Medaglioni

Part 1

Chapter 13,602 wordsPublic domain

ENRICO NENCIONI

MEDAGLIONI

_La Pompadour_ _La Du Barry — Sofia Arnould_ _Julie-Marianne — Giulia Lespinasse_ _La baronessa Di Krüdener_ _La contessa Guiccioli_ _Elisabetta Barrett Browning_ _La signora Carlyle_ _Rachel_

I.º MIGLIAIO

ROMA CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C. _3, Via due Macelli, 3_ 1883

PROPRIETÀ LETTERARIA

405 — Firenze, Tipografia dell’Arte della Stampa — 1883

PREFAZIONE

Occupato da varî anni a studiare e ritrarre il carattere e la fisonomia artistica dei più notevoli moderni scrittori stranieri, mi è stato, ogni tanto, grato riposo e sollievo, il fermarmi a disegnare un profilo o a colorire un ritratto di donna: dieci dei quali studi raccolgo oggi in questo volumetto.

Dalla nobile e casta figura di sposa della signora Carlyle, alla grazia birichina di Sofia Arnould — dall’entusiasmo lirico di Elisabetta Barrett Browning, ai capricci galanti della Du Barry — dalla passione incurabile della Lespinasse, ai freddi calcoli della Pompadour — dall’atteggiamento tragico della Rachel alla schietta naturalezza della contessa Guiccioli — questa piccola collana di _Medaglioni_ offre alcuni dei tipi femminili più caratteristici, e perciò più degni di attenzione e di studio.

Ma vedendo ora qui tutt’e dieci queste donne raccolte a domicilio coatto nello stesso volume, provo un sentimento curioso. Mi par che si lagnino di trovarsi riunite insieme, come in un medesimo salotto, da un padron di casa imprudente o malizioso....

La puritana Carlyle guarda d’alto in basso la povera Sofia Arnould, che però non si sconcerta nè si sgomenta, e sogghignando sventola con un enorme ventaglio di piume la sua _coiffure à la circonstance_. La Browning si avvicina, piena di simpatia e di ansietà, alla pallida Lespinasse, e ragionano insieme di amorose passioni e citano il nome della Lesbia fanciulla. Ma la Du Barry si allontana, seccata, dicendo col suo vezzoso _zezaiement_ di monella parigina: _ze ne sais pas ce que c’est; ze n’y entends rien_.... La piccola e magra Rachel volge il suo nero e profondo sguardo ebraico con aria di superbo dispregio sulla Pompadour incipriata e voluttuosamente sdraiata in una _chaise-longue_. La bionda baronessa di Krüdener, dopo avere lungamente e inutilmente parlato di morale cristiana e di estasi mistiche alla contessa Guiccioli, che l’ascolta distratta ripensando a lord Byron, si ravvolge, mortificata, nella sua grande sciarpa di mussolina azzurra, e solleva al cielo i suoi occhi di sonnambula illuminati da un pallido raggio di sole polare.

Insomma, a eccezione di due, tutte queste amabili creature sarebbero disposte a odiarsi e a evitarsi. Ma ormai le ho messe qui insieme — e insieme staranno.

Se fanno un po’ di chiasso, non sarà male. Mostreranno così di esser donne vive e vere, e non fantocci ripieni di stoppa, e che si somigliano tutti.

Firenze, 15 aprile del 1883.

ENRICO NENCIONI.

LA POMPADOUR

Aveva appena nove anni quando le fu predetto che sarebbe stata la favorita del re di Francia. La madre, corrotta e galante, diceva di lei ancor giovinetta, ed in sua presenza: _È un boccone da re._ La natura le aveva dato l’istinto della seduzione, il gusto innato della _toelette_, il sentimento e l’amore dell’arte, una diabolica vivacità parigina, l’orrore della noia, una grazia ineffabile ed una rara bellezza: fisonomia espressiva, simpatica; occhi di un colore misterioso, indefinibile, cupo-azzurri, dagli sguardi lenti, irresistibili; magnifici capelli castagni; denti ammirabili; un sorriso rallegrante su due labbra voluttuose di un roseo pallido. Jeliotte, il famoso Jeliotte, le aveva insegnato il canto ed il cembalo; Guidaubert, il re dei ballerini, la danza; Crébillon, la declamazione. Disegnava, dipingeva, incideva. Cantava con passione, recitava con brio. E quando da madamigella Poisson (ignobile nome che doveva avvelenare i trionfi della futura marchesa, e seppellire per anni ed anni nelle tenebre della Bastiglia quegli infelici che lo ripeterono in velenosi _couplets_) essa diventò madame d’Etioles, grazie alle savie precauzioni della previdente _maman_, tutte quelle armi d’Armida furono adoprate per attirare, arrestare, incatenare il _cristianissimo_ e annoiatissimo re di Francia.

