Part 28
Questa informazione parve produrre un effetto calmante, perchè l’irascibile giovanotto degnò Martin d’uno sguardo calcolatore.
— Non ha l’aria d’essere così _bravo_, — ghignò poi, diventato già più calmo.
— Così, appunto, aveva pensato Flying Dutchman, — rispose Jimmy. — Su, vieni. Non mancano donne. Vieni dunque.
Il giovanotto acconsentì a lasciarsi tirare verso la sala da ballo, e tutta la banda lo seguì.
— Chi è quello? — disse Martin a Lizzie. — E poi, che diavolo l’ha preso?
Già, l’eccitazione della lotta, tanto durevole e viva un tempo, era venuta meno; ed egli sentì che ora analizzava troppo quella vita proprio primitiva, per poterla vivere con allegria cordiale. Lizzie fece un gesto d’impazienza.
— Quello lì? un uomo da nulla, — fece lei. — Mi corteggiava. Come capirete, mi sentivo terribilmente sola. Ma non vi ho dimenticato. — Lei abbassò la voce guardando diritto davanti a sè. — L’avrei piantato per voi, in qualunque momento.
Martin lanciò uno sguardo verso la faccia che si voltava; sapeva che bastava che stendesse la mano per averla, e si domandò se, in fondo, un linguaggio corretto, perfettamente grammaticale, fosse veramente indispensabile alla felicità. Poichè egli non rispondeva nulla, lei aggiunse ridendo: — L’avete conciato ben bene!
— Però è un giovanotto robusto! — concesse egli generosamente. — Se non l’avessero trascinato fuori, forse non l’avrei domato facilmente.
— Chi era dunque quella signora colla quale vi ho incontrato una sera? — interrogò lei bruscamente.
— Un’amica, non altro.
— È passato molto tempo da allora, — mormorò lei penosamente. — Mi sembra che siano passati dei secoli.
Ma Martin cambiò argomento. La condusse al _buffet_, le offrì del vino, le paste più costose; poi tutt’e due ballarono insieme e seguitarono finchè lei fu stanca. Egli ballava bene, e lei lo seguiva nel vortice della danza, appoggiandogli la testa sulla spalla, in una vertigine d’estasi, ch’essa s’augurava eterna.
Poi andarono a passeggiare sotto gli alberi; e, come aveva fatto tante volte, egli s’allungò per terra, con la testa sulle ginocchia della compagna. Egli era semi addormentato, e lei gli accarezzava i capelli e lo contemplava con adorazione. Alzando a un tratto gli occhi, egli lesse la tenera conferma su quel volto appassionato, e lei prima abbassò i suoi, poi lo guardò fisso con audace tenerezza.
— Mi sono guardata, durante tutto questo tempo, — mormorò lei, con voce così bassa, ch’egli l’udì appena.
E Martin comprese ch’era la verità, la miracolosa verità, e si sentì il cuore dolcemente tentato. Dipendeva da lui renderla felice; e se la felicità era stata negata a lui, doveva perciò negarla a quella donna? Bastava sposarla e condurla laggiù, nel suo palazzo di verzura delle isole Marchesi. Il desiderio d’agire era forte, ma più forte era in lui la fedeltà all’amore; finito ormai il tempo dei capricci e degli abbandoni! Egli era mutato, e ora capiva sino a qual punto.
— Morrò vecchio scapolo, Lizzie, — diss’egli lievemente.
La mano che gli accarezzava i capelli si fermò un momento, poi riprese il gesto sapiente. Egli vide il volto di lei mutare espressione, diventar duro come per una risoluzione improvvisa e luminosa.
— Non volevo dir questo, — fece lei, poi s’interruppe. — Comunque, non ci tengo. Oh! non importa! — ripetè. — Sarò orgogliosa d’essere la vostra amica. Per voi, farei qualunque cosa.
