Part 3
E mentre parlava, la fanciulla non cessava di guardarlo, stupita. Essa s’accendeva a quella fiamma... Era stata dunque, sin allora, nient’altro che una fredda statua?... Le veniva la voglia di curvarsi su quel braciere umano che proiettava forza, salute, un inesauribile vigore. Essa si sentiva irresistibilmente spinta verso di lui. D’altra parte, un sentimento contrario la indisponeva: le mani di lui malconce, talmente insudiciate dal lavoro, che tutta la sozzura della fatica quotidiana sembrava le avesse incrostate, suscitavano in lei una violenta repulsione, come la striscia della nuca e i muscoli rigonfi. Quella rudezza la spaventava; la crudezza di quel linguaggio le insultava l’orecchio; i rudi episodî della vita di lui le insultavano l’anima. Eppure, nonostante questo, l’attrattiva persisteva, così che lei lo immaginò dotato d’una potenza malefica. Tutto quanto era solidamente fondato nel suo cervello, tutto un mondo di convenzioni sociali vacillava, era abbattuto dal vento eroico del romanzesco e dell’avventura. Davanti ai suoi pericoli quotidiani e alla sua gaiezza sempre pronta, la vita non appariva più come uno sforzo e una costrizione, ma diventava un oggetto di divertimento, un gioco a occhio e croce, da respingere poi, negligentemente. «Dunque divertiti!», le gridava una voce interiore. «Chinati su di lui, giacchè ti piace, e posa tutt’e due le mani sulla sua nuca!» L’arditezza di questo pensiero fu tale, che mancò poco ch’ella non gridasse ad alta voce. Invano fece appello alla propria cultura, alla propria raffinatezza, contrapponendo tutto ciò che essa valeva, a tutto ciò ch’egli non valeva. Attorno a lei, gli altri se lo divoravano cogli occhi; ella avrebbe disperato se non avesse visto del terrore negli sguardi di sua madre, del terrore pieno di ammirazione, sia pure, ma, comunque, del terrore. Sì, quell’uomo venuto dalle tenebre era una potenza malefica. Sua madre lo sentiva, e sua madre aveva ragione. Essa si sarebbe confidata con lei, in quella come nelle altre cose. E la fiamma cessò, a un tratto, di bruciarla, e lei cessò di temerlo. Dopo, ella suonò al pianoforte, per lui, contro di lui, per dir così, in modo aggressivo, con la vaga intenzione di accentuare l’insuperabile abisso che li separava. Come una mazzata, ella gli assestava la sua musica nel cervello, brutalmente; ed egli ne rimase stordito, quasi schiacciato, ma più eccitato che mai. La contemplava con stupore rispettoso. Certo, anche nella sua mente, l’abisso s’allargava, ma più rapida cresceva in lui l’ambizione di superarlo. Egli era, d’altra parte, d’una sensibilità troppo complessa, per contemplare quell’abisso durante una sera intera, specialmente ascoltando della musica, alla quale era molto sensibile. Come alcool, ella s’impadroniva dell’immaginazione di lui, gli sovreccitava i sensi e lo trascinava oltre le brutture della vita, in un infinito vaporoso nel quale l’animo suo volava, libero d’ogni materialità volgare. Egli non comprendeva quella musica suonata da lei; musica che non poteva essere paragonata al frastuono dei pesta-pianoforti dei balli pubblici, nè ai rumorosi suoni degli organetti di villaggio, uditi da lui. Le sue letture gli avevano fatto presentire vagamente l’esistenza di quel genere di musica. Egli l’ascoltava religiosamente, contento, dapprima, dei motivi semplici e facili, sorpreso poi quando questi motivi cessavano. Proprio nel momento in cui ne aveva compreso il disegno o la sua immaginazione s’involava per seguirli, un caos di suoni li inghiottiva, e la sua immaginazione, scoraggiata, ricadeva pesantemente sulla terra.
