Martin Eden

Part 4

Chapter 43,761 wordsPublic domain

Ripetè questo nome infinite volte, come un talismano, una parola magica. Ogni qualvolta lo pronunziava, infatti, il volto amato gli appariva davanti agli occhi, illuminava il povero muro d’un chiarore radioso. E questo chiarore invadeva tutte le cose, gli trasportava l’anima verso di Lei su raggi incandescenti... Tutto quanto era di meglio in lui s’ampliava, magnificamente nobilitato e purificato... Sensazione stranamente nuova!... Mai una donna lo aveva migliorato; anzi! Eppure, molte fra loro avevano fatto il possibile per ciò, ed egli non se n’era accorto. Egli ignorava, privo di vanità com’era, l’attrattiva che esercitava sulle donne la sua bella giovinezza; spesso, anzi, se n’era stancato. Curandosi poco dell’amore, non gli era mai venuto il pensiero d’aver potuto rendere migliori certe donne. Sino a quel giorno era vissuto in perfetta indifferenza; ora gli pareva di aver avuto rapporti solo con persone basse e amori avvilenti; il che era ingiusto per esse e per lui. Ma poichè acquistava coscienza di sè per la prima volta, non era in condizioni da giudicare serenamente, e sprofondava totalmente nella vergogna di ciò ch’egli credeva ricordi infami.

Bruscamente egli si alzò e si sforzò di guardarsi nello specchio offuscato del lavabo. Lo deterse, poi si guardò nuovamente a lungo e minuziosamente, per la prima volta in vita sua. Ora i suoi occhi sapevano vedere; ma sino a quel momento egli se n’era servito soltanto per guardare il mondo nei suoi panorami sempre mutevoli, e non aveva mai speso del tempo per guardare se stesso.

Ciò che vide — senza che egli sapesse rendersene conto — fu il viso d’un giovanotto di vent’anni, dalla fronte quadrata, convessa, incorniciata da una massa folta di capelli castani, i cui riccioli leggermente inanellati dovevano tentare le mani carezzevoli delle donne. Ma egli non degnò d’alcuna attenzione un oggetto così indegno di Lei, limitandosi a studiare a lungo la sua gran fronte quadrata, sforzandosi di penetrarla, di valutarne il contenuto. Che razza di cervello stava lì dentro? Di che cosa era capace? Sino a che punto avrebbe potuto condurlo? Sino a Lei?... Egli si domandò che cosa riflettessero i suoi occhi di acciaio, talvolta azzurri, avvivati dalla brezza salina dei mari soleggiati. Che cosa aveva pensato Lei di quegli occhi? Egli tentò di sostituirsi a Lei... inutilmente. Che sapeva lui del modo di giudicare di Lei? Come avrebbe potuto indovinare uno solo dei suoi pensieri? In Lei tutto era incantamento e mistero.

Ebbene, concluse, sono occhi onesti, senza sottintesi e senza astuzia.

Il colore del suo viso lo sorprese; egli non lo credeva così abbronzato dal sole. Subito, egli rimboccò la manica della camicia per rassicurarsi. Sì, la sua pelle era bianca, in fin dei conti, quantunque le sue braccia fossero anch’esse d’un color tané. Egli tese il braccio e ne tastò i muscoli e cercò il punto meno toccato dal sole... Bene: era bianchissimo... Il pensiero che un tempo il suo viso era stato così bianco, lo fece ridere. Non immaginò neppure per un attimo che poche donne bionde potessero vantarsi d’avere la pelle così bianca e così dolce come la sua, nei punti dove era sfuggita ai raggi del sole.

Aveva la bocca infantile, quando le labbra turgide, sensuali, non si contraevano con troppa durezza sui denti, che allora diventava severa e persino ascetica quella bocca sensuale veramente fatta per l’amore e per la lotta... Si sentiva ch’essa era capace sia di gustare le dolcezze della vita, sia di rinunziare ad esse per dominar la vita. Il mento, la mascella, forti e un po’ aggressivi, la sensualità, la tonificavano in certo qual modo. E i denti, bianchi regolari e solidi, non avevano avuto mai bisogno dell’opera del dentista; com’egli osservò con piacere proseguendo l’esame. Ma un pensiero lo turbò ad un tratto: non c’era della gente che si lava i denti tutti i giorni? gente superiore a lui, di molto, certamente, gente appartenente alla classe sociale di cui faceva parte Lei... Lei, naturalmente, si lavava i denti tutti i giorni... Che avrebbe pensato di lui se avesse saputo che durante tutta la sua vita egli non se li era mai puliti? Decise, dunque, di comperare uno spazzolino da denti e di prendere quell’abitudine dal giorno dopo. Dei tentativi eroici, non sarebbero bastati a conquistarla: bisognava un’educazione compiuta in tutte le cose; avvezzarsi persino a portare il colletto duro, sebbene gli bastasse pensar questo per sentire un vero vincolo alla sua indipendenza.

