Martin Eden

Part 1

Chapter 13,621 wordsPublic domain

JACK LONDON

MARTIN EDEN

ROMANZO

A cura di GIAN DÀULI

MODERNISSIMA MILANO (13) — Via Vivaio, 10

PROPRIETÀ LETTERARIA

Impresso da FED. SACCHETTI e C. in Milano

_Copyright 1925 by_

Casa Editrice «MODERNISSIMA»

PRINTED IN ITALY

_Pubblicammo prima i due romanzi: «Il Richiamo della foresta» e «Zanna Bianca», volutamente, per mostrare la potenza visiva e intuitiva del London, e la vastità della sua esperienza d’osservatore, e cioè, accanto all’artista sempre vigile, la forza volitiva e l’irrefrenabile impeto avventuroso dell’uomo._

_I due primi volumi sono il poema delle forze vergini e delle creature primitive, della lotta disperata e crudele, eppur grandiosa, delle cose vive contro la insidia della morte. Simbolo di questa tragedia è il lupo che, ucciso il rivale, ulula, col muso verso le stelle, il tormento millenario della carne che dilania e divora, per non essere dilaniata e divorata, ma che sa, tuttavia, come la vittoria finale spetti, non già alla vita, ma alla morte._

_La vita contro la morte!_

_Par di udire l’antico canto caldeo drammatizzato in una rappresentazione favolosa di animali e di uomini, fra le solitudini nevose e le foreste vergini dell’Alaska._

«L’Angelo della morte ha ucciso lo scannatore che scannò il bue, il bue che bevve l’acqua, l’acqua che spense il fuoco, il fuoco che bruciò il bastone, il bastone che battè il cane, il cane che morse il gatto, il gatto che divorò il capretto, l’unico figlio della capra!

_Chad Gadya! Chad Gadya!_«

Chad Gadya! Chad Gadya! _E chi verrà ad uccidere l’Angelo della Morte?_

«E il Santo Uno, sia Egli benedetto, viene e uccide l’Angelo della Morte». _conclude l’antico canto caldeo, e il London ripete la profezia. Per lui, il Santo Uno è l’Amore!_

* * *

L’Amore.

_Forse nessuno l’ha sentito, desiderato, cercato, sofferto, cantato come Jack London._

_Per l’amore egli è vissuto, per l’amore è morto: per questa essenza divina che illumina e pacifica il mondo. L’amore che accomuna tutte le creature viventi, gli uomini, gli animali, le piante, i macigni, le stelle; l’amore che riempie l’infinito, supera la morte e scioglie ogni mistero: l’amore, vita, bellezza, luce!_

_Quest’innamorato dell’amore, finì, così, coll’amare la vita degli altri più della propria; al punto che la terra gli parve angusta e la propria forza impari a un sogno che abbracciava l’universo._

_La giovinezza di Jack London fu come un razzo infocato lanciato nelle tenebre del mondo, come uno sprazzo di luce abbagliante che ascende, prodigiosamente, poi precipita, e si spegne. A vent’anni è già un uomo maturo; a trenta, vecchio; a quaranta, scomparso._

_Anche per lui l’Angelo della Morte viene prima del Santo Uno e gli strozza in gola il suo Chad Gadya._

_Ma quanta intensità di vita, quanta luce d’ideali, quanta grandezza morale e spirituale in quei suoi quarant’anni! e quale miseria, la nostra, al confronto!_

_Bastano questi quattro possenti volumi — e ne ha scritti più di quaranta — per rivelarci tutta l’angustia del nostro orizzonte e la povertà dell’animo nostro di letterati che cianciamo d’amore e d’arte e di lotte politiche e sociali; scettici, egoistici, meschini._

* * *

_Non a caso, ripeto, pubblicammo prima «Il Richiamo della foresta» e «Zanna Bianca», cioè il poema della vita selvaggia. Volevamo, mediante «una folata d’aria gelida, purificatrice», far sentire l’ossigeno agli sparuti e intristiti uomini che fanno da padroni nelle patrie accademie dell’arte; e dare almeno un guizzo al loro lucignolo dell’ideale, fumoso e pestilenziale; alla gentaccia inorpellata, irretita negl’intrighi eppure altosonante, per mostrare la differenza che passa tra il volo di un’aquila e lo starnazzare di un’anitra._

