Part 8
Egli divenne allora come una cera molle nelle mani di lei, tanto impaziente d’essere modellato da quelle mani, quant’ella era desiderosa di foggiarlo secondo il suo ideale maschile. Quando lei gli fece osservare che bisognava affrettarsi, giacchè gli esami di ammissione alla scuola superiore cominciavano il lunedì seguente, egli si dichiarò pronto ad affrontarli.
Poi lei suonò e cantò per lui, mentre egli se la beveva con gli occhi, inebriandosi della sua bellezza, e sorpreso di non vedere attorno a lei una folla di ammiratori ad ascoltarla e a desiderarla, com’egli l’ascoltava e la desiderava.
CAPITOLO X.
Fu trattenuto a pranzo, quella sera, e, con gran soddisfazione di Ruth, fece una buona impressione a suo padre. Si parlò della carriera del marinaio, argomento che Martin possedeva sulla punta delle dita; e il signor Morse dichiarò, poi, che gli sembrava un giovane di molto buon senso.
Dato il suo desiderio di parlare correttamente, Martin era costretto a parlare lentamente, il che gli permise di esprimere meglio il proprio pensiero. Egli si sentiva più libero di sè, che non all’altro pranzo; la sua modestia e riservatezza piacquero alla signora Morse, che non mancò di far rilevare quei progressi evidenti.
— È la prima volta che Ruth osserva un uomo — disse lei a suo marito. — È stata sempre così estranea a tutto ciò che riguarda gli uomini, che ne risentivo un gran fastidio.
Il signor Morte guardò sua moglie con curiosità.
— Hai intenzione di servirti di quel giovane marinaio per destarla? — le domandò.
— Voglio fare in modo, comunque, ch’essa non muoia zitellona. Se quel giovane Eden può destarle interesse per l’umanità in genere, tanto meglio!
— Benissimo, — ribattè il signor Morse. — Ma supponiamo, giacchè certe volte bisogna suppone l’impossibile, cara mia, supponiamo ch’egli desti in lei un interesse troppo spinto?
— Impossibile, — fece la signora Morse ridendo. — Prima di tutto, lei ha tre anni di più di lui, e poi... no, è impossibile. Niente di simile succederà, credimi!
Mentre il compito di Martin si precisava così, egli meditava, trascinato da Arturo e Norman, una stranezza. Essi avevano deciso una gita in bicicletta per la domenica mattina; e la cosa interessò Martin solo quando seppe che Ruth partecipava anch’essa. Egli non sapeva andare in bicicletta, e d’altra parte, non ne aveva; ma giacchè Ruth sapeva adoperarla, non gli rimaneva altro che imparare: così disse fra sè. Nel ritornare a casa, dunque, egli entrò in un deposito di biciclette e ne comperò una di duecento lire, spendendo un mese di paga faticosamente guadagnata!
Quella spesa riduceva notevolmente i suoi risparmi; ma egli riflettè che, aggiungendo alle cinquecento che avrebbe avuto dalla _Rivista_, le duemila che gli avrebbe dato il _Compagno della Gioventù_, avrebbe riassestato le sue finanze. Egli considerò con la stessa indifferenza il fatto di sciupare il vestito nuovo tentando di ritornare a casa in bicicletta quella sera! Arrivato al negozio del signor Higgingbotham, ordinò per telefono un vestito nuovo al sarto. Poi, lungo la scalinata stretta, rapida come una scaletta di salvataggio da pompieri sospesa ai fianchi della casa, egli sollevò la bicicletta e scoprì che, scostando il letto dal muro rimaneva uno spazio appena sufficiente, nella cameretta, per lui e la macchina.
