Martin Eden

Part 5

Chapter 53,663 wordsPublic domain

Di giorno, egli non osava arrischiarsi nei dintorni di Ruth, ma, di notte, s’aggirava come un ladro attorno alla casa dei Morse, guardando furtivamente le finestre, intenerito soltanto alla vista dei muri che la riparavano. Parecchie volte mancò poco che non fosse sorpreso dai fratelli di lei, e una sera seguì il signor Morse in città, studiandone la faccia al chiarore delle vie, e augurandogli di tutto cuore un terribile accidente che gli permettesse di balzare in aiuto e salvare il padre della sua prediletta. Un’altra volta la sua attesa fu premiata, perchè potè intravedere il profilo di Ruth a una finestra del secondo piano. Con le braccia sollevate, essa s’acconciava davanti ad uno specchio. In realtà non ne vide che la testa e le spalle, in un attimo, che gli parve un’eternità di delizie ardenti. Poi, lei fece ricadere la tendina; ma ormai egli sapeva dov’era la camera di lei, e ritornò a spiare di sovente, nascosto nell’ombra di un albero, sul marciapiedi opposto, fumando innumerevoli sigarette. Un pomeriggio incontrò la madre di lei, che usciva da una banca; e il particolare gli mostrò nuovamente l’enorme distanza che lo separava da Ruth. Ella apparteneva alla classe che si serviva delle banche. Egli non era mai penetrato in uno di quei santuarî, e immaginava che potessero essere frequentati solo dai milionari e dai potenti della terra.

Era soggetto a una specie di rivolgimento morale: la purezza, la bellezza d’animo del suo idolo, avevano operato in lui una reazione, sicchè provava un ardente bisogno di nettezza. Bisognava ch’egli fosse pulito, per essere degno di respirare l’aria che essa respirava. Si lavò i denti, si spazzolò le mani con una spazzola per pulir l’acciaio, sino al giorno in cui, visto uno spazzolino per le unghie nella mostra d’un droghiere, indovinatone l’uso, lo comperò. Il venditore, dato uno sguardo alle unghie, propose l’acquisto d’una lima, ed egli fece acquisto immediato di quel nuovo arnese per toeletta. Dopo aver scorso un libro d’igiene personale, decise che gli occorreva un bagno freddo tutti i giorni, facendo stupire Jim e indignare Higgingbotham che non aveva alcuna simpatia per quelle invenzioni d’abracadabra e si domandò seriamente se non era il caso di far pagare a Martin l’acqua che consumava in più. Un altro progresso fu compiuto, riguardante la piega dei calzoni. Martin, orientato verso quel genere di cose, osservò subito la diversità fra i calzoni dell’operaio, che fanno ginocchiello, e quelli la cui linea diritta segnata dal piede all’anca indica gente di un ambiente più elegante. Egli agitò la questione e mise sottosopra la cucina della sorella per cercare dei ferri e una tavola da stiro. Dapprima non riuscì, bruciò un calzone e fu costretto ad acquistarne un altro paio, anticipando così ancora la data dell’imbarco.

Ma il mutamento non avveniva soltanto all’esterno della persona, ma in lui. Fumava ancora, ma non beveva più. Sino a quel tempo, egli aveva pensato che un uomo dovesse bere e s’era vantato d’aver la testa resistente; ciò che gli permetteva di vedere tutti i compagni andare a finire sotto la tavola, mentre egli conservava un aspetto e contegno apparentemente decenti. Quando, per esempio, incontrava un compagno di bordo, ed egli ne aveva parecchi a S. Francisco, l’invitava, o era invitato, come un tempo; ma ora non ordinava altro per sè, che _ginger-ale_, o limonata, e sopportava allegramente i loro frizzi.

E, mentre essi diventavano brilli, e la bestia ch’era in loro saliva e s’impadroniva della persona, egli li studiava e ringraziava Dio perchè non rassomigliava a loro. Bisognava che dimenticassero le loro miserie; e durante la loro ebbrezza quei bruti istupiditi si sentivano simili a dei e regnavano nel loro paradiso d’attossicati.