Egli stese la mano, ne tastò col pollice la palma callosa e contemplò il grassume che vi si era incrostato, ribelle a qualsiasi pulizia. Com’era diversa la palma della mano di Lei! Egli ebbe un tremito delizioso a quel ricordo. Essa era d’un color di petalo di rosa — diss’egli a se stesso — e fresca e dolce come un fiocco di neve. Come mai una semplice mano di donna poteva essere così adorabilmente soave? Immaginando ciò che potesse essere la carezza d’una mano simile, egli arrossì come colto in fallo, si rimproverò un tale pensiero, incompatibile con la venerazione mistica ch’egli votava a quella creatura eterea. Però la soavità di quella mano lo assillò; egli era avvezzo alla pelle rugosa delle operaie e delle donne del popolo. Pure! egli sapeva perchè le mani di queste erano aspre! La mano di Lei era liscia perchè non aveva mai lavorato. L’abisso che li separava si scavò di più, al pensiero conturbante di alcuni che non avevano bisogno di lavorare per vivere. Egli concepì tutto ad un tratto l’aristocrazia; cioè la gente che non ha bisogno di far nulla, e sul muro, davanti agli occhi. Lei assunse forma d’una possente statua di bronzo che lo sfidava con tutta la sua gigantesca statura. Egli aveva sempre lavorato, come tutta la sua famiglia. E Geltrude... quando le sue mani non erano indurite dalle faccende domestiche, erano rosse e screpolate dal bucato. E sua sorella Marianna! Aveva lavorato in una fabbrica di conserve l’estate precedente, e le sue belle mani fini erano tutte tagliuzzate pel taglio dei pomodori. L’altro inverno l’estremità di due dita era stata asportata da una macchina in una manifattura di scatole di cartone. Egli ricordò le mani rugose di sua madre, stesa nella bara... E suo padre, che aveva lavoralo sino all’ultimo respiro: l’epidermide delle sue mani doveva avere lo spessore di un centimetro, quand’egli morì... Ma le mani di Lei erano lisce, come quelle della madre e dei fratelli. Quest’ultimo pensiero lo stupì; era quello un segno terribilmente preciso della loro casta superiore e dell’enorme distanza che li separava da lui.

Egli risedette sul letto, con un riso amaro. Era pazzo: un viso di donna, le mani bianche e morbide di una donna lo avevano ubriacato. Poi, sul muro screpolato, un’altra visione apparve. Egli si vide davanti una sinistra casa di alloggio, una notte a Londra, nell’East-End. Davanti a lui stava Maggie, una piccola operaia di fabbrica, di quindici anni. Egli l’aveva accompagnata a casa, dopo il «beanfeast», in quella sinistra casa dove lei abitava e che i porci avrebbero rifiutato. Egli le avevo teso la mano dicendo buonasera, ed essa gli aveva porto le labbra. Ma lei aveva rinchiuso la sua mano su quella di lui e l’aveva stretta febbrilmente. Egli sentiva i calli delle sue mani sfregarsi su quelli di Lei, e una gran pietà gli gonfiava gli occhi. Vedeva quegli occhi affamati, pieni di desiderio e il povero corpo di giovane femmina mal nutrita, d’una maturità precoce già appassita. Allora, dolcemente, l’aveva circondata con le due braccia, s’era abbassato e l’aveva baciata sulle labbra. Risentiva ancora negli orecchi il piccolo grido felice di lei e la sentiva che si strofinava addosso a lui come una gatta. Povera piccola disgraziata! La visione di quella notte lo perseguitava; le carni gli rabbrividivano ancora come allora quando lei s’era attaccata a lui disperatamente, e il suo cuore era inondato da pietà. Era una sera grigia, d’un grigio sporco, con una pioggia triste che insudiciava il suolo. Poi una luce calda illuminò il muro, sostituendo a quella visione il bianco viso dell’Altra, incoronata d’oro, lontana, inaccessibile come una stella.

