Martin Eden

Part 10

Chapter 103,832 wordsPublic domain

Essi fecero, la domenica, parecchie gite in bicicletta, in campagna, e Martin potè osservare liberamente come esistesse una specie di pace armata fra Ruth e Olney, il quale se la intendeva molto bene con Norman e lasciava Arturo e Martin occuparsi di Ruth; del che Martin gli fu grato.

Furono belle domeniche per Martin, dapprima a causa di Ruth, poi dei rapporti da pari a pari, che si creavano tra lui e i giovanotti di quell’ambiente. Egli si sentiva intellettualmente loro pari, a dispetto di tutti i loro anni d’istruzione e di disciplina cerebrale, e le sue ore di conversazione con essi erano altrettante ore utili, durante le quali egli si esercitava ad applicar le regole di quella grammatica che aveva tanto studiata. Aveva abbandonato i libri di galateo, limitandosi ad osservare da sè ciò che fosse conveniente fare. Tranne quando si lasciava trascinare dall’ardore dei suoi entusiasmi, la vigilanza ch’egli esercitava su di sè non si allentava mai; nessuno dei loro modi gli sfuggiva, ed egli imparava da loro, senza tregua, nuovi esempi di cortesia e di raffinatezza mondana.

Per un certo tempo rimase sorpreso di vedere che, in conclusione, Spencer era poco letto.

— Herbert Spencer, — gli disse l’uomo dalla cattedra, — sì... un gran cervello.

Ma gli sembrò che non sapesse nulla del contenuto di quel gran cervello.

Una sera, a pranzo al quale era invitato anche il signor Butler, Martin attaccò il discorso su Spencer.

Il signor Morse condannò con una certa asprezza l’agnosticismo del filosofo inglese, pur confermando di non aver letto «I Primi Principî». Il signor Butler dichiarò che Spencer lo esasperava, che non ne aveva letto mai un rigo, e che, ciononostante, non era diventato infelice.

Nella mente di Martin sorsero dei dubbî; egli avrebbe abbandonato Spencer per essere d’accordo col parere di tutti, se la sua personalità fosse stata meno temprata. Ma, nonostante ciò, le spiegazioni di Spencer gli parevano convincenti, ed egli si disse che abbandonare Spencer era lo stesso, per un navigante, che gettare a mare compasso e cronometro. Martin continuò dunque ad approfondire i suoi studî sull’evoluzione, sempre più convinto dalle testimonianze corroboranti d’un migliaio di scrittori indipendenti. Più lavorava, e più gli si apriva davanti il campo della scienza; finì addirittura col sentire una specie di rimpianto malsano, pel fatto che i giorni erano di ventiquattro ore soltanto. Data la brevità dei giorni, egli abbandonò l’algebra e la geometria. Della trigonometria non s’era ancora occupato. Poi tolse di mezzo la chimica e si limitò alla fisica.

— Non sono uno specialista, — diss’egli per scusarsi con Ruth. — E non voglio tentare di diventarlo. Vi sono troppi specialisti, perchè un uomo solo possa, in una vita sola, possedere profondamente una sola briciola. Debbono bastarmi delle idee generali, in fatto di scienza. Quando avrò bisogno di specialisti, ricorrerò ai loro libri.

— Ma non sarà come se possedesse l’argomento, — fece lei protestando.

— È inutile; noi ci gioviamo del lavoro degli specialisti, che son fatti per questo. Sono degli specialisti, è vero? Ebbene! quando avranno finito, lei sarà contenta della nettezza dei suoi caminetti, senza preoccuparsi punto del modo come sono stati fatti!

— È una conclusione un po’ artificiosa!

Essa lo guardò con curiosità ed egli sentì un vago rimprovero nello sguardo di lei, nel suo atteggiamento; ma era sicuro d’aver ragione.

— Tutte le grandi intelligenze generali, i più grandi pensatori, per esempio, si fidano degli specialisti. Così faceva Herbert Spencer: egli generalizzava sulle scoperte di migliaia di ricercatori. Volendo fare tutto da sè, avrebbe dovuto vivere parecchie vite. Darwin, ugualmente, si serviva di tutto ciò che gli avevano insegnato i botanici e gli allevatori.

— Lei ha ragione, Martin, — disse Olney. — Lei sa che cosa vuole, e Ruth non ne sa nulla; ignora che cosa voglia lei stessa.

