Part 2
Una volta installata a corte, e accortisi tutti che questo del re non era un capriccio, ma un legame durevole — che il posto di M.me Pompadour non era più posto vacante, — cominciò intorno alla nuova favorita una gara di codarde adulazioni, tanto più basse quanto più venivan dall’alto. Principi del sangue, e duchi e cardinali e generali e ministri imploravano un suo sorriso d’approvazione. Il re le dà lo spettacolo di grandi riviste militari; e i reggimenti svizzeri di Sonnemberg, i veterani di Nassau, gli ussari di Esterhazy, l’artiglieria reale sfilava dinanzi alla nuova regina del campo, che dal suo splendido _phaéton_ riceveva gli stessi onori militari che si rendevano alle carrozze della famiglia reale. Indi i furori di Choiseul, attizzati dalla sorella duchessa di Grammont. Gli Choiseul organizzarono allora una guerra di canzonette, di _vaudevilles_, di _ponts-neufs_, che non ottenne altro effetto che di infervorare sempre più il re nel suo amore. La _Bourbonnaise_ fu la canzone più in voga:
Quelle merveille Une fille de rien (_bis_) Donne au roi de l’amour, Est à la cour!... Elle est gentille, Elle a les yeux fripons (_bis_) Elle excite avec art Un vieux paillard.... En bonne maison Elle a pris des leçons....
e vi si rifà la storia dei suoi primi anni, e la si chiama la più brava _trotteuse_ di Parigi, perchè, in un salto solo, è andata dal _Pont-Neuf_ a Versailles!...
A una canzone pungente succedevan altre ancor più pungenti.
Vous verrez le doyen des rois Aux genoux d’une comtesse Dont jadis un écu tournois Eût fait votre maîtresse.
E questi versi, veramente terribili, all’indirizzo dei principi del sangue:
Les seuls honneurs que ce tripot s’arrache C’est le matin de voir en cotillon La Dubarri qui rit, et sur eux crache. Au Champ de Mars donnez-moi le panache, Lui dit le Borgne, en baisant son jupon. Philippe dit: pour moi, j’aime cette vache.
Che più? Voltaire, a istigazione di casa Choiseul, scrisse l’atroce satira: _L’apothéose du roi Pétaut_, dove l’insulto colpisce, egualmente e giustamente, re e favorita:
Qui dans Paris ne connut ses appas? Du laquais au marquis, chacun se souvient d’elle....
Eppure — o debolezza dei filosofi, o onnipotenza della bellezza! — pochi anni dopo, lo stesso Voltaire faceva la sua corte alla Du Barry, e componeva versi galanti per lei, e scriveva sotto un suo ritratto:
L’original était fait pour les Dieux.
D’altra parte, D’Aguillon e Richelieu e Maupeou e Terray le facevano lunghe prediche politiche che l’annoiavano mortalmente, esigendo da lei la recita di una commedia che ripugnava alla sua natura popolana e sincera. «Ma perchè, rispose una sera a D’Aguillon, volete che io odii tanto Choiseul e ne procuri la rovina, se ad onta delle sue infami canzonette, non mi è antepatico?» Ma tanto dissero e tanto fecero, che essa si accinse con impegno a ottenere dal re la dimissione e l’esilio del ministro. Ricorse a dei mezzi tutti femminini, a degli strattagemmi da scolare. Si faceva trovare dal re palleggiando due arance, e le faceva passare da una mano all’altra, dicendo fra le risa: «Salta, Choiseul! Salta, Praslin!» E poi guardava il re in silenzio e pareva implorare una grazia, con quei suoi occhi semichiusi, «pietosi a riguardare, a muover parchi.» Un bel giorno fece appendere alla parete della sua camera il ritratto di Carlo I del Van Dyck. E al vecchio re, già impaurito da falsi rapporti, diceva e ripeteva: «_La France_, (così essa chiamava Luigi XV, con una familiarità che fa presentire l’89 e il 93) _la France_, guarda bene quel ritratto! Il Parlamento di Choiseul farà tagliare la testa anche a te!» Sciagurata, chi ti avrebbe allora detto che il successore del re a cui parlavi sarebbe stato decapitato davvero, e che la tua bella bionda testa sarebbe rotolata nello stesso paniere?