Martin si raddrizzò e le prese la mano; in quel semplice gesto c’era una gran franchezza, una calda simpatia, ma così poca passione, che lei ne rimase gelata.
— Non parliamo di questo, — disse lei.
— Voi siete una nobile donna! — disse Martin. — Io dovrei essere orgoglioso di conoscervi; e lo sono, Lizzie. Voi siete il raggio di sole della mia tetra vita, e voglio essere sincero, perciò, come siete stata voi.
— Che lo siate o no, è lo stesso. Fate di me ciò che volete: potete gettarmi nel fango e calpestarmi, se vi piace. E sareste il solo, quanto a questo! — fece lei con aria di sfida. — Non per nulla ho imparato a difendermi dacchè ero piccola!
— E perciò non lo farò, — diss’egli con dolcezza. — Voi siete così retta, così generosamente fiduciosa, che voglio trattarvi come meritate. Non voglio ammogliarmi, e... non voglio amare senza sposare. Una volta non era così; si cambia. Mi dispiace d’essere venuto qui, oggi, e d’avervi incontrata; ma che farci, ormai? Veramente io non immaginavo che le cose dovessero finire così! Ma, Lizzie, sentite: io non so dirvi quanta amicizia senta per voi; v’è di più, anzi: vi ammiro e vi rispetto. Voi siete ammirevole e adorabilmente buona. Ma, a che scopo tutto ciò?... Intanto, vorrei fare qualche cosa per voi; la vostra vita non è stata facile sinora; permettete che l’agevoli. (Un lampo di gioia attraversò i suoi occhi, poi si spense). Io sono quasi sicuro d’aver fra breve un bel po’ di danaro, molto danaro.
Egli abbandonava il sogno tanto accarezzato della vallata laggiù, del palazzo di verdura e del bel yacht bianco. In fondo, che importava tutto ciò? Egli se ne sarebbe andato come tante altre volte, su una nave qualunque, in un luogo qualunque.
— Bisognerà parlare di questo, insieme. Voi avete desiderio di qualche cosa, no? di istruirvi, per esempio? Non vi piacerebbe essere stenografa? Penserei io a questo. Forse i vostri genitori sono ancora viventi? Potrei metterli in una drogheria o in altro negozio del genere. Dite ciò che vi piacerebbe, qualunque cosa, e l’avrete.
Lei non rispose nulla; con gli occhi fissi, immobili, rimaneva apparentemente insensibile; ma Martin sentiva che soffriva, e in un modo tale che egli ne soffrì e si pentì di averle parlato.
Ciò che le aveva offerto, del danaro, così volgarmente, sembrava tanto meschino a paragone di ciò che gli offriva lei. Egli le offriva una cosa estranea, alla quale lei non teneva, mentre lei gli offriva tutta se stessa, col suo fardello di vergogna, di sacrificio e di peccato.
— Non parliamo di questo, — disse lei finalmente con un singhiozzo ch’essa coprì con un colpettino di tosse. Poi, alzandosi: — Andiamo, venite, mi sento stanca morta.
La festa era terminata, e la gioventù s’era in gran parte dispersa. Ma quando Martin e Lizzie lasciarono l’ombra degli alberi, trovarono la banda dei compagni, che li aspettava. Martin capì immediatamente il perchè: c’era odor di battaglia nell’aria, e la banda gli si offriva a guardia del corpo. Essi varcarono il cancello del parco, seguiti a una certa distanza dall’altra banda, quella degli amici che l’innamorato respinto di Lizzie aveva adunati, per vendicarlo della perdita della propria dama. Alcune guardie, temendo risse, cercarono di impedirle, spingendo i due gruppi separatamente verso il tranvai di San Francisco.
Martin dichiarò a Jimmy che sarebbe sceso alla stazione della 16ª strada per prendere il tranvai elettrico di Oakland.