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Nella foresta di Senart, ritrovo delle cacce reali, madame D’Etioles, vestita di raso azzurro, mollemente sdraiata in un _phaéton_ color di rosa, si offerse più volte agli sguardi di Luigi XV, passando e ripassando fra i cavalli e i cani da caccia del re come una Diana sorridente e affascinatrice.... Una sera di carnevale, al ballo per le nozze del Delfino, un grazioso _domino_, dopo aver lungamente _intrigato_ il re, sollevò la maschera e lasciò cadere il fazzoletto. Il re, riconosciuta la misteriosa Diana, raccolse il fazzoletto e lo lanciò ridendo dietro a lei che fuggiva. Poche sere dopo, ella abitava al piccolo _entre-sol_ sulla camera stessa del re, trepidando, simulando terrori per le gelosie del marito, giurando di aver sempre amato e amare in Luigi l’uomo e non il monarca, sorridente e piangente, insomma una vera _salsa-piccante_ per l’ottuso palato del monarca libertino e annoiato. E che! dicevano i Condé, i Richelieu, questa borghese, questa _robine qui n’est pas née_ sarà di fatto la regina di Francia? Pur troppo: egli, che a far dispetti c’ingrassava, la fa _nascere_ a modo suo, la mette pubblicamente sotto la sua protezione, la onora, le dà palazzi e titolo, vuole che sia da tutti rispettata la sua scelta sovrana, che tutti pieghino il ginocchio dinanzi alla favorita, da lui creata _marchesa di Pompadour_. E così fu fatto....

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Fu come un risveglio generale, un destarsi da un lungo sonno in quella corte di annoiati. Tutti, dal re al maggiordomo, vivevano nell’aria mefitica del freddo libertinaggio, della stanchezza, della noia. «La improba invitta necessità di consumar la vita» era la _tortura_ di quei languenti: la Pompadour aprì una corrente d’aria vivificante in quel limbo. Capì che per mantenersi arbitra del cuore di Luigi, bisognava distrarlo continuamente, tener sempre desta e sempre appagata la sua curiosità. La delicatezza e la varietà nei piaceri, la seduzione delle sorprese, un rinnovamento continuo di _toelette_, di passatempi, resero il gusto della vita a quei moribondi. Il capriccio diventò la legge di corte, ed essa trasportava corte e re da Versailles a Crécy, da Crécy a Bellevue, da Bellevue a Fontainebleau, con rapidi viaggi e brevi soggiorni, inventando nuovi divertimenti in ogni nuova dimora. Il _teatro dei piccoli appartamenti_ fu sua invenzione, e fu il vero teatro dei suoi primi trionfi. Il re assisteva a tutte le rappresentazioni. Il fiore della nobiltà componeva il _parterre_. La Vallière, De Nivernois, De Croissy recitavano con madama di Pompadour. Il re si divertiva, rideva, applaudiva; e una sera, incantato dalla magia della voce e del sorriso di lei, le disse con accento di sincera ammirazione: «Vous êtes la plus charmante femme qu’il y ait en France.» E poteva dirlo davvero, abbagliato dalle continue metamorfosi di quella sirena. Cantando e recitando, essa sfoggiava nel suo vestiario le più graziose fantasie della moda, che spesso erano creazioni improvvisate dal suo gusto parigino. Ora appariva in costume di pastorella, con abito di _taffetas_ bianco guarnito di nastri azzurri (l’azzurro era il colore preferito dalla marchesa) o colla veste procace color rosa di Colin; ora da sultana splendida di _cachemires_ e di gemme, visione abbagliante; ora da bella giardiniera, con un largo cappello di paglia dai nastri celesti, con un vestito bianco ornato di roselline, e un canestro di giacinti al braccio....