— ... Oh! certamente! — continuò Olney, senz’attendere risposta. — Io so che lei chiama ciò: cultura generale. Ma se lei vuole acquistare una cultura generale, importa poco la natura dei suoi studî. Lei può imparare il francese o il tedesco, e persino l’esperanto, e perciò non sarà meno colto. Lei può studiare il latino o il greco, e non le serviranno a nulla, ma, però, le daranno la cultura. Per esempio... Ruth studia da due anni l’inglese antico, e sa che cosa ha imparato? _When that sweet April with his showers soote._ Non è così? — Ed egli seguitò ridendo, senza tener conto delle interruzioni di lei. — Ma la cultura generale l’ha; lo so; frequentavamo la stessa classe!

— Lei parla di cultura come d’un mezzo per ottenere qualche cosa! — esclamò Ruth; e aveva gli occhi scintillanti e le guance delicate arrossite dalla collera. — La cultura dev’essere lo scopo.

— Ma Martin non ha bisogno di questo.

— Che ne sa lei?

— Di che cosa ha bisogno Martin? — domandò Olney, voltandosi bruscamente verso di lui.

Martin, molto impacciato, lanciò uno sguardo d’aiuto a Ruth.

— Sì, di che cosa sente il bisogno? — domandò Ruth. — La risposta risolverebbe la questione.

— Ma, s’intende, ho bisogno di cultura, — balbettò Martin. — A me piace la bellezza, e la cultura me la farà valutar meglio.

Trionfante, lei fece un segno di consenso.

— Questo è privo di buon senso, e loro lo sanno, — fece Olney. — Martin ha bisogno di una carriera, e non di cultura. Ma capita, in questo caso, che la cultura sia indispensabile alla carriera. Se volesse essere chimico, sarebbe inutile. Martin vuole scrivere, ma egli ha paura di dirglielo perchè così verrebbe a dimostrare che lei ha torto.

E, continuando:

— Perchè Martin vuole scrivere?... perchè non nuota nell’oro. Perchè lei si empie la testa di francese antico e di cultura generale? Perchè lei non ha bisogno di guadagnarsi il pane. Suo padre ha pensato a questo: egli le compera i vestiti e tutto il resto. A che diavolo serve la nostra istruzione, la sua, la mia, quella di Arturo e di Norman? Noi ci siamo abbeverati di cultura generale, e se i nostri buoni genitori dovessero morire questa sera, saremmo ridotti a dar lezioni per le case. Lei, Ruth, non potrebbe desiderar di meglio che un posto d’istitutrice o di insegnante di pianoforte in un educandato di giovinette.

— E lei che farebbe, scusi? — domandò lei.

— Niente di grande e di famoso. Guadagnerei cinque lire al giorno, di giorno in giorno, e potrei forse entrare come professore nella scuola dei laureati a macchina, a Hanley. Dico «forse», capisce! perchè potrebbe darsi benissimo che fossi mandato via dopo otto giorni, per semplice incapacità.

Martin seguiva il vivo della discussione e, pur essendo persuaso che Olney avesse ragione, disapprovava il suo modo poco cavalleresco di trattare Ruth. Una nuova concezione dell’amore si formava nel suo cervello, ascoltandolo. La ragione non ha nulla a che fare coll’amore. Poco importa che la donna amata ragioni più o meno giustamente: l’amore è superiore alla ragione. Se accadeva a Ruth, per caso, di non riconoscere chiaramente il suo bisogno assoluto di una professione, non perciò lei era meno adorabile. Lei era adorabile, e le sue idee non entravano per nulla nel suo fascino.

— Che? che ne dice lei? — Olney, parlandogli, gli aveva interrotto il filo delle considerazioni.

— Dicevo: spero bene che lei non sia così sciocco da perdersi col latino.

— Ma il latino è, più che la cultura, il fondamento di essa, — fece Ruth.

— Ebbene, vi si dedicherà? — insistette Olney.

Martin ne fu annoiatissimo, giacchè vedeva che Ruth attendeva ansiosamente la sua risposta.

— Temo di non averne il tempo, — rispose lui finalmente, — ma mi piacerebbe.

— Ecco! Martin non cerca la cultura! — fece Olney esultante. — Egli cerca di riuscire in qualche cosa, di fare qualche cosa!

— Ma è un allenamento mentale! che disciplina il cervello!