Lizzie, calmissima, pareva che non s’interessasse punto di quanto si stava tramando. Allorchè si fermò alla stazione che s’è detto, il tranvai era lì, pronto a partire, col manovratore che faceva risuonare, impazientemente, la campanella.
— Eccola! — consigliò Jimmy. — Corri! pigliala su! Intanto noi lo tratterremo. Su, va’! Spicciati!
Questa manovra sconcertò la banda avversaria, per un momento; poi, essa si lanciò all’inseguimento del tranvai. I bravi borghesi d’Oakland che s’affollavano sul tranvai osservarono appena il giovanotto e la giovane che s’erano affrettati a salire e s’erano seduti davanti, all’esterno. Essi non istabilirono alcun rapporto fra questa coppia e Jimmy che, saltando sul marciapiede, gridò al conduttore:
— Via vecchio! lasciali tutti giù.
Nello stesso tempo Jimmy fece una piroetta su se stesso, e i viaggiatori lo videro che assestava un pugno sulla faccia d’un uomo che tentava di salire sulla vettura. E da ogni parte calarono pugni sulle facce. Era la banda di Jimmy, che, proteggendo l’accesso al tranvai, riceveva l’assalto della banda nemica. Poi il tranvai partì velocemente, scampanellando con grande fracasso, abbandonando i combattenti; e i viaggiatori, stupiti, non indovinarono mai che il tranquillo giovanotto e la graziosa operaia seduti in un cantuccio, all’esterno, erano la causa di tutta quella confusione. Quella confusione aveva divertito Martin; gli aveva fatto risentire un po’ della febbre combattiva d’un tempo, che però venne subito meno, lasciando il posto a una grande tristezza, che l’oppresse. Egli si sentì ad un tratto più invecchiato, molto più invecchiato dei suoi incuranti compagni del passato. Egli s’era allontanato di troppo, per poter ritornare al loro modo di vivere, che un giorno era stato anche suo e ora gli dispiaceva. Tutto gli dava fastidio; era diventato un estraneo. Come la birra, che gli sembrava aspra, così anche la loro compagnia gli sembrava grossolana.
Egli s’era troppo evoluto; troppi libri aperti li separavano. Aveva fatto un viaggio così lungo nel paese dell’intelligenza, che non riusciva più a trovare la strada del ritorno. D’altra parte, il suo bisogno umano di avere dei compagni rimaneva insoddisfatto. Egli non aveva potuto formarsi un nuovo focolare. Come i suoi compagni d’una volta non potevano comprenderlo, e neppure la sua famiglia, nè la borghesia, così anche quella ragazza seduta accanto a lui e ch’egli stimava con tutto il cuore, era incapace di comprenderlo, di comprendere lui e il sentimento ch’egli nutriva per lei. Riflettendovi, la sua tristezza diventava piena d’amarezza.
— Rappaciatevi con lui, — consigliò a Lizzie, lasciandola davanti al casamento operaio dov’ella abitava, presso Sixth and Market.
Alludeva al giovanotto che aveva soppiantato, quel giorno.
— Non posso.... ora, — disse lei.
— Andiamo, su! — diss’egli allegramente. — Basta un fischio, ed egli tornerà di gran carriera.
— Non volevo dir questo, — fece lei con semplicità.
Ed egli comprese.
Sul punto di salutarla, lei si chinò su di lui — oh, senza civetteria, senza impudicizia, ma ardentemente, umilmente. Egli ne rimase commosso nel profondo del suo gran cuore indulgente. Cingendola con le braccia, egli la baciò sulla bocca, e il bacio che gli fu reso, fu certo il più sincero che un uomo abbia mai ricevuto.
— Dio mio! — singhiozzò lei. — Vorrei morire per voi! vorrei morire per voi!
E si svincolò precipitosamente e salì le scale correndo.
Egli si sentì gli occhi umidi di pianto.