Egli prese i volumi di Browning e Swinburne sulla poltrona e li baciò.

— Eppure m’ha detto di tornare, — fece tra sè. E guardatosi nello specchio per l’ultima volta, dichiarò ad alta voce solennemente: — Martin Eden, domattina, presto, andrai alla biblioteca popolare e imparerai le buone maniere. Capito?...

Spense il gas, e le molle cigolarono lamentosamente sotto il suo peso.

— Ma bisogna smettere di bestemmiare, Martin, ragazzo mio; bisogna smetterla assolutamente, — concluse.

Poi s’addormentò e fece sogni simili a quelli dei mangiatori di haschich.

CAPITOLO V.

La mattina dopo, allo svegliarsi, i profumi snervanti dei suoi sogni d’oro s’erano dileguati per dare luogo a un grave odor di liscivia e di biancheria sudicia, che pareva l’emanazione stessa d’una vita miserabile e lamentevole. Uscendo di camera, egli sentì uno scroscio d’acqua, un’esclamazione irritata e il rumore sonoro d’uno schiaffo che sua sorella regalava ora all’uno ora all’altro membro della numerosa figliolanza. Gli strilli del bambino gli urtarono in modo spiacevole i nervi. Egli sentì che tutto ciò, e persino l’aria che respirava, era sordido e ripugnante. Quanta diversità dall’atmosfera pacifica della casa di Ruth! Laggiù tutto era spirito: qui, tutto era materia, e bassa materia.

— Vieni qui, Alfredo, — diss’egli al fanciullo che piangeva; e frugava intanto nella tasca dei calzoni, dove, secondo il solito, teneva il denaro. Ne trasse fuori dieci soldi ch’egli mise nella mano del piccino dopo averlo vezzeggiato un po’. — Va’, subito, corri a comperare delle caramelle d’orzo, e non dimenticare di darne anche ai fratellini e alle sorelline. Soprattutto, cerca di comperare di quelle che durano molto!

Sua sorella sollevò la faccia accalorata, che teneva china sul bucato e lo guardò.

— Bastavano due soldi — disse. — È ben fatto, di’? Non hai alcuna idea del valore del danaro. Il ragazzo ne avrà un’indigestione.

— Va bene, sia. — rispose Martin allegramente. — Quei dieci soldi stanno bene dove sono. Se tu non fossi così occupata ti darei un bacio. — Aveva voglia di essere affettuoso con sua sorella che era buona e l’amava a suo modo. Ma, più gli anni passavano, più essa mutava, più lo sconcertava. Egli pensò che fosse a causa del lavoro così faticoso, dei numerosi bambini, delle eterne grettezze del marito, e gli parve a un tratto ch’essa rassomigliasse un po’ ai suoi legumi sfatti, a quella liscivia, a tutta quella moneta sporca che maneggiava da mattina a sera.

— Va’! va’ a far colazione! — fece lei di cattivo umore, ma contenta in fondo, giacchè di tutti quanti i suoi fratelli nomadi, egli era stato sempre il prediletto. — Be’, in fin dei conti, ti voglio dare un bacio! — aggiunse lei, col cuore un po’ intenerito.

Col dorso della mano ella pulì la spuma del sapone che le scolava dalle braccia, e, quand’egli, abbracciatane la persona massiccia, l’ebbe baciata su tutt’e due le gote, si sentì gli occhi pieni di lacrime, non tanto per la tenerezza quanto per la stanchezza. Poi lo respinse subito, ma egli vide le tracce dell’intenerimento di lei.

— Troverai la colazione nel forno, — fece lei precipitosamente. — Ormai Jim dev’essere alzato. È stato necessario alzarmi presto per lavare. Ora va... e cerca di uscir di casa prestino. La casa non dev’essere sottosopra, oggi che Tom è andato via e Bernardo è costretto a guidar la vettura.

