capelli.
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Era destino che si ritrovassero, che si amassero. «Nell’aprile del 1819 — scrive nei suoi _Ricordi_ la giovinetta contessa — io feci la conoscenza di lord Byron. Mi fu presentato a Venezia dalla contessa Benzoni nella di lei società. Questa presentazione, _che ebbe tante conseguente per tutti e due, fu fatta contro la volontà d’entrambi_, e solo per condiscendenza l’abbiamo permessa. Io stanca più che mai quella sera, per le ore tarde che si costuma fare in Venezia, andai con molta ripugnanza, e solo per obbedire al conte Guiccioli, in quella società. Lord Byron che scansava di fare nuove conoscenze, dicendo sempre che aveva interamente rinunziato alle passioni e che non voleva esporsi più alle loro conseguenze, quando la contessa Benzoni lo pregò di volersi far presentare a me, si ricusò dapprima, e solo per compiacenza glielo permise. La nobile e bellissima sua fisonomia, il suono della sua voce, le sue maniere, i mille incanti che lo circondavano, lo rendevano un essere così differente, così superiore a tutti quelli che io avevo sino allora veduti, che non potei a meno di provarne la più profonda impressione.... Da quella sera in poi, in tutti i giorni che mi fermai in Venezia, ci siamo sempre veduti.»
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Veduti ed amati! E la donna in questo amore aveva molto più da perder che l’uomo, socialmente parlando. È vero; ma io non farò su lei nè morali rimpianti nè ipocrite elegie. Essa fu amata sinceramente e passionatamente dal più grande poeta del secolo, giovine e bello, nobile e generoso. Essa fu il solo _vero amore_ di Byron, dopo le prime vaghe sue affezioni d’adolescente. Nel cuore di Aroldo essa non ebbe succeditrici o rivali; vi regnò unica, e non lo cedè che alla Grecia. Qual trionfo per una donna!
Ma, in compenso, essa fece a lui un bene anche più grande, infinitamente più grande. Essa brillò come un’iride su l’uragano di quell’anima, e vi portò la calma, la serenità, la giovanile freschezza. Essa ricompose e acquietò quel cuore esulcerato e agitato, quel cervello minacciato dalla pazzia. Essa rese a Byron il rispetto di sè medesimo, e per lungo tempo la pace e l’armonia della vita. Essa, essa sola, seppe farlo _pianger d’amore_.
Attratta come da una corrente magnetica irresistibile, si gettò nelle braccia di lui coll’entusiasmo dei suoi diciotto anni, colla sincerità del suo cuore verginale. Non si arrese dopo le calcolate strategie delle adultere da romanzo, ma si abbandonò a lui, tremante d’amore vero, come Francesca. Egli si vide innanzi viva e reale la donna de’ suoi sogni, pura, ingenua, passionata. Il cuore di Zuleika e di Medora palpitò ardente negli amplessi del poeta. Essa lo amò non per la gloria del nome, non per lo ambito trionfo di vedere ai suoi piedi il più famoso poeta del tempo, non per la vanità di far parlar di sè tutta Europa, e sapersi invidiata dalle donne più belle; — ma lo amò per lui proprio, lui Giorgio Byron, giovine, bello e infelice. Essa era lontana mille miglia da quel sentimento misto di vanità che fece scriver lettere e intraprender viaggi e minacciare suicidi alle sedicenti innamorate di Goethe e di Rousseau, di Châteaubriand e di Lamartine. Essa fu veramente donna e italiana, cioè sincera e passionata. Ambedue erano infelici, benchè di differente sventura. La vittima innocente consolò l’infelice colpevole; e, agli occhi del mondo, si perde per salvarlo.
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Egli sentì, con fremiti di voluttà e di arcano terrore, che il suo cuore non era morto come credeva, ma che anzi non aveva mai amato così; e si abbandonò a tutto l’incanto di questa passione che presentiva esser l’ultima. Non potè più vivere lontano da lei. Ed essa aveva dovuto lasciare Venezia. «È vano lottare, lasciatemi amare e morire!» E confidava al Po, in versi immortali, il suo amore e i suoi desiderii, chè gli portasse alla sua donna, passando sotto le native sue mura. Andò a Bologna, e là inquieto e solitario, passava lunghe ore fra le tombe della Certosa, ammirando la bellezza delle rose sparse sui marmi, e il semplice affetto di alcune iscrizioni.... Ma la seppe malata a Ravenna, e non potè più resistere, e a costo di comprometterla, vi andò subito. La _pineta e la tomba di Dante_ erano scuse sufficienti al gran pellegrino. Come e quanto egli l’amasse si può ben intendere da queste parole dei _Ricordi manoscritti_ della contessa medesima, citati da Moore, e che dicon tanto nella loro ingenua sincerità romagnola. «Egli giunse a Ravenna nel giorno della solennità del Corpus Domini, mentre io attaccata da una malattia di consunzione, che ebbe principio dalla mia partenza da Venezia, ero vicina a morire. L’arrivo in Ravenna di un forestiere distinto, in un paese così lontano dalle strade che ordinariamente tengono i viaggiatori, era un avvenimento del quale molto si parlava, indagandosene i motivi, che involontariamente poi egli stesso fece conoscere. Perchè avendo egli domandato di me per venire a vedermi, ed essendogli stato risposto _che non potrebbe vedermi più, perchè ero vicina a morire_, egli rispose che in quel caso voleva morire egli pure; la qual cosa essendosi divulgata, si conobbe così l’oggetto del suo viaggio. Il conte Guiccioli visitò lord Byron, avendolo conosciuto in Venezia, e nella speranza che la di lui compagnia potesse distrarmi ed essermi di qualche giovamento nello stato in cui mi trovavo, lo invitò a venire a visitarmi. Il giorno appresso egli venne. Non si potrebbero descrivere le cure, i pensieri delicati, quanto egli fece per me. Per molto tempo egli non ebbe per le mani che dei libri di medicina, poco fidandosi nei miei medici. Ma la tranquillità, anzi la felicità inesprimibile che mi cagionava la sola presenza di lord Byron, migliorarono così rapidamente la mia salute, che entro lo spazio di due mesi ero in convalescenza.»
Fu in quel tempo che Byron le propose di fuggire con lui. Essa non volle: sperava invece ottener presto il divorzio.