Martin Eden

Part 6

Chapter 63,826 wordsPublic domain

Non immaginava neppure un momento che un sentimento simile potesse essere il principio dell’amore, e neppure che potesse trattarsi d’amore. Credeva d’interessarsi a lui come a un raro campione che possedeva certi poteri occulti, e si compiaceva persino nel credere che si trattasse di filantropia. Ignorava il desiderio. Egli, invece, sapeva di amarla, e la desiderava come mai aveva desiderato nessuna al mondo. Amava la poesia perchè gli piaceva la bellezza; ma dacchè l’aveva incontrata, le porte d’oro che davano accesso ai campi divini dell’amore, s’erano aperte. Più che Bullfinch e Gayley, lei sapeva fargli capire le cose dell’amore. Una settimana prima, egli non avrebbe neppure rilevato questa frase: «L’amante folle d’amore, che muore d’un bacio». Ora, ne era assillato; si meravigliava di trovarla così vera, e contemplando Ruth, sentiva che sarebbe morto volentieri d’un bacio di lei. Il fatto solo di sapersi un amante folle d’amore lo inorgogliva come il possesso d’un titolo nobiliare. Finalmente conosceva il senso della vita e perchè era sulla terra! A mano a mano che la guardava e l’ascoltava, i suoi pensieri diventavano più audaci. Egli ricordò la gioia viva che gli aveva dato la stretta di mano di lei, quand’era entrato, e la desiderò ancora appassionatamente. Ma non c’era nulla di materiale e di grossolano in quel desiderio: egli risentiva un piacere squisito nello studiare ogni movimento, la minima piega delle sue labbra, che gli parevano diverse da tutte le altre, fatte d’altra sostanza. Erano le labbra d’un puro spirito; e il desiderio ch’egli ne risentiva, non rassomigliava al desiderio che aveva potuto avere per altre labbra di donna... Se egli avesse dovuto mai baciare quella bocca, l’avrebbe fatto col fervore e colla pietà con cui si bacia la veste di Dio. Egli non si rendeva conto di quella trasposizione di valori in lui e non immaginava che la lucentezza del suo sguardo era simile a quella che avviva lo sguardo del maschio preso da desiderio d’amore. Non conosceva l’ardore del suo sguardo la cui fiamma ardente dissolveva a poco a poco l’ordine sapiente e ben composto di quel cervello di vergine savia. Il profumo di castità ch’essa spandeva, esaltava i suoi sentimenti, ne camuffava l’essenza materiale, così che egli fu molto sorpreso nell’accorgersi che la lucentezza del suo sguardo avviluppava come in onde calde la giovane, comunicandole una fiamma sottile che la conturbava... Parecchie volte, senza saper perchè, quelle ondate di delizia ruppero il filo delle sue idee, la costrinsero a parlare a casaccio, come veniva! Essa parlava di solito con grande facilità: e quel turbamento anormale l’avrebbe impacciata molto, se, di proposito, non ne avesse attribuito la causa all’individualità notevole di Martin. Essendo sensibilissima, non doveva parere strano il fatto che l’irradiamento psichico di quel pellegrino d’un altro ambiente l’aveva impressionata.

Però risorgeva sempre il problema di sapere come potergli essere utile; così che lei avviò la conversazione in tal senso. Martin stesso, del resto, le porse l’occasione.