_E col terzo volume, «Il Tallone di Ferro», ci proponemmo di mostrare l’uomo nell’artista, e come non vi sia artista grande dove non è grandezza d’uomo e altezza morale e spirituale, altruismo, in una parola, cioè sogno del bene assoluto, universale, e dedizione di tutta una vita a questo sogno._

_«Il Tallone di Ferro» è il crogiolo ardente che fonde in un’orribile massa d’odio le miserie, le vergogne, le crudeltà dell’epoca nostra. Non più canto, ma urlo: non l’urlo per i proprî dolori, ma per i dolori degli altri._

I dolori degli altri.

_Ecco, in sintesi, una realtà e una fede sofferte con cuore tra cristiano e prometeico: una fede e un programma di redenzione. I dolori degli altri sono il problema della torbida e perigliosa vita contemporanea._

_E qui, il cuore di London, uomo, non è inferiore alla mente dell’artista. Egli ci rivela, nel_ Tallone di Ferro, _la sua forza e la sua dolcezza, il suo coraggio e la sua saggezza, e ci addita la via che ogni uomo onesto deve seguire; una via che non mena ai facili onori e alle più facili ricchezze, premii plutocratici, ma con gli umili, i denutriti, con le creature dell’abisso, conduce alla verità e al cielo della bontà. Oggi, il mondo è tale, che «vive pericolosamente» colui che difende la propria rettitudine, secondo gli immortali principî di bontà, libertà e giustizia, ch’è più facile sentire che definire._

_Il London ci mostra che la lotta è mortale, e che, sebbene nolenti e riluttanti, come ieri dovemmo partecipare ad una guerra non nostra, così domani dovremo partecipare alla rivoluzione degli altri; ma ci mostra anche che nella libertà di scelta del nostro posto di combattimento, sta il giudizio dell’anima nostra, e la sua salvezza._

* * *

_Ed ora che dai primi tre volumi ci è dato il modo di conoscere l’artista e l’uomo, ecco in «Martin Eden» la sua vita._

_Ogni commento è inutile, ogni chiarificazione superflua: davanti ad una vita vissuta con così semplice e profonda umanità, e rappresentata con tale scultorea, precisa evidenza, ciascuno di noi può vedere il meglio del proprio cuore e riconoscere la propria anima._

_Ma benchè in «Martin Eden» il London racconti la propria anima di scrittore e tutto il tormento per realizzare il suo sogno d’arte, temo che molti letterati e critici italiani stenteranno a riconoscersi in Martin Eden, e considereranno forse questo romanzo autobiografico, o come «noioso», o, addirittura, come falso, perchè qui è la vita e non una meschina parodia della vita; perchè qui è l’arte, e non virtuosismo, mestiere, commercio._

_No, questi volumi del London non sono fatti per animucce letterate._

_Vanno per il mondo a cercare cuori che non abbiano ancora perduto il sentimento romantico e cavalleresco della vita; a cercar cuori in cui canti ancora una canzone, in cui palpiti ancora una fede. Cuori che, per fortuna dell’anima nostra e dell’Umanità, esistono ancora. I fratelli di Martin Eden sono fuori delle accademie, fuori dei partiti politici, fuori delle consorterie e delle camorrette di vanità; fuori della gazzarra che infuria per le piazze e per le vie. Essi vivono in solitudine, ma in solitudine lavorano, meditano e soffrono. Oh potessero conoscersi tutti, ed unirsi per raccogliere e riagitare la fiaccola che cadde bruscamente dalle mani di Jack London, quarantenne!_

* * *

_Veramente, Martin Eden ci dice che la fiaccola non gli cadde dalle mani, ma che egli la gettò perchè credette che gli fosse venuto meno l’amore. Senza l’amore, la gloria gli apparve vana, e la vita insopportabile. Jack London morì come Martin Eden, sprofondato volontariamente e disperatamente negli abissi dell’Oceano?_

_Noi non sappiamo come Jack London sia morto._

_Però se tale non fu la sua morte, certo egli tale l’immaginò e desiderò. E forse non v’è uomo di genio che nella sua vita non abbia pensato, almeno una volta, a questa suprema sfida, a questo atto sereno di volontà dell’uomo che sfugge al ricatto dell’istinto per varcare, sdegnoso d’ogni legge umana e divina, la soglia del Mistero._

