Part 9
I suoi «Poemi del mare» non furono fatti vedere a nessuno, neppure agli editori, dei quali egli, d’altra parte, cominciava a diffidare. Ma non era la diffidenza a impedirgli di sottoporre al loro giudizio i «Poemi del Mare»: questi gli piacevano tanto, che sentiva il desiderio di tenerli segreti, sino al giorno glorioso, lontano, purtroppo!, in cui avrebbe osato farne partecipe la bellezza di Ruth. Li serbò dunque per sè, rileggendoli ad alta voce, imparandoli a memoria. Egli viveva intensamente le ore di veglia e le ore del sonno; anche queste, giacchè la sua mente soggettiva, durante quelle cinque ore di tregua, trasformava i pensieri e gli avvenimenti del giorno in grottesche e fantastiche avventure. In realtà, egli non riposava mai; un temperamento meno solido e un cervello meno equilibrato non avrebbero resistito. Le visite del pomeriggio a Ruth erano rare, ora, giacchè si approssimava il giugno e lei doveva sostenere gli esami di laurea all’università. «Laureata in lettere». Sembrava che lei s’involasse a lontananze tali, che non avrebbe potuto mai raggiungerla.
Essa gli concedeva un pomeriggio la settimana, ed egli, siccome andava tardi, rimaneva di solito a pranzo; poi lei suonava della musica. Egli segnava quel giorno con bianca pietra. L’ambiente della casa che contrastava tanto con quella dove egli viveva, e la sola presenza di Ruth, radicavano in lui, ogni volta più solidamente, la volontà di salire in alto. Superiore al desiderio imperioso di creare della bellezza era in lui il desiderio di conquistarla in una gran lotta. Era un amante dell’amore, e la magnifica avventura della sua anima gli sembrava più miracolosa di quella del cervello. La genesi del mondo era per lui un miracolo minore della presenza di Ruth nel mondo. Per lui nulla era così sorprendente, inaudito, come Ruth.
Intanto la distanza che li separava seguitava a opprimerlo. Come superarla? Nel suo ambiente egli aveva avuto molti buoni successi con le donne, senza affezionarsi mai particolarmente ad alcuna, ma amava Ruth, e la considerava non solo come una creatura d’una classe superiore, ma come un essere particolare, talmente singolare, che ignorava il modo di poterla avvicinare. Pure, più si educava, e più le si accostava, parlando lo stesso linguaggio, comunicando con le stesse idee e con gli stessi godimenti intellettuali. Ma nulla di tutto ciò riusciva a soddisfare la nostalgia del suo cuore. La sua immaginazione d’innamorato l’aveva fatta diventare troppo ideale, perchè potesse sognare d’accostarsi a lei altrimenti che con lo spirito. Il suo stesso amore lo allontanava da lei e glielo rendeva inafferrabile; l’amore stesso gli rifiutava la sola cosa ch’egli desiderasse.
E un bel giorno, bruscamente, fu lanciato un ponticello sull’abisso, che, sebbene continuasse a esistere, divenne meno ampio. Avevano mangiato delle ciliege nere e lucenti, dal succo color di vino nero. Dopo, mentre lei leggeva un brano della «_Principessa_«, egli osservò che le ciliege le avevano macchiate le labbra. In un momento, là per là, la sua essenza divina svaporò. Lei era fatta d’argilla, in sostanza, come lui, come tutti! Le sue labbra erano d’una carne simile alla sua poichè il sangue delle ciliege le avevano macchiate ugualmente. Lei era donna interamente, come tutte le donne! Questa rivelazione lo sbalordì. Gli sembrò che il sole morisse nel cielo, che pure le stelle si spegnessero.
Quindi egli si rese conto del significato di ciò, e il suo cuore si mise a danzare, ed egli pensò a far la corte a quella donna, giacchè era, non già un puro spirito, ma una semplice donna le cui labbra potevano essere macchiate dalle ciliege. L’audacia di questo pensiero lo fece tremare, ma l’anima sua cantava lietamente, e il buon senso, trionfalmente, proclamava che egli aveva ragione. Ruth dovette sentire un po’ questo cambiamento che s’operava in lui, giacchè interruppe la lettura, lo guardò e sorrise. Gli occhi di Martin scivolarono dai suoi occhi turchini alle labbra, e la vista del loro colore purpureo e sanguinoso gli fece perdere la testa. Mancò poco che non aprisse le braccia e le richiudesse su di lei, come faceva un tempo, al tempo della sua vita sregolata! Essa si chinava su di lui e sembrava attendere... Con uno sforzo di tutta la sua volontà egli si frenò.