— Io mi domando se lei potrebbe darmi un consiglio, — diss’egli, e il segno di assenso ricevuto gli fece balzare il cuore dalla gioia. — Ricorda che l’altra sera le ho detto che non potevo parlare di libri e d’altre cose del genere, perchè non so come regolarmi? Ebbene, da allora ho riflettuto molto. Ho passato il tempo in biblioteca; ma la maggior parte dei libri che ho letto, sono troppo difficili. Bisognerebbe forse cominciare dal principio. Me n’è mancata sempre l’occasione. Da bambino ho incominciato a lavorar duramente, e dacchè vado in quella biblioteca e leggo con nuovi occhi, nuovi libri, ho capito che non ho mai letto ciò che bisognava leggere. Così i libri che si trovano nei quadrati e nella dispensa di bordo, non rassomigliano ai vostri, capite? Ebbene, io ero avvezzo a questo genere di letture. Eppure, non per vantarmi, sono stato sempre diverso dai miei compagni. Non già perchè io sia migliore dei marinai o dei bovari con i quali lavoravo... Sì, per un po’ di tempo sono stato bovaro, ma perchè m’è piaciuto sempre leggere, leggere tutto ciò che mi capitava sottomano, e... Dio mio! credo di pensare diversamente dalla maggior parte di quella gente! Ora, ecco la conclusione alla quale volevo giungere: non ero mai entrato in una casa come questa. Quando sono venuto la settimana scorsa e ho visto tutto questo, vostra madre, voi, i vostri fratelli e tutto il resto, tutto ciò mi è piaciuto! Mi avevano detto che questo esisteva e c’erano libri che lo raccontavano; vedendo la vostra casa, ho capito che i libri dicevano la verità. Ma, veramente volevo dire questo: tutto ciò m’è piaciuto. E me n’è venuto subito un gran desiderio. Io voglio respirare un’atmosfera simile, un’atmosfera di lettura, di quadri e di belle cose, dove la gente ha la voce dolce, vestiti puliti e pensieri decenti. L’atmosfera che ho sempre respirato puzzava di bettola, di alloggio d’infimo ordine, di rifiuti, d’alcool, e là non ho mai sentito parlare d’altro che di questo. Dio! quando lei ha attraversato la camera per baciare la mamma, è stata la cosa più bella che abbia mai visto. E ne ho viste di cose in vita mia! molte di più di quante ne avessero viste i miei compagni. Mi piace vedere, e voglio vedere di più e voglio imparare a vedere in modo diverso. Ma questa non è ancora la questione! Ecco! io voglio percorrere la mia strada verso una direzione come la sua. Nella vita non c’è altro che sbornie, un lavoro che rompe le reni, e vagabondaggio. Solo, qual è il modo di arrivarvi? Come cominciare? Io non domando di meglio che di pagare di persona, sa! e quando si tratta di lavorare faticosamente, io vinco gli altri. Una volta amato, lavorerò giorno e notte... Forse deve sembrarle un po’ buffo che le domandi tutto ciò? Lei è l’ultima persona alla quale dovrei rivolgermi, ma non conosco altri... tranne Arturo; forse avrei dovuto domandarlo a lui. Se fossi... — La voce gli si spense; i suoi propositi venivano meno davanti all’orribile impressione d’aver forse commesso una goffaggine non rivolgendosi ad Arturo, e d’essersi reso ridicolo. Assorta, Ruth non rispose immediatamente; essa si sforzava d’armonizzare quel discorso maldestro, incerto, barocco ed ingenuo, con ciò che gli vedeva sul viso. Non aveva mai visto degli occhi esprimere tanta energia: con la potenza espressa da quel viso, quell’uomo poteva riuscire in tutto. Ma come stonava col modo com’egli esprimeva il suo pensiero! Pareva un gigante legato che si dibattesse per rompere i suoi vincoli.

Quando lei parlò lo fece con gran simpatia.

— Di ciò che le occorre, lei stesso si rende conto. Lei dovrebbe ritornare a scuola, studiar la grammatica, poi seguire i corsi superiori e quelli dell’università.

— Ma occorre del danaro per questo! — interruppe lui.

— Ah! non avevo pensato a questo! — esclamò lei. — Ma lei avrà i genitori, qualcuno che possa aiutarla.

Egli scosse la testa.

— Mio padre e mia madre sono morti. Ho due sorelle, l’una maritata, e l’altra che lo sarà in breve, credo. E poi ho una sequela di fratelli — io sono il minore, — che però non hanno aiutato mai nessuno. Vanno in giro pel mondo, in cerca di buoni affari. Il maggiore è morto in India; due sono nell’Africa del Sud, un altro pesca le balene, un altro lavora in un circo, fa gli esercizi al trapezio. Quando è morta mia madre avevo undici anni, e sono rimasto abbandonato a me stesso. Bisogna dunque che mi metta a lavorar da solo, e bisogna che sappia di dove incominciare.

— Mi sembra che lei debba, per prima cosa, procurarsi una grammatica. Il suo modo di parlare è... — lei aveva intenzione di dire «orribile», ma attenuò dicendo: — molto scorretto.

Egli arrossì, e la fronte gli s’imperlò di sudore.