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Essa ottenne la caduta e l’esilio di Choiseul, che fu compensato abbastanza dai pubblici segni di stima che gli vennero da tutta la Francia. Il rinvio di Choiseul non bastava al partito dei _santi_, e la povera donna era tormentata per ore ed ore, onde piegasse il volere del re ad atti spesso funesti al paese e sempre impopolari. Ma appena essa si vide affatto sicura del suo dominio, cominciò a far capire che non voleva più seccature: e a chi le parlava di politica, rispondeva con questioni di mode. E quando dopo un’ora di catechismo su casa d’Austria, equilibrio, Parlamenti, Chiesa e Stato, essa sbadigliando si addormentava, la sola voce che potesse riscuoterla da quel profondo letargo, era quella di Normand o della Bertin, che veniva a provarle _une belle robe, fond satin blanc, rayé lamé plissé d’or, formant des ondes avec guirlandes et bouquets de rubis;_ o _une robe sur le panier_, o _une robe sur la considération_, o _une robe de toilette_, o _un grand habit en velours blanc, au corps rebrodé en paillons et paillettes, le tout très-riche...._ Allora non rideva e non sbadigliava più: le mode erano i suoi affari di stato, e un _pouf_ o una _polonaise_, cosa per lei assai più seria dell’_equilibrio europeo_. E come la vita di M.me Pompadour fu una vita di affari, di negoziati, d’intrighi politici, una continua relazione con segretari di Stato e ambasciatori; insomma, un vero esercizio del regio potere; la vita della Du Barry, toltane la breve lotta con Choiseul, a cui repugnante la costrinsero, non è altro che l’esistenza di una favorita d’alto grado. La sua vita è un sogno insensato di stravaganze di lusso. I mercanti di stoffe erano i suoi ambasciatori: i gioiellieri erano i suoi ministri. Gli riceveva al suo _petit lever_ prima dei duchi e dei principi. L’esame delle _fanfioles_ alla moda era la sua preghiera del mattino....
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Alla Biblioteca Nazionale di Parigi si conservano quattro grossi volumi di fatture e di conti di M.me Du Barry. Le cifre sono spaventose.... Abiti che costano dieci e dodicimila lire (equivalenti oggi a trentamila). I conti dei gioiellieri sommano a milioni. Un paio di buccole 500,000 franchi. Nella sua sfrenata fantasia di cortigiana, voleva persino una toelette _tutta d’oro!_... La _fille_ di Vaucouleurs badava più al valore intrinseco della materia che al lavoro. La Pompadour era stata una intelligente protettrice di belle arti, e artista lei stessa: la Du Barry non seppe mai, o quasi mai, _scegliere_; e artisti di terzo e quarto ordine furono i preferiti a ritrarla in marmo e in tela, a fregiare di bronzi e ceselli i suoi _boudoirs_. A lei bastava di vedere oro e diamanti, e che l’oggetto costasse molto. Costa tanto, diceva, dunque deve esser bello!... Essa restò sempre lontana dalla vera finezza aristocratica; ma compensò questo difetto con una sincerità e naturalezza popolana, che la rendon quasi simpatica in quella corte di ipocriti. Presente il re e le dame, essa fa rappresentare a Lucienne _La vérité dans le vin_, commedia più che _grivoise_ di Collé; e la fa rappresentare dai suoi amici i commedianti del _Boulevard du Temple_. Essa balla, e fa ballare a vecchi duchi e a giovani marchese, la _fricassée_, sorella primogenita del _cancan_. Beve il _punch_ e il _grog_, e rimette nel bol il cucchiaio di cui si è servita; e a una timida osservazione del re risponde: «_Oui, la France, je veux que tout le monde boive mon crachat!_» Ombre della Vallière, della Sévigné, della Montespan, se le ombre arrossiscono, dovete in quel momento aver fatto il viso di bragia!... La Du Barry ruppe tutte le leggi dell’etichetta, e anche del decoro, nei palazzi reali. Vestiva sempre a modo suo (e troppo spesso non vestiva affatto), anche in ore di cerimonie solenni.... Fece sempre il suo comodo, come in casa della Duquesnoy. Essa portò a Versailles i modi e il linguaggio delle pescivendole, e la sua condotta giornaliera fu per sei anni un continuo schiaffo alla monarchia. Essa annunzia addirittura la Rivoluzione!