— Lei non ha sentito neppure una parola! — fece lei, con voce imbronciata. Poi diede in uno scroscio di risa, rapita dalla sua confusione, e quand’egli la guardò negli occhi, vide che lei non aveva indovinato nulla di quanto era accaduto in lui. Allora ebbe vergogna: veramente il suo pensiero era andato troppo oltre. Tutte le donne ch’egli aveva conosciuto si sarebbero accorte della cosa. Ed ecco la diversità fra loro e Ruth: Ruth non aveva capito nulla.
Egli fu nuovamente desolato della sua grossolanità, religiosamente commosso dall’innocenza squisita di Ruth, e si ritrovò all’altra sponda dell’abisso. Il ponticello era stato rotto.
Però quell’incidente li accostò. Quand’egli si sentiva particolarmente scoraggiato, il ricordo di quel minuto gli tornava alla mente, ed egli lo gustava avidamente. Sì, l’abisso era meno profondo; egli aveva compiuto quel giorno una cosa molto più difficile dell’addottoramento in lettere e di tutti i dottorati del mondo. Essa era pura, divinamente pura, è vero, ma... delle ciliege avevano macchiato le sue labbra. Lei era soggetta alle leggi dell’universo, inesorabilmente, tale quale lui. Bisognava che mangiasse per vivere, e quando si bagnava i piedi, si buscava un raffreddore. Ma la questione non era lì. Se lei risentiva gli stimoli della fame, della sete e del freddo, poteva ugualmente risentire quelli dell’amore, dell’amore per un uomo. E perchè non poteva essere lui quell’uomo?... «Questo dipende da me, — mormorò Martin con fervore. — Io voglio essere quest’uomo. Sarò quest’uomo!»
CAPITOLO XII.
Una sera, di buon’ora, mentre Martin lottava con un sonetto nel quale si sforzava invano d’esprimere le idee che gli vagavano nel cervello come luminosi vapori, fu chiamato al telefono.
— È una voce di donna, di donna _chic_! — ghignò il signor Higgingbotham.
Martin corse al telefono, in un angolo della camera, e quando udì la voce di Ruth, fu invaso da una gioia infinita. Nella lotta col sonetto aveva dimenticato la sua vita: così che il suono della voce amata gli diede un colpo al cuore. Quale voce! delicatamente sfumata, come una musica lontana, come _carillon_ d’argento, d’una purezza cristallina, con qualche cosa di celeste che proveniva da un altro mondo. Fu tale l’estasi, che udì a malapena ciò che lei diceva, ma non manifestò punto il suo turbamento, sentendo gli occhi di furetto del signor Higgingbotham fissi su di lui.
Ruth gli disse semplicemente che Norman, che doveva accompagnarla ad una conferenza, quella sera, soffriva di mal di testa, e a lei dispiaceva mancare, perchè aveva i biglietti. Se egli non aveva impegni, era disposto od accompagnarla?
Se era disposto? Egli cercò di mitigare l’ardore della sua voce felice. Che cosa inaudita! Egli l’aveva vista soltanto in casa, e non aveva mai osato chiederle il permesso di accompagnarla in qualche luogo. Di botto, pur seguitando a parlarle, egli decise di morire per lei, e sogni d’eroici sacrificî gli attraversarono il cervello tutto sconvolto. Egli l’amava tanto! tanto disperatamente! Il fatto che lei si degnava di uscire con lui, — con lui, Martin Eden, — lo faceva delirare dalla gioia, d’una tale gioia, che gli pareva di non poter meritarla se non morendo per lei. Come tutti i veri amanti, solo con questo mezzo desiderava esprimerle la sua sovrumana riconoscenza. Morir per lei non significava aver ben vissuto e bene amato? Aveva ventun anni e amava per la prima volta. Gli pareva di venir meno, e la mano tremava attaccando il ricevitore.
— È un appuntamento in città, eh!.... — malignò il cognato. — Si sa che significa! È roba che va a finire davanti al giudice penale!