— Lo so, io parlo in gergo, dico un cumulo di parole che lei non comprende. Ma ecco... Sono le sole parole che sappia pronunziare, in realtà. Nel mio cervello ho altre parole diverse, parole spigolate nei libri, ma siccome non le so pronunziare, non me ne servo.

— Non è tanto ciò che lei dice, ma il modo di dirlo. Non le dispiace la mia franchezza? Non vorrei ferirla.

— No, no, — esclamò lui, benedicendola nel suo animo. — Diamine! bisogna che io sappia, e preferisco mille volte saperlo da lei!

— Ebbene! lei dice «un atmosfero» invece di «un’atmosfera» che è femminile, e «che io so» per «ch’io sappia». Lei fa delle «doppie negazioni»...

— Che significa una doppia negazione? — domandò egli, aggiungendo umilmente: — Vede, non capisco neppure le sue spiegazioni.

— La verità è che non gliel’ho spiegato, — fece lei sorridendo. — Si avrebbe una doppia negazione quando, per esempio, ecco, lei dicesse: «Non saprei non spiegartelo». La prima parte della frase è negativa, la seconda parte è anch’essa negativa; secondo la regola che due negazioni formano un’affermazione, il significato della sua frase sarebbe questo: che lei saprebbe spiegarlo.

— È chiarissimo! non ci avevo mai pensato, — fece lui dopo aver ascoltato attentamente, — e certo non commetterò mai più un errore come questo.

La rapidità con la quale egli comprendeva sorprese lei e le fece piacere.

— Lei troverà tutto ciò nella grammatica, — continuò lei. — E poi, un’altra cosa, ho osservato nel suo modo di parlare. Lei dice: «Che i ho detto», invece di «che gli ho detto». Non le urta l’orecchio: _che i ho detto_?

Egli riflettè un momento, poi confessò con semplicità: — N’ posso dire che mi urta.

— Perchè, a proposito, non dice: _non_ posso dire? — aggiunse lei. E il modo col quale lei si mangia metà delle parole è terribile!

Egli si piegò davanti, tentato dal desiderio d’inginocchiarsi davanti a una creatura così meravigliosamente istruita.

— Senta, mi è impossibile correggerla in tutto. Le occorre una grammatica. Gliene cercherò una e le mostrerò come deve cominciare.

E lei si alzò e lui fece altrettanto, esitando tra il vago ricordo d’una norma di buon contegno letto in un libro di buone maniere e il timore che lei credesse che andasse via.

— A proposito, signor Eden, — fece lei nell’uscire dalla camera, — che cos’è una «cotta»? Lei l’ha ripetuta parecchie volte.

— Oh! una cotta? — esclamò lui ridendo. — È una parola del gergo!

— Senta! non usi in questo caso il pronome «si» ma «io», — obbiettò la giovane scherzosamente.

Quando lei tornò colla grammatica, accostò la poltrona (egli si domandò se doveva aiutarla) e sedette accanto a lui. Leggendo insieme, le loro teste chine si sfioravano; così ch’egli poteva a malapena seguire le sue spiegazioni, tanto quella vicinanza deliziosa lo turbava. Ma quando lei incominciò a mostrargli l’importanza delle coniugazioni, egli dimenticò tutto. Non aveva mai udito parlare di coniugazioni, e fu meravigliato di quanto intravedeva, circa la composizione della lingua. Egli si chinò di più sul libro, e i capelli biondi gli accarezzarono la guancia. Una volta sola era svenuto, nella vita, e poco mancò che non svenisse la seconda volta; respirava a stento; tutto il sangue parve che gli affluisse alla gola dal cuore, come per soffocarlo. Mai lei gli era sembrata così accessibile; pel momento, era gettato come un ponte sul baratro che li separava. Eppure il suo rispetto per lei non era punto diminuito; lei non era discesa dalle altezze; ma era lui a innalzarsi fra le nubi verso di lei, tanto il sentimento rimaneva fervido e immateriale. Gli sembrò di avere illecitamente toccato un tabernacolo sacro, e con premura allontanò la sua testa da quel contatto delizioso che l’aveva elettrizzato in tutta la persona, senza che lei s’accorgesse minimamente della cosa.

CAPITOLO VIII.

