Part 2
Allora lei cominciò a parlare a suo agio, con vivacità, attorno a quell’argomento lanciato da lui. Egli si sentì rinfrancato e s’affondò un po’ di più nella poltrona, alla quale s’aggrappava con tutt’e due le mani, per paura che non gli sfuggisse di sotto. Finalmente, egli era riuscito a farla parlare, e mentre lei chiacchierava, egli cercava di seguirla, meravigliandosi di tutta la scienza accumulata in quella testa graziosa e impregnandosi della pallida bellezza di quel viso. E gli riusciva di seguirla, sebbene turbato dalle parole sconosciute che lei usava, dalle critiche e dal processo del pensiero di lei, tutte cose nuove per lui, ma che però gli stimolavano la mente e la facevano vibrare. «Ecco la vita intellettuale! — si diceva — ed ecco della bellezza intensa e meravigliosa». Egli dimenticò se stesso e se la divorò con sguardo d’affamato. Vivere per una donna simile!... per meritarsela, per conquistarla, ah, sì!... e morire per lei. I libri avevano ragione: donne simili esistevano: lei era una di quelle. Ella dava ali all’immaginazione di lui, così che grandi quadri luminosi gli si stendevano davanti, contesti di vaghi e giganteschi profili d’amore, di poesia e di gesti eroici compiuti per una donna, per una pallida donna simile a un fiore d’oro. E attraverso la visione lucente palpitante, come attraverso un magico miraggio, egli guardava avidamente la donna reale seduta presso di lui, che parlava di letteratura e d’arte. La guardò febbrilmente, inconscio della fissità del suo sguardo e del fatto che tutta la virilità della sua maschia natura gli luceva negli occhi. Ma lei, che sapeva poco degli uomini, sentiva il bruciore di quello sguardo. Mai un uomo l’aveva guardata in quel modo, e ne rimase turbata. Si impigliò nel mezzo d’una frase e si fermò lì, avendo perso di botto il filo delle idee. Egli la spaventava, ma intanto provava piacere nell’essere guardata così. La sua educazione la avvertiva d’un pericolo e d’una tentazione cattiva, sottile, misteriosa. D’altra parte sentiva prepotente in tutta la persona la voce dell’istinto che l’induceva a respingere lo spirito di casta e a sedurre quell’abitante d’un altro mondo, dalle mani piene di cicatrici, dal collo segnato a vivo dallo sfregamento d’un coltello, e, in modo troppo evidente, insozzato, degradato da una vita grossolana. Ella era pura, e sentiva il suo senso morale ribellarsi, ma era donna e cominciava a imparare i paradossi della donna.
— Come le dicevo... Ma che le stavo dicendo, dunque? — E lei si interruppe a un tratto e rise della sua storditaggine.
— Lei diceva così che quell’uomo — Swinburne — non è stato un grande poeta, perchè... E a questo punto s’è fermata, signorina, — fece egli con premura. Sentiva, ad un tratto, una specie di fame, e piccoli deliziosi fremiti percorrergli la spina dorsale, ascoltando il suono del riso di lei.
— Come d’argento! — diss’egli fra sè. — Un accordo veramente: un _carillon_ di sonagli d’argento! — E immediatamente, per un attimo solo, si sentì trasportato in un paese lontano, dove, sotto ciliegi in fiore, egli fumava una sigaretta ascoltando le campanelle d’una pagoda puntuta che chiamavano alla preghiera i fedeli dai sandali di treccia di paglia.
— Sì, grazie, — disse lei. — Swinburne ci delude, insomma, perchè, Dio mio, manca di delicatezza. Molti poemi suoi non dovrebbero neppure esser letti. Un poeta veramente grande non scrive neppure un rigo che non sia pieno di magnifiche verità e che non sia rivolto alla parte nobile e pura ch’è in noi. Non si dovrebbe poter togliere neppure un rigo d’un grande poeta senza causare un’irreparabile perdita del patrimonio comune!
— M’è parso bello. — fece egli esitando, — quel poco che ho letto. Non pensavo neppure che potesse essere un così... cattivo soggetto. Immagino che riesca meglio negli altri libri suoi.
