Martin Eden

Part 27

Chapter 273,817 wordsPublic domain

— Briss, vecchio mio, avete fatto bene a morire. — mormorò Martin lasciando cadere la rivista illustrata. La volgarità, la banalità, che ne sprigionavano erano scoraggianti, ma nel suo stato di apatìa, egli osservò come il suo disgusto fosse superficiale. Avrebbe voluto adirarsi, ma non poteva, non se ne sentiva la forza: come un fiume gelato, il suo sangue non riusciva a spezzare il ghiaccio che pesava sulla sua indignazione interiore. In fondo, che cosa importava tutto ciò? era bene intonato alla società borghese che Brissenden odiava tanto.

— Povero Bris! — prosegui Martin: — non me lo avrebbe mai perdonato. — S’alzò con uno sforzo di volontà e aprì una scatola che usava un tempo per riporvi della carta da scrivere a macchina. Ne trasse fuori undici poemi che il suo amico aveva scritti e li lacerò in parecchi pezzi che gettò poi nel paniere. Egli compì questi gesti languidamente, poi, quand’ebbe finito, sedette sulla sponda del letto, e ricominciò a fissare il vuoto.

Non seppe quanto tempo rimanesse così. A un tratto, sullo schermo vago della mente, egli vide formarsi una lunga linea bianca, orizzontale, strana, che si precisò e divenne una catena di banchi di corallo, frustata dalle spumeggianti ondate del Pacifico. Poi, nella linea degli scogli, egli distinse una piroga. Indietro, un giovane dio di bronzo, dal perizoma scarlatto, remava, e la pagaia sgocciolante luceva al sole. Egli lo riconobbe: era Moti, il più giovane figlio di Toti, il gran capo; lì era Tahiti, e di là, da quella bianca linea di scogliere fioriva la dolce laguna; all’imboccatura del fiume era nascosta la capanna di fogliame del gran capo. Cadeva il crepuscolo: Moti rientrava dalla pesca. Egli attese il balzo dell’ondata che l’avrebbe portato al disopra dei banchi.

... Poi vide se stesso, seduto sul davanti della piroga, come aveva fatto tante volte un tempo, con la pagaia in mano, in attesa del grido breve di Moti, per immergerla violentemente nel gran muro d’acqua turchese, nel momento in cui s’innalzasse dietro di loro. L’acqua sibilava sotto la prua, con un getto di vapore, e ricadeva in pioggia attorno a loro. Un urto, un rombo, un sordo ruggito come di tuono, e la piroga ondeggiava sulla calma laguna turchina. Moti rideva, scuoteva le goccioline salate, dalle sue ciglia, e tutt’e due remavano insieme verso la spiaggia corallina. Attraverso le palme dei datteri, i muri di verzura di Toti si doravano al tramonto. La visione si spense, e davanti ai suoi occhi, ridiventati lucidi, apparve in mostra il disordine della sua misera cameretta. Invano, egli tentò d’evocare Tahiti: egli sapeva che c’erano delle canzoni fra i datteri e che le ragazze ballavano al lume della luna, ma non riusciva a vederle. Non vide altro che la tavola in disordine, il posto vuoto della macchina da scrivere e il vetro ingrassato. Con un gemito, chiuse gli occhi e s’addormentò!

CAPITOLO XL.

Dormì d’un sonno pesante tutta la notte; la mattina fu svegliato dal postino. Martin, stanco e senza slancio, diede uno sguardo indolente alle lettere. Una rivista illustrata, alla quale chiedeva da un anno il compenso che gli spettava, gli mandava 110 lire, ch’egli segnò sul libro dei suoi conti, senza alcuna gioia. Era passata la gioia febbrile dei primi _chèques_ ricevuti; era finito il tempo delle grandi speranze. Ora, riceveva uno _chèque_ di centodieci lire per mangiare, non altro. Con la stessa posta, un settimanale di New York gli mandava uno _chèque_ di cinquanta lire, quale compenso di versi umoristici pubblicati parecchi mesi prima. Ebbe un’idea, che egli considerò con attenzione: poichè non sapeva che cosa avrebbe fatto, e non aveva desiderio di fare checchessia, e, d’altra parte bisognava vivere e pagare i numerosi debiti, non sarebbe stato un buon tentativo quello di affrancare tutto il mucchio di manoscritti accumulati sotto la tavola, mandandoli nuovamente in giro pel mondo? Ne avrebbero accettato forse uno o due... così avrebbe potuto vivere.