_Per due cose soltanto l’uomo può sentirsi proletario dell’Eternità: per l’Amore e per la Gloria. Ma se esse mancano o tradiscono, come adattarsi ad accrescere, sino a vedere decadere in sè ogni bellezza ed ogni forza, il numero dei morti-vivi o dei vivi che non vivono?_

_Anche se il Santo Uno ritarda, sia benedetto l’Angelo della morte, il liberatore!_

_Il tristo Angelo strozzò in gola a Jack London quarantenne il canto del_ Chad Gadya, _ma non l’uccise. Le sue opere serbano l’impronta eterna del suo cuore e del suo genio, e tramandano, con la bellezza, fede e speranza agli uomini._

_Passi, dunque, in altre mani la sua fiaccola e su altre labbra il_ Chad Gadya: _il Santo Uno verrà, l’Angelo della Morte sarà ucciso; e Prometeo, dal cuore incatenato, sarà finalmente libero fra uomini liberi e padroni della propria anima._

Rapallo, aprile del 1925.

GIAN DÀULI.

MARTIN EDEN

CAPITOLO I.

Arturo aprì la porta ed entrò, seguito da un giovane che si tolse, con gesto goffo, il berretto. Costui indossava un rozzo vestito da marinaio, che stonava in mondo singolare con quell’_hall_ grandioso.

Il copricapo lo imbarazzava molto, e già egli se lo ficcava in tasca, quand’ecco Arturo toglierglielo dalle mani, con un gesto così naturale, che il giovanotto intimidito ne apprezzò l’intento: «Si capisce!... — disse fra sè, — mi ha aiutato a trarmi d’impaccio.»

Camminava sulle calcagna dell’altro, ondeggiando colle spalle e inarcando le gambe sull’impiantito, senza volerlo, come per resistere a un rullìo immaginario. Quelle sale spaziose sembravano troppo anguste al suo cammino, ed egli era addirittura spaventato dal timore di collusioni delle sue larghe spalle con gli stipiti delle porte o con i ninnoli delle mensole. Si scostava bruscamente da un oggetto per isfuggirne un altro e si esagerava i pericoli che in realtà erano solo nella sua immaginazione. Fra il pianoforte a coda e la grande tavola centrale sulla quale erano accatastati innumerevoli libri, avrebbero potuto procedere di fronte una mezza dozzina di persone; eppure egli vi s’arrischiò con angoscia. Non sapeva dove tener le mani e le braccia che gli pendevano pesantemente lungo i fianchi, e quando nell’immaginazione atterrita gli si prospettò la possibilità di sfiorare col gomito i libri della tavola, egli scartò così bruscamente, che mancò poco non rovesciasse lo sgabelletto del pianoforte. L’andatura disinvolta di Arturo lo colpì, e per la prima volta egli s’avvide che la sua differiva da quella degli altri uomini. Una punta di vergogna gli strinse il cuore, ed egli si fermò per asciugarsi la fronte dalla quale gocciava il sudore.

— Un momento, Arturo, ragazzo mio! — fece egli, tentando di dissimulare la sua angoscia. — Francamente! tutto questo in una volta è troppo per me!... Datemi il tempo di rimettermi. Sapete bene che non volevo venire, e penso che la vostra famiglia non morrebbe dalla voglia di vedermi!...

— Va bene! — fu la risposta rassicurante. — Non abbiate timore; noi siamo gente alla buona... Toh! una lettera per me.