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Quale contrasto con la vita uniforme, regolare, monastica, della povera regina Maria Leczinska! Alle torture della gelosia, alle lacrime ardenti fattele versare dalla Nesle, dalla Châteauroux, era successa in quella anima nobile e delicata, una cristiana rassegnazione, una immolazione completa. Quali agonie non le aveva inflitto quel codardissimo fra tutti i re! L’aveva ridotta a tale che essa scriveva alla duchessa di Luynes: «Non mi son concessi nemmeno i più innocenti piaceri della vita.» Quando Luigi si ammalò a Metz, e fu in pericolo, e licenziò la Châteauroux, essa era accorsa al suo letto, apportandogli intero il suo perdono e il suo amore. La conversione durò _due settimane_.... La regina dovè ripartire, la favorita tornò gloriosa e trionfante. Fu l’ultima mortificazione che trafiggesse quel nobile cuore. Essa lo elevò al cielo, e lo rese invulnerabile. Ma la sua vita ordinata ed ascetica era soggetto di scherni continui in quella corte corrotta. Fino le sue cameriere si prendevano con lei delle libertà che non avrebbero osato con una semplice dama. Quando la favorita Châteauroux morì improvvisamente, la buona regina che credeva agli spiriti, chiamò di notte una sua cameriera, e le disse: «Dio mio, se quella povera Châteauroux mi apparisse! mi par sempre di vederla!» — «Eh, madama, rispose la cameriera stizzita d’essere stata svegliata, se quella signora tornasse stanotte in questo mondo, non sarebbe Vostra Maestà che riceverebbe la sua prima visita.» I cortigiani e le dame che dovevano per cerimonia esser presenti al suo pranzo, alle sue passeggiate, lo riguardavano come una vera _corvée_, e regnava un silenzio glaciale. Il Casanova ci ha descritto un pranzo della regina a cui fu presente; durante tutto il quale, la conversazione si ridusse a questo dialogo veramente spartano: «Monsieur de Lowendal!» — «Madame!» — «Je crois que ce ragoût est une fricassée de poulets.» — «Je suis de cet avis, madame.»

Uno dei pochi meriti (dico merito in senso puramente relativo) della nuova favorita fu il suo delicato contegno in presenza della regina. Le parlò sempre in atto di suddita, in tono di ossequio, non permise mai che si facesse con lei la minima allusione irriverente alla povera tradita. E questo sentimento, in donna pervertita dalla propria madre, e corrotta fin dall’infanzia, fu pur qualche cosa; e dobbiamo tenergliene conto.

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L’antica mademoiselle Poisson tornava ogni tanto a far capolino nella nuova marchesa: la borghese si lasciava scappare delle parole, delle espressioni, che erano malignamente sottolineate dalle vere dame. Un giorno dirà, per esempio, _qu’on m’ôte cet engin de devant moi_, a proposito di un cugino con cui era in collera; un altro, chiamerà madame di Amblimont _mon torchon_. Son noti i due versi che Voltaire le improvvisò all’orecchio quando, pranzando con lei, le sentì chiamar _grassouillette_ una quaglia:

_Grassouillette, entre nous, me semble un peu caillette_, _Je vous le dis tout bas, belle Pompadourette._

Adagio adagio, seppe imporsi a tutti e trionfare temuta. Ma quali terrori continui, quanti sospetti, quante cure, quante fatiche morali, quanti fisici strapazzi, per mantenersi trionfante! Altre celebri favorite ebbero da fare con reali amanti o spensierati, o generosi, o passionati: essa invece doveva lottare col più calcolato egoismo, col cuore più arido e morto, simulare e dissimulare, occuparsi, per propria difesa, della politica, per la quale non era fatta, lei nata artista, e illuminare spesso col suo buon senso borghese le ottuse intelligenze degli uomini di Stato che governavano allora la povera Francia.... Poi venivano le torture dei sospetti, delle gelosie; vedeva per tutto una rivale, sentiva già gli insulti che la fulminerebbero se cadeva dal suo piedistallo. Come riderebbero le Coislin, le D’Argenson!... Poi si spaventava del suo freddo temperamento, temeva che il re libertino si disgustasse di lei, ricorreva a filtri micidiali, a erbe assassine, e si rovinava la salute irreparabilmente per vincere le sue _froideurs de macreuse_ come lui le chiamava....