A un punto, egli credette che tutto ciò fosse fatto a bella posta per respingerlo. Egli si rese conto dell’antagonismo voluto, e si sforzò d’indovinare il linguaggio aggressivo delle mani sulla tastiera. Poi, questa idea gli parve impossibile, indegna di Lei, ed egli la respinse e s’abbandonò nuovamente. E nuovamente il suo animo s’involò, liberato dall’involucro carnale; davanti ai suoi occhi e di là, risplendeva una luce trionfale; tutto ciò che lo circondava esteriormente sparì, ed egli partì verso mondi ignoti... Vide strane sponde inondate dal sole, accampamenti selvaggi ed inesplorati, s’inebriò dell’aroma drogato delle isole, quale aveva respirato in certe notti ardenti, sul mare! Egli seguì coste deserte, in pomeriggi tropicali; e dallo specchiettìo di flutti color di turchese emergevano isolotti di corallo incoronati di palme. Rapidissimamente, le immagini si succedevano. Ora egli cavalcava un cavallo selvaggio, e galoppava per un deserto color di sogno; un momento dopo, dalla cima di una montagna, contemplava, in una calda luce sfarfallante, il sepolcro imbiancato della Valle della Morte; oppure remava sull’Oceano Artico tra le grandi banchine scintillanti al sole, oppure si rivedeva, in una calda notte di profumi voluttuosi, disteso sulla sabbia corallina d’una spiaggia orlata da palme di cocco. Alla luce fantasticamente azzurrina d’un relitto di nave in fiamme, gli «hulas» danzavano al suono di selvagge nenie, di tintinnanti «ukuleles» e di sonori «tam-tams». All’orizzonte, un vulcano proiettava la sua lingua di fuoco sul cielo; al disopra di esso brillava una pallida falce di luna e, laggiù, in fondo, la Croce del Sud.
Egli vibrava come un’arpa; gli occhi della sua vita passata erano le corde. Il flusso delle melodie che passava come una brezza attraverso le corde, ne faceva cantare i ricordi e i sogni. Ma non erano semplici sensazioni, ma sensazioni che rivestivano di forma, di colori, di raggi e di ardori l’animo suo esaltato che si contraddiceva in modo magico. Il Passato, il Presente, l’Avvenire si confondevano; egli vagava di là dai vasti mondi, attraverso avventure e nobili azioni; vagava verso Lei per conquistarla, tenendola fra le braccia, continuava il suo volo, trascinato dalla sua fantasia trionfante.
Di sfuggita, ella lo guardò e vide una traccia di tutto ciò sul viso di lui, viso trasfigurato, nel quale i grandi occhi raggianti sembravano vedere molto più in là di ciò ch’ella suonava: la corsa e il balzo della vita e tutti i sogni meravigliosi dell’imaginazione. Ella ne fu avvinta. Il rustico, grossolano marinaio, erano scomparsi, sebbene il vestito mal fatto, le mani malconce fossero ancora lì; sembravano essere il travestimento terrestre d’una grande anima condannata al silenzio per colpa delle sue labbra inabili. In un lampo ella vide tutto ciò: poi, il rustico riapparve agli occhi di lei... e lei si burlò di sè. Pure, l’impressione di quel breve lampo le rimase, e quando Martin Eden fece la sua partenza maldestra come la venuta, essa gli prestò due volumi di Swinburne e di Browning. Lei stava studiando Browning, allora.
In piedi, davanti alla giovane, tutto rosso e balbettando ringraziamenti, egli aveva talmente l’aria d’un fanciullo timido, che un’onda di pietà materna invase lei. Dimenticò il rustico, la grande anima travisata, l’uomo i cui sguardi avidi l’avevano spaventata e rapita; non vide altro che un fanciullo che le stringeva la mano con delle callosità ruvide come una raspa e le diceva goffamente:
— La migliore serata della mia vita!... Io non sono avvezzo a questo genere di cose, capite... — Ed egli si guardò intorno come per invocar soccorso. — A gente come voialtri e a case come questa... Tutto ciò è nuovo e mi piace.
— Spero che ritornerete, — fece lei, mentr’egli si congedava dai fratelli.
Egli si ficcò il berretto sul capo, fece una specie di sterzata verso la porta e disparve.
— Ebbene! che ne pensi di lui? — interrogò Arturo.
— Interessantissimo!... un soffio d’ozono! — rispose lei. — Quanti anni ha?
— Vent’anni, quasi ventuno... Gliel’ho domandato nel pomeriggio, oggi. Non lo credevo così giovane.
... E io, ne ho tre di più! — fece lei tra sè, abbracciando i fratelli.