Ma Martin, tutto assorto nel suo sogno stellato, non gli dava ascolto. La volgarità dell’allusione non gli giunse neppure all’orecchio; egli si sentiva pari agli dei, e non avrebbe provato altro che una profonda pietà per quel macaco, se l’avesse visto; ma i suoi occhi lo sfiorarono senza neppure osservarlo, e sognava ancora, lasciando la camera per andare a vestirsi. Soltanto nell’annodar la cravatta, il suo orecchio percepì l’eco d’un suono sgradito, come una specie di russo col quale Bernardo Higgiagbotham aveva sottolineato e punteggiato la frase.
Quando la porta d’ingresso della casa di Ruth si richiuse alle loro spalle, ed essi scesero le scale, egli cominciò coll’essere alquanto turbato. Non tutto era roseo in quella passeggiata improvvisata; egli non sapeva esattamente che fare. Nelle vie aveva osservato che certe donne davano il braccio agli uomini che le accompagnavano. Sì... ma qualche volta esse non lo davano; egli si domandò se si offriva il braccio soltanto la sera, oppure se quell’uso era riservato agli sposi ed ai genitori. Proprio quand’era per giungere a un marciapiede si ricordò di Minnie. Minnie sputava sentenze sempre, in tutto. La seconda volta che essi erano usciti insieme essa l’aveva ripreso perchè camminava dal lato interno, partendo dalla regola che il cavaliere deve sempre procedere tenendosi all’esterno. E Minnie non mancava mai di camminargli sulle calcagna ogni qualvolta attraversavano una via, per ricordargli di cambiar lato. Egli si domandò dove lei poteva aver imparato quelle regole, e se erano corrette.
In fin dei conti non rischiava nulla a tentare, si disse, quando giunse al marciapiede, e, precipitandosi dietro Ruth, prese il suo posto all’esterno. Ma ecco sorgere un altro problema; bisognava offrirle il braccio? Questo caso non gli era capitato mai, giacchè le ragazze ch’egli frequentava, non ne avevano l’abitudine. Le prime volte procedevano a fianco a fianco; poi le braccia cingevano la vita, e le teste s’appoggiavano sulla spalla dell’amante, nelle vie oscure. Questa volta il caso era diverso: lei non era di quelle, bisognava inventare un’altra cosa.
Egli incurvò il braccio molto lievemente, senza ostentazione, come se fosse solito comportarsi così camminando. E... che cosa straordinaria avvenne! Lei gli pose la mano sotto il braccio. Quel contatto lo fece rabbrividire deliziosamente, così ch’egli credette per un momento d’aver lasciato la terra su una nuvola magica. Ma vi ricadde subito, tormentato da nuove complicazioni. Bisognava attraversar la via; egli si sarebbe trovato quindi dalla parte esterna. Doveva svincolare il braccio o offrirle l’altro? E in questo caso, ricominciava la stessa manovra ogni volta? Problema insolubile, di cui decise di non preoccuparsi poi tanto, Però, quando gli capitava di trovarsi all’interno, per nascondere il disagio, parlava frettolosamente e calorosamente, fingendo d’essere talmente assorto nell’argomento, che se avesse compiuta una scorrettezza, doveva essergli perdonata a causa dell’entusiasmo.
Attraversando Broadway, un altro problema gli si presentò: alla luce viva dell’elettricità, egli scorse ad un tratto Lizzie Connolly e la sua amica motteggiatrice. Egli esitò un attimo solo, poi salutò. No, non avrebbe rinnegato la gente della sua razza! E il suo saluto fu rivolto a tutti. Essa rispose con un cenno del capo, non coll’espressione soave e gentile di Ruth, ma con lo sguardo profondo e insistente dei suoi begli occhi duri; poi il suo sguardo passò da lui su Ruth, scrutandone il viso, la veste, la condizione. Ed egli osservò che Ruth l’avvolgeva a sua volta in uno sguardo rapido, timido e dolce, ma critico: uno sguardo che sfiorava l’eleganza a buon mercato dell’operaia, il cappellino eccentrico molto in voga, a quel tempo, fra le operaie.
— Che bella ragazza! — disse Ruth, poco dopo.
Martin l’avrebbe benedetta per quella parola.
— Io non ne so niente, è questione di gusto, evidentemente, ma lei non mi colpisce tanto per la bellezza.