Egli aveva avuto l’intenzione di dedicare tutta la domenica alla preparazione del famoso esame; ma l’articolo sui pescatori di perle lo trascinò, ed egli trascorse la giornata a esprimere febbrilmente le belle immagini che lo assillavano. Il fatto che la rivista di quel giorno aveva dimenticato di pubblicare il suo articolo sui «Cercatori di tesori» non l’affliggeva punto; egli mirava molto più in alto. Poichè aveva fatto l’orecchio sordo a tutti i richiami, rinunziò al greve pranzo domenicale che il signor Higgingbotham regalava invariabilmente alla sua famiglia. Pel signor Higgingbotham, quel pranzo rappresentava il segno esteriore della sua condizione sociale e prosperità, ed egli lo festeggiava con delle idee piatte circa le istituzioni americane, e la riconoscenza che si deve a tali istituzioni che permettono a qualsiasi onesto lavoratore di elevarsi, e in quel caso «elevarsi» significava, com’egli osservava, infallibilmente, diventare, da garzone di droghiere, proprietario delle _Derrate alimentari Higgingbotham_.
Quel mattino di lunedì, Martin Eden salutò con un sospiro «i pescatori di perle» non terminati, e prese il tranvai per Oakland e il collegio. E, quando, giorni dopo, potè sapere il risultato dei suoi esami, vide che aveva dato cattiva prova in tutte le materie fuorchè in grammatica.
— La sua grammatica è eccellente, — gli disse il professore Hilton sbirciandolo attraverso i grossi occhiali, — ma lei ignora tutto, assolutamente tutto, delle altre materie, e la sua storia degli Stati Uniti è abominevole. Io le consiglierei...
Il professore Hilton s’interruppe, fissandolo ancora, con l’ostilità e l’incomprensione con le quali avrebbe fissato i suoi provini. Egli era professore di fisica all’Università, aveva una numerosa famiglia, un magro stipendio e tutta una riserva di scienza imparata al modo dei pappagalli.
— Sì, signore, — disse umilmente Martin, che rimpiangeva molto di non avere dirimpetto l’impiegato della biblioteca, anzichè il professore Hilton.
— Io le consiglierei dunque di ritornare a scuola per altri due anni almeno. Buona sera.
Neppure quest’altro fiasco turbò Martin, il quale anzi fu sorpreso dell’aria imbronciata di Ruth, quando le riferì il consiglio del professore. Era così viva quella delusione, ch’egli si sentì afflitto della riprovazione, a causa di lei, soprattutto.
— Vede che avevo ragione, — disse lei. — Lei ne sa molto di più di tutti gli studenti che entrano nel liceo, eppure è bocciato agli esami, perchè la sua istruzione è parziale e superficiale. A lei manca quella disciplina nello studio, che solo dei professori provetti possono dare. Le occorrono serie basi. Il professore Hilton ha ragione, e se fossi in lei andrei alla scuola serale. Un anno e mezzo le basterebbero. D’altra parte avrebbe il tempo di scrivere, o, se non potesse guadagnarsi da vivere con la penna, potrebbe trovare un impiego.
— Ma se di giorno mi toccherà lavorare e di sera studiare, quando potrò vederla? — si disse Martin, ma non espresse questo pensiero e si limitò a dire:
— Mi parrebbe così puerile andare alla scuola serale. Pure lo farei se pensassi che mi possa giovare in certo qual modo; ma non lo credo. Io posso imparare più rapidamente ch’essi non facciano ad insegnarmi. Sarebbe una perdita di tempo, — egli pensò al desiderio che aveva di lei, — e io non voglio perdere tempo. Infatti: non ho più tempo da perdere. C’è tante cose necessarie! — E lei lo guardò così gentilmente, ch’egli sentì ch’era un bruto a resisterle.
— La fisica e la chimica lei non può trattarle da sè, senza studi di laboratorio e senza guida. L’algebra e l’aritmetica la scoraggeranno; occorrono professori provetti, specialisti nell’arte d’insegnare.
Egli rimase un momento silenzioso, cercando il modo meno vanitoso di esprimersi.
— La prego di non credermi un vantatore, — fece egli finalmente. — Non so esprimermi, ma ho il senso di essere ciò che direi «istintivamente scientifico». Io so di studiare da solo, naturalmente, come un’anitra sa navigare. Lei stessa ha visto ciò che ho fatto con la grammatica; e ho imparato molte altre cose, quante lei non immagina. E siamo all’inizio! Aspetti che m’avvii un po’! Soltanto ora comincio a vedere chiaro,... a mettermi in forma...
— A «mettermi in forma»? — interruppe lei, accentuando maliziosamente.