CAPITOLO III.
Scendendo le scale, Martin Eden mise la mano in tasca, ne trasse un foglietto di carta di riso bruno, un pizzico di tabacco messicano e arrotolò una sigaretta. Profondamente ne aspirò la prima boccata e respinse il fumo con voluttà.
«Buon Dio!», esclamò con accento di rispettosa ammirazione. E, più piano, ripetè altre due volte: «Buon Dio!» Poi strappò il colletto e se lo ficcò in tasca. Un’acquerugiola gelida cadeva, ma egli si scoprì e si sbottonò la giacca, con perfetta noncuranza. S’accorgeva almeno della pioggia? Egli camminava come in sogno, rivivendo le sue ultime estasi e le ore trascorse..
Finalmente aveva incontrato la donna, colei alla quale aveva pensato poco, giacchè egli pensava poco alle donne, ma ch’egli aveva atteso, forse inconsciamente, e che doveva venire. Egli l’aveva avuta accanto, a tavola, ne aveva stretta la mano, aveva visto negli sguardi di lei il riflesso d’un’anima splendida, bella come gli occhi la riflettevano, bella come la carne che l’incarnava. Egli non pensava, d’altra parte, a quella carne come alla carne delle altre donne; di solito, questa soltanto lo interessava. Quella di lei era d’essenza diversa, doveva sfuggire ai mali e alle fragilità umane. Quel corpo era più che la guaina dell’anima; era l’emanazione stessa di quell’anima, una graziosa e pura cristallizzazione del suo essere divino. Questo sentimento del divino lo colpì dapprima, poi egli richiamò nella sua mente riflessioni più calme. Questa percezione del divino non l’aveva mai colpito; egli era stato sempre incredulo e si burlava allegramente dei bigotti e dell’immortalità dell’anima. Non c’era vita futura, sosteneva egli con risolutezza; bisognava vivere e ben vivere, e poi sparire nel nulla. Ma negli occhi di quella donna egli aveva visto un’anima, un’anima imperitura. Nessun’altra gli aveva mai dato quella sensazione, ch’egli aveva avuto dal primo incontro dei loro sguardi. Camminando, egli non cessava di vederne il viso, pallido e serio, soave e delicato, sorridente con una pietà e una tenerezza immateriali, e puro... ah! puro, incredibilmente!... Quella purezza lo colpiva più di tutto il resto. Egli aveva conosciuto del vizio e della bontà, ma della purezza, mai, e l’ignorava totalmente. Ora, concepiva la purezza come il superlativo della bontà e del senso morale, come l’essenza stessa della vita eterna... E subito sentì il desiderio ambizioso di conquistare la vita eterna. Evidentemente, egli non era degno di sciogliere i lacci delle scarpe di lei; era persino un incredibile caso fortunato il fatto che aveva potuto conoscerla, accostarsi a lei, parlarle quella sera. Era un caso ch’egli non aveva suscitato e che non meritava. Pervaso da una specie di umiltà religiosa, accasciato e pieno di disgusto di sè, egli sentiva profondamente il peso dei suoi peccati. Ma, come il peccatore che si prostra davanti al tribunale della penitenza, intravede dal fondo della sua umile miseria, la speranza d’una celeste e radiosa vita, così egli concepiva la suprema salvezza mediante la conquista di quella donna. Quella conquista, d’altra parte, rimaneva irreale, nebulosa, totalmente diversa dal senso ch’egli le dava di solito. Trascinato dalla sua ambiziosa fantasia, egli si vedeva spaziar con lei nelle alture spirituali, attingere in comune alle stesse fonti d’arte e di bellezza. Il suo sogno non andava oltre un possesso d’anima assolutamente eterea, oltre un’amicizia cerebrale ch’egli stesso non avrebbe saputo definire. Egli non era assolutamente in condizioni di definire alcunchè in quel momento. La sensazione vinceva il ragionamento, ed egli palpitava d’emozioni ignote, abbandonandosi deliziosamente al flusso d’impressioni nuove che lo trascinavano verso inaccessibili cime.
Vacillava come un ubriaco, mormorando con fervore: «Dio mio! Dio mio!»
A un cantone, una guardia lo guardava venire e, con occhio diffidente ne osservava l’andatura incerta.