— Come! poche donne hanno lineamenti regolari come i suoi, e così belli. Il suo profilo è d’una purezza di cammeo. E ha occhi meravigliosi.
— Le pare? — fece Martin con indifferenza; giacchè per lui non esisteva altra bellezza al mondo se non quella che procedeva al suo braccio. — Bisognerebbe insegnarle a parlare. Sono sicuro che lei non comprenderebbe la quarta parte di ciò che essa dice.
— Quale idea! lei è ostinato come Arturo quando vuole aver ragione.
— Lei dimentica come parlavo quando l’ho conosciuta. Dopo, ho imparato; ma prima parlavo come quella ragazza. Ora posso farmi capire abbastanza nella sua lingua per dirle che lei non conosce l’altro linguaggio. Sa, d’altra parte, perchè quella giovane si mantiene così? Prima, io non pensavo a tutto ciò, ma ora comincio a capire tutte queste cose.
— E perchè, dunque?
— Perchè da anni lavora lunghe ore, attorno alle macchine. Quando si è giovani, il corpo è malleabile, e il lavoro lo deforma secondo la natura del lavoro. Io sono in grado d’indovinare, al primo sguardo, il mestiere della maggior parte degli operai che incontro per le strade. Guardi me: perchè le mie spalle ondeggiano? A causa degli anni trascorsi in mare. Se fossi stato cow-boy durante tutto questo questo, non ondeggerei con le spalle, ma avrei le gambe arcuate. Lo stesso accade di quella ragazza. Ha osservato il suo sguardo così duro? Nessuno l’ha curata; essa è cresciuta come ha potuto, e una ragazza che non ha che se stessa per difesa, non può avere uno sguardo dolce, gentile, come... come il suo, per esempio.
— Credo che abbia ragione, — mormorò Ruth. — È triste. Graziosa com’è!
Egli vide che gli occhi di lei erano illuminati di pietà, poi ricordò che l’amava e si meravigliò ancora della fortuna che gli permetteva di averla così al fianco. Quella sera, quand’egli fu in camera sua, egli fece questo soliloquio, guardandosi nello specchio, lungamente, curiosamente: «Chi sei tu? Donde vieni? In realtà tu appartieni alle ragazze come Lizzie Connolly, alla legione delle lavoratrici, a tutto quanto è basso, volgare e brutto. Tu sei della stessa specie del bestiame e degli schiavi che vivono nelle immondizie e nel puzzo, nel lezzo degli avanzi dei legumi, come questi (queste patate sono putrefatte! Senti!... che orrore!) Eppure, tu osi aprire un libro, ascoltare della musica meravigliosa; tu impari ad apprezzare la bella pittura, a parlare un inglese corretto, a pensare come nessuno pensa nel tuo ambiente, ad allontanarti dal bestiame e da Lizzie Connolly; tu osi amare un’adorabile donna che vive a centomila leghe lontano da te, fra le stelle. Chi sei, e che cosa sei?» Mostrò i pugni alla sua figura riflessa, sedette sulla sponda del letto e incominciò a sognare cogli occhi spalancati. Poi aprì taccuino e algebra e si perse nelle equazioni. Le ore passarono, le stelle impallidirono e l’alba grigia che appariva alla finestra lo sorprese ancora a tavolino.
CAPITOLO XIII.
I responsabili della grande scoperta furono un pugno di socialisti verbosi e di filosofi operai che tenevano circolo nel Parco di City-Hall, nei pomeriggi caldi. Una o due volte al mese, percorrendo il Parco per recarsi in biblioteca, Martin scendeva dalla bicicletta, ascoltava le controversie e si staccava di lì con rimpianto, ogni volta. Il tono della discussione era là molto meno elevato di quello della tavola del signor Morse, e l’assemblea non era nè grave, nè degna. Essi s’adiravano facilmente, s’insultavano; bestemmie ed allusioni oscene condivano i loro alterchi. Una o due volte vennero persino alle mani. Eppure (non sapeva perchè), qualcosa di vivo emanava da quell’apparente confusione. La loro retorica stimolava molto più il suo intelletto, che non il dogmatismo ponderato del signor Morse. Quegli uomini che assassinavano l’inglese, che gesticolavano come pazzi e combattevano gli uni le idee degli altri con una violenza primitiva, gli sembravano più vivi che non il signor Morse e il suo fedele socio signor Butler.