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Da quando la Du Barry ebbe ricevuto l’ultimo addio e la carezza ultima dalla mano già purulenta del re che morìa di vaiuolo, da quando, esiliata da corte, fu tenuta a domicilio coatto in un convento, e resale poi la libertà e i beni, si ritirò nel suo delizioso casino di Lucienne, accade come una trasfigurazione in lei: tutti i suoi difetti scemano e si eclissano, e le sue buone doti spiccano in più viva luce. Essa era naturalmente buona e compassionevole. Lo provò ora nei giorni della disgrazia, soccorrendo tutti i poveri che in quelle annate di freddi intensi e di carestia ricorrevano a lei. E gli soccorreva in persona, e vegliò e assistè con cure filiali due povere vecchie di Lucienne abbandonate da tutti, nell’ultimo squallore. Essa provò anche, la prima volta in vita sua, una vera passione: e le sue lettere a lord Seymour hanno tale delicatezza e gentilezza di affetto, che se non fosser accertate per sue dalla scrittura, dalla firma e dall’ortografia sempre sbagliata, non si crederebber davvero parole e sentimenti di una favorita. Forse la morte vicina, e qual morte! illuminava di un raggio anticipato questa già ridente figura, e le dava un carattere di presaga malinconia. Durante la Rivoluzione, essa non ebbe (e anche questo la rende simpatica e le fa onore) nessuna prudenza, e non commise nessuna viltà. Non volle nasconder mai i ritratti di Luigi XV. E a Maria Antonietta che le si era sempre mostrata disprezzante, altera, e apertamente nemica, ora nei giorni della suprema sventura, indirizzò con suo sommo pericolo, questa lettera che basterebbe a farle perdonare ben più gravi colpe di quelle da lei commesse:
«_Lucienne_ est à vous, madame.... Tout ce que je possède me vient de la famille royale: j’ai trop de reconnaissance pour l’oublier jamais. Le feu roi, par une sorte de pressentiment, me força d’accepter mille objets précieux, avant de m’éloigner de sa personne. J’ai eu l’honneur de vous adresser ce trésor du temps des Notables; je vous l’offre encore, madame, avec empressement.
«Permettez, je vous en conjure, que je rende à César ce qui est à César.»
Nei giorni del _Terrore_, essa trovavasi a Londra. Un furto enorme di diamanti che le fu fatto, e i pubblici annunzi e il rumore che ne corse, rimisero in evidenza colei che Fouquier, mostrandosi cattivo critico quanto era crudele uomo, chiamò l’_Aspasia_ del vecchio Sardanapalo. Essa ebbe l’imprudenza di tornare a Lucienne. Un miserabile negro regalatole nel 71 dal principe di Conti, che lo avea comprato a Costantinopoli, Zamore, che essa aveva trattato sempre _anche troppo_ bene, fu la spia, l’accusatore principale di lei al Comitato di salute pubblica. La infelice donna fu arrestata, condotta a Santa Pelagia, poi alla _Conciergerie_, e processata il 16 frimaio 1793.
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Ma in quei giorni sinistri, quando, morti i Girondini, morto Danton, Robespierre in parte esautorato, in parte complice di inaudite barbarie, il potere era caduto di fatto nelle codarde e sanguinose mani dei Fouquier, dei Collot, dei Barère, dei Lebon, dei Carrier, in quegli orribili giorni in cui si ghigliottinavano senza processo, o si gettavano nelle ghiacciaie, o si tagliavano a pezzi, o si legavano nudi in cima agli alberi delle navi e vi si lasciavan morire, vecchi e fanciulle, malati e donne incinte, non rei d’altro che di essere parenti alla lontana di un conte o di un vescovo, o di avere espresso un dubbio sugli _assignati_, o di aver sentito parlare di un discorso di Burke, o di avere addosso una medaglia, quando le carrettate di vittime illustri e innocenti si succedevano senza interruzione per la tragica _via della ghigliottina_ a Parigi; mentre i proconsoli del Comitato facevan di Lione un deserto, in quei lugubri giorni, era egli possibile che sfuggisse alla morte la druda di un re, di un Borbone, di un Luigi XV?