E Ruth guardò Martin, come se attendesse un mutamento d’idee. — I giocatori di foot-ball hanno bisogno di allenarsi prima di sostenere i grandi _matchs_. Così, il latino serve all’intelletto: lo allena.

— Idiozia e puerilità! così ci dicono quando siamo piccoli. Ma c’è una cosa che ci si guarda bene dal dire e che ci si lascia la cura di trovar da noi in seguito! — Olney si fermò per ottenere un migliore effetto, e aggiunse: — Quello che non ci viene detto è questo: che tutti debbono aver studiato il latino, ma che nessuno ha bisogno di saperlo!

— Com’è in mala fede lei! — esclamò Ruth. — Sapevo bene che voleva cavarsela così.

— È evidentemente molto abile, ma però anche molto giusto; le sole persone che sappiano di latino sono i farmacisti, i notai e i professori di latino. Ora, se Martin vuole essere uno di costoro, io mi lascio impiccare. D’altra parte, che rapporto c’è fra tutto questo ed Herbert Spencer? Martin ha scoperto Spencer e ne va matto. Perchè? perchè Spencer lo conduce verso una mèta. Ora, Spencer non può condurre a nessuna mèta, neppure lei. Non ci occorre. Lei, Ruth, si sposerà, e io non dovrò far altro che sorvegliare i notai e gli uomini d’affari che prenderanno cura del denaro che mio padre mi lascerà un giorno.

Olney si alzò per congedarsi, ma, sulla porta, si volse per lanciare la freccia del Parto.

— Lasci dunque in pace Martin, Ruth! Egli sa ciò che meglio gli conviene. Guardi ciò che ha già fatto! Qualche volta mi fa vergognare; ormai, egli ne sa, sulla vita, sull’universo, sugli uomini e il resto, più di Arturo, Norman, me e lei. Sì; lei, a dispetto di tutto il suo francese, di tutto il suo latino, di tutto il suo inglese antico e moderno e della sua cultura.

— Ma Ruth è la mia professoressa! — rispose cortesemente Martin. — È a lei che debbo il poco che so.

— Ah! neh!... — E Olney lanciò uno sguardo malizioso a Ruth. — Immagino che mi dirà, la prossima volta, che ha letto Spencer perchè glielo ha raccomandato lei: soltanto, sarà falso! E lei non ne sa, su Darwin e sull’evoluzione della materia, più che non sappia delle miniere di re Salomone. Già, che cos’è questa definizione mirabolante di Spencer circa non so che, che lei ha detto l’altro giorno? Quella faccenda incoerente circa l’omogeneità? La lasci lì! e vedrà che lei non ci capisce neppure una parola! giacchè questa non è cultura, capisce? Be’, arrivederci! E se lei si perde nel latino, Martin, non avrò più alcuna stima di lei!

Durante tutto questo tempo, sebbene interessato alla discussione, Martin s’era annoiato un po’. Si parlava di studî e di lezioni, di scienze rudimentali, con un tono di scolari, che stonava con le grandi idee che ribollivano in lui, con l’abbraccio nel quale egli sognava di contener la vita come in una stretta d’aquila, con i brividi di potenza che lo scuotevano quasi dolorosamente; con la nascente coscienza del suo valore. Egli sembrava a se stesso un poeta naufrago gettato su una riva straniera, e che cercasse invano di cantare secondo il modo barbaro degli abitanti di quel paese nuovo. Per lui, era la stessa cosa; potentemente conscio delle bellezze universali, era costretto a trascinarsi, a marcire tra chiacchiericci puerili, e discutere se dovesse imparare o no il latino.

— Che diavolo ha che fare il latino con tutto questo? — fu la domanda ch’egli rivolse allo specchio quella notte. — Vorrei proprio che i morti rimanessero dove sono. Perchè dei morti dovrebbero dettarmi leggi? La bellezza è viva ed eterna. E le lingue passano, come polvere dei morti.

CAPITOLO XIV.