— Dove ti sei ridotto in quello stato? — gli domandò.
Martin Eden ripose i piedi sulla terra; e poichè, per istinto, s’adattava immediatamente alle circostanze, fu il solito Martin Eden che rispose ridendo alla guardia:
— Che piacere, eh? E credo bene che facessi dei discorsi ad alta voce...
— E fra breve canterai, — previde la guardia.
— No, questo no! Datemi un po’ di fuoco, chè voglio cercare di prendere l’ultimo tram.
E, accesa la sigaretta, ringraziò e proseguì il cammino borbottando:
— Pensa un po’!... no, ma potrebbe darsi!... Lo sbirro mi credeva ubriaco! — E sorrise e riflettè un po’. — Lo ero... ma non di vino...
Salì sul tranvai di Berkeley, ch’era pieno di giovanotti che vociavano cantando canzoni e ritornelli in voga nei collegi. Con curiosità, Martin li studiò: erano studenti universitarî, che frequentavano evidentemente la stessa università di lei, appartenevano alla stessa classe sociale, la conoscevano, forse, e potevano a loro agio vederla tutti i giorni... E dunque perchè, quella sera, erano in quel tranvai, anzichè presso di lei, a farla segno d’una rispettosa adorazione?... Egli osservò un giovanotto dagli occhietti rugosi, dal labbro pendulo, un vizioso certamente, si disse. A bordo, quello lì sarebbe stato il piaggiatore, il piagnucolone, la spia dell’equipaggio. Egli, Martin Eden, era ben diverso da quel giovanotto!... Questo pensiero gli fece piacere, perchè sembrava accostarlo a Lei. Ed egli continuò il paragone. A mano a mano ch’egli osservava gli studenti, si rendeva conto del bel meccanismo delle sue membra e della sua superiorità fisica. Sì, ma il loro cervello inzeppato di scienza permetteva loro di parlare lo stesso linguaggio di Lei, e questo pensiero lo depresse nuovamente.
Ma a che serve il cervello?... Ciò che essi avevano fatto poteva essere fatto anche da lui; essi avevano appreso la vita nei libri, ed egli l’aveva vissuta. Il suo cervello conteneva tante cose quante ne conteneva il loro; ma erano diverse: ecco la differenza. Quanti fra loro erano capaci d’annodare un tirante, reggere la barra e fare il nodo?
La sua vita gli si svolgeva davanti in quadri — avventure, pericoli, lavoro da romper le reni, colpi d’audacia disperata... Egli ricordava le disavventure del principio, tutte le avarie sofferte. D’altra parte, era meglio così: quelli avrebbero dovuto a loro volta imparare a vivere. Benissimo! Egli, durante questo tempo avrebbe imparato l’altro lato della vita sui libri.
Mentre il tranvai attraversava la zona cosparsa di miseri abituri che separa Oakland da Berkeley, egli spiava la casa familiare, a due piani, la cui facciata recava questa orgogliosa insegna: _Bazar Alimentare Higgingbotham_. Giunto là, egli discese, e contemplò un momento l’insegna. Essa racchiudeva per lui, un profondo significato: dalle lettere stesse sembrava emanare tutto un mondo di meschinità, d’egoismo e di bassa ipocrisia. Bernardo Higgingbotham era il marito di sua sorella, ed egli lo conosceva bene.
Aprì la porta con la chiave e s’arrampicò con precauzione sino al secondo piano, dove abitava il cognato. La drogheria era giù; un tanfo di vecchi legumi vagava per l’aria. Tastoni, attraverso il vestibolo, egli intoppò in una carrozzina di bambola che uno dei suoi numerosi nipoti aveva abbandonata là, e la mandò rotoloni, con fracasso, contro la porta.
— Quel vecchio spilorcio! — fece tra sè. — È così scortichino che non spende venticinque centesimi pel gas, per impedire che i suoi pensionanti si rompano l’osso del collo! — Procedendo tastoni, egli girò il pomo della porta ed entrò in una stanza illuminata dove erano seduti sua sorella e Bernardo Higgingbotham. Ella rammendava un paio di calzoni, ed egli, sdraiato su due sedie, con delle ciabatte di stoffa sbrendolate, che gli pendevano a brani dai piedi, leggeva un giornale. Egli sollevò gli occhi neri penetranti e falsi, e Martin Eden, come sempre, provò un senso di repulsione. Che cosa di buono aveva trovato sua sorella in quell’uomo? Gli pareva come un verme da schiacciare col piede. «Un giorno o l’altro gli rompo il grugno», diceva spesso a se stesso, per frenarsi e aver la forza di pazientare. Gli occhi di faina, crudeli e orlati di rosso, lo osservavano con un’espressione di rampogna.