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La vera gloria della Pompadour, — sua gloria e sua scusa — è il vivo e costante amore per l’arte e le lettere, la sua ammirazione, la sua intelligente e affettuosa protezione dei più insigni artisti e scrittori contemporanei. Voltaire, D’Alembert, Diderot, Montesquieu, Duclos, Crébillon, ebbero ripetute occasioni di esserle riconoscenti. Tentò ogni modo di beneficare Jean-Jacques: ma egli, il solo filosofo di buona fede tra quei mondani filosofi, evitò i beneficii. Si studiava di eccitare nel re la nobile ambizione di protettore dei grandi contemporanei, gli rammentava gli esempi di Augusto, di Francesco I, di Luigi XIV.... Fiato sprecato. Egli la guardava col suo inerte vitreo occhio di pesce, e sorridendo col suo glaciale sorriso di vecchio libertino, le rispondeva: «Vorreste che gli invitassi tutti a pranzo con me?» E ne citava i nomi, e li contava e concludeva: «A dar retta a voi, _tout cela_ cenerebbe ogni sera con me....» — «Ah, _tout cela_, Sire, non fu invitato a cena da voi,» ma essa era istintivamente con loro. «Dans le fond de son cœur, elle était des nôtres,» scriveva Voltaire a Duclos. Nell’_entre-sol_ della marchesa a Versailles, si riunivano e discutevano colla massima libertà economisti ed enciclopedisti. Vi pranzavano spesso Diderot, Quesnay, Helvétius, Turgot; e _tout cela_ analizzava i mali, prevedeva le tempeste e faceva dire alla Pompadour le memorabili parole, a torto attribuite ad altri: _Après moi, le déluge!_

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Le belle arti non solo furon protette da lei, ma riceverono l’impronta caratteristica del suo gusto elegante e decorativo. Ed era artista lei stessa. Le sue _acque forti_ sono anche oggi pregiate e ammirate. I resti della sua famosa biblioteca sono ricercati avidamente dai bibliofili. Stampò, o aiutò a stampare, con le delicate sue mani, a Versailles, una tragedia del gran Corneille. La manifattura di Sèvres dovette a lei unicamente se le sue porcellane poterono gareggiare con le meraviglie del Giappone. In questi _servizi_ di Sèvres, il _genere Pompadour_ brilla di una grazia e di una eleganza uniche. Protesse Vanloo, protesse Cochin, beneficò costantemente Boucher. A lei si deve l’_Amore_ di Bouchardon, insigne capolavoro, a lei le pietre incise di Gai. E tutte le grazie, tutto il gusto dell’epoca sembran derivare da lei. Protesse le arti e gli artisti, non come orgogliosa protettrice, ma come compagna; con passione più che con ambizione. L’arte francese del suo tempo fu il suo rifugio e il suo conforto tra i disgusti della favorita, e le noie e le apprensioni della politica. Essa, la prima, combattè l’arte tradizionale e accademica, gli eterni modelli greco-romani, e invitò e spinse pittori e scultori a rappresentare la _vita contemporanea_. Essa, la prima, volle applicata l’arte all’industria, e mise, per dir così, la sua _cifra_ a migliaia d’oggetti d’uso e di lusso, mobili, letti, carrozze, ventagli, astucci, orologi, _babioles_ d’ogni genere; cifra riconoscibile a prima vista, di un _rococo_ elegante e voluttuoso, in una parola il _genere pompadour_. Aveva dunque ragione Carlo Vanloo, quando durante l’ultima malattia della marchesa, dipinse le Arti inginocchiate ai piedi del Destino, intercedenti per la vita di lei....

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Ma il Destino fu sordo. Già fino dal 1759 la salute di lei era irreparabilmente perduta, e con la salute, la freschezza e la bellezza. Nella vecchia _Histoire de madame de Pompadour_ pubblicata a Londra, lei vivente, nel 1759, essa è descritta così: «Le visage de madame de Pompadour n’est plus capable de fixer l’attention.... elle est d’une épouvantable maigreur....» Si sentì morire di una lenta agonia quotidiana per cinque lunghi anni. Moribonda, al sacerdote che stava per lasciare la camera, disse con un sorriso: «Un moment, monsieur le curé, nous nous en irons ensemble.»