Non per dar retta a Olney, ma a dispetto di Ruth e persino del suo amore per lei, egli decise finalmente di non imparare il latino. C’erano tante altre cose, oltre il latino, tanti studî la cui necessità era più imperiosa. E a lui bisognava scrivere, bisognava guadagnar denaro. Non gli avevano accettato nulla ancora; due rotoli di manoscritti facevano il giro delle riviste. Egli passava lunghe ore nella sale di lettura, ripassando i libri altrui, criticandoli, paragonandoli con i suoi lavori e cercando, cercando sempre il «trucco» che aveva permesso a quegli scrittori di vendere la loro prosa. Come facevano? L’enorme quantità di letteratura mummificata lo sorprendeva; nessuna luce, nessun calore, nessuna vita l’animavano, eppure, si vendeva, a due soldi la parola, a cento lire, mille! Gli annunzî dei giornali lo dicevano. Egli era sorpreso del numero incalcolabile di novelle leggermente e accortamente scritte, è vero, ma senza vitalità, senza realtà. La vita era così strana, così meravigliosa, piena di una tale immensità di problemi, di sogni e di tentativi eroici! Eppure quelle storielle non trattavano d’altro che di banalità. Ma il peso, la stretta della vita, con le sue febbri e le sue angosce e le sue rivolte selvagge, bisognava trattare! Egli voleva cantare i cacciatori di chimere, gli eterni amanti, i giganti che lottano tra dolore e orrore, tra il terrore e il dramma, facendo scricchiolar la vita sotto i loro sforzi disperati. Eppure, le novelle di quei giornali illustrati sembravano compiacersi nel glorificare i Butler, tutti i sordidi cacciatori di dollari e i volgari amorazzi della volgare piccola gente, forse perchè gli editori stessi erano volgari? si domandò. O perchè la vita faceva loro paura, paura a tutti, editori e lettori?

Era punto soprattutto dal fatto che non conosceva alcun editore, alcuno scrittore, anzi, non conosceva nessuno che avesse tentato di scrivere, che potesse consigliarlo, indicargli la via da seguire. Finì col domandarsi se gli editori non fossero semplicemente le ruote d’una macchina e non già degli esseri vivi. Ma sì, erano macchine e nient’altro. Egli metteva tutta l’anima sua nei poemi, nelle sue novelle o negli articoli che affidava a una macchina. Piegava i fogli, li ficcava, con dei francobolli, in una grande busta, che suggellava, affrancava e gettava tutto nella buca delle lettere. Dopo un giro sul continente e un certo lasso di tempo, un fattorino gli riportava il manoscritto in un’altra busta affrancata con gli stessi francobolli mandati. Non c’era evidentemente alcun editore in carne ed ossa dall’altra parte, ma un ingegnoso meccanismo che cambiava la busta al manoscritto e l’affrancava tale quale quei distributori automatici che, mediante due soldi, vi presentano, secondo la fessura dove li avete introdotti, generalmente a caso, una tavoletta di cioccolatta o una caramella di gomma. Il gettone di rifiuto integrava il paragone; impresso a macchina. Ne aveva ricevuti a centinaia: se avesse ricevuto almeno qualche rigo di risposta personale, il rifiuto gli sarebbe dispiaciuto meno. Ma no, mai! Decisamente, non c’era alcuno dall’altra parte, tranne il congegno bene oliato di una macchina meravigliosa.

Martin era un buon lottatore ostinato e coraggioso; egli avrebbe continuato ad alimentare la macchina per anni ed anni, ma si dissanguava completamente, e non era questione d’anni ma di settimane, perchè si avverasse la fine del combattimento. Ogni otto giorni, il conto della pensione e spesso l’affrancatura d’una quarantina di manoscritti, lo avvicinavano alla rovina. Non comperava più libri e faceva economia su tutto per ritardare la scadenza fatale; che però anticipò di una settimana, dando a Marianna venticinque lire per l’acquisto d’un vestito.

Senza consiglio, senza incoraggiamento, anzi profondamente scoraggiato, egli lottava nella notte. La stessa Geltrude cominciava a guardarlo di traverso. Dapprima, la sua tenerezza fraterna le aveva fatto tollerare ciò che lei considerava come una stranezza di cervello; ora, quel suo ticchio, la rendeva inquieta; le pareva che avesse un che di folle. Martin lo sapeva e ne soffriva più che non soffrisse a causa del disprezzo confesso e ostinato di Bernardo Higgingbotham. Eppure, conservava la fede in se stesso; ma era il solo ad averla. Ruth non ne aveva alcuna; essa augurava ch’egli continuasse gli studî e, senza disapprovare apertamente i suoi scritti, non l’incoraggiava.