D’altra parte, Martin non sentiva più bisogno d’alcool; era ebbro in mille altri modi nuovi ma molto più gravi; ebbro di Ruth che gli aveva acceso il cuore d’amore e di desiderio d’immortalità; ebbro di letture, che avevano fatto sorgere in lui innumerevoli aspirazioni; ebbro, infine, della propria forza, raddoppiata dalle cure ch’egli usava al suo corpo e che gli davano un equilibrio gaio e magnifico.

Andò una sera a teatro sperando vagamente ch’ella vi andasse, ed ecco, dalla seconda fila dov’era seduto, la vide a un tratto! La vide arrivare per uno dei corridoi laterali, con Arturo e un giovanotto interamente calvo e munito d’un paio d’occhiali, la cui vista lo fece sprofondare in angosce di diffidenza e di gelosia. La vide sedere nelle poltrone di prima fila, e in tutta la serata non distinse altro che questo: delle delicate spalle bianche e una massa di capelli d’oro pallido, fatti più pallidi dalla lontananza. Ma anche altra gente era distratta, ed egli osservò, guardandosi intorno, due ragazze sedute non lontano da lui, che gli sorridevano con aria sfrontata. Egli era stato sempre uomo di facili avventure, per natura, giacchè non era solito mandar via la gente. Un tempo avrebbe ricambiato il sorrisetto, e, con l’atteggiamento, incoraggiato il loro sorriso; ma ora le condizioni erano diverse. Egli rispose al sorriso; poi si volse e non guardò più da quella parte. Pure, parecchie volte, senza farlo di proposito, il suo sguardo incontrò il loro sorriso. Non ci si trasforma in un giorno, ed egli non poteva modificare la gentilezza naturale del suo carattere. Così che finì col sorridere alle ragazze, per puro bisogno di cordialità espansiva. Che gli portavano infatti di nuovo? Egli sapeva bene ch’esse tendevano verso di lui le loro mani carezzevoli, ma... ma ora, laggiù, presso l’orchestra, era la donna unica, così incredibilmente diversa da quelle due ragazze della sua classe, ch’egli non poteva fare a meno di considerarle con senso di pena e di pietà. Egli desiderava con tutto il cuore che gli fosse concesso di possedere, fosse pure per un attimo, un po’ della bontà di Ruth e del suo splendore morale. Ma per nulla al mondo avrebbe voluto ferirle per i loro maneggi, che, d’altra parte, non lo lusingavano; egli risentiva perfino una vaga vergogna della propria inferiorità, che giustificava il loro contegno. Se egli fosse stato uno della classe di Ruth, quelle ragazze non si sarebbero permesse alcuna familiarità; i loro sguardi gli sembravano muniti di artigli minacciosi che s’aggrappavano a lui per mantenerlo al loro livello.

S’alzò prima che calasse il sipario, per tentare di vedere Ruth. C’era sempre della gente sotto il peristilio del teatro, così che, calcandosi il cappello sugli occhi, lei non lo avrebbe riconosciuto. Egli uscì per primo tra la folla; ma s’era appena avviato all’uscita, quand’ecco apparire le due ragazze. Esse lo avevano seguito, era evidente; e là per là egli maledisse il fascino che esercitava sulle donne. Esse avanzavano lentamente, nel più folto della folla, così che, sfiorandole, una d’esse s’accorse di lui. Era una flessuosa ragazza bruna, dagli occhi cupi, pieni di sfida. Tutt’e due gli sorrisero, ed egli rispose loro.

— Oh! chi si vede! — diss’egli automaticamente, come aveva fatto in tanti casi simili! D’altra parte, non gli era possibile agire altrimenti, data la sua grande indulgenza e il bisogno di cordialità inerenti alla sua natura. La ragazza dagli occhi neri rinforzò il suo sorriso e fece l’atto di fermarsi, come anche l’amica che l’accompagnava e che rideva, torcendosi. Egli riflettè rapidamente. Bisognava evitare che «Lei», uscendo, lo vedesse in compagnia di quelle ragazze. Con molta disinvoltura, egli manovrò in modo da spingere la bruna verso l’uscita. Là, era libero di sè, e a suo agio; anzichè manifestare impaccio o timidezza, egli scherzò allegramente, usando con un certo brio il gergo e il complimento gentile, preliminari obbligatori in quel genere di avventure rapide. Al cantone, egli volle lasciar la folla che seguiva la strada, per prendere una via trasversale, ma la ragazza dagli occhi neri lo prese pel braccio, ed esclamò trascinando la compagna:

— Fermatevi! Bill! dove correte con tanta fretta?... Non ci vorrete piantare così?...