— Nel volume che leggevate, ci sono tante cose che potevano essere evitate, — disse lei con voce sicura, dommatica.
— Mi debbono essere sfuggite, — affermò egli. — Ciò che ho letto era sorprendente. Era tutto chiaro e caldo, e mi ha penetrato, riscaldato come il sole, e illuminato come un riflettore. Questo effetto ha prodotto in me... Ma può darsi che io non capisca gran che, della poesia, signorina.
E si fermò impacciato; era confuso, penosamente cosciente della sua inettitudine a esprimersi. Egli sentiva la grandezza, l’intensità di ciò che aveva letto, ma le parole sfuggivano al suo pensiero e non poteva descrivere ciò che risentiva, e si paragonò a un marinaio sperduto in una notte buia su un mare ignoto, che manovrasse alla cieca. Ebbene! — decise egli fra sè —; spettava a lui avvezzarsi a quel mondo nuovo. Non c’era cosa ch’egli non avesse ottenuta quando aveva voluto, ed era tempo ch’egli imparasse ad esprimere ciò che sentiva in sè, perchè Ella potesse comprenderlo. «Ella» riempiva già tutto l’orizzonte di lui.
— Ora, Longfellow, — disse lei.
— Sì, l’ho letto, — interruppe egli vivamente, desideroso di far valere il suo piccolo corredo letterario e di mostrarle che non era assolutamente un imbecille. — Il _Salmo della Vita, Excelsior e..._ Credo che non vi sia altro.
Ella scosse il capo affermativamente, sorrise, ed egli sentì che il sorriso di lei era accondiscendente, pieno di pietà. Era pazzo nel tentare di farsi valere su quell’argomento! Quel Longfellow doveva avere scritto una quantità d’altre cose.
— Scusi, signorina, se parlo a vanvera. Francamente non conosco gran che di tutte queste faccende. Non sono cose familiari, del mio mestiere. Ma farò il possibile perchè lo diventino.
L’affermazione risuonò come una minaccia; la voce di lui era risoluta, i suoi occhi lanciavano lampi, i lineamenti gli s’erano induriti. Lei vide che le mascelle gli si contraevano; gli angoli erano diventati spiacevolmente aggressivi. Nello stesso tempo, una virilità intensa parve emanare da lui, sommergendolo come un’onda.
— Credo che potrebbe riuscirci, infatti, — concluse lei ridendo. — Lei è fortissimo!
Per un istante lo sguardo di lei fissò la nuca del torello possentemente muscolosa, abbronzata dal sole, impressionante per salute e forza. E, sebbene egli se ne stesse umilmente seduto, arrossendo nuovamente, ella si sentì attratta verso di lui. Un pensiero folle le attraversò la mente; le sembrò che posando tutt’e due le sue mani su quella nuca, tutta quella forza e tutta quella salute sarebbero passate in lei. E questo pensiero la urtò, giacchè le parve che rivelasse una insospettata depravazione della sua natura, tanto più che sino a quel giorno, la forza fisica le era apparsa come cosa brutale e volgare. Il suo ideale di bellezza maschile era sempre stato un ideale formato tutto da grazia e finezza. Eppure quel desiderio strano persisteva; ella ammattiva pensando che potesse avere la voglia di posare le sue mani su quel collo adusto. In realtà non si rendeva conto che era l’istinto che la spingeva ad attingere la forza di cui il suo organismo mancava. Essa non sapeva altro che questo, che mai alcun uomo l’aveva impressionata come quello, che, pure, la urtava ogni momento con quel suo impossibile modo di esprimersi.
— Sì, non sono uno stupido, — diss’egli. — Alla occorrenza, so digerire ciottoli!... Ma, ora come ora, sono affetto da dispepsia morale!... Non sono allenato, capisce? Mi piacciono i libri e la poesia e ogni qual volta ho avuto del tempo libero, ho letto, ma la lettura non mi ha fatto mai riflettere come lei. Ecco perchè non posso parlarne. Sono come un navigante alla deriva, su un mare ignoto, senza carta nè bussola. Ora voglio mettermici d’impegno. Forse lei potrebbe aiutarmi... Come ha fatto a imparare tutto quanto mi ha detto sin qui?
— A scuola, evidentemente, e lavorando.