Parecchie volte Martin aveva sentito citare Herbert Spencer, in quel parco. E, un pomeriggio, apparve un discepolo di Spencer — un misero vagabondo, il cui pastrano sudicio, abbottonato sino al mento, dissimulava l’assenza di camicia. La battaglia fu impegnata tra il fumo di innumerevoli sigarette e di getti di saliva scura, e il vagabondo se la cavò con onore, persino di fronte a un operaio socialista che lanciò con un ghigno:
— Non c’è altro Dio che l’ignoto, e Herbert Spencer è il suo profeta.
Martin si domandò quale fosse l’argomento della discussione, ma proseguì il cammino verso la biblioteca, animato da un nuovo interesse per Herbert Spencer; e poichè il vagabondo aveva citato spesso i «Primi Principî», egli prese questo volume.
Così fece la grande scoperta. Già una volta aveva tentato di accostarsi al pensiero di Spencer, ma, avendo scelto i «Principî di Psicologia», come inizio, vi si era perso pietosamente, come con Blavatsky. Non vi aveva capito nulla e l’aveva riportato. Ma quella notte, dopo la fisica, l’algebra e i tentativi di poemi, si coricò e aprì «I Primi Principî». All’alba leggeva ancora, e non scrisse nulla tutto il giorno. Disteso sul letto, lesse: poi, stanco del letto, si distese per terra e lesse, cambiando posizione di tanto in tanto. La notte seguente dormì, e tutto il mattino scrisse; poi il libro lo attrasse nuovamente, ed egli lesse il pomeriggio intero dimenticando tutto, persino che quel giorno era uno di quelli che Ruth gli concedeva per visitarla. Riprese coscienza del mondo esterno solo quando Bernardo Higgingbotham, aprendo violentemente la porta, gli domandò se credeva davvero di trovarsi in una trattoria.
Durante tutta la sua vita, Martin Eden era stato dominato dalla curiosità. Voleva sapere, saper tutto, e questo desiderio appunto lo spinse ad avventurarsi pel mondo. Ma Spencer gli insegnava, oggi, ch’egli non sapeva nulla, e che non avrebbe saputo mai nulla, anche se avesse seguitato a navigare, a errare eternamente. Egli aveva sfiorato soltanto la superficie delle cose, aveva osservato soltanto fenomeni singoli, accumulato fatti frammentarii, non aveva fatto altro che generalizzare in modo superficialissimo, e tutto ciò senza metodo, affidandosi al capriccio del caso e al suo capriccio. Egli aveva studiato, comprendendo, la tecnica del volo degli uccelli, ma non aveva mai cercato il modo come gli uccelli s’erano sviluppati come meccanismi volanti. Non immaginava neppure che un processo di questo genere esistesse; gli uccelli erano stati creati così, e questo gli bastava.
La stessa cosa era pel resto: i suoi maldestri tentativi filosofici erano falliti per mancanza di preparazione; la metafisica medievale di Kant non gli era servita a nulla, tranne che a dubitare dei proprî mezzi intellettuali. Così, il suo tentativo di studiare l’origine della specie s’era limitato a seguire uno studio aridamente scientifico di Romanes. Egli non ci aveva capito nulla, tranne questo: che quella teoria arida e polverosa apparteneva esclusivamente a un piccolo numero di menti meschine, il cui vocabolario copioso era inintelligente. Ed ecco che egli imparava, ora, che l’evoluzione della materia, anzichè una teoria astratta, era un modo di sviluppo accettato da tutti i dotti, salvo qualche diversità di metodo. Spencer gli semplificava tutto ciò e presentava al suo sguardo attonito un universo così perfettamente concretato, che gli pareva di vedere uno di quei minuscoli modelli di navi che i marinai mettono entro bottiglie trasparenti. Nulla era dovuto al caso: tutto obbediva a delle leggi. L’uccello ubbidiva a una legge, volando; e la stessa legge aveva formato il fango della terra, l’aveva fatto fermentare, gli aveva fatto nascere le ali perchè diventasse uccello.