Passarono parecchie settimane, durante le quali Martin Eden s’applicò alla grammatica, ripassò il libro delle buone maniere e divorò i volumi che lo attraevano. Non vide nessuno del suo ambiente. I frequentatori assidui del Club del Loto si domandavano che cosa gli fosse accaduto, e opprimevano Jim di domande, e qualche giovanotto, di quelli che soperchiavano nel «Kiley’s», si rallegrava dell’assenza di Martin.

Egli aveva fatto in biblioteca la scoperta di un nuovo tesoro. Come la grammatica gli aveva mostrato la composizione della lingua, quel tesoro gli mostrò quella della poesia, ed egli potè così imparare delle nozioni circa la metrica, la rima, la forma, insomma delle cose che gli piacevano. Un altro volume trattava della poesia come arte rappresentativa, con tante citazioni tratte dalle opere più belle. Nessun romanzo lo aveva appassionato come quei libri; e il suo cervello di vent’anni, maturo per il lavoro intellettuale, riteneva quelle letture con un potere di assimilazione insolito in cervelli anche meglio preparati.

Allorchè egli guardava al passato, dall’alto del cammino percorso, il vecchio mondo da lui conosciuto, il mondo della città e del mare, dei marinai e delle ragazze facili, gli appariva molto meschino; eppure, quel vecchio mondo si congiungeva col nuovo, così che egli rimase stupito nello scoprire i punti di contatto che li univano. L’altezza del pensiero, tutta la bellezza ch’egli trovava nei libri, lo nobilitavano, ed egli ne era cosciente, al punto di credere, più fermamente che mai, che nella classe di Ruth e della sua famiglia tutti pensassero in modo così elevato e bello e vivessero nello stesso modo. Nella suburra dov’egli viveva, stava la bruttura, ed egli decise di purificarsi delle brutture che avevano lordato tutta la sua vita passata e di innalzarsi sino a quelle elevate regioni nelle quali vivevano le classi superiori. La sua infanzia e la sua adolescenza erano state continuamente turbate da una vaga irrequietezza; senza sapere ciò che desiderasse, egli desiderava qualche cosa che aveva cercato invano, sino al giorno in cui aveva incontrato Ruth. Ora quell’irrequietezza era diventata acuta, dolorosa, giacchè sapeva finalmente, chiaramente, che cosa gli occorresse: la bellezza, la cultura intellettuale e l’amore.

Durante alcune settimane, vide Ruth cinque o sei volte, e ogni volta fu un nuovo progresso. Lei lo aiutava a parlare correttamente, ne correggeva l’inglese, e gli fece incominciare lo studio dell’aritmetica. I loro colloquii non erano, d’altra parte, limitati a quei secchi studi elementari. Egli aveva visto troppe cose, aveva la mente troppo matura, per contentarsi di frazioni, di radici cubiche, d’analisi e di coniugazioni; parlavano, a volte, degli ultimi libri ch’egli aveva letti, dell’ultimo poema studiato. E quando lei gli leggeva ad alta voce i suoi brani prediletti, egli era al colmo della gioia. Non aveva sentito mai voce come quella: la minima intonazione lo inebriava, e ogni parola che lei pronunziava, lo faceva rabbrividire in tutta la persona. Ascoltando, egli ricordava le vociferazioni acute delle femmine selvagge, delle megere avvinazzate, e — meno atroci, ma ugualmente sgradevoli nel ricordo — voci acute e stridule di popolane. Poi le rivide nell’immaginazione; le vide sfilare come gregge miserabile, ognuno dei quali esaltava, al confronto, le qualità di Ruth. E il sentire che leggendo le opere che aveva letto lei poteva vibrare delle stesse gioie, gli raddoppiava il godimento. Essa gli lesse una gran parte de _La Principessa_, e spesso vide i suoi occhi pieni di lacrime, tanto la sua natura estetica risentiva della bellezza. In quei momenti egli si sentiva simile a un Dio! La guardava, l’ascoltava, gli pareva di vedere il viso stesso della vita e di scoprirne i segreti. Allora, cosciente del grado di sensibilità acquistato, egli si diceva che in ciò consisteva veramente l’amore, sola ragione d’essere al mondo. Egli ripassava nella mente il ricordo di tutti i brividi sentiti, delle fiamme d’un tempo, e dell’ebbrezza dell’alcool, dei baci delle donne, degli occhi violenti, della febbre dei colpi dati e ricevuti, e tutto ciò gli sembrava triviale e basso, accanto a quel sublime ardore che lo trasportava.