— Ebbene, — domandò Martin, — che c’è?
— Ho fatto ridipingere questa porta la settimana scorsa, — si lamentò il signor Higgingbotham, — e voi sapete quanto costa la mano d’opera. Dovreste usare più attenzione.
Martin sentì la voglia di rispondergli, ma tacque sapendo quanto fosse inutile. Egli guardò l’oleografia che adornava il muro e fu colpito dalla mostruosa volgarità di essa. Sino a quel giorno gli era piaciuta, ma gli parve che la vedesse per la prima volta; era una povera cosa, come tutto il resto, in quella casa. Ed egli ripensò all’appartamento dal quale veniva; rivide dapprima i quadri, poi, subito dopo, lei e la tenera dolcezza del suo saluto. Dimenticò completamente dov’era e persino che esistesse Bernardo Higgingbotham, sino al momento in cui costui non lo interrogò:
— Vedete forse qualche fantasma?
Martin rivide allora gli occhi di cattivo rosicante, beffardi, paurosi, crudeli, poi se li immaginò subito quali erano giù al banco: servili, dolciastri, complimentosi.
— Sì, — rispose, — ho visto un fantasma... Buona sera, Geltrude! — E voltò le spalle con vivacità, inciampando nell’orlo sdrucito del tappeto sudicio.
— Non sbattete la porta, — raccomandò il signor Higgingbotham.
Egli arrossì dalla collera, ma si trattenne e chiuse delicatamente la porta dietro di sè.
Esultante di perfida gioia, il signor Higgingbotham si voltò verso la moglie.
— Ha bevuto! — borbottò con voce enfatica. — Te lo avevo detto che si sarebbe ubriacato.
Ella scosse il capo con rassegnazione, dicendo remissivamente:
— Gli occhi gli lucevano, e non aveva più il colletto che si era messo quando è uscito: ho visto. Ma forse ha bevuto due o tre bicchieri.
— Camminava di sbieco, — affermò il marito. — L’ho osservato. Nell’attraversare la camera vacillava. Non l’hai sentito nell’andito? A momenti cadeva.
— Dev’essere stato quando è andato sopra la carrozzella di Alice, — rispose lei. — Non l’ha vista, allo scuro.
Il signor Higgingbotham alzò la voce e, con essa, la collera. Durante tutta la giornata egli rodeva il freno, nel negozio, e si riserbava la sera, in famiglia, il privilegio di mostrarsi qual era.
— Ti dico che il tuo delizioso fratello era ubriaco.
La sua voce fredda, tagliente, spiccava le parole come col taglio netto d’uno stampo. Sua moglie sospirò e tacque. Era una donna corpulenta, spettorata, che sembrava sempre oppressa dal peso del corpo, del lavoro e del marito.
— Ha ripreso da suo padre, ti dico, — proseguì il signor Higgingbotham. — E finirà nella strada come lui, vedrai. — Lei fece segno di sì con la testa, sospirò e seguitò a cucire. Martin Eden era rientrato ubriaco; bisognava riconoscerlo. Se la loro anima fosse stata capace di comprendere la bellezza, non avrebbero visto in quei suoi occhi raggianti, su tutto il suo volto ardente, il segno evidente del primo amore?
— Un bell’esempio per i bambini! — borbottò ad un tratto il signor Higgingbotham, dopo un silenzio di cui egli tenne il broncio a sua moglie, giacchè avrebbe preferito essere contraddetto di più. — Se ricomincia lo mando via! Capito? Non sopporto più queste sue belle pratiche! Depravare dei poveri innocenti con lo spettacolo delle proprie sbornie!
Al signor Higgingbotham piaceva la parola «depravare», spigolata in un giornale e aggiunta di fresco al suo vocabolario. — Proprio così; non c’è altra parola: li deprava.