Dopo aver riscosso gli _chèques_ alla Banca d’Oakland, comperò cinquanta lire di francobolli, poi pensò alla colazione; ma il pensiero di dover tornare a cucinarsi il pasto nella cameretta ingombra, gli ripugnava, sebbene così facesse una seria economia. Andò dunque al caffè del Foro, ordinò una colazione da dieci lire, diede due lire di mancia al cameriere e comperò un pacchetto di sigarette egiziane da lire due e cinquanta. Era quella la prima volta che fumava, dacchè Ruth lo aveva pregato di non farlo più. Ma, a che scopo, ora, rinunziare a quel piacere? con dieci soldi, evidentemente, avrebbe potuto comperare un pacchetto di Durham, e della carta da sigarette, in modo da fare quaranta sigarette; ma perchè poi? il danaro non era altro, per lui, che un mezzo per soddisfare un desiderio momentaneo. Senza bussola, senza remo, senza porto all’orizzonte, egli s’abbandonava alla deriva, senza lottare ulteriormente, giacchè lottare significa vivere, e vivere soffrire.

I giorni passavano; egli dormiva regolarmente otto ore ogni notte, e sebbene consumasse i pasti, in attesa di nuovi _chèques_, in trattorie giapponesi dove spendeva dieci soldi, pure, incominciava a rimetter carne e a riempire le guance infossate. Non s’estenuava più, ora, privandosi di sonno e lavorando troppo; non scriveva più, non apriva un libro, girava molto per i campi, e vagabondava per ore e ore nei parchi tranquilli. Non aveva nè amici, nè conoscenti, e non cercava neppure di farsene, non pigliava gusto a nulla. Attendeva che un impulso nuovo, — di dove?... non sapeva nulla — gli riordinasse la vita. E i giorni passavano, vuoti, piatti, senza interesse.

Talvolta, egli sfogliava giornali e riviste, per vedere sino a qual punto «Effimero» fosse stato maltrattato. Era un successo, naturalmente; ma quale successo! Tutti leggevano il poema e tutti discutevano, per sapere se si trattasse o no di vera poesia. I giornali locali se ne erano impadroniti, e pubblicavano tutti i giorni colonne intere di dotte critiche e di lettere di lettori convintissimi.

Elena Della Delmar, proclamata, con l’aiuto d’una gran _réclame_ e spinte, la più notevole poetessa degli Stati Uniti, rifiutava assolutamente a Brissenden un seggio in Parnaso, a lato a lei, e si sforzava di provare in tutti i giornali com’egli non avesse nulla del poeta.

Il numero seguente del _Partenone_ conteneva abbondanti congratulazioni, fatte a se stesso pel movimento suscitato, faceva della ironia su Sir John Value e sfruttava la morte di Brissenden nel modo più sfacciato. Un giornale che aveva una tiratura di cinquecentomila copie pubblicò un poema inedito di Elena Della Delmar, nel quale lei scherzava su Brissenden; in un altro, lo parodiava.

Parecchie volte, Martin dovette riconoscere che il suo amico aveva fatto bene a morire. Egli odiava tanto la folla, ed ecco che tutto ciò ch’egli aveva di più sacro e di più alto in sè, diventava pasto della folla. Tutti i giorni la vivisezione della Bellezza continuava: persino gl’infimi scribacchini s’aggrappavano alla coda del Pegaso che portava Brissenden, per aver modo, così, di farsi distinguere davanti al pubblico.

Un giornale scriveva: «Riceviamo proprio ora la lettera di uno che scrisse un poema quasi simile — ma molto superiore — poco tempo fa». Un altro giornale, con imperturbabile serietà, biasimava la parodia della signorina Delmar, e aggiungeva:

«Evidentemente, la signorina Delmar ha scritto per celia, ma ha dimenticato il rispetto che un grande poeta deve sentire per un altro poeta, specialmente quando costui è forse più grande di tutti. Però, sia o non sia gelosa la signorina Delmar di colui che scrisse «Effimero», il certo è che non può non rimanere impressionata da questa opera, come tutti, e che verrà un giorno in cui, senza dubbio, lei si sforzerà di emularlo».