Disgraziata creatura! È già un miracolo se si fa precedere la tua morte da un simulacro di legalità. Fra i tuoi giudici, fra i testimoni, fra i giurati, non vedo che dei carnefici. Vi è l’infame Zamore, vi è Salenave e Topino e Vilatte e Saubat.... La requisitoria è declamata da Fouquier-Tinville. Ma se qualche cosa, o disgraziata, potrà rialzare il tuo nome, è senza dubbio l’abiettezza di questo tuo giudice. Le mani che si bagnano ora nel tuo sangue, sono inzuppate del più generoso sangue di Francia. Tu hai l’alto onore di essere uccisa dal carnefice dei Girondini, dall’insultatore di madama Roland, dall’assassino di Danton.
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Durante il processo, la Du Barry fu calma e nobile. Condannata a morte, tentò prima di salvare una sua amica egualmente condannata, la duchessa di Mortemart. Ma poi, tutto ad un tratto, fu assalita da una paura di bambina, e come se allora per la prima volta avesse sentito parlar di morte e di ghigliottina, cominciò a urlar disperata.... Non voleva morire! Messa a forza sulla carretta fatale, essa implorava la folla insultatrice per via: «_Mes amis.... sauvez-moi! je n’ai jamais fait de mal à personne.... La vie, la vie! qu’on me laisse la vie, et je donne tous mes biens à la nation._...» E un _sans-culotte_ le rispose: «_Tes biens! mais tu ne donnes à la nation que ce qui lui appartient déjà._...» Essa tacque un momento, e parve calmarsi. Ma salendo il palco, fu ripresa da nuove convulsioni di terrore. Urlava, supplicava, si dibatteva: «_Encore une minute, monsieur le bourreau, encore une minute!_» e sotto il ferro stesso della ghigliottina: «_A moi, à moi!_» come donna assassinata che chiede aiuto....
Corrotta dall’infanzia, vissuta poi sempre fra i velluti e i diamanti, senza aver mai sentito parlare di ciò che eleva e sostiene l’anima umana, senza la forza di una idea, di un principio, di un dovere, è naturale che l’apparecchio di una morte violenta eccitasse in lei quel parossismo di _fisico_ terrore.
Da questo straziante spettacolo di paura e di convulsioni, il pensiero si rivolge e si ferma volentieri a contemplare la morte intrepidamente affrontata in quel tempo stesso da donne egualmente delicate, ma sostenute da una grande idea o da un grande affetto. Madama Roland, serena, bianco-vestita, coi bei capelli disciolti che scendono in doppia lista sull’eroico suo petto, conforta i suoi compagni di supplizio, e infonde loro il suo virile coraggio, e chiede una penna (che le è negata) per scrivere «gli strani e grandi pensieri che le suggerisce la morte.» Madama Roland credeva ed amava.
Ma chi potrà fare colpa alla povera Du Barry della sua paura in faccia alla ghigliottina, conoscendo il suo carattere e i suoi precedenti? Essa m’ispira in quel momento più pietà che disprezzo. Comunque sia, a me pare di non giudicarla con eccessiva indulgenza, chiamandola la più naturalmente buona e sincera tra le favorite dei re di Francia.
SOFIA ARNOULD
La madre era stata amica di Voltaire, di Diderot, del cardinal di Bernis. La figlia nata nel 1740 nella stessa casa dove due secoli innanzi era stato assassinato Coligny, fu allattata come Cloe da una capra; e a cinque anni ceduta alla principessa di Conti, che arrivata a una certa età, disoccupata, annoiata, prese la piccola Sofia come un balocco o come un cagnolino, e si divertiva a vestirla secondo le mode più capricciose, la teneva sulle ginocchia, la portava in carrozza con sè, le insegnava a suonar la spinetta, a ballare, a cantare.
A dodici anni, ebbe a maestro di musica il celebre Jéliote, e un giorno che essa cantò il _Miserere_ di Lalande nella chiesa di Panthémont, eccitò un vero entusiasmo. La fama della sua voce arrivò fino all’orecchio della regina Maria Leckzinska, che volle veder la giovinetta _virtuosa_, la fece cantare, ne fu intenerita fino alle lacrime, le battè sulla gota col suo gran ventaglio di piume, e le fece dare un gelato....
Ma dietro al gelato della regina di nome, venne un biglietto della regina di fatto, madame De Pompadour, che invitava le Arnould, madre e figlia, a presentarsi a lei. Nuovi canti, nuovi complimenti, regalo di una collana e di un rosignolo (_sweet_ to _sweet!_) e inscrizione di Sofia tra le cantanti di camera di Sua Maestà la Regina. Un anno dopo, era _attachée_, per ordine espresso del re, _à la musique de Sa Majesté_; e particolarmente al suo teatro dell’_Opéra_.