Quanto a Ruth, era una condizione di cose molto buia. Essa non aveva alcuna esperienza personale delle cose del cuore, essendo stata avvezza dalle sue letture a vedere i fatti soliti della vita trasposti, da una letteratura fantastica, nel dominio dell’irreale. E lei non immaginava che quel rude marinaio le s’insinuasse nel cuore, dove s’accumulavano a poco a poco energie latenti che, un bel giorno, l’avrebbero infiammata tutta quanta. Lei non s’era ancora scottata al fuoco d’amore, ma aveva, dell’amore, una conoscenza puramente teorica, concependolo come la fiamma leggera, soave, d’una lampada fedele, come una fredda stella lucente nel cupo velluto d’una notte d’estate. Le piaceva immaginarselo come un placido affetto, come il dolce culto d’una creatura in una atmosfera calma, profumata di fiori, dalle luci attenuate. Non immaginava neppure vagamente le vulcaniche scosse dell’amore, l’ardenza divoratrice dei suoi fuochi e i suoi deserti di cenere. Le forze dell’amore le erano ignote; gli abissi della vita si trasformavano per lei in oceani d’illusioni. L’affetto coniugale tra i suoi genitori le sembrava l’ideale delle affinità tra innamorati, e aspettava tranquillamente il giorno in cui, senza scosse nè complicazioni, lei sarebbe passata, dalla sua vita di giovanetta, a una vita in due, dello stesso genere, pacifica e tenera.

Martin Eden le apparve come una novità bizzarra, una persona strana, e considerò anche come una novità e bizzarria l’effetto ch’egli produceva in lei. Insomma, non era naturale tutto ciò? Lei s’interessava di lui, come si sarebbe interessata delle belve di un serraglio o dello spettacolo d’una tempesta che l’avesse fatta rabbrividire coi suoi lampi. Come le belve, l’uragano, la folgore, egli era una forza libera della natura; le portava come odor di lontananza e il respiro dei grandi spazî, il riflesso del sole tropicale sul suo viso accalorato, e nei muscoli rigonfi, tutto il vigore primordiale della vita. Egli era tutto improntato di quel misterioso mondo di rudi marinai e d’avventure anche più aspro, delle quali lei non poteva immaginare neppure la più mediocre. Era incolto, selvatico, e lei era lusingata dalla vanità di vederlo accostare così prontamente ai suoi cenni, e si divertiva nell’addomesticare la belva feroce. In fondo in fondo, quasi senza accorgersene, ella sentiva il desiderio di rimodellare quell’argilla informe, a simiglianza di suo padre, che rappresentava ai suoi occhi l’ideale maschile. E la sua inesperienza assoluta le impediva di capire che l’attrattiva che la spingeva verso di lui era la più istintiva delle attrattive, quella la cui potenza fa precipitare uomini e donne gli uni nelle braccia delle altre, spinge gli animali ad uccidersi fra loro durante la stagione della foia e costringe gli stessi elementi a congiungersi.

La rapidità dei suoi progressi era una fonte di sorpresa e d’interesse. Essa scopriva in lui possibilità inaspettate, fiorenti tutti i giorni come piante in un suolo fertile. Spesso, leggendogli dei versi di Browning, essa si meravigliava delle strane interpretazioni ch’egli dava a certi brani discutibili e non poteva comprendere come, con la sola conoscenza dell’umanità e della vita, le interpretazioni di lui fossero spesso più giuste delle sue. La concezione ch’egli aveva delle cose, le pareva ingenua, sebbene ella fosse tante volte elettrizzata dall’audacia del suo slancio che seguiva un volo dalla traiettoria così tesa, che lei non poteva seguirla. Essa si contentava allora di vibrare all’urto di quella potenza inconscia.

Essa suonò al pianoforte — per _lui_, non _contro_ di lui, questa volta, — e lo provò con un genere di musica la cui profondità sorpassava, d’altra parte, le sue stesse capacità di comprensione. Come un fiore al sole, l’animo di Martin si aprì all’armonia, e fu rapido il passaggio dai «rag-times» e dai «two-steeps» del suo ambiente di una volta, ai capolavori classici ai quali essa lo iniziava oggi. Però egli dedicò a Wagner — quand’essa gliene ebbe dato la chiave, — al preludio del _Tannhaüser_, particolarmente, un’ammirazione essenzialmente democratica: del repertorio di Ruth, nulla lo attraeva tanto, giacchè era la personificazione stessa della vita sua sino a quel tempo, giacchè per lui il motivo del Venusberg significava la sua vita passata, e Ruth era identificata nel coro dei Pellegrini.