Quando il re seppe della sua agonia, della sua morte, non versò una lacrima. E quando da una finestra del castello di Versailles, vide passare il convoglio funebre, la bara con _lei_ dentro, tra il vento e la pioggia, disse queste parole cinicamente crudeli: «La marquise n’aura pas beau temps pour son voyage.» Una settimana dopo, la povera regina Maria Leczinska, scrivendo al presidente Hénault, gli diceva: «Il n’est plus question ici de _celle qui n’est plus_, que si elle n’avait jamais existé. Voilà le monde; c’est bien la peine de l’aimer!»

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Quel cadavere che si trasportava in fretta, tra l’acqua e il fango, da Versailles a Parigi, era quella stessa donna che vive ancora e vivrà nel pastello di La Tour al Louvre, vestita di raso bianco ricamato a rami d’oro e mazzettini di rose, mollemente assisa in una poltrona, voluttuosa, sorridente, bellissima, con un quaderno di musica in mano. Ai suoi piedi è una cartella di incisioni; dietro a lei un vaso di porcellana di Sèvres; sulla tavola accanto, un volume della _Enciclopedia_ e il _Pastor Fido_.... Povera favorita! Tutto considerato, le sue angoscie superarono di gran lunga le sue gioie in questa vita. E la derelitta regina rassegnata e credente, fu, senza dubbio, incomparabilmente meno infelice della trionfante rivale.

LA DU BARRY

Jeanne nacque l’agosto del 1743 a Vaucouleurs. La madre era designata col nome rabelesiano di _la Becu._ Suo padre.... Chi era suo padre? Non lo seppe mai neppur lei. Soldato? frate? cuoco? Son le tre varianti più discusse e più discutibili. Michelet sta per il cuoco: «_Voyez son portrait: elle n’a rien d’obscène, mais la lèvre friande. Elle dut naître en quelque cuisine, un jour de mardi gras._»

Dalla prima infanzia è affidata alle cure di M.lle Frédérique, «_grande et belle fille, extrèmement rousse, renommée pour son libertinage_.» Poi un parente devoto la mette in un convento che va sottosopra ai racconti e descrizioni che la Giovannina fa del precedente suo domicilio. Poi è gettata sul lastrico di Parigi, con una cassetta di gingilli al collo, e va di porta in porta vendendo la sua chincaglieria, giovinetta e bellissima, nella più corrotta delle capitali, e nel secolo più corrotto.... Più tardi, sotto il nome di _mademoiselle Rançon_, è modista nel famoso negozio Labille: ha un primo amoretto col parrucchiere Lamet, e frequenta la casa di gioco della infame Duquesnoy: e finalmente, già di matura bellezza, e ricercata e di moda, diventa la favorita del serraglio che teneva a Parigi il conte Du Barry di Tolosa. Era un cavaliere d’industria, fine ed audace, in relazione col vecchio libertino Richelieu. Questi, spaventato al pensiero che il ministro Choiseul suo nemico spingesse il re a rimaritarsi, e da una bella bionda di casa d’Austria facesse consolidare la sua politica; spaventato egualmente all’idea che le orgie tiberiane a cui si abbandonava il sessagenario Luigi non lo uccidessero sul colpo, cercava una buona _fille_, un boccone da re, per mantenere in vedovanza il vecchio Luigi, e al tempo stesso curarne la salute mediante una igienica monogamia.

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Il conte tolosano parlò al duca della sua bella _Lange_ (così si faceva allora chiamare la Giovannina) e tornò più volte, e con insistenza, su questo tasto. La donna era bellissima. Di persona svelta, flessuosa, di forme perfette, di una carnagione che i contemporanei paragonarono a foglie di rosa bagnate nel latte. Aveva, grazioso contrasto, ciglia nerissime e occhi azzurri, abitualmente socchiusi, dagli sguardi lunghi, voluttuosi, dalle occhiate _assassine_, come le chiama Musset: i capelli più belli, più morbidi, più lunghi che si potesser vedere, seta e oro, abbondanti, naturalmente ondati; un collo di statua antica, magnifiche spalle, mani da gran signora. In breve, il conte annunziò al duca che destinava la sua _Lange_ al re. Richelieu sulle prime finse di non capire. Poi mostrò di capire, e suggerì a Du Barry d’intendersela con Lebel, il vile mezzano di piaceri di Luigi XV. E così ne fu parlato al re, eccitata con arte la sua curiosità di vecchio libertino, e la _Lange_ gli fu fatta vedere la prima volta (senza che essa sapesse di esser vista dal re) a una cena in casa dello stesso Lebel. Rallegrata, eccitata dallo _champagne_, essa fu, come sempre, di una folle allegria, graziosa, espansiva, tutta riso, e spirito, e gioia. Aveva l’aria d’ignorare affatto l’abiettezza della sua situazione. Vera birichina di Parigi, faceva vedere nelle sue matte risate una doppia fila di magnifici denti al triste Borbone che la guardava non visto. E questa sincera allegria fu l’incanto che lo tirò nella rete. Quel viso ridente, allegro, spiritoso, malizioso, che rivelava ingenuamente tutti i vizi degli _enfants des rues_ di Parigi, non aveva traccia nè di ostentazione, nè di menzogna, nè di insolenza. Ciò piacque al re, che vedeva ridere tanto poco a casa sua.... Fu sorpreso, incantato da quella libertà, da quel riso, da quella gioia: e quella sera medesima la fece venire a palazzo. Jeanne restò la stessa, anche sapendo _dove_ e _con chi_ era. Nessuno imbarazzo, e sopratutto nessuna commedia!... Il re, in poche settimane, la fa dama, le dà un titolo e la marita.