Egli si fermò, rise, fece un voltafaccia. Al disopra delle loro spalle vedeva la folla che si moveva, passare sotto i riverberi di luce. Il punto in cui si trovava non era illuminato, così che poteva vederla passare senz’essere visto. Lei doveva passare di là, giacchè quella era la via di casa sua.

— Come si chiama? — domandò alla compagna indicando la ragazza bruna...

— Domandaglielo! — rispose lei.

— Dunque, come vi chiamate? — domandò egli, voltandosi alla ragazza.

— Voi non mi avete ancora detto il vostro nome, — ribattè quella.

— Non me l’avete chiesto, — fece lui sorridendo. — D’altra parte l’avete indovinato: mi chiamo proprio Bill.

— Là! Là! — E lei lo guardò negli occhi, mentre i suoi s’intenerivano. — È proprio vero?...

Lei seguitava a fissarlo; l’eterna femminilità luceva negli occhi eloquenti. Ed egli la scrutava, negligentemente, sapendo già che se egli si fosse mostrato aggressivo, lei si sarebbe messa in guardia, con riserbo e pudore a un tratto, ma pronta a invertire le parti s’egli avesse indietreggiato. Da uomo qual era, egli però ne sentiva l’attrattiva e nell’intimo apprezzava quella lusinghiera insistenza. Ah! come conosceva tutto ciò! sin troppo bene, dall’A alla Z... Lei era bella come una dea; sì, come una dea può essere in quell’ambiente, quando si lavora faticosamente, si è mal pagati e si disdegna di vendersi per vivere meglio, e si è ardentemente assetati d’un sorso di felicità per allietare la propria triste vita, e non si ha davanti a sè altra alternativa che una penosa eternità di lavoro o il cupo gorgo d’una miseria anche più terribile, ma che uccide presto ed è meglio pagata.

— Bill, — rispose egli scotendo il capo. — Ve l’assicuro: Bill o Pietro.

— Seriamente?

— Non si chiama affatto Bill, — interruppe l’altra.

— Che ne sapete voi? — disse lui. — Voi non mi conoscete.

— Non c’è bisogno di conoscervi per sapere che dite una bugia.

— Seriamente, Bill, qual è il vostro nome? — disse la bruna.

— Bill mi sta benissimo, — rispose Martin.

Essa gli prese il braccio ridendo.

— Io so che voi mentite, ma, pure, siete gentile lo stesso.

Egli prese la mano che s’offriva, ne sentì subito i segni e le deformazioni famigliari.

— Da quanto tempo avete abbandonato la fabbrica di conserve? — domandò.

— Come lo sapete?... Be’, è uno stregone! — esclamarono le ragazze, a coro.

Mentr’egli scambiava con loro tutte le stupidaggini solite, sentiva passare e ripassare nella mente gl’innumerevoli scaffali della biblioteca dove si accumulavano le meraviglie dei secoli passati. E l’incoerenza dei suoi pensieri lo fece sorridere.

Intanto i segni intimi e la celia ch’egli simulava non gl’impedivano di tener d’occhio l’uscita del teatro. E ad un tratto scorse Ruth, nella luce, tra il fratello e il giovanotto dagli occhiali; e il cuore parve che gli si fermasse. Come aveva sperato quel momento! Ebbe appena il tempo di scorgere il velo leggero che velava la persona di lei nell’abbigliamento, quando lei rialzò la gonna: poi essa sparve ed egli si ritrovò di faccia alle due operaie con i loro vani tentativi di eleganza e di nettezza, accanto ai loro vestiti a buon mercato e ai loro gioielli da bazar. Sentì che gli tiravano il braccio, sentì vagamente che gli parlavano:

— Svegliatevi, Bill, che vi succede?

— Che?... dicevate?...

— Oh! niente! — rispose la bruna, con un cenno vivace del capo. — Dicevo soltanto fra me...

— Che cosa?...