Con le domande che le rivolgeva talvolta, egli giungeva a farla dubitare delle proprie definizioni e della sua comprensione musicale; ma egli non ne discuteva il canto; il suo canto era lei tutta quanta. Il timbro angelico del suo puro soprano l’estasiava sempre; egli non poteva far di meno di paragonarlo ai pigolii acuti, ai tremolìo gracile delle operaie malaticce, e al vocìo avvinazzato delle ragazze dei covi di marinai.

A Ruth piaceva suonare e cantare per lui. In verità, era la prima volta che lei aveva un’anima fra le sue mani, e l’argilla di quell’anima era delicata nel modellarla, giacchè lei immaginava di modellarla, e aveva buone intenzioni. D’altra parte, la sua compagnia le riusciva piacevole; egli non la spaventava più; quel primo spavento, dovuto in realtà alla scoperta del suo io ignoto, era svanito. Essa, ora, sentiva di avere dei diritti sui di lui, ed egli esercitava su di lei un influsso tonico. Dopo lo studio nell’Università, uscendo fuori di quei libri polverosi, essa si abbandonava al soffio fresco e forte della personalità di lui. La forza! Essa aveva bisogno di forza, ed egli gliene dava generosamente. Essere accanto a lui, parlargli, era come bere dell’essenza di vita. Dopo la sua partenza, essa ritornava ai suoi libri con un interesse più vivo e una nuova provvista di energia. Sebbene conoscesse profondamente Browning, non aveva mai pensato che potesse essere pericoloso giocare con un’anima. A mano a mano che aumentava il suo interessamento per Martin, essa si appassionava sempre più all’idea di rimodellarlo.

— Lei conosce Butler, vero? — gli disse lei un pomeriggio, quando lo studio della grammatica, dell’aritmetica e della poesia fu finito. — Ebbene, i suoi inizi furono molto difficili. Suo padre era cassiere in una banca, ma, ammalatosi di petto, vegetò a lungo, e morì nell’Arizona; dimodochè, alla sua morte, Butler — Carlo Butler — si trovò solo al mondo e senza un soldo. Suo padre era australiano; dunque, egli non aveva alcun parente in California. Egli entrò in una stamperia — gliene ho sentito parlare parecchie volte — con uno stipendio di quindici lire al mese. Ora guadagna 150.000 lire all’anno. Come ha fatto? È stato onesto, devoto, economo e lavoratore; ha rinunziato a tutti i piaceri dei giovanotti della sua età. Si costringeva a mettere da parte un tanto per settimana, a costo di qualsiasi sacrificio. S’intende che in breve ha guadagnato più di quindici lire al mese, ma a mano a mano che aumentavano i suoi guadagni, aumentavano in proporzione i suoi risparmi. Egli lavorava di giorno in ufficio e la sera studiava. Non perdeva mai di vista il suo avvenire. In seguito, frequentò, la sera, i corsi superiori. A diciassette anni guadagnava eccellenti paghe come tipografo; ma era ambizioso. Voleva fare strada, non rimanere un povero diavolo che sbarca il lunario, e poco gl’importava di sacrificare le comodità dell’oggi per quelle future. Egli scelse gli studi di diritto, ed entrò nello studio di mio padre come fattorino — pensi un po’! — con venti lire la settimana. Ma aveva imparato ad essere economo, e fece economia anche sulle venti lire.

Essa si fermò per riprender fiato e per vedere come Martin ascoltava. Egli sembrava vivamente interessato dalla giovinezza difficile del signor Butler, ma un aggrottamento delle sopracciglia rivelò una certa agitazione.

— Per un giovanotto, vivere tutti i giorni così non dev’essere stato molto simpatico, evidentemente, — fece lui. — Venti lire la settimana! Come poteva vivere con venti lire? Certo, non era in condizione di comprarsi delle calze di seta! Ebbene, io pago ora venticinque lire la settimana per la pensione, e le assicuro che non c’è da godere troppo. Egli doveva vivere come un cane. Il suo vitto...