Martin se la battè in cucina, con un peso sul cuore: la vista del volto congestionato di sua sorella e del suo corpo rilassato, gli faceva male. Egli finì col concludere che lei gli avrebbe voluto molto bene se ne avesse avuto il tempo; ma, in realtà, lavorava in modo da creparne. Bernardo Higgingbotham era un bruto, giacchè le faceva rompere lo schiena a quel modo. D’altra parte egli non potè fare a meno di riconoscere che quel bacio datole era privo di qualsiasi gusto. Vero è ch’era molto insolito; da lungo tempo, egli la baciava solo quando partiva o ritornava dal viaggio. Quel bacio col sapore di spuma di sapone mancava d’ogni attrattiva; non era un bacio fraterno e cordiale. Essa lo aveva baciato come una donna così stanca, dopo un tempo così lungo, che pareva avesse dimenticato che cosa fosse un bacio. Egli se la ricordò quand’era giovinetta, lei, e ballava tutta la notte, con le migliori danzatrici, dopo un’aspra giornata di lavatura di biancheria, senza preoccuparsi del duro domani. Poi pensò a Ruth e immaginò la dolcezza delle sue labbra. Il bacio di lei doveva rassomigliare alla stretta di mano e allo sguardo: doveva essere sostenuto e soave insieme. Sì, egli osò evocare la visione della bocca di lei sulla sua, e questo così al vivo, che fu colto da vertigine e gli sembrò di turbinare in una nuvola di petali di rose profumate.

In cucina trovò Jim, l’altro pensionante, che mangiava la minestra con aria dolente e gli occhi distratti e vaghi. Jim era apprendista piombatore: il suo mento floscio e il temperamento linfatico congiunti a una certa apatia nervosa, non erano certo segno ch’egli dovesse arrivar prima nella corsa al pane e al companatico.

— Perchè non mangi? — diss’egli, mentre Martin immergeva con disgusto il cucchiaio nella minestra di avena fredda e mal cotta. — Eri nuovamente ubriaco ieri sera?

Martin scosse negativamente il capo; la sconcezza di tutto ciò lo disanimava. Ruth Morse gli sembrava sempre più lontana.

— Io, lo ero, — proseguì Jim, con un ghigno rumoroso, — e come un asino! Oh! che bella figliuola! Billy m’ha ricondotto a casa.

Martin fece un cenno affermativo (era solito ascoltare sempre colui che parlava) e si versò una tazza di caffè tiepido.

— Vai al ballo del Club del Loto? — domandò Jim. — Avranno della birra e se viene la banda del Temescal, vi sarà del chiasso. Però, io me infischio. Comunque, conduco con me la mia amica! Zitto! acqua in bocca! — E fece una smorfia e sentì il dovere di correggere quel cattivo gusto con del caffè.

— Conosci Giulia?

Martin fece segno di no.

— È la mia amica, — spiegò Jim. — Un amore! Te la presenterei volentieri, ma me la prenderesti. Non so davvero che fai tu alle donne... ma le sgraffigni ai compagni in un modo scoraggiante.

— Io non t’ho mai tolto nessuna, — rispose Martin indolentemente, tanto per dire qualche cosa.

— Proprio? — affermò l’altro con calore. — Maggie, per esempio.

— Non c’è stata mai nessuna relazione tra noi. Ho ballato con lei soltanto quella notte.

— Appunto! E questo è stato la causa di tutto! — esclamò Jim. — Tu hai ballato con lei e l’hai guardata semplicemente, e basta: fatta! Certamente, tu non dai molta importanza alla cosa... Ma questo non impedisce il fatto che sono stato soppiantato! Lei non mi ha degnato più neppure di uno sguardo. Chiedeva d’allora in poi, sempre, prima te, che me. Bastava che tu ti chinassi, per prenderla, se avessi voluto.

— Ma non volevo.

— Pure, lei m’ha piantato lo stesso. — E Jim lo guardò con ammirazione. — Come fai, di’, Mart...

— Io me ne infischio, — fu la risposta.

— Tu fai credere loro che te ne infischi? — interruppe Jim vivamente.

Martin riflettè un istante, poi rispose:

— È un buon sistema, ma per me è diversa la cosa. Io non me ne sono mai curato troppo... Se tu potessi far finta, andrebbe bene lo stesso, credo.