Martin, di cima in cima, saliva sempre. I misteri della creazione gli si venivano svelando davanti agli occhi; egli era ebbro di curiosità e d’intelligenza. La notte, durante il sonno, egli si moveva fra gli dei, in colossali incubi; desto, viveva come un sonnambulo, con lo sguardo smarrito, immerso nell’universo ch’egli scopriva. A tavola, non udiva le conversazioni meschine e volgari. Nelle sue posate vedeva splendere il sole e ne seguiva le trasformazioni sino alla loro origine a centinaia di milioni di leghe; oppure studiava i riflessi dei muscoli delle sue braccia che gli permettevano di tagliar la carne, li seguiva sin nel cervello donde sorgeva la volontà muovendo quei riflessi.
Viveva nella ipnosi, senza udire il ritornello mormorato da Jim, senza vedere gli sguardi inquieti di sua sorella, nè il gesto schernitore di Bernardo Higgingbotham, che imitava un ipotetico ragno che abitava, evidentemente, secondo lui, nel cervello di suo cognato.
Ciò che, in certo qual modo, impressionava più di tutto Martin, era la correlazione fra tutte le scienze. Egli aveva sempre immaginato belle cose, ma in caselle separate del suo cervello. Così egli ne sapeva moltissimo sulla navigazione, e aveva anche una grande esperienza delle donne; ma tra questi due argomenti non istabiliva alcun rapporto. Che dal punto di vista scientifico potesse esservi un rapporto qualsiasi tra una donna isterica e uno schooner che sfidava la tempesta, gli sarebbe sembrato ridicolo, impossibile. Herbert Spencer gli dimostrò che anzi è impossibile che non vi sia correlazione. Tutto è legato al tutto, dalle miriadi di stelle nell’etere, sino alle miriadi di atomi, che compongono un granello di sabbia sulla spiaggia. Questa nuova concezione immerse Martin in uno stupore continuo. Egli formò una lista di cose più eterogenee; amore, poesia, terremoto, fuoco, serpenti a sonagli, arcobaleno, pietre preziose, orologi, tramonti, leone che ruggisce, elettricità, cannibalismo, bellezza, assassino, puleggia e tabacco; giubilante quando riusciva a imparentarle fra loro. Unificava così l’universo e lo contemplava, oppure procedeva attraverso la sua jungla, da pacifico viandante, osservando, annotando, familiarizzando con tutto ciò che voleva conoscere ancora. E più imparava, più ammirava la creazione, la vita, e la propria esistenza fra tutte quelle meraviglie.
— Imbecille! — gridava alla sua immagine nello specchio. — Tu volevi scrivere, tentavi di scrivere, e che cosa avevi in te? qualche nozione infantile, qualche sentimento non maturo, molta bellezza mal digerita, un’enorme ignoranza, un cuore pieno d’amore da scoppiarne, un’ambizione grande come il tuo amore e la tua ignoranza. E volevi scrivere! ma cominci oggi soltanto ad acquistare, in te, ciò che ti occorre per questo! Volevi creare della bellezza! Volevi parlare della vita e ignoravi tutto ciò che forma l’essenza stessa della vita! Volevi parlare dell’uiverso e dei problemi dell’universo, quando l’universo non era altro per te che un rebus cinese! Ma coraggio! Martin, ragazzo mio! C’è speranza, questa volta, quantunque tu sia ancora alquanto sciocco e molto ignorante. Un bel giorno, con un po’ di fortuna, saprai press’a poco ciò che bisogna sapere. Quel giorno scriverai.
Egli fece partecipe Ruth di quella grande scoperta, affinchè anch’essa ne gioisse; ma lei non manifestò alcun entusiasmo particolare; quelle cose le erano evidentemente familiari a causa dei suoi studi personali. Arturo e Norman credevano all’evoluzione e avevano letto Spencer, senza averne ricevuto un’impressione molto profonda, a quanto pareva. E Will Olney, il giovanotto dagli occhiali, ghignò in modo poco simpatico al nome di Spencer e ripetè l’epigramma: «Non c’è altro Dio che l’inconoscibile, e Herbert Spencer è il suo profeta».
Ma Martin gli perdonò il dileggio, giacchè s’era accorto che Olney non era innamorato di Ruth. Dopo, diversi piccoli fatti, gli fecero capire, con suo grande stupore, che non solo non ne era innamorato, ma che lei gli era poco simpatica. Martin fu impotente a stabilire un nesso fra questo e gli altri fenomeni della natura, e si limitò a compiangere il giovanotto che non era capace di apprezzare giustamente la finezza di Ruth e la sua bellezza.