Arturo s’avvicinò alla tavola, lacerò la busta e incominciò a leggere, dando così modo al forestiero di riacquistare la padronanza di sè. E il forestiero capì e gliene fu grato. Questa simpatia intelligente gli tolse il disagio; egli s’asciugò nuovamente la fronte madida e lanciò sguardi furtivi attorno a sè. Il suo viso era diventato calmo, ma gli occhi avevano l’espressione degli animali selvatici presi in trappola. Era circondato da mistero, pieno di preoccupazione per l’ignoto, ignaro di ciò che dovesse fare, conscio soltanto del suo impaccio, e temeva che tutto in lui potesse essere ugualmente spiacevole. Egli era eccessivamente sensibile, e così deplorevolmente compreso della sua inferiorità, che gli sguardi di persona che se la gode lanciatigli dall’altro di sulla lettera, lo ferivano come punte di spilli; ma egli non fiatava, giacchè aveva appreso, tra le altre cose, ad essere padrone di se stesso. Poi, quei colpi di spilli ferirono il suo orgoglio; pur maledicendo all’idea che gli era venuta di andar là, decise di resistere a quella prova, a qualunque costo. I lineamenti del viso gli s’irrigidirono e negli occhi gli s’accese un chiarore come di chi si prepari a una lotta. Egli si guardò intorno con maggior libertà, osservando tutto con acume, in modo da imprimere nella mente ogni particolare di quella bella casa. Nulla sfuggì alla vista de’ suoi occhi spalancati; i quali, a mano a mano che si rendevano conto dell’ambiente, perdevano quel bagliore combattivo per cedere il posto a una calda luminosità. C’era della bellezza intorno a lui, ed egli sentiva la bellezza.

Un quadro gli attira e trattiene lo sguardo. Rappresentava uno scoglio assalito da una mareggiata furibonda, sopra la quale della nuvolaglia d’uragano copriva il cielo basso; oltre lo scoglio, uno schooner dalle vele serrate e così sbandato, che mostrava tutti i particolari del ponte, spiccava su un tramonto drammatico. Era una bella cosa, che l’attraeva irresistibilmente. Egli dimenticò le sue movenze impacciate, si accostò di più al quadro... e ogni bellezza scomparve dalla tela. Sbalordito, egli fissò quel che gli pareva ora uno scarabocchio qualsiasi, e indietreggiò. Ed ecco riapparire quel magico splendore. «È un dipinto che illude,» fece egli fra sè, e non vi pensò più che tanto, pur risentendo una certa indignazione pel fatto che tanta bellezza potesse essere soggetta a un inganno. Egli non aveva mai visto dei quadri; la sua educazione artistica s’era formata su oleografie e litografie, i cui contorni netti e definiti, visti da vicino o da lontano, erano sempre gli stessi. Vero è che aveva visto delle pitture a olio nelle mostre dei negozî, ma i vetri gli avevano impedito di osservarle da vicino.

Egli lanciò uno sguardo verso l’amico che seguitava a leggere la lettera e vide i libri sulla tavola; allora nei suoi occhi risplendette la luce d’un desiderio vivissimo, simile a quello d’un uomo che muoia di fame, alla vista di un pezzo di pane. D’un passo, fu vicino alla tavola, dove incominciò a maneggiare i libri con mano quasi tenera. Con occhi carezzevoli diede uno sguardo ai titoli e ai nomi degli autori; lesse qua e là qualche brano, e a un tratto riconobbe un libro che aveva già letto un tempo. Poi, capitatogli un volume di Swinburne, incominciò a leggerlo attentamente, dimentico del luogo dove si trovava. Aveva il viso raggiante; due volte egli girò il volume per leggere il nome dell’autore... «Swinburne». Non avrebbe dimenticato quel nome. Quell’uomo aveva il dono dell’osservazione; quale senso del colore! che luce!... Ma chi era quel Swinburne? forse era morto da secoli, come tanti poeti? oppure viveva ancora? scriveva ancora?... Scorse nuovamente il titolo; sì, aveva scritto altri libri. Ebbene, la mattina dopo sarebbe andato alla biblioteca popolare per cercare di trovare un’opera di quel genere. Poi s’immerse nel testo e vi si abbandonò al punto che non s’accorse neppure di una giovane che era entrata. Se ne avvide solo quando udì la voce di Arturo che diceva: — Ruth, ecco il signor Eden...