— A sapere di _che si rigira_, — si affrettò a spiegare Martin.
— Questo non significa nulla, in linguaggio corretto, — aggiunse lei.
Egli seguitò ad esprimersi in gergo.
— Voglio dire che comincio a vedere il modo di _accostare_.
Per pietà, lei non insistette, ed egli continuò:
— La scienza mi fa l’effetto d’un ufficio di informazioni. Ogni volta che vado in biblioteca, ho la stessa impressione. Il compito del professore consiste nel dare delle notizie agli scolari in modo sistematico. Non sono altro che guide, ecco: non danno nulla di se stessi, non creano nulla. Tutto è contenuto nell’ufficio d’informazioni, ed essi non fanno altro che indicare ai clienti ciò di cui hanno bisogno, per impedir loro di errare infinitamente. Ma io non mi perdo facilmente: ho la bussola d’orientamento, e so sempre dove sono, «evvero»? Che? quale altro sproposito ho detto?
— Non dica «evvero».
— Ha ragione, — fece lui con riconoscenza. — È vero. Dunque, evvero, cioè, scusi: non è vero?... Dunque, che cosa dicevo? Ah! ecco! sì, nell’ufficio d’informazioni. Ebbene! c’è dei tipi...
— Della gente! — corresse lei.
— Della gente che ha bisogno di guide, quasi tutti; ma io credo di poter farne senza, per conto mio.
Ho passato un tempo infinito nell’ufficio d’informazioni, e comincio a orientarmi, a sapere ciò che voglio trovare, quali rive voglio esplorare. E stando al modo come mi regolo, navigherò meglio da solo. La rotta d’una squadra è regolata a seconda della velocità della nave meno veloce, sa: nell’insegnamento è la stessa cosa. I professori non possono procedere più rapidamente della media dei loro scolari; mentre il mio passo sarebbe più rapido di quello di tutta la classe.
— Chi vuol procedere alla svelta, deve viaggiare da solo! — citò Ruth.
Egli sentì la voglia di risponderle: — Con lei viaggierei anche più rapidamente, giacchè vedeva apparire la visione d’un mondo d’infinita chiarezza, che egli percorreva tenendo lei fra le braccia, con la carezza dei suoi capelli d’oro pallido, sulle guance. Dio! com’era pietosa quell’impotenza a esprimere ciò ch’egli sentiva! Era punto da un desiderio lancinante: quello di potere descrivere le visioni che gli fiammeggiavano nel cervello. Ah! ora capiva! Aveva la chiave del mistero: ecco ciò che esprimevano i grandi scrittori, i grandi poeti, ecco perchè erano dei titani! Essi sapevano esprimere il loro pensiero, i loro sogni, i loro sentimenti. Spesso, addormentati al sole, i cani gemono, abbaiano, ma sono incapaci di dire ciò che li fa gemere o abbaiare. Così era lui: un cane addormentato al sole. Delle visioni nobili e magnifiche gli apparivano, ed egli non sapeva far altro che gemere ed abbaiare verso Ruth. Ma non s’addormenterebbe più al sole. Dapprima, con gli occhi spalancati, lotterebbe, lavorerebbe, soffrirebbe, sino al giorno in cui, con la lingua slegata e gli occhi non velati dalle ciglia, saprebbe farla partecipe delle sue ricchezze cerebrali. Perchè non avrebbe trovato, come tanti altri, il modo di formar le parole, di dominar la lingua, d’asservire la materia al suo sogno?...
L’apparizione del mistero lo commosse profondamente, e nuovamente la visione dei grandi spazî stellati lo trasportò lontano... sino al momento in cui, colpito dal silenzio, vide ad un tratto Ruth che lo guardava con aria divertita.