— Io sono stato a scuola che ero un marmocchio...
— Sì, ma parlo delle scuole superiori, dei corsi, dell’Università!...
— Lei è stata all’Università!
Egli era confuso dallo stupore; gli pareva che lei si fosse allontanata da lui d’un milione di leghe perlomeno.
— Io ci vado sempre. Frequento i corsi superiori di letteratura inglese.
Egli ignorava che cosa lei volesse significare con ciò, ma si limitò a rilevare mentalmente quella nuova prova d’ignoranza e passò oltre.
— Quanto tempo bisognerebbe lavorare per entrare all’Università? — domandò egli.
Essa gli rivolse un raggiante sorriso d’incoraggiamento e rispose:
— Dipende dagli studi che lei ha fatti sinora. Non è mai stato al liceo? No, naturalmente. Ma ha compiuto le classi elementari?
— Mi rimanevano due anni da fare quando le ho abbandonate, — rispose lui. — Ma mi son portato sempre abbastanza bene, — s’affrettò ad aggiungere. E subito, furioso per essersi così vantato, strinse il braccio della poltrona con tanta violenza, che le punte delle unghie ne formicolarono. Nello stesso tempo si accorse che una donna entrava nella stanza. La giovane si alzò e corse a lei. Egli pensò che dovesse essere la madre della signorina. Era una donna bionda, dalla persona alta, sottile, maestosa, magnifica. Egli godette nel contemplarne la linea armoniosa della veste che gli fece ricordare delle donne viste sulla scena. Poi gli venne in mente d’aver visto delle grandi dame simili, vestite nello stesso modo, entrando a teatro, a Londra, mentr’egli guardava, in piedi, e una guardia di città lo respingeva fuori del tendone, sotto la pioggia. D’un balzo, l’immaginazione lo portò a Yokohama, dove, lungo la passeggiata, egli aveva incontrato altre grandi dame. Come in un caleidoscopio, il porto e la città di Yokohama gli sfilarono davanti agli occhi. Ma egli scacciò subito quella visione, oppresso com’era dal richiamo urgente della realtà. Sapeva che doveva essere presentato, dimodochè si alzò penosamente sui piedi, con i calzoni segnati da ginocchielli, le braccia penzoloni, e il viso contratto dallo sforzo di quella prova da sostenere.
CAPITOLO II.
Fu un’operazione da incubo, per lui, recarsi nella camera da pranzo. Gli parve di non arrivar mai, e vi giunse infatti a furia di vacillamenti, trabalzi e sterzate. Ma finalmente arrivò e si trovò seduto accanto a Lei. Lo spiegamento dei coltelli e delle forchette lo spaventò e gli parve erto d’insidie. Egli osservò le posate, affascinato, al punto che il loro luccichio divenne come quello di uno specchio sul fondo del quale si movesse una successione d’immagini. Si rivide sulla coperta di uno _schooner_; egli e i compagni mangiavano della carne di bue salata, con le dita e con i coltelli a scatto, o prendevano, con i cucchiai di ferro ammaccati, una densa minestra di piselli in grosse gavette. Allucinante, il lezzo del manzo di cattiva qualità gli empì le narici, mentre egli udiva i rumorosi scricchiolii delle mascelle che accompagnavano quelli dell’ossatura della nave e il gemere degli scompartimenti-stagni. Guardò i suoi compagni che mangiavano e fu colto da un immenso disgusto, da una profonda tristezza al pensiero che rassomigliava a loro. Ebbene! no! non avrebbe più rassomigliato a quella gente, e tutta la sua volontà si sarebbe tesa a quello scopo. Il suo sguardo fece il giro della tavola. Arturo e Norman erano in faccia a lui. Erano suoi fratelli, fratelli di Lei. Il suo cuore fu mosso da un generoso slancio verso di loro. Com’era affiatata quella famiglia... Egli rivide la giovane che correva incontro alla madre, il loro bacio, il quadro che tutt’e due formavano avanzando con le braccia intrecciate. Simili prove d’affetto tra figlioli e genitori non esistevano punto, nel suo ambiente! Era una rivelazione di cose che solo quel mondo superiore poteva pretendere, ed egli ne rimase abbagliato, e per simpatia si sentì il cuore pieno di tenerezza. Durante tutta la sua vita egli era stato affamato d’amore, ma aveva dovuto farne senza, e s’era indurito al compito. Aveva ignorato che l’amore gli era necessario, e persino in quel momento seguitava a ignorarlo. Ma ne vedeva manifestazioni che lo commovevano profondamente.