Egli non le aveva chiesto il permesso di farle vedere i suoi lavori, per una discrezione eccessiva. D’altra parte, poichè lei lavorava molto all’Università, gli ripugnava di farle perdere tempo. Ma, quando essa ebbe sostenuti gli esami di diploma, con buon esito, fu lei stessa a chiedergli di farle vedere qualche lavoro. Martin ebbe un accesso di gioia e di ansia, insieme. Ecco finalmente un giudice! Essa era laureata in lettere, aveva studiato la letteratura con dotti professori e l’avrebbe trattato diversamente dagli editori. Forse questi erano buoni critici, ma Ruth, se non altro, non gli avrebbe porto un rifiuto stereotipato, se l’opera non le fosse piaciuta, pur riconoscendogli magari un certo merito. Essa, infine, si sarebbe espressa in modo vivo e gaio e, cosa più importante di tutte, avrebbe conosciuto il vero Martin Eden. Avrebbe visto, lei, di che natura ne fossero il cuore e l’anima, e sarebbe riuscita forse a capire qualche cosa, un tantino tantino delle sue aspirazioni e della sua forza di volontà.

Martin scelse un certo numero delle sue novelle, poi, dopo un attimo d’incertezza, aggiunse ad esse i «Poemi del Mare».

Un pomeriggio d’autunno, sul tardi, andarono a fare un giro in bicicletta dalla parte delle colline. Era la seconda volta ch’egli usciva solo con lei, e mentre essi pedalavano insieme, sventolati da una brezza tiepida e salmastra, egli si disse che veramente il mondo era bello e ordinato e che era un godimento vivere ed amare.

Scesero dalle loro macchine sui margini della strada, e s’arrampicarono in cima a un poggetto dove l’erba bruciata dal sole aveva un odore delizioso e riposante di messe matura.

— Il suo compito è finito, — disse Martin quando si furono collocati, lei sul suo soprabito, lui disteso sulla terra tiepida, respirando voluttuosamente l’odore soave dell’erba. — Non ha più ragion d’essere, e quindi ha cessato d’esistere, — proseguì egli accarezzando amichevolmente l’erba appassita. — Piena d’ambizione, essa è cresciuta sotto le lunghe tempeste dell’ultimo inverno, ha lottato contro la violenza della primavera, è fiorita d’estate seducendo api e altri insetti, ha affidato al vento il suo seme, ha lottato con la vita e...

— Perchè analizzare sempre tutto in modo così terribile? — interruppe lei.

— Perchè ho studiato l’evoluzione della materia, credo. Da poco tempo ho degli occhi, insomma.

— Ma mi sembra che lei perda il senso della bellezza, in questo modo; che la distrugga, come i bambini quando prendono le farfalle e ne sciupano il velluto delle ali lucenti.

Egli scosse negativamente il capo.

— Sinchè ignoravo il significato della bellezza, che però s’imponeva a me, senza che io ne capissi il come e il perchè. Ora comincio a sapere. Quest’erba, ora che so perchè è erba, e come è diventata tale, mi sembra più bella. E come! Ma è tutto un romanzo la storia del minimo filo d’erba, e un romanzo d’avventure! La sola idea di ciò mi commuove. Quando io rifletto a tutto questo dramma della forza e della materia, e alla loro formidabile lotta, mi viene voglia di scrivere l’epopea del filo d’erba!

— Come parla bene! — disse lei, con aria assente; ed egli osservò che lei lo guardava con attenzione.

Era tale la confusione, ch’egli arrossì sino ai capelli.

— Spero di far progresso, — balbettò. — C’è tante cose in me che vorrei dire! Ma non posso riuscirvi. Mi sembra a volte che l’universo intero abiti in me e m’abbia scelto per cantarlo.

Sento — ah! non posso descriverglielo!... — sento la grandezza di tutto ciò, e non posso far altro che balbettare come un neonato. È un compito grandioso esprimere sentimenti e sensazioni con parole scritte o parlate, che daranno a colui che ascolta o legge la stessa impressione che n’ebbe il creatore. Guardi! io affondo la mia faccia nell’erba, e l’odore che aspirano le mie narici evoca in me mille pensieri, mille sogni. È il respiro dell’universo che ho respirato, la sua canzone e il suo riso, il suo dolore, le sue lacrime, la sua lotta e la sua morte. Mi piacerebbe dirle, dire a lei, all’umanità tutta quanta, le visioni evocate in me da questo odor d’erba.... Ma come potrei? La mia lingua è legata! Ho cercato di descriverle ciò che evocava in me questo profumo, e non ho fatto altro che farfugliare pietosamente. Oh! — e fece un gesto disperato, — è impossibile! impossibile!