Sua moglie sospirò nuovamente, scosse tristemente il capo e seguitò a cucire. Il signor Higgingbotham riprese la lettura.
— Ha pagato la pensione della settimana scorsa?... — lanciò a un tratto di sopra al giornale.
Essa fece segno di sì e aggiunse: — Ha ancora un po’ di denaro.
— Quando s’imbarca?
— Quando avrà consumato la paga, credo. — rispose lei. — È stato ieri a S. Francisco, per l’imbarco. Ma siccome ha ancora del danaro, è meticoloso nella scelta del piroscafo.
— Solo un pidocchioso come lui può fare lo schifiltoso così, — brontolò il signor Higgingbotham. — Gli giova fare il difficile.
— Ha parlato d’uno schooner che si prepara per un viaggio verso un paese lontano in cerca di un tesoro... Se il denaro gli dura, parte con quello.
— Se avesse un po’ di voglia di sistemarsi, potrei impiegarlo qui, a guidar la carrozza, — fece il marito, che non mostrava la minima benevolenza. — Tom se ne va.
La moglie lo fissò con uno sguardo interrogativo e ansioso insieme.
— Se ne va stasera. Va da Carruthers, che gli dà di più.
— Te lo avevo detto che se ne sarebbe andato! — esclamò lei. — Valeva di più di quanto gli davi!
— Senti, vecchia! — ruggì Higgingbotham minacciosamente. — Te l’ho già detto cento volte che non devi ficcare il naso nei fatti miei. Non te lo ripeterò più.
— Per me è lo stesso, — fece lei con le lacrime agli occhi. — Tom era un buon garzone!
Suo marito la fulminò collo sguardo. Era il colmo dell’insolenza, quella.
— Se quel tuo bel fratello non fosse un buono a nulla potrebbe guidar la carrozza, — sibilò.
— Egli paga la pensione come un altro, — ribattè lei. — È mio fratello, e sinchè non ti è debitore, tu non hai il diritto d’insultarlo continuamente. Eppoi, anch’io ho un cuore, sebbene sia tua moglie da sette anni.
— Gli hai detto che pagherà il consumo del gas, se seguita a leggere a letto?
La signora Higgingbotham non rispose: era passata la ribellione, ella era vinta dalla sua carne stanca, e il marito trionfava, aveva il sopravvento. Gli occhi di lui ammiccavano viziosamente, mentr’egli si rallegrava perchè gli era riuscito di farla piangere. Era un gran piacere per lui affannarla, e lei s’angustiava facilmente, ora, molto più di prima del matrimonio, prima che i parti numerosi e le continue grettezze di lui l’avessero avvilita.
— Glielo dirai domani, ecco; — fece lui. — E, a proposito, bisognerà fare cercare Marianna domani perchè badi ai bambini. Andato via Tom, io sarò fuori tutto il giorno con la vettura, e tu puoi prepararti a rimanere al banco, giù.
— Ma domani è giorno di bucato! — fece lei debolmente.
— Tu t’alzerai presto e laverai prima. Prima delle dieci non parto. — E, spiegato rabbiosamente il giornale, proseguì la lettura.
CAPITOLO IV.
Martin Eden, ancora irritato dal contrasto col cognato, seguì nell’oscurità il corridoio ed entrò in camera sua, una specie di nicchietta che conteneva a malapena un letto, un lavandino e una poltrona. Il signor Higgingbotham, da quell’uomo sin troppo pratico ch’era, si guardava bene dall’assumere una domestica, giacchè aveva la moglie. D’altra parte, la camera per la domestica gli dava modo di tenere, anzichè uno, due pensionanti.
Martin posò i volumi di Swinburne e di Browning sulla poltrona; si tolse il soprabito e sedette sul letto risentendo lo stridore lamentoso delle molle sotto il suo peso. S’era curvato per togliersi le scarpe, ma si fermò a un tratto e incominciò a fissare dirimpetto il muro di gesso che la pioggia, filtrando dal tetto, aveva rigato di lunghe bavature brune. Su quel misero sfondo, riapparvero le visioni, come immagini luminose. Egli dimenticò le scarpe e rimase lungamente immobile, sino al momento in cui le sue labbra tremanti mormorarono: Ruth!