Il suo dito segnava ancora la pagina del libro chiuso, quando la sua persona, già prima di voltarsi, sussultò, non tanto, forse, per l’apparizione della giovane, quanto per le parole pronunziate dal fratello di lei. Quel corpo d’atleta nascondeva una sensibilità straordinariamente sviluppata. Al minimo urto, pensieri, simpatie, emozioni, balzavano in lui, insorgendo come fiamme vive. La sua immaginazione meravigliosamente ricettiva, sempre desta, tendeva senza requie a stabilire rapporti fra le cause e gli effetti. «Il Signor Eden». Queste parole lo avevano colpito, giacchè, durante la sua vita, lo avevano sempre chiamato «Eden» o «Martin», semplicemente. «Signore»!... che stonatura! Nel suo cervello, mutato in un’ampia camera nera, sfilarono innumerevoli quadri della sua vita, camere di macchine e castelli di prua, accampamenti e sponde, prigioni e bettole, ospedali e viuzze sordide, che gli si associavano nella mente a seconda del modo come era stato pronunziato il suo nome in quei luoghi diversi.

Poi si volse, e quelle fantasmagorie del cervello scomparvero. Era una creatura eterea, pallida, aureolata di capelli d’oro, dai grandi occhi immateriali. Egli non vide com’era vestita; vide soltanto che la sua veste era meravigliosa come lei. E la paragonò a un fiore d’oro pallido, su uno stelo fragile. No! era uno spirito, una divinità, un idolo!... Una bellezza tanto sublime non era di questa terra. O poteva darsi che i libri avessero ragione, e che ce ne fossero come lei nelle sfere superiori della vita. Swinburne avrebbe potuto cantarla: forse egli pensava a un essere così fatto quando descrisse la sua «Isotta». Visioni, sentimenti, pensieri in grande abbondanza gli affluirono insieme nella mente. Egli vide lei stender la mano e guardarlo fissamente negli occhi, dandogli uno schietto shake-hand un po’ mascolino. Le donne ch’egli aveva conosciute non davano la mano a quel modo, anzi, di solito, non la davano affatto. Fu inondato da un fiotto di ricordi ch’egli però respinse lontano, e la guardò. Non aveva visto mai una donna simile! Le donne da lui conosciute!... Per un momento che gli parve eterno, egli s’immaginò trasportato in una specie di pinacoteca piena di ritratti. Nel centro troneggiava l’immagine di Ruth, tutte le altre erano assoggettate alla prova d’un confronto. Egli vide clorotiche facce di operaie di officina e le ragazze sciocche e rumorose di South-Market, le guardiane di bestiame dei «ranches» e le femmine abbronzate del vecchio Messico che fumavano la loro eterna sigaretta. Poi, in loro vece, le giapponesi, bambolette leziose che trotterellavano sui loro zoccoli di legno; poi le eurasiane dai lineamenti delicati e degenerati, e le polinesiane incoronate di fiori, dai bei corpi bruni. Poi tutto ciò fu cancellato da un brulicame grottesco e terribile, e furono le abbiette creature di White-Chapel, che trascinavano le ciabatte, megere gonfie di gin, dei luoghi di malaffare, e la teoria diabolica di quelle disgustose arpie dalla parola sudicia che fanno la parte di femmine presso i marinai — preda facile — e che sono il rifiuto dei porti e la feccia della più bassa umanità.

— Non vuol sedere, signor Eden? — fece la giovane. — Desideravo vederla dacchè Arturo ci ha parlato tanto di lei. Com’è stato coraggioso!

Egli fece un gesto negativo e mormorò che non aveva fatto proprio niente e che chiunque si sarebbe comportato allo stesso modo. Lei osservò che tutt’e due le mani di lui erano ricoperte di scorticature non ancora guarite, che una cicatrice gli attraversava una guancia, un’altra, attraverso la fronte, gli si perdeva fra i capelli, e una terza spariva a mezzo sotto il colletto inamidato. Ella contenne un sorriso alla vista della riga rossa prodotta dallo sfregamento del colletto contro il collo abbronzato; evidentemente, quell’indumento non era usato di solito da lui! Il suo occhio di donna osservò anche i vestiti a buon mercato, dal taglio inelegante, le pieghe della giacca e delle maniche che nascondevano male i bicipiti rigonfi.