— Ma lei parla benissimo, — insistè Ruth. — Guardi quanto progresso ha fatto dacchè la conosco! Il signor Butler è un oratore notevole; il Comitato di cui fa parte lo prega sempre di parlare nelle riunioni pubbliche durante la lotta elettorale. Eppure, lei parla non meno bene di lui; soltanto, lui ha più sangue freddo. Lei, lei si eccita troppo; col tempo si modererà. Dio mio! sa che sarebbe un buon oratore? Lei farebbe molta strada se volesse. Avrebbe dell’autorità di cui si saprebbe servire per condurre gli uomini: lei può riuscire in tutto ciò che vuole, se lo fa con passione come ha fatto lo studio della grammatica. Perchè non diventare avvocato? o uomo politico? Chi le impedisce di diventare un secondo signor Butler?... dispepsia a parte!... — aggiunse lei sorridendo.

Chiacchierarono: lei come al solito, mite e testarda, ritornando sempre all’idea dell’importanza di una solida base di studî e dei vantaggi del latino come materia fondamentale di qualsiasi carriera. Essa delineò l’uomo arrivato, un che di misto fra suo padre ed il signor Butler, ed egli ascoltò appassionatamente, disteso sul dorso, guardandola, godendosi il minimo movimento delle labbra di lei. Ma il suo cervello era soltanto vagamente attento; nulla, nei campioni che essa gli mostrava, l’attirava; ed egli risentiva nell’ascoltarla una specie di delusione dolorosa; il suo amore ne era esasperato sino alla sofferenza. In tutto ciò che lei diceva non entravano i suoi lavori; e i manoscritti ch’egli aveva portati giacevano a terra, dimenticati.

Finalmente, durante una pausa, egli guardò il sole come per misurarne l’altezza sull’orizzonte, e il gesto ch’egli fece raccogliendo i suoi manoscritti richiamò il loro ricordo.

— Avevo dimenticato, — disse lei pronta. — E dire che sono tanto impaziente di ascoltare!

Egli le lesse dapprima una novella che gli piaceva più di tutte le altre; era intitolata «Il Vino della Vita», e l’ebbrezza che gli era salita al cervello scrivendola, l’invase, nel rileggerla. La concezione era originale; egli l’aveva adornata di frasi colorate e d’immagini luminose. Trascinato dall’ardore della concezione originaria, egli non s’accorgeva nè degli errori nè delle lacune. Ma lo stesso non accadeva a Ruth; il suo orecchio esercitato rilevava le debolezze e le esagerazioni, l’enfasi del novizio, la mancanza di ritmo, oppure la forma troppo infiorettata. Insomma, era il lavoro d’un dilettante. Ma lei, anzichè dirgli questo, si limitò, quand’egli ebbe finito la lettura, a criticare alcuni difetti lievi, dichiarò che la storia le piaceva.

Come ne rimase deluso! Le sue critiche erano giuste; ed egli lo confessò a se stesso, pur dicendosi che egli non le leggeva il lavoro al solo scopo di farselo correggere, come uno scolaretto. Che importavano i particolari? Avrebbe imparato da sè a correggerli.

L’importante era questo: egli aveva tratto dalla vita una cosa grande che aveva tentato di racchiudere in quel racconto; era riuscito o no a fargliela vedere come i suoi occhi l’avevano vista? Il suo cervello l’aveva compreso, il suo cuore l’aveva sentita?... Giudicò che non era riuscito. Forse gli editori avevano ragione. Egli dissimulò il suo cruccio, e fu talmente d’accordo con quelle critiche, che lei non potè immaginare la profonda delusione che egli ne provava in fondo all’anima.

— Questo l’ho intitolato «La Marmitta» — diss’egli spiegando un altro manoscritto, — Quattro o cinque giornali illustrati l’hanno già rifiutato, ma io credo però che non sia mal fatto. In realtà, non so che cosa pensarne di preciso: mi sembra originale... Ma forse lei non sarà dello stesso parere. È breve: di duemila parole soltanto.

— Che spaventevole cosa! — esclamò lei, quando fu terminata la lettura. — È orribile oltre ogni dire!