Dei pastori tuonavano dal pulpito contro l’_Effimero_; il solo che ne prese le difese fu espulso come eretico. Il gran poema fu anche una fonte enorme di allegria. I versaioli umoristici, i caricaturisti, se ne impadronirono e se lo godettero a piacere; esso fu fonte inesauribile di scherzi d’ogni genere. Così Charles Frenshan confidava ad Archia Jennings, col vincolo del segreto, che cinque righe dell’_Effimero_ davano ad un uomo il ballo di San Vito, e che dopo dieci righe, al disgraziato non rimaneva altro che annegarsi.

Martin, nè rideva, nè digrignava i denti; era profondamente rattristato da tutto ciò. Rispetto alla caduta del suo ideale, di cui l’amore era la mèta radiosa, lo svanire delle sue illusioni circa i letterati e il pubblico era poca cosa, in verità. Brissenden aveva avuto ragione, mille volte ragione, ed egli, Martin, aveva perduto in un lavoro stupido, da forsennato, parecchi anni della sua giovinezza per scoprire a sua volta, che le riviste illustrate, le riviste letterarie, i giornali, non erano altro che bassa _réclame_, snobismo e vile traffico: ebbene, era finita! si diceva per consolarsi. Partito diritto per volare verso una stella, egli era naufragato in un pantano pestilenziale.

Sovente, gli si ripresentavano alla mente visioni di Tahiti, della chiara e dolce Tahiti, e anche di Paumotu, e delle montagnose Marchesi. Egli si vedeva spesso a bordo d’uno _schooner_ mercantile o di un fragile trabaccolo che scivolava all’alba tra gli _atolls_ cosparsi di ostriche perlifere, sino a Nuka-Hiva e al golfo di Taiohae.

Là, Tamari — lo sapeva — avrebbe ucciso un maiale per fargli onore, e le sue figlie dai capelli fioriti l’avrebbero preso per mano e, fra canti e risa, incoronato di fiori. I mari del Sud lo chiamavano, ed egli sapeva che un giorno o l’altro avrebbe risposto al richiamo. Intanto, egli girava a caso, si riposava, si stendeva, dopo un lungo viaggio nel paese della scienza. Quando il _Partenone_ gli mandò lo _chèque_ di milleottocento lire, egli lo rispedì al notaio della famiglia di Brissenden, e se ne fece dare ricevuta, poi firmò un biglietto di riconoscimento del prestito di 500 lire, che Brissenden gli aveva dato.

In breve, Martin cessò di frequentare le bettole giapponesi. Quando proprio stava per abbandonar la lotta, ecco che la fortuna gli si mostrava favorevole, — troppo tardi —. Senza il minimo fremito di piacere, egli aprì una busta mandatagli dal _Millennio_, ne trasse uno _chèque_ di millecinquecento lire, e vide che si trattava de «L’avventura».

Quand’ebbe pagato tutti i debiti e restituite le 500 lire di Brissenden al notaio, rimase con 500 lire. Ordinò allora un vestito nuovo, e prese i pasti nelle migliori trattorie. Dormiva sempre nella cameretta in casa di Maria; senonchè, vedendo il suo vestito nuovo, i monelli del vicinato cessarono di chiamarlo «vagabondo» e «buono a nulla», nascosti dietro gli steccati, o appollaiati sui tetti delle casupole.

Il _Warren’s Monthly_ gli prese «Wiki-Wiki», la novella hawaiana, per un compenso di 1250 lire; la _Rivista del Nord_ gli pubblicò il saggio «La Culla della Bellezza» e il _Makintosh’s Magazine_, la «Chiromante», il famoso poema scritto per Marianna.

Editori e lettori erano ritornati dalle vacanze, e gli affari andavano bene. Ma Martin non riusciva a capire per quale strano capriccio tutto ciò che era stato ostinatamente rifiutato durante due anni, gli venisse ora accettalo di colpo. Egli non aveva pubblicato nulla; fuori di Oakland nessuno lo conosceva, e a Oakland quella poca gente che credeva di conoscerlo, lo considerava come un noto anarchico. Nulla spiegava dunque quel ricredimento improvviso, che era dunque un capriccio del destino.

Poichè «La Vergogna del Sole» era stata rifiutata da un buon numero di riviste, egli finì col seguire il consiglio di Brissenden, e si mise in cerca di una Casa Editrice. Dopo aver sopportato parecchi rifiuti, Singletree, Darnley e C. lo accettarono, promettendo di pubblicarlo integralmente. Senonchè, quando Martin chiese un anticipo, essi risposero che per principio non ne davano; che non solo i libri del genere di rado rifondevano le spese, ma che essi dubitavano di poterne vendere più di mille copie.