Pur protestando che egli non aveva fatto nulla, intanto cedeva all’invito di lei e si dirigeva in modo maldestro verso una poltrona di faccia a lei. Con che disinvoltura vi si sedeva lei!... Ed ecco una nuova impressione. In tutta la sua vita, egli non s’era mai chiesto se fosse grazioso o goffo. Sedette con cura all’orlo della poltrona, imbarazzatissimo dalle mani. Dovunque le mettesse, le mani lo impacciavano. Così che quando Arturo uscì dalla stanza, Martin Eden lo seguì con uno sguardo d’invidia. Si sentiva perduto, come abbandonato in quel salotto, con quella donna spirituale, simile a uno spirito. Non c’era lì, purtroppo!, neppur traccia d’un bar-man cui chiedere delle bibite, neppure un piccolo groom da mandare al cantone per l’acquisto d’una piccola birra, allo scopo di suscitare una corrente di simpatia mediante una bevanda di quelle che rendono comunicativi...

— Che cicatrice ha sul collo, signor Eden! — esclamò la giovane. — Come se l’è fatta? Certamente in seguito a un’avventura!

— È stato un messicano, col suo coltello, signorina! — rispose lui. E inumidì le labbra inaridite e tossì per schiarirsi la voce. — Fu un combattimento. Quando gli ho tolto il coltello, ha cercato di strapparmi il naso con i denti.

Non era cosa ben detta, ma davanti ai suoi occhi passò la visione sontuosa di quella calda notte stellata, a Salina-Cruz, con la lunga spiaggia bianca, i lumi degli steamers carichi di zucchero, ammarrati nel porto, le voci dei marinai ubriachi in lontananza, la calca degli «stevadores», il bagliore degli occhi di carnivoro del messicano, e, a un tratto, il morso dell’acciaio sul collo, il flottar del sangue, la folla e le grida. I due corpi, il suo e quello del messicano, avvinghiati rotolavano nella sabbia che volava, e, chissà da dove, veniva un melodioso tintinnìo di chitarra. Tale era la scena, ed egli vibrò evocandone il ricordo. Colui che aveva dipinto lo schooner, laggiù sul muro, sarebbe stato capace di dipingere quella scena?... Egli pensò che la spiaggia bianca, le stelle, i lumi degli steamers sarebbero apparsi uno spettacolo superbo, come pure quel capannello fosco, sulla sabbia, attorno agli avversarî in lotta. Anche il coltello avrebbe fatto un bell’effetto, così lucente al lume delle stelle! Ma di tutto ciò, nulla trasparve dalle sue parole.

— Ha tentato di strapparmi il naso con i denti, — concluse.

— Oh! — esclamò la fanciulla, con voce fioca; ed egli osservò la contrazione dei lineamenti delicati di lei. Egli stesso risentì un urto; un rossore d’imbarazzo gli si diffuse sulle guance abbronzate, e il viso gli scottò, come se fosse stato esposto alla fornace della ferriera. Evidentemente, delle cose così brutte e sconvenienti, delle risse a coltellate, non erano argomenti da trattare in una conversazione con una donna. In quel genere di società, la gente di cui parlano i libri, non s’occupa di argomenti simili, forse li ignora persino. La conversazione ch’essi cercavano di avviare subì una piccola sosta. Poi lei lo interrogò circa la cicatrice sulla guancia. Egli osservò immediatamente che lei faceva uno sforzo per mettersi a livello di lui, e decise: «Sarò io a mettermi al suo livello!»

— Fu per un accidente, — diss’egli indicando la guancia. — Una notte, per una mareggiata, il buttafuori dell’albero maestro fu strappato, e anche il paranco. Il buttafuori era di filo d’acciaio e s’attorcigliava nell’aria come un serpente. Tutti gli uomini di guardia tentavano di strapparlo. Allora, io mi ci sono gettato sopra, e mi son fatto taccheggiare.

— Oh! — fece lei, stavolta con accento di comprensione, sebbene, in fondo, quella spiegazione di lui fosse ebraico per lei, che si domandava che cosa significasse un «buttafuori» e «taccheggiare».

— Quest’uomo, Swinburne, — riprese lui, seguendo il filo d’un’idea fissa, — è morto da molto tempo?

— Ma non ho sentito dire che sia morto! — fece lei guardandolo con curiosità. — Dove lo ha conosciuto?

— Io?... non so neppure come sia fatto. Ma prima che lei entrasse leggevo alcuni versi di lui, in quel libro là, sulla tavola. Le piace quella poesia?