Il signor Morse non era là, grazie a Dio. Egli era già abbastanza scottato dal dover parlare con Lei, la madre e il fratello Norman. (Arturo lo conosceva già da un po’). Durante la sua vita non aveva penato mai tanto; così gli pareva. I lavori più faticosi erano stati trastulli da ragazzi al confronto di quello!... Aveva la fronte madida di sudore e la camicia bagnata, per tanti esercizî insoliti. Gli toccava mangiare in modo al quale non era avvezzo, servirsi di strani utensili, adocchiare furtivamente intorno per sapere come compiere ogni nuovo rito; inoltre accogliere il flusso d’impressioni nuove che l’inondavano, distinguerle, classificarle. Forse lo sforzo più duro era quello di frenare quello slancio verso di Lei, che lo attanagliava in una forma d’irrequietezza sorda e dolorosa, con un desiderio tormentoso di accostarla, di seguire lo stesso cammino. Ma come diminuire la spaventosa distanza che li separava?... Doveva anche furtivamente spiare gli altri per decidere dell’impiego opportuno del coltello o della forchetta, imprimere i lineamenti della persona, valutarli e paragonarli a quelli della Donna Spirituale. Inoltre, doveva parlare, ascoltare e rispondere al momento opportuno, sorvegliandosi severamente, proprio lui, avvezzo a un’assoluta licenza di linguaggio! E, per colmo d’imbarazzo, c’era l’incessante minaccia del maggiordomo, terribile sfinge che gli appariva silenziosamente dietro la spalla e parlava per enigmi che bisognava risolvere immediatamente. Durante tutto il pranzo fu oppresso dal pensiero dello sciacquabocca il cui spettro non cessava dall’ossessionarlo. Quando sarebbero venuti? e a che cosa potevano verosimilmente assomigliare?... fra pochi minuti forse sarebbero là, ed egli, Martin Eden, seduto alla stessa tavola alla quale sedevano i superuomini che ne facevano uso, se ne sarebbe servito come loro! Infine, sopra tutto, dominava il ritorno dell’angoscioso problema: quale contegno tenere? Ora, vilmente, egli decideva di sostenere una parte; ora, più vilmente ancora, si diceva che non vi sarebbe riuscito, che non era adatto alla menzogna, e che sarebbe diventato ridicolo.
Al principio del pranzo fu taciturno, tanto grande era la tensione nervosa di tutta la sua persona. Egli ignorava che il suo silenzio avrebbe dato una smentita ad Arturo che il giorno prima aveva annunziato che avrebbe condotto a pranzo un selvaggio, ma che non c’era da spaventarsi, perchè quel selvaggio li avrebbe certamente interessati. Mai, Martin Eden avrebbe immaginato il fratello del suo idolo capace di un tale tradimento, dato specialmente il fatto che egli aveva avuto la fortuna di aiutare quel fratello a trarsi fuori d’una baruffa dalla quale l’uscita minacciava di diventar fastidiosa. Egli era dunque seduto a quella tavola, turbato dalla sua indegnità e, insieme, affascinato da quanto accadeva attorno a lui. Per la prima volta egli rilevava come l’atto di mangiare potesse essere una manifestazione che non fosse una semplice funzione. D’altra parte, ignorava la natura di ciò che mangiava; era del nutrimento, ecco! Egli alimentava la sua gran fame di bellezza a quella tavola dove il mangiare diventava estetico. Il cervello gli ribolliva. Egli udiva parole che per lui non avevano alcun significato, altre che aveva viste solo nei libri e che neppure una delle persone di sua conoscenza, di prima, sarebbe stata capace di pronunziare. Quand’egli udiva una di quelle parole cadere distrattamente dalle labbra di un membro di quella straordinaria famiglia, la famiglia di Lei, un brivido delizioso gli percorreva la persona. Tutto il romanzesco, tutta la bellezza dei libri si realizzavano. Egli si trovava in quello stato raro e meraviglioso di chi vede i sogni svincolarsi dai limbi della fantasia e acquistar corpo.