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Aveva sedici anni: un corpo di fata, una voce di rosignolo. Gracile, ma ben fatta, il volto di un perfetto ovale; due grandi occhi neri chiedenti pietà o provocanti; magnifici capelli biondi; una bocca socchiusa abitualmente a un sorriso di voluttà, fresca come una rosa di maggio, dalla quale uscivano irresistibili le note languenti dell’amore, o le supplichevoli della preghiera, o le flebili del dolore. Il carattere e il prestigio della sua bellezza consisteva nella voluttuosa armonia, nella delicata sveltezza della persona. Nulla in lei di grossolano, di materiale; ma invece il vero carattere della bellezza moderna, la grazia, la spiritualità della _fisonomia_, l’incanto del sorriso, dello sguardo, che uniti alla magia della voce la rendevano irresistibile....
E tutti i contemporanei sono d’accordo nel lodarne la bellezza e la voce, tutti i contemporanei, e quel che più vale, tutte _le contemporanee_. Per molti anni, la sua grazia seppe disarmare l’invidia. Non ci fu che un giornale, una _Cronaca Bizantina_ del 1760, che ardì notare che «_elle a souvent la bouche pleine de salive, ce qui fait qu’en vous parlant, elle vous envoie la crême de son discours...._»
Oh, i Bizantini!...
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Esordì il 15 dicembre 1757. Attirata dalla sua fama, la folla assediava il teatro. «_Je doute_, scrive un contemporaneo, _que l’on se donne autant de peine pour entrer en Paradis_.» Garrick dichiarava che la sola attrice francese che gli parlasse agli occhi e al cuore, era una cantante, Sofia Arnould. Essa portò nella sua arte un elemento nuovo e che fu una vera rivoluzione; l’emozione sincera, l’azione drammatica naturale, il cuore nel canto. E quando modulava le divine note di Gluck
Je ne veux pas mourir encore,
una elettrica commozione percorreva tutto l’uditorio.... ed era un delirio di applausi.
La sua voce non era forte, ma dolcissima e simpatica. Era una voce che si prestava mirabilmente alle parti che rappresentava: _Psiche_, _Lavinia_, _Ifigenia_ morente trascinata agli altari e implorante gli Dei.... Una voce palpitante, una _voce-anima_, e che i nemici del sentimento, i naturalisti di cento anni fa, tentarono di censurare con questa mordace definizione dell’abate Galiani: «_C’est le plus bel asthme que j’ai entendu chanter._»
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In casa della fortunata Sofia era venuto ad abitare in pensione un tale E. Dorval. Faceva vita da gran signore. Era bello, era giovine. Una sera, dopo aver giocato a _tric-trac_ col padre di Sofia, dà la buona notte e si ritira in camera. Ma in camera sua, palpitante, incerta ancora, piangente, disperata e felice, lo aspettava Sofia. Un bacio lungo, ardente.... e poi, in punta di piedi, traversano un terribile andito, aprono, e non richiudono, l’uscio delle scale.... e via in una vettura che aspettava lì vicino da qualche ora....
Monsieur Dorval era il _conte_ Louis De Brancas.... coniugato! Scoperta che fa svenire Sofia. Ma si riebbe presto. La moglie del conte era malata, egli promette di sposar Sofia appena rimanga vedovo.... e i signori Arnould già pregustano la voluttà di esser i genitori della nuova _comtesse De Brancas_.
E Sofia?
Ah, Sofia era donna, ma era anche artista, fiera, capricciosa, passionata, intollerante di umiliazioni e di freno. E com’era scappata dalla casa paterna, riscappò dalla casa dell’amante. «Gli uomini non sono che dei mostri egoisti (scriveva a un’amica) non voglio amare d’ora innanzi che il teatro e la musica.» E a chi, molti anni dopo, le chiedeva notizie di quel suo primo amore, rispondeva così: «Non mi parlate più di quell’uomo: mi ha dato due milioni di baci, e mi ha fatto versare quattro milioni di lacrime.»