Martin calcolò che se così stavano le cose, poichè il libro era venduto a 5 lire la copia, col 15%, avrebbe avuto settecentocinquanta lire, e si rammaricò di non essersi specializzato nel romanzo. «L’avventura», infatti, che era poco più lunga, gli aveva procurato il doppio.

In fondo, il famoso avviso del giornale, letto un tempo, diceva il vero: le riviste illustrate di prim’ordine pagavano anticipatamente e pagavano bene, tanto che il _Millennio_ gli aveva dato, non due ma quattro soldi per parola. Essi prendevano il meglio della letteratura; non prendevano infatti la sua?

Scrisse a Singletree, Darnley e C. offrendo loro la cessione dei suoi diritti d’autore su «La Vergogna del Sole», mediante compenso di 500 lire; ma essi non osarono assumere quel rischio. Egli non aveva bisogno di denaro in quel momento, giacchè parecchi dei suoi primi lavori erano stati accettati e pagati subito. Dopo aver pagato i suoi primi debiti, egli fece persino aprire un conto corrente in banca, d’un migliaio di lire. «Troppo tardi», che era stato rifiutato parecchie volte, riuscì a collocarsi presso la Casa Meredith Lowel. Allora Martin si ricordò delle venti lire dategli da Geltrude un giorno e della promessa di restituirgliele centuplicate. Chiese perciò un anticipo di 2000 lire, e, con sua grande sorpresa, l’editore gli mandò subito lo _chèque_, con un contratto, da rimandare a rigor di posta. Egli cambiò lo _chèque_ in monete d’oro e telefonò a Geltrude che aveva bisogno di vederla.

Lei giunse, ansante, trafelata, per essersi sbrigata in fretta. Certa che Martin dovesse trovarsi in mezzo a guai, aveva ficcato nella sua borsa qualche suo risparmio. Era così convinta d’una disgrazia, che gli si precipitò fra le braccia singhiozzando, mentre gli porgeva la borsa.

— Sarei venuto volentieri da te, — disse lui, — ma mi dava fastidio il pensare a una inevitabile scenata col signor Higgingbotham.

— Si calmerà certamente, un giorno, — assicurò lei, mentre si domandava che diamine fosse accaduto a Martin. — Ma tu faresti meglio a trovare un impiego, prima di tutto; un’occupazione seria. Bernardo stima un onesto lavoratore. Quella faccenda dei giornali lo ha sconvolto; non l’ho visto mai così inferocito.

— Io non cercherò impieghi, — disse Martin con un sorriso. — Puoi dirglielo da parte mia. Non ho bisogno d’impieghi, ed ecco qua la prova. — E le quaranta monete d’oro si sparpagliarono sulle ginocchia di Geltrude con un chiaro tintinnìo.

— Ricordi il luigi che mi hai dato un giorno in cui non avevo da pagare il biglietto del tranvai? Ebbene, te lo restituisco, con novantanove piccoli fratelli, diversi per età, ma della stessa grandezza.

Geltrude aveva paura, quando giunse, ma ora era atterrita; i suoi sospetti, giustificati, diventarono certezza. Essa guardò Martin con occhi pieni d’orrore e sussultò al contatto dell’oro, come se fosse ferro arroventato.

— Sono tuoi! — diss’egli ridendo.

Lei incominciò a singhiozzare e gemere con voce strozzata: — Povero figlio, povero figlio!...

Là per là Martin rimase perplesso; poi, indovinando la causa del suo sconcerto, le porse la lettera di Meredith-Lowell, che accompagnava lo _chèque_. Essa lesse avidamente, asciugandosi le lacrime, e domandò quand’ebbe finito:

— E questo vuol dire che tu hai guadagnato onestamente questo danaro?

— Molto più onestamente che al giuoco; l’ho guadagnato col mio lavoro.

Essa riacquistò un po’ di fiducia, e rilesse attentamente la lettera.

Martin dovette stentare un po’ a spiegarle come quel danaro gli fosse venuto, e ancor di più, per farle capire che glielo regalava veramente e non ne aveva personalmente alcun bisogno.

— Te lo deposito in una banca, — disse lei infine.

— Tu non farai niente di tutto questo; il danaro è tuo; spendilo come ti piace; se non lo vuoi lo darò a Maria, che saprà farne buon uso, te l’assicuro. Intanto provvedi a procurarti una serva e a goderti un buon riposo.