Egli si teneva quindi sullo sfondo, ascoltando, gustando, rispondendo a monosillabi, dicendo «Sì, signora» e «no, signorina», «no, signorina» e «sì, signorina». Soffriva a non dire come i marinai: «Sì, Capitano,» al fratello, ma sentiva che avrebbe dato un’altra prova d’inferiorità; e che cosa avrebbe detto Colei ch’egli voleva conquistare?...
— Perbacco! — si diceva orgogliosamente, — io valgo quanto loro, e, se è vero che essi sanno un mucchio di cose che io non so, è vero anche che io potrei insegnare loro altre che non immaginano neppure.
Un momento dopo, quando Lei o sua madre lo chiamavano signor Eden, il suo aggressivo orgoglio svaniva, ed egli esultava dalla gioia. Era una persona civile, perdiana!, e pranzava a fianco a fianco con degli eroi da romanzo; egli stesso agiva in quel romanzo, e i suoi fatti e le sue gesta sarebbero un giorno impressi in un libro.
Intanto, mentre egli dava ad Arturo una così flagrante smentita rivelandosi un agnello belante e timido, il suo cervello si torturava ad elaborare un modo di comportarsi, giacchè non aveva veramente nulla dell’agnello belante, e una parte di second’ordine non conveniva punto alla sua natura orgogliosa. Egli parlava soltanto quando era proprio necessario, e allora la sua conversazione rassomigliava alla sua entrata nella sala da pranzo; piena d’intoppi e di bruschi arresti, mentr’egli sfogliava nel suo vocabolario, in cerca della parola propria, esitando nel servirsi di parole ch’egli sapeva giuste, ma che temeva di non pronunziare in modo esatto, scartando altre che riteneva grossolane. Ma egli era, durante tutto questo tempo, oppresso dalla sensazione che quella ricerca di espressioni lo rendesse stupido e gl’impedisse di esprimere il suo pensiero intimo. Anche il suo amor di libertà s’inalberava contro la costrizione, così del pensiero, come di quella specie di collare che gli circondava il collo, in forma di colletto. Eppoi, egli non sapeva se potesse resistervi. La sua potenza di pensiero e di sensibilità era tanto grande, quanto pertinace e vivo era il suo spirito; così che, trascinato dalla spontaneità delle sensazioni, gli capitava di dimenticare dov’era, e finiva coll’usare il suo povero linguaggio d’una volta.
A un certo punto, avendolo il cameriere interrotto per offrirgli un piatto, egli rifiutò con un «Puh!» enfatico, sonoro, che fu una gioia pel cameriere e per tutta la tavola, e lo riempì di vergogna. Ma egli si rimise subito e spiegò:
— È una parola di gergo, che significa «finito». M’è venuta con la più grande naturalezza.
Poi, siccome la fanciulla gli guardava curiosamente le mani, continuò:
— Son ritornato da un viaggio lungo le coste, su uno dei corrieri del Pacifico. Siccome era in ritardo, abbiamo dovuto, nei porti del Puget-Sound, scarpinare come negri per imbarcare il carico — nolo misto... Loro sanno di che si tratta, no? Ecco, perchè la mia pelle è lacerata.
— Oh! non è questo, — rispose lei vivamente. — Le sue mani sono troppo piccole pel suo corpo.
Egli arrossì, persuaso ch’ella avesse scoperto in lui una nuova tara.
— Sì, — disse scusandosi. — Non sono abbastanza forti pel resto. Con le mie braccia e le spalle posso picchiare come un mulo; ma quando rovino la faccia di qualcuno, anche le mie mani si guastano. — Ma subito si dolse di questa frase e si disgustò di se stesso. Aveva parlato senza riflettere, di cose brutte.
— È bello da parte sua, essere andato in aiuto di Arturo, come ha fatto lei che era un estraneo, — disse gentilmente la giovane, scorgendone l’imbarazzo, di cui, d’altra parte, ignorava la causa. Egli la comprese, e la calda riconoscenza che gli invase l’animo, gli fece ancora una volta dimenticare quella sua lingua così maldestra.