— Be’, dicevo fra me e me che sarebbe una buona idea se conduceste con noi un amico... per lei, (e indicò la compagna) e allora andremmo in qualche luogo a prendere un «ice-cream soda» o qualche altra cosa.

Una nausea morale lo scosse. Accanto agli occhi arditi di quella ragazza, egli vedeva i chiari occhi luminosi di Ruth, il suo sguardo angelico che veniva a lui dalla più profonda purezza. Egli si sentì a un tratto superiore a quell’avventura. La vita aveva per lui un altro significato: non si limitava a degli «ice-cream sodas» in quattro. Egli ricordò che aveva sempre coltivato, come in un giardino segreto, pensieri rari e preziosi. Quando aveva tentato di farne partecipe qualcuno, non aveva trovato nè donna nè uomo capaci di comprenderlo. E poichè quei pensieri superavano la comprensione di quella gente, egli ne concludeva, ora, che doveva essere superiore ad essa. Egli strinse i pugni. Giacchè la vita significava per lui molto di più, toccava a lui domandare molto di più alla vita; ma non ci voleva quella compagnia; gli arditi occhi neri non gli potevamo offrire nulla di nuovo. Egli sapeva ciò che riserbavano: _ice-cream_ o altro del genere. Ma gli occhi angelici, laggiù, gli offrivano molto di meglio e più che non potesse immaginare; libri e pittura, riposo e bellezza, tutte le eleganze fisiche e morali d’una vita raffinata. Egli conosceva a mente ciò che dissimulavano così malamente quegli occhi neri; vedeva, come in un interno d’orologio, tutte le rotelle della povera meccanica cerebrale; il basso piacere n’era lo scopo, il cupo piacere che portava alla morte definitiva d’ogni speranza. Ma negli occhi angelici, si offrivano il mistero, l’incanto, l’al di là; in essi era il riflesso d’un’anima e anche un po’ dell’anima sua.

— Il programma va bene, ma c’è un _ma_: sono impegnato.

Gli occhi neri della bruna lo fulminarono.

— Dovete assistere un amico malato, certamente? — fece lei beffardamente.

— No, ho un «appuntamento» con — ed egli esitò — con una ragazza.

— Mi prendete in giro? — disse lei con gravità.

Egli la guardò negli occhi e rispose:

— Niente affatto, ve lo assicuro. Ma non potremmo vederci un altro giorno? Non m’avete detto ancora il nome vostro nè dove abitate.

— Lizzie, — rispose lei, raddolcita, e appoggiandosi a lui gli premeva il braccio. — Lizzie Connolly. E abito a Fifth and Market.

Egli chiacchierò qualche altro minuto e augurò loro la buona notte. Ma anzichè tornare direttamente a casa, andò sino all’albero, all’ombra del quale aveva sognato tante volte, alzò la testa verso la finestra e mormorò:

— L’appuntamento era con voi, Ruth. Son venuto.

CAPITOLO VII.

Dalla serata in casa di Ruth Morse, era trascorsa una settimana impiegata soltanto nella lettura; ed egli non aveva ancora osato ritornare da lei. Di tanto in tanto si faceva coraggio, ma davanti ai dubbi che l’assalivano finiva coll’indietreggiare. A quale ora bisognava andare? Nessuno poteva dirglielo, ed egli temeva di compiere un’irreparabile sciocchezza. Liberatosi dall’ambiente e dalle abitudini passate, e non avendo stretto nuove relazioni, non aveva altra occupazione che quella di leggere, e ne abusava in modo che un altro, dagli occhi meno resistenti, si sarebbe guastato la vista. Inoltre il suo cervello, vergine in tutto ciò che si riferisse al pensiero astratto, era maturo per una semina benefica, giacchè non era affaticato da studi, e s’accaniva nel lavoro intellettuale, con sorprendente tenacia.