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Divenuta contessa Du Barry per volontà del re, che faceva così, senza avvedersene, la volontà di un libertino, di un avventuriero e di una _mantenuta_; diventata senza sforzo e senza commedie, arbitra del cuore o, a meglio dire, dei sensi di un re vecchio e annoiato; trovandosi a suo agio a Versailles come alla _Cour Neuve_, o da Labille; naturalmente _bonne enfant_, senza orgoglio, senza pretensioni, senza provocazioni, essa fece stupire la corte colla intrepidità dei suoi spropositi, colle adorabili sue monellerie, ed eccitò, fin dai primi giorni, più il sorriso che l’odio. A ogni oggetto nuovo che vedeva, essa diceva col suo _zezaiement_ di bambina parigina: «_Ze ne sais pas ce que c’est; ze voudrais qu’on me le dit._»

Ma questa sua disinvoltura e ingenuità che tanto cattivò il vecchio Luigi, doveva esser l’arme di partiti politici fieramente avversi; e le carezze di questa modista dovean esser calcolate e usufruite «colà dove nel muto aere il destin dei popoli si cova.»

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Il ministro Choiseul rappresentava i parlamentari, i liberali dell’epoca, i giansenisti, i filosofi, le riforme della Chiesa e dello Stato. Il partito del diritto assoluto, della disciplina sociale, del romanismo, dei gesuiti, era rappresentato da D’Aiguillon. Essi erano i campioni dei due opposti principî, e si combattevano a morte usando di tutte le armi.

E arme premeditata, e terribile, perchè inconsapevolmente onnipotente sull’animo del monarca, fu la nuova _favorita_. Arme offerta da Du Barry, e accettata da Richelieu, a benefizio di D’Aiguillon e di un partito politico. Una cosa sola mancava a consacrare i diritti della _maîtresse_ del re, a farla istrumento veramente utile e inalienabile; la _presentazione officiale_, che le dava il diritto di non poter essere rimandata, di viaggiare nelle carrozze del re, di abitare pubblicamente nel palazzo reale, di mostrarsi al Delfino, ai principi, a _mesdames_, di ricever visite di etichetta e di ambasciatori; diritti che soli rialzavano la _maîtresse_ al grado di favorita.... Figuratevi con quale ansietà il partito D’Aiguillon aspettava il giorno di questa presentazione. Molti preti in Parigi, guardando più al fine che ai mezzi, affrettavano coi voti il gran giorno.... e si beveva «alla prossima presentazione della nuova _Esther_, che libererà Israello dall’oppressione di _Aman-Choiseul!_»

E il gran giorno arrivò. E siccome il re glielo aveva fatto tanto aspettare e sospirare, essa, la popolana e parigina, si vendicò facendo aspettar lui e tutta la corte all’ora indicata. Già Choiseul esultava.... Richelieu fremeva.... la corte rideva.... il re si impazientiva.... quand’ecco arrivano a Versailles le vetture e le livree della favorita. Essa discende, sorridendo di un grazioso e ironico sorriso, scintillante di diamanti, vestita di un magnifico _habit de combat_, più che mai bella, ed è ufficialmente presentata al re e alla famiglia reale dalla contessa di Béarn, lautamente pagata _ad hoc_.

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