— Avresti dovuto venire al cascinale di Riley, — dichiarò Jim, le cui idee mancavano di nesso logico. — C’era un mucchio di gente in baldoria. C’era un tipo meraviglioso di West-Oakland, che si chiama «Il Topo», agile come un’anguilla. Nessuno ha potuto farlo cadere. Noi ti abbiamo rimpianto. Dov’eri dunque, in conclusione?

— A Oakland, — rispose Martin.

— Allo spettacolo?...

Martin respinse il piatto e si alzò.

— Verrai al ballo questa sera? — gli gridò l’altro.

— No, non credo, — rispose egli.

Uscì e respirò l’aria a pieni polmoni. Quell’atmosfera lo aveva soffocato e la chiacchiera dell’apprendista l’aveva esasperato. In alcuni momenti aveva dovuto lottare con se stesso per non ficcargli la testa nella zuppa. Più l’altro ciarlava più Ruth sembrava allontanarsi da lui. Come avrebbe potuto, in quel gregge di bruti, diventar degno di Lei? Il compito che si era assunto lo atterriva, tanto si sentiva ostacolato dall’atavismo della sua classe. Tutto era coalizzato contro di lui per impedirgli di elevarsi: la sorella, la casa di sua sorella e la famiglia, Jim l’apprendista, tutti i conoscenti e i minimi vincoli relativi. Ed egli sentì che la vita aveva un sapore amaro per lui. Sin allora egli l’aveva accettata quale era, e trovata buona; non l’aveva interrogata, tranne nei libri; ma quei libri erano per lui come favole d’un mondo impossibile e magnifico. Ora che aveva visto quel mondo come reale e possibile, un mondo di cui quel fiore di donna, Ruth, era il centro, tutto il resto non era che amarezza, desiderî dolorosi e disperazioni esasperate dalla stessa speranza.

Egli aveva esitato fra la Biblioteca popolare di Berkeley e quella di Oakland; si decise per quest’ultima, perchè Ruth abitava a Oakland. Si poteva sapere?... Una biblioteca era un punto dov’ella capitava, ed egli avrebbe potuto incontrarla. Poichè egli ignorava il modo di regolarsi là, errò fra innumerevoli scaffali di romanzi, sino al momento in cui la gentile ragazza dall’aspetto francese che sembrava preposta al luogo, gli disse che il servizio delle informazioni era in alto. Egli, che non era abbastanza sicuro per rivolgersi all’uomo dal pulpito, si arrischiò nella sala riservata alla filosofia. Aveva sentito parlare di filosofia, ma non immaginava che tanti libri fossero stati scritti su questa materia. Gli alti palchetti che si piegavano sotto il peso dei grevi volumi, l’umiliarono e lo stimolarono nello stesso tempo. Quale buon compito pel suo cervello vigoroso! S’imbattè in libri di trigonometria nella sezione di matematica, li sfogliò e contemplò, incantato, formule e figure incomprensibili... Certo, egli comprendeva l’inglese, ma quell’inglese gli sembrò ebraico. Norman e Arturo conoscevano quella lingua; l’avevano parlata davanti a lui. Ed erano i fratelli di lei! Egli abbandonò la sala della filosofia disperato. Da tutti i lati i libri sembravano accostarsi a lui per dileggiarlo, sopraffarlo. Mai non s’era immaginato che la scienza umana potesse costituire una massa così imponente di libri, e questo lo spaventava. Come avrebbe potuto il suo cervello immagazzinare tutta quella roba?... Poi ricordò che altri, molti altri, lo avevano fatto; e, sottovoce ardentemente egli giurò a se stesso di far produrre al suo cervello ciò che altri avevano saputo far produrre al loro.

Vagò nuovamente, ora depresso, ora sperando, visitando gli scaffali zeppi di scienza. In una sezione di «varie» mise gli occhi addosso a un _Epitome_ di Norric, e lo scorse con deferenza; finalmente, ecco un linguaggio che capiva; come lui, quell’uomo parlava del mare. Poi trovò un Bowditch e dei libri di Leckey e di Marshall. Ecco, imparava la navigazione. Cessato di bere, avrebbe lavorato e sarebbe diventato capitano, avrebbe potuto sposarla, se ella lo avesse voluto. E se non avesse voluto, be’, avrebbe vissuto una vita migliore fra gli uomini, a causa di Lei, e non avrebbe cessato meno di bere. Poi ebbe presenti gli assicuratori e gli armatori — padroni forzosi del capitano — che avrebbero potuto vessarlo e i cui interessi erano diametralmente opposti ai suoi. Egli lanciò uno sguardo attraverso la sala e abbassò gli occhi davanti ai diecimila volumi. Non più il mare per lui; c’erano infinite ricchezze in tutti quei libri, e se egli fosse riuscito a trarne grandi cose, le avrebbe compiute sulla terra. D’altra parte un capitano non può condurre con sè la moglie.