Alla fine della settimana, gli parve, — tanto lontani egli vedeva la sua vita passata e l’antico modo di vivere, — d’aver vissuto cent’anni. Ma la mancanza di studi preparatorî lo impacciava molto. Egli tentava di leggere cose che richiedevano anni di applicazione, e poichè s’immergeva un giorno nella lettura d’un libro di filosofia antica, il giorno dopo in un altro di filosofia ultra moderna, nella testa gli turbinavano le idee più contradditorie. Con gli economisti, era lo stesso. Nella stessa fila, nella biblioteca, trovò Carlo Marx, Riccardo, Adamo Smith e Mill, e le idee astratte dell’uno non portavano punto alla conclusione che le idee dell’altro fossero superate. Egli era disorientato, ma assetato dal desiderio di istruirsi. In un giorno solo, l’economia sociale, l’industria, la politica, lo appassionarono. Nel Parco di City-Hall, aveva osservato un gruppo d’uomini in mezzo ai quali declamavano una mezza dozzina di persone, col volto infiammato, la voce eccitata, discutendo con calore. Egli si unì al pubblico ed ascoltò il linguaggio, per lui nuovo, dei filosofi popolari. Il primo era un vagabondo, il secondo un operaio, il terzo uno studente di legge e gli altri operai ciarloni. Per la prima volta egli udì parlare di socialismo, di anarchia, di tassa ridotta, e seppe che esistevano filosofi sociali contraddittorî. Udì centinaia di parole tecniche ignote, giacchè facevano parte di materie di studio ch’egli non aveva ancora iniziate. Gli fu impossibile perciò seguire bene i loro argomenti, e potè soltanto indovinare le idee espresse da frasi così nuove. C’era anche un garzone di caffè, teosofo, un fornaio agnostico, un vecchio che li confuse tutti con una teoria strana, affermando che «ciò che è, ha ragione d’essere», e un altro vecchio che perorò interminabilmente sul cosmo, sull’atomo-maschio, e sull’atomo-femmina.

Dopo parecchie ore, Martin Eden se ne andò completamente abbrutito, e corse alla biblioteca per studiare la definizione di una dozzina di parole inusitate. E ne uscì portando sotto braccio quattro volumi della signora Blavatsky: _La dottrina occulta_, _Povertà e Progresso_, _La Quintessenza del Socialismo_. Disgraziatamente egli incominciò con _La Dottrina Occulta_, ogni rigo della quale era irto di parole polisillabe ch’egli non comprendeva. Seduto sul letto, con un dizionario aperto accanto al libro, egli cercava tante parole di cui aveva già dimenticato il significato, quando gli si ripresentavano, così che doveva cercarle nuovamente. Finalmente stanco, egli si decise a scrivere quelle parole su un taccuino, e in breve ne riempì pagine intere. Ma non capiva più di prima. Lesse sino alle tre del mattino; il cervello pareva che gli dovesse scoppiare, senza essere riuscito ad afferrare una sola idea essenziale del testo. E allora si fermò: la camera parve beccheggiare, rullare, immergersi come nave in mare; così che, furibondo, egli lanciò la _Dottrina Occulta_ per la camera, bestemmiando sino a vuotare il sacco, spense il gas... e s’addormentò.

Con gli altri tre volumi non ebbe maggior fortuna. Eppure non aveva un cervello debole o pigro; avrebbe potuto comprendere quelle idee, senza quella mancanza di abitudine alla riflessione, e senza l’ignoranza dei mezzi tecnici per riuscirvi. Egli intuì questo, e si fermò un po’ nel proposito di non leggere altro che il dizionario, sino al giorno in cui avesse potuto capire tutte le parole. La poesia, pure, era una grande consolatrice per lui; egli ne leggeva molta, preferendo i poeti semplici, che capiva meglio. Come la musica, la poesia lo commuoveva profondamente; cosicchè, sebbene inconsciamente, egli preparava la mente alla fatica più ardua che avrebbe dovuto affrontare. Le pagine bianche della sua mente si riempivano di cose ch’egli amava, dimodochè egli potè in breve, con sua grande gioia, recitare poemi interi che gli piacevano. Poi scoprì i _Miti Classici_ di Gayely, e l’_Epoca Mitologica_ di Bullfinch, che empirono di una grande luce la sua totale ignoranza dell’argomento; e, più che mai, egli si mise a divorar poesia.

In biblioteca, l’uomo dal pulpito aveva visto così spesso Martin, ch’era diventato molto cortese, accogliendolo ogni giorno, all’ingresso, con un sorriso e un cenno del capo. Incoraggiato da questo atteggiamento, Martin, un bel giorno, s’arrischiò, e mentre l’uomo appuntava le sue carte, egli lanciò con un certo sforzo:

— Dica un po’, io vorrei domandarle una cosa...