«Una visione m’è apparsa,» diss’egli, e il suono della propria voce lo fece sussultare. Donde venivano le parole, espressione adeguata dell’interruzione che il suo sogno aveva causato alla conversazione? Qual era quel miracolo? Mai aveva espresso così chiaramente un pensiero elevato. Vero è che non aveva mai tentato; ma Swinburne, Tennyson, Kipling e tutti gli altri poeti l’avevano fatto. A un tratto gli tornarono in mente i suoi «Pescatori di perle». Egli non s’era ancora lanciato verso grandi cose, in quelle che egli avrebbe potuto avvivare con la gran fiamma che lo bruciava. Ma quando l’avesse finito, quell’articolo sarebbe stato diverso. La bellezza dell’argomento lo colpì d’un tratto; si domandò audacemente perchè non tentava di celebrare quella bellezza in versi. E perchè non cantare le delizie infinite e l’incanto senza pari del suo amore per Ruth? Tanti poeti avevano celebrato l’amore. Così avrebbe fatto lui, perdio!
Al suo orecchio stupito riecheggiò questa esclamazione in modo chiaro e sonoro; trascinato dell’entusiasmo, egli aveva pensato ad alta voce. Il sangue gli affluì al viso, con ondate così violente da vincere l’abbronzatura e farlo arrossire sino alla radice dei capelli.
— Io... io le domando scusa... — balbettò egli. — Pensavo.
— Sembrava che pregasse, — fece lei, con una certa ironia, sebbene nell’animo si sentisse profondamente urtata. Era la prima volta che un uomo di sua conoscenza bestemmiava in sua presenza, e questo la feriva non solo nei suoi principî e nell’educazione, ma anche nell’animo, la cui peluria verginale non era stata financo macchiata dal brutale respiro della vita.
Ma lei lo scusò e rimase stupita dalla facilità colla quale lo fece. Egli non aveva avuto la fortuna di nascere come tanti altri, faceva il possibile e progrediva molto rapidamente. Lei non immaginò neppure che potesse avere altre ragioni per essere così benevola verso di lui; ma era cosciente della tenerezza che la piegava su di lui. Come avrebbe potuto accorgersene? La serenità di ventiquattro anni di vita tutta candida, non poteva darle la percezione netta dei proprî sentimenti; non essendosi mai bruciate le ali, lei non sentiva il pericolo della fiamma.
CAPITOLO XI.
Martin si rimise a lavorare attorno all’articolo «I Pescatori di perle», che avrebbe finito più presto se non l’avesse interrotto frequentemente con i suoi saggi di poesia. I suoi versi erano, s’intende, versi d’amore, ispirati da Ruth, e mai finiti. Non è possibile, infatti, imparare in un giorno a cantare un così nobile argomento. Già, per se stessi, ritmo, metrica e forma erano una faccenda seria, senza dire che c’era inoltre una cosa intangibile, impalpabile, che si sente in ogni bel poema e che egli non riusciva ad afferrare. Era l’inafferrabile spirito della poesia stessa che non si lasciava imprigionare. Egli se lo sentiva attorno come un fuoco fatuo, come un calmo e molle vapore, a portata di mano, eppure fuori della presa. Talvolta egli ne afferrava qualche lembo, uno strascico di nube, e ne riteneva frasi che gli cantavano nel cervello e svanivano come nebbia leggera. Era scoraggiante; egli era tormentato dal desiderio di esprimersi liricamente, e non riusciva ad altro che a farfugliare prosaicamente, come tutti! Lesse ad alta voce i suoi saggi: i versi avevano il numero di sillabe voluto, le rime erano impeccabili, ma l’ispirazione, il colpo d’ala mancavano. C’era da non raccapezzarcisi, e così, stanco, disperato, depresso, vinto, egli si rimise attorno al suo articolo. Certamente la prosa era più facile a trattare. Dopo «I Pescatori di perle», scrisse un articolo sulla carriera del marinaio, un altro sulla caccia alla tartaruga, e un terzo sugli alisei del nord-est. Poi, per esercitarsi, tutta una breve novella e, giacchè ci s’era messo, ne fece altre sei, ch’egli spedì a parecchi giornali illustrati.