— Racconterò tutto questo a Bernardo, — dichiarò lei andandosene.

Martin fece una smorfia ironica e disse: — Fa’ così. Forse allora m’inviterà nuovamente a pranzo.

— Ma sicuro che t’inviterà, ne sono sicura e certa! — esclamò lei abbracciandolo con fervore.

CAPITOLO XLI.

Un bel giorno, Martin si sentì solo, vigoroso com’era, in buona salute e inattivo. La cessazione d’ogni lavoro, la morte di Brissenden, la rottura della relazione con Ruth avevano lasciato un gran vuoto nella sua vita. Certamente non era sufficiente per lui mangiare in una buona trattoria e fumare delle sigarette egiziane. Il mare lo chiamava, è vero, ma gli pareva che gli rimanesse ancora qualche cosa da fare negli Stati Uniti, e che potesse ricavarne altro danaro. Avrebbe atteso dunque per farne una buona provvista da portare laggiù. Alle Isole Marchesi, conosceva una vallata e una baia che si potevano avere per mille dollari cileni; la vallata si stendeva dalla baia in forma di ferro di cavallo, sino ai picchi lontani le cui cime si perdono nelle nuvole, per un’ampiezza di circa mille chilometri quadrati.

Essa era piena dei frutti dei tropici, di galline selvatiche, di cinghiali, e anche di bestiame selvaggio, e sulle alture passavano branchi di capre cacciate da bande di cani selvaggi. Tutto il luogo era selvaggio, non abitato da creatura umana. Egli poteva averlo per mille dollari cileni. La baia, — lo ricordava benissimo, — era magnifica, con una pesca d’acqua sufficiente alle navi più grosse e così sicura, che la Società del Pacifico la raccomandava come la migliore a cento leghe in giro. Egli avrebbe comperato uno di quegli _schooners_ accomodati a _yacht_, carenati di rame, che filano come il diavolo, e avrebbe fatto commercio di perle attorno alle isole. La vallata sarebbe stata il suo quartiere generale; là avrebbe costruito una casa di verzura, simile a quella di Toti, e si sarebbe fatto servire da negri. Il direttore della fattoria di Taiohae, i capitani di bastimenti mercantili, tutto il fior fiore dei pirati del Pacifico, sarebbero suoi ospiti. Egli sarebbe ospitale con tutti, riceverebbe come un sovrano e dimenticherebbe tutto ciò che aveva letto e il mondo che lo aveva così amaramente deluso.

Ma per fare tutto ciò, bisognava rimanere in California il tempo necessario per riempire la cassa. Già, giornalmente, il danaro arrivava a fiotti, che aumentavano. Bastava che uno solo dei suoi libri avesse avuto successo, e il valore di tutti i suoi manoscritti sarebbe cresciuto. Egli poteva anche raccogliere novelle e poemi in volumi e assicurarsi in breve l’acquisto della vallata, della baia e dello _schooner_. Poi non avrebbe scritto mai più. In attesa, intanto bisognava scuotere quell’apatia normale e vivere in modo meno stupido e meno abbrutito che non facesse lui in quel momento.

Una mattina di domenica seppe che la scampagnata dei Fornaciai avveniva quel giorno allo Shell Mound Park, e vi andò. Egli aveva troppo spesso frequentato una volta quei divertimenti popolari, per non conoscerne i minimi aspetti, così che, appena entrato, risentì tutte le sensazioni d’una volta, ampliate. In fondo, quello era il suo ambiente! Egli era nato là in mezzo, vi era cresciuto e benchè se ne fosse volontariamente allontanato, gli piaceva ritrovarcisi.

— Vorrei essere impiccato se quello lì non è Mart!... — disse una voce, e una mano cordiale gli battè sulla spalla. — Dove sei stato durante tutto questo tempo? Hai navigato? Vieni a bere un bicchiere!

Ritrovò tutta la sua banda, la sua banda d’una volta, tranne qualcuno che mancava e qualche faccia nuova. Non erano affatto dei fornaciai, ma come un tempo, frequentavano i ritrovi della domenica, per il ballo, le lotte ed il divertimento. Martin bevve in loro compagnia e si sentì rivivere. Quale follia averli lasciati! — riflettè; certo, sarebbe stato mille volte più felice se fosse rimasto fra loro, senza libri, senza cultura, senza alte relazioni. Eppure, la birra gli sembrava meno buona d’una volta; Brissenden gli aveva guastato le bevande a buon mercato; i libri gli avrebbero anche guastato i compagni di gioventù? Egli non volle riflettere a queste cose, e si diresse verso la sala da ballo, dove incontrò Jimmy, il piombatore, in compagnia d’una biondona che lo lasciò immediatamente per Martin.