L’uomo sorrise e attese.

— Quando lei incontra una signora che la prega di andarle a far visita, quando può andarci?

Martin sentiva che la camicia madida di sudore gli s’attaccava alle costole, tanto era imbarazzato.

— Be’, quando vuole! — rispose l’uomo.

— Sì, ma il caso è diverso, — spiegò Martin — Lei... io... Senta, la cosa è così. Può darsi che lei non sia in casa, giacchè frequenta l’università.

— Ritorni, allora!

— Senta, non è proprio così, — confessò Martin, balbettando, deciso a confidarsi interamente. — Ecco, io non sono altro che un povero diavolo e non conosco gli usi della buona società. La signorina è tutto quanto non sono io, e io non sono niente di tutto quanto è lei... Spero che non creda che io voglia prenderla in giro, no? — interrogò egli bruscamente.

— No, no, nient’affatto, gliel’assicuro. — protestò l’altro. — La sua richiesta non è compresa precisamente tra i miei compiti, ma io sarò molto lieto se potrò giovarle.

Martin lo guardò con ammirazione.

— Se io potessi essere così, la cosa andrebbe da sè! — fece.

— Come ha detto, scusi?

— Dico: se sapessi parlare come lei, facilmente, cortesemente, e via dicendo.

— Ah! sì, — fece l’altro, con simpatia.

— A quale ora bisogna andarci? Il pomeriggio, non tanto presto, dopo colazione?... O la sera? o una domenica?...

— Senta! — fece il bibliotecario. — Perchè non la chiama per telefono?

— È una buona idea! — disse Martin, prendendo i libri. E, fatti due passi, si voltò:

— Quando lei rivolge la parola a una signorina, supponiamo, alla signorina Lizzie Smith, deve dire: signorina Lizzie, o signorina Smith?

— Dica signorina Smith! — dichiarò il bibliotecario, con autorità. — Dica sempre signorina Smith, sinchè non la conosce meglio.

E così Martin risolse la quistione.

— Venga quando vuole, ci sarò tutto il pomeriggio, — fu la risposta di Ruth al telefono, quand’egli ebbe domandato, balbettando, il giorno in cui poteva riportarle i libri prestatigli.

Lo ricevette lei in persona sulla soglia del salotto, osservando con occhi femminili, immediatamente, la piega dei calzoni e un mutamento indefinibile ma certo, in tutta la persona di lui. La colpì anche il viso; una forza violenta, sana, emanava da lui e sembrava scorrere verso di lei con onde possenti. Nuovamente, ella sentì il desiderio di chinarsi verso quella forza, per riscaldarvisi, e si stupì ancora dell’effetto che produceva su di lei la sua presenza. Ed egli, a sua volta, risentì la divina sensazione di beatitudine infinita solo al contatto della mano di lei. C’era però diversità fra loro due: lei era fredda e calma, e lui rosso sino alla radice dei capelli. Egli la seguì vacillando, impacciato come la prima volta, ondeggiando e oscillando con le spalle in modo inquietante. Ma quando fu seduto nel salotto, si sentì più libero, più che non s’aspettasse. Lei lo aiutò come meglio potè, con una buona volontà graziosa che gliela rese più follemente cara che mai. Parlarono dapprima dei libri prestati, di Swinburne, ch’egli adorava, e di Browning che non aveva capito, e lei condusse la conversazione da un argomento all’altro, domandando come potesse essergli utile. Spesso, dopo il loro primo colloquio, ella aveva pensato a lui. Egli aveva destato in lei una pietà, una tenerezza che nessuno le aveva mai fatto provare prima, più che per la compassione ch’egli poteva ispirare, per un incosciente sentimento materno. La sua pietà non poteva essere banale, giacchè l’uomo che gliela ispirava era troppo virile, per non turbare il suo pudore e l’animo, stranamente. Come la prima volta, la nuca di lui l’affascinava, e lei frenava il desiderio di posarvi le mani su. Era un istinto impudico, sia pure; ma ormai lei si era assuefatta a quell’idea.