Scriveva senza tregua, dalla mattina alla sera, sino a notte tarda, interrompendosi soltanto per recarsi in biblioteca a prendere dei libri di abbonamento, o per vedere Ruth. Era profondamente felice; la vita gli appariva intensa e bella. La sua febbre d’entusiasmo non cessò mai, giacchè l’ebbrezza creatrice degli dei era in lui. Il mondo esterno, il tanfo dei legumi putrefatti e di liscivia, l’aspetto rilassato di sua sorella e la faccia ironica del signor Higgingbotham non erano altro che un sogno. Il mondo vero era quello del suo cervello, e le storie che scriveva erano la sola realtà possibile. I giorni erano brevi. Voleva studiare tante cose! Non dormì più di cinque ore, che gli parvero anche troppe, così che cercò di lesinare una mezz’oretta, ma fu costretto, con suo gran rammarico, a ritornare alle cinque ore. Egli cessava di scrivere per studiare, con rimpianto, e con rimpianto cessava di studiare per andare in biblioteca, o si strappava di là, dalla sala di lettura piena di opere di quegli scrittori fortunati ch’erano riusciti a collocare la loro merce. Era un crepacuore, quando, in casa di Ruth, bisognava alzarsi e andar via, ed egli galoppava lungo le tetre viuzze per ritrovare il più presto possibile i suoi cari volumi. Il più duro per lui era quando doveva chiudere i libri di fisica e d’algebra, ordinare taccuino e matita e chiudere gli occhi per addormentarsi. Egli odiava l’idea che cessava di vivere, sia pure per poco tempo, e si consolava soltanto al pensiero che avrebbe udito la sveglia cinque ore dopo. In somma, perdeva soltanto cinque ore, poi la suoneria lo avrebbe fatto balzare, togliendolo dall’incoscienza e avrebbe avuto nuovamente davanti a sè un’ammirevole giornata di diciotto ore. Con tutto ciò, passavano le settimane e il denaro anche, e non c’erano introiti. Un mese dopo l’invio al _Compagno della Gioventù_, il seguito delle avventure per bambini gli fu rimandato con parole di rifiuto così cortesi e accorte, ch’egli non provò risentimento verso l’editore. Ma non accadde lo stesso con l’editore della _Rivista di San Francisco_. Dopo avere atteso due settimane, Martin gli aveva scritto. Ricominciò otto giorni dopo. Alla fine del mese, andò a San Francisco, dall’editore, ma senza poter parlar con questo autorevole personaggio, a causa d’un cerbero d’una dozzina d’anni, dai capelli color carota, che custodiva la porta. Al termine della quinta settimana, il manoscritto gli fu restituito per mezzo della posta, senza commenti, senza spiegazioni, senza nulla. Gli altri articoli gli furono rimandati nello stesso modo. Egli allora li spedì immediatamente ad altri giornali illustrati dell’est, questa volta, che li rinviarono rapidamente, accompagnandoli sempre con frasi di rifiuto, stampate. Anche le novelle gli furono respinte. Egli le rilesse parecchie volte e gli parvero ben fatte, così che non potè capire la ragione del rinvio, sino al giorno in cui lesse in un giornale che i manoscritti dovevano essere sempre scritti a macchina. Ecco la spiegazione di tutto! S’intendeva che gli editori erano troppo occupati per perdere il tempo a decifrare degli scritti. Martin noleggiò subito una macchina da scrivere e possò un giorno a imparare a servirsene. Tutti i giorni copiava l’ultima composizione e ricopiava i manoscritti a mano a mano che glieli rimandavano. Fu stupito il giorno in cui cominciarono a ritornare anche i manoscritti dattilografati. Egli strinse le mascelle, sporse un po’ il mento, aggressivamente, e mandò i manoscritti ad altri editori.
Giunse allora a domandarsi se era in grado di giudicare le proprie opere, e le lesse a Geltrude, che lo guardò con occhi lucidi di orgoglio e dichiarò:
— Eppure, è bello sapere scrivere delle cose come queste!
— Sì, sì, — fece lui, con impazienza. — Ma la storia? Come ti pare?
— Magnifica, assolutamente magnifica. E interessante anche. N’ero tutta sconvolta.
Egli osservò che lei non esprimeva il suo pensiero; la sua buona faccia era perplessa, ed egli attese.
— Ma di’, Martin, — fece lei dopo una lunga esitazione, — come finisce?... Questo giovanotto così _poseur_ l’ha conquistata insomma?...
Egli le spiegò la fine, che, pure, egli credeva così chiara, e artisticamente curata. Allora lei dichiarò:
— Questo volevo sapere! Perchè non l’hai raccontato così nella storia?