— Bah! è come una volta! — dichiarò Jimmy alla compagnia che lo pigliava in giro vedendo che Martin e la bionda ballavano con slancio.

— E io me ne infischio un po’! sono troppo contento di rivederlo! Guardate come balla bene! È meraviglioso! E la capisco, quella ragazza!

Ma Martin rese la bionda a Jimmy, e la banda dei compagni si divertì a guardare le coppie che giravano come un vortice ridendo e celiando a gara. Tutti erano contentoni di rivedere Martin. Essi ignoravano tutto della sua carriera letteraria durante quei lunghi mesi, ma l’amavano come uomo. Il cuore solitario si adagiò in quel bagno di cordialità; egli si sentiva come un sovrano ritornato d’esilio.

Così se la godette liberamente, e come al tempo d’una volta, quando ritornava dal mare, fornito della paga, gettò il denaro a piene mani. A un certo punto, egli scorse Lizzie Connolly che ballava con un giovane operaio; poco dopo, facendo il giro della sala egli la ritrovò seduta a un tavolino, che prendeva dei rinfreschi. Sorpresa e tutta contenta di rivederlo, lei gli chiese di accompagnarla in giardino, dove avrebbero potuto parlare senza che la sua voce fosse soffocata dal frastuono dell’orchestra. Dalle prime parole scambiate egli la sentì sua. Tutto lo provava: l’orgoglioso abbandono de’ suoi occhi, il dono carezzevole della persona tesa verso di lui, il modo come lei beveva le minime parole. Non era più la giovinetta ch’egli aveva conosciuta, ma una donna, ora; e la sua bellezza non aveva perduto nulla del fascino selvaggio, il cui ardore sembrava più contenuto, più discreto.

Com’era bella! Dio! com’era bella!... Egli sentiva che bastava che le dicesse: «Vieni», perchè lei lo seguisse in capo al mondo.

Stava così meditando, quand’ecco, sulla sua testa, un colpo così formidabile che per poco non lo buttò a terra. Era un magistrale colpo di pugno assestatogli con tale precipitazione e con tale furore, che non aveva raggiunto il bersaglio: la mascella di Martin. Il quale si voltò vacillando e, vedendosi nuovamente il pugno addosso, con la rapidità d’un bolide, s’abbassò vivacemente. Il colpo passò senza sfiorarlo neppure, trascinando l’uomo, che girò su se stesso. Martin lo seguì con un vigoroso _crochet_ di destro, accompagnato dal peso di tutto il corpo. L’uomo cadde sul fianco, si rialzò di balzo, si lanciò nuovamente come un forsennato. Martin vide una faccia convulsa dalla collera e si domandò quale potesse esserne la causa; ma, pur sorpreso com’era, lo colpì con un formidabile destro, e l’uomo cadde rovescio indietro, inanimato. Jimmy e la sua banda accorsero verso di essi.

Martin era tutto eccitato e vibrante. Ecco che ritrovava i giorni d’una volta, con i balli, le lotte e i divertimenti! Pur vigilando con occhio prudente il suo avversario, egli guardò Lizzie. Di solito, le donne lanciano delle grida quando accadono di queste cose; ma lei non aveva gridato: trattenendo il respiro, leggermente curva innanzi, col volto avvivato, guardava con interesse appassionato e con occhi nei quali fiammeggiava un’ardente ammirazione.

L’uomo s’era rialzato e si dibatteva fra le mani che cercavano di trattenerlo.

— Mi aspettava, lei! mi aspettava, lei! — gridava a squarciagola. — Aspettava che ritornassi, e poi quel ruffiano lì è venuto a togliermela.

Lasciatemi, vi dico! Lo voglio conciare per le feste!

— Che ti piglia? — disse Jimmy, tenendolo solidamente. — Quel _ruffiano_ è Martin Eden, e non ha le mani di pasta frolla, t’avverto, e ti mangia vivo, se lo stuzzichi.

— Io non voglio essere derubato così! — esclamò l’altro.

— Egli ha vinto Flying Dutchman, lo conosci, quello? — proseguì Jimmy, con tono conciliante. — E in cinque _rounds_. Tu non resisteresti neppure un minuto contro di lui, sai!