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La _Festa di Pafo, Proserpina, Polissena, Alina, Ifigenia in Aulide_, son l’opere nelle quali fece furore. Le stampe dell’epoca ce la raffigurano vestita di veli d’argento, col tragico fazzoletto in mano, con un enorme _échafaudage_ in testa, con un manto tigrato sulla spalla destra, e con due grandi macchie di rossetto sulle gote. Eppure, e nonostante, essa ci appare sempre simpatica, e ci sorride come una soave figura contemporanea.
E badate, bisogna proprio che quelli occhi e quel sorriso sian magici, per farcela apparir bella e simpatica con quelle _coiffures_ con quei _paniers_, con quei _caraco_, con quelle _considérations_.... O mode del 1770, o deliri del gusto, o epopee del capriccio! È l’epoca in cui la duchessa di Chartres nella colossale architettura dei suoi capelli, nel suo _pouf au sentiment_, portava un ritratto, un pappagallo, un mazzo di ciliegie, un negro, un cagnolino, e una nave a vele spiegate.... è l’epoca in cui nella _coiffure à la circonstance_ le donne eleganti avevano in testa un cipresso, un fascio di grano e un giardino; e in quella alla _inoculation_ (ricordo dell’innesto del vaiolo), un serpente, un sole levante e due olivi. È l’epoca in cui la marchesa di Boufflers reggeva in capo un _mappamondo_ che disegnava esattamente sui suoi capelli le cinque parti del mondo; e in cui la contessa di Lamballe scoteva lo _Zodiaco_ fra le sue belle chiome, e portava in testa il sole, la luna e le stelle....
È l’epoca in cui le donne galanti somigliavano a delle acquaiole che abbian due secchie d’acqua sotto le sottane; in cui i _paniers_ e le _crinolines_ davano tali circonferenze alle signore, da render necessario che per ogni dama fosser destinate tre sedie....
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Sofia Arnould, superba della sua voce e regina del palco, aveva degli alteri dispregi per la povera orchestra, la quale nel suo antro pendeva dai cenni imperiosi e dai capricci della _virtuosa_.
«Che vuol dir ciò, signor mio? mi pare che vi sia una vera ribellione stasera nella vostra orchestra....»
«Ma come, madamigella?...»
«La vostra orchestra m’imbroglia e mi impedisce di cantare.»
«Tuttavia, madamigella, noi andiamo a tempo e in misura....»
«In _misura_? non so che roba sia.... Animo! via, tenete dietro a me, e sappiate che la vostra sinfonia è l’umilissima serva dell’attrice che canta e declama.»
E si rimise a cantare.
In questo dialogo che una sera ebbe luogo davvero fra Sofia e il direttore d’orchestra, non vi par di sentire una protesta profetica in favore del puro _canto_, contro le future rivoluzioni musicali? contro il predominio (e talvolta la tirannia) della _strumentazione_?
Trionfante, senza rivali per venti anni, ebbe ai suoi piedi adoratori di ogni ordine e di ogni qualità, dal duca al tenore, dall’ambasciatore al sottotenente. E i molti doni l’avrebbero arricchita, se la sua prodigalità non fosse stata eguale alla sua fortuna. Ho detto che l’avrebbero arricchita i regali, la paga no davvero; perchè questa Malibran del secolo XVIII guadagnò meno in dieci anni che la Patti in _una settimana_. Sofia Arnould era scritturata a lire _tremila_ l’anno, e la più lauta gratificazione che ricevè dall’impresa dell’_Opéra_ fu di un migliaio di lire. Oggi si dà più a una corista!
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Conservar lo scettro della moda a Parigi per venti anni, fu un vero miracolo. E l’ostracismo era inevitabile, e venne. Sofia non ebbe nè la presenza di spirito, nè il coraggio, nè la filosofia di ritirarsi a tempo, e farsi rammentare e desiderare. Prese il partito peggiore, quello cioè di lottare col pubblico, sempre crudele e spietato, e sempre vincitore. Ebbe l’umiliazione di vedersi preferita Rosalia Levasseur, una sua allieva; e di veder Gluck, il gran maestro, dichiararsi (ingrato!) per la sua rivale. Ahimè, la Moda è come la Rivoluzione e come Saturno; essa divora i propri figliuoli.... Una sera d’estate che Sofia prendeva il fresco nel giardino del _Palais-Royal_, dei giovinetti le canticchiaron dietro sul motivo dell’_Alceste_:
_Caron t’appelle.... entends sa voix!_