Dopo aver letto un certo numero delle sue elucubrazioni, egli fu almeno certo d’una cosa: che a lei piaceva il lieto finale.
— Questa storia è assolutamente magnifica, — fece lei, raddrizzando, con un sospiro di stanchezza, il suo corpo pesante, curvo sulla tavola da strofinare i panni, asciugando col dorso della mano rossa la fronte che le sudava. — Ma mi fa diventare triste. Ho voglia di piangere. Ci sono cose tristi nella vita, vedi, e io preferisco le storie allegre che mi fanno ridere. Se l’avesse sposato, è vero?... e... Questo non ti fa dispiacere, Mart? — interrogò lei, preoccupata. — Io ho questa idea perchè sono stanca, credo. Ma, pure, la tua storia è splendida lo stesso, molto splendida. Dove vai a venderla?
— Quanto a questo, è un altro paio di maniche, — fece lui ridendo.
— Ma se la vendi, quanto pigli?
— Oh! cinquecento lire, per lo meno, dato il valore di queste cose.
— Dio! spero che la venderai!
— Sono guadagnate facilmente, eh! — e aggiunse con orgoglio: — L’ho scritta in due giorni, guadagnando così duecentocinquanta lire al giorno.
Egli moriva dalla voglia di leggere la sua letteratura a Ruth, ma non osò. Decise d’aspettare che uno dei suoi racconti fosse pubblicato; allora lei avrebbe capito la ragione della sua ostinazione a scrivere. E, aspettando quel momento, seguitò a lavorare con accanimento. Mai il suo spirito avventuroso s’era lanciato con tanta passione in ciò ch’egli chiamava l’esplorazione del suo cervello.
Comperò libri di fisica e di chimica e, con l’aiuto dell’algebra, s’immerse in problemi e dimostrazioni. La sua intensa potenza d’immaginazione gli permetteva di comprendere le reazioni chimiche senza vederne fare la prova, più facilmente della media degli studenti che vanno al laboratorio. Martin proseguì da solo il cammino attraverso pesanti testi di scienza, entusiasmato dalle spiegazioni circa la natura delle cose, che trovava in essi. Prima accettava il mondo qual era, senza cercare più lontano; egli ne comprendeva ora il gioco e le correnti contrarie della forza e della materia. Soluzioni spontanee sorsero nella sua mente, su tanti piccoli particolari del suo mestiere di un tempo; le leggi della navigazione, secondo le quali le navi seguono infallibilmente la loro via attraverso l’oceano sconfinato, gli furono spiegate, come pure i misteri degli elementi; ed egli si domandò se non avesse scritto, disgraziatamente, troppo presto l’articolo sui venti alisei del nord-est. Comunque, comprese che l’avrebbe fatto meglio, ora. Un pomeriggio, Arturo lo condusse all’Università californiana, dove, trattenendo il respiro, e con un rispetto quasi religioso, egli visitò i laboratori, fu presente a delle prove e alla lezione di fisica d’un professore. Ma nulla gli faceva trascurare lo scrivere. Un torrente di novelle scorse dalla sua penna, ed egli si lanciò nei versi più facili, del genere di quelli che vedeva nei giornali illustrati. Intanto, una tragedia in versi liberi gli torturava il cervello; gli faceva perdere due settimane, giacchè gli fu rimandata da una mezza dozzina di giornali, con una celerità che lo sorprese. Poi scoprì Henley, il che gli fece scrivere una serie di poemi marinari sul tipo delle «Impressioni d’ospedale»; dei poemi semplici e romanzeschi, pieni di luce, di calore e d’azione, ch’egli chiamò «Poemi del mare» e giudicò migliori di tutto quanto aveva scritto precedentemente. Erano trenta, ed egli li terminò in un mese, scrivendone uno al giorno, dopo aver finito il lavoro quotidiano, che equivaleva a una settimana di lavoro d’uno scrittore comune. Il lavoro non gli costava sforzo; per lui non era lavoro; egli non faceva altro che dare semplicemente libero sfogo al tesoro di bellezza e di meraviglia che, durante lunghi anni, le sue labbra suggellate non avevano saputo esprimere.