Venne mezzogiorno, poi il pomeriggio. Egli si dimenticò di mangiare e seguitò a cercar libri sulle buone maniere; giacchè, oltre che dalla scelta d’una professione, la sua mente era assillata da un problema più immediato; questo: _se una signorina vi dice di farle visita, quando potete andare?_ Ma imbattutosi nella scansia dei libri in questione, cercò invano una risposta. I mille e uno arcani dell’etichetta lo confusero molto, ed egli si smarrì in un labirinto di casi vari riguardanti lo scambio di carte da visita fra gente della buona società. Egli si diede per vinto senza essere riuscito a trovare ciò che cercava, ma scoprendo che non basta la vita di un uomo per acquistare una perfetta conoscenza del modo di saper trattare, e che egli, personalmente, avrebbe dovuto consumar tutta la sua esistenza prima di imparare a diventare una persona di modi distinti.

— Ha trovato ciò che cercava? — gli domandò l’uomo del pulpito, quand’egli uscì.

— Sì, signore, — rispose. — Lei ha lì una bella biblioteca.

L’uomo fece un segno di assenso.

— Avremmo molto piacere di rivederla spesso. È marinaio lei?

— Sì, signore, sono marinaio, — rispose Martin. — Ritornerò.

— Come ha fatto a vederlo? — si domandò egli scendendo le scale.

E lungo la via, durante alcuni minuti, si sforzò di procedere con un’andatura rigida, compassata, goffa, sino al momento in cui, assorto nei suoi pensieri, egli riprese quel grazioso ondulamento che gli era solito.

CAPITOLO VI.

Una terribile irrequietezza nervosa, una vera fame dell’anima, tormentò Martin Eden. Egli aveva fame di vedere la giovane le cui mani delicate s’erano impadronite della sua vita, e non riusciva a trovare il coraggio di andarla a visitare. Temeva, andando da lei con troppa precipitazione, di compiere una grave infrazione a quella spaventevole cosa che si chiama etichetta. Egli passava lunghe ore nelle biblioteche di Oakland e di Berkeley, e riempiva le cedole di abbonamento per sè, per le sorelle Geltrude e Marianna, e per Jimmy, dai quali aveva ottenuto il consenso, con qualche bicchiere di birra. Con la provvista di libri che quattro cedole gli permettevano di portare a casa, egli consumava tanto gas nella sua povera cameretta, che il signor Higgingbotham gli fece pagare due franchi e cinquanta di supplemento.

Il cumulo di libri ch’egli lesse non gli servì ad altro che ad eccitare la sua impazienza; la pagina d’ogni volume gli schiudeva appena un minuscolo spiraglio del paradiso intellettuale, e l’appetito, stimolato dalla lettura, aumentava in proporzione. Poi, egli non sapeva da qual parte incominciare, e soffriva continuamente della mancanza di studî preparatorî. I più semplici riferimenti (evidentemente compresi da un lettore qualunque) gli sfuggivano. Lo stesso accadde per la poesia ch’egli adorava. Lesse il libro di Swinburne prestatogli da Ruth, ne lesse altri, capì _Dolores_ da cima a fondo, ma sentenziò, in cuor suo, che Ruth non poteva capirlo! Come l’avrebbe potuto, vivendo una vita così raffinata? Gli capitarono, per caso, alcuni poemi di Kipling, il cui ritmo, slancio, estro, che trasformavano le minime cose, i cui particolari più familiari, lo entusiasmavano. La comprensione di quell’uomo, la sua psicologìa così evidente e netta lo stupivano. «Psicologìa» era una nuova parola nel vocabolario di Martin. Il quale aveva comperato un dizionario, facendo così una breccia alquanto grave nei suoi risparmi, e anticipando la data dell’imbarco. Inoltre, ciò irritava il signor Higgingbotham, che avrebbe preferito che quel denaro andasse a lui.