— Non conta parlarne, — diss’egli. — Un altro avrebbe fatto altrettanto. Quella banda di mascalzoni andava in cerca di litigi, e Arturo non badava. Gli sono piombati addosso... e allora io mi son messo in mezzo... E appunto nel far cadere loro qualche dente, mi sono lacerate le mani... Non volevo a nessun costo lasciarmi mancare un colpo simile! Quando vedo... — Si fermò di botto, a bocca aperta, cosciente dell’abisso che la separava da lui e lo rendeva indegno di respirare l’aria ch’essa respirava. E, mentre Arturo, per la ventesima volta, raccontava la sua avventura con gli ubriachi sul trasbordatore, e come Martin Eden, balzando in suo aiuto, lo avesse soccorso, il Martin Eden in questione, con le sopracciglia aggrottate, meditava sulla sua incorreggibile volgarità e rifletteva nuovamente al problema arduo della sua condotta di faccia a quella gente là. Sino a quel punto, egli aveva compiuto certamente delle goffaggini. Egli disse a se stesso che non era della loro razza e ch’era inutile far finta d’esserlo; quel travisamento non sarebbe riuscito, e, d’altra parte, egli odiava ogni specie di simulazione. Non poteva non essere sincero... a qualunque costo. Pel momento non parlava il loro linguaggio, ma un giorno sarebbe riuscito a parlarlo, com’era sua ferma intenzione. Pel momento bisognava parlare magari il proprio linguaggio, intonato, beninteso, alla loro comprensione e dirozzato in modo da non urtarli. Eppoi egli non si darebbe l’aria, sia pure tacita, di conoscere cose che gli erano totalmente ignote. In fede di che, quando i due fratelli, che parlavano dei loro studi, usarono più volte la parola «trigo», Martin Eden domandò loro:
— Trigo? che cosa significa?
— Trigonometria, — rispose Norman. — Una forma superiore di «mat».
— E che cos’è un «mat»?
— Le matematiche, l’aritmetica, — rispose Norman ridendo. Martino scosse il capo. Intravedeva orizzonti infiniti di scienza, orizzonti sconfinati. E questo pensiero diventava tangibile, giacchè la sua anormale potenza di visione gli faceva concretare le cose più astratte. Trasformate dal suo cervello ribollente, trigonometria, matematica e tutto il vasto campo del sapere ch’esse comprendevano, si mutarono in altrettanti paesaggi. Egli vedeva radure dolcemente luminose, fughe di fogliame fresco brutalmente forato dai raggi d’un sole ardente. In lontananza, l’orizzonte si perdeva in una caligine di porpora: ma, egli ne era certo, dietro quella caligine purpurea abitava l’ignoto meraviglioso, dalle incantevoli attrattive. Egli si sentì come inebriato, giacchè là era l’avventura da tentare, il mondo da conquistare, e dal fondo di lui folgorò un pensiero: diventare degno di Lei, conquistarlo, quel giglio pallido che fioriva là, accanto a lui.
La visione magica fu fatta svanire da Arturo che, durante tutta la sera, s’era sforzato di mostrare «l’uomo selvaggio» a proprio profitto. Martin ricordò a se stesso la decisione presa: per la prima volta egli si mostrò qual era, con un certo sforzo dapprima, ma subito si abbandonò a se stesso osservando come il suo modo di raccontare piacesse all’uditorio. Egli aveva fatto parte dell’equipaggio del contrabbandiere «Alcione» quando questo fu catturato da un caccia delle Dogane. E seppe far vedere loro ciò che i suoi occhi avevano visto: rievocò il gran mare violento, i battelli, i marinai, con tale potenza, che sembrò loro di essere con lui. Con tocco d’artista egli sceglieva i particolari più significanti, l’immagine chiara, balzante, e dava ad essi, poi, un colore ed una luce così vive, che i suoi uditori erano trascinati dall’eloquenza irresistibile del suo entusiasmo creatore. In certi momenti, li urtava con la crudezza realistica della parola, ma sempre la brutalità era unita alla bellezza, e, spesso, il tragico era temperato dall’umorismo, quando raccontava le strane uscite e le trovate dei marinai.