— Martin Eden, — confessò a se stesso, — tu non sei un bruto e non sei che un meschino nietzschiano. Se tu potessi, la sposeresti e riempiresti così di felicità quel povero cuore fremente. Ma non puoi! Tu non puoi! Che maledetta vergogna!...
— Il povero vecchio vagabondo parla delle sue povere vecchie ulcere, — borbottò egli, ricordando Hanley, — Credo che la vita non sia che equivoci, e una vergogna. È vero: un equivoco e una vergogna.
CAPITOLO XLII.
«La Vergogna del Sole» fu pubblicata in ottobre. Nel tagliare la cordicella che legava una mezza dozzina di copie mandate in omaggio dall’editore, Martin fu colto da pesante tristezza. Egli immaginò quale sarebbe stata la sua gioia delirante, mesi prima, e la paragonò all’indifferenza attuale. Il suo libro! il primo libro! E il polso non gli s’era accelerato, ed egli non provava altro che cupa tristezza!
Che gl’importava, ormai?... C’era da aspettarsi del danaro, evidentemente, ed egli non sentiva la passione del danaro.
Portò una copia in cucina e la porse a Maria, confusa e agitata.
— È mio, — le disse. — Ho scritto questo libro nella mia camera, e, certo, le vostre buone minestre hanno molto contribuito. È vostro: un semplice ricordo.
Egli era mosso dal pensiero di farle piacere, di renderla orgogliosa di lui, di giustificare la fiducia che lei non aveva cessato di manifestargli. Essa collocò il libro in salotto, accanto alla bibbia famigliare, come una cosa sacra, feticcio dell’amicizia. Ecco una cosa che attenuava la delusione di sapere il suo inquilino lavandaio; e sebbene essa non capisse neppure un rigo del libro, sentiva oscuramente che ogni frase ne era nobile e bella. Era una popolana, lei, semplice e terra terra, ma aveva un cuore bennato. Egli lesse con la stessa indifferenza le recensioni su «La Vergogna del Sole», che l’_Argo della stampa_ gli mandava tutte le settimane. Il suo libro faceva chiasso, era evidente; il portafogli si arrotondava. Egli avrebbe potuto collocare Lizzie, liberarsi dei suoi impegni e avere ancora tanto da costruirsi il castello di verzura; Singletree, Darnley e C., prudentemente, s’erano limitati a fare un’edizione di 1500 copie, ma, dopo le critiche favorevoli, ne fecero una seconda di 3000, poi una terza di 5000 copie. Una casa di Londra chiese il permesso, telegraficamente, per un’edizione inglese; e si seppe, nello stesso tempo, che in Francia, in Germania, in Isvezia, stavano preparando delle traduzioni.
L’attacco alla scuola di Maeterlinck non poteva essere lanciato in un momento migliore. Sorsero delle polemiche vivacissime: Salceby e Haeckel erano per caso d’accordo nell’approvare e difendere «La Vergogna del Sole». Crookes e Wallace si schierarono contro, mentre Sir Oliver Lodge tentava una conciliazione in conformità delle sue teorie cosmiche. I discepoli di Maeterlinck si strinsero attorno allo stendardo del misticismo. Chesterton provocò un riso universale pubblicando una serie di saggi scritti da avversarî pazzi furiosi. Ma tutti, partigiani e nemici, furono schiacciati da una nota fulminante di Giorgio Bernardo Shaw. Inutile dire che l’arena era zeppa di combattenti meno illustri, che però non sollevarono meno polvere e facevano un chiasso e una confusione spaventose.
«È un prodigio assolutamente sbalorditivo, — scrisse a Martin la Casa Singletree, Darnley e C. — il fatto d’un saggio filosofico e critico che si vende come un romanzo. Quest’opera è destinata a vincere tutti i _records_.
«È qui incluso il duplicato d’un contratto per la vostra prossima opera. Vi preghiamo di osservare che abbiamo portato la vostra percentuale al 20%, che è quasi il massimo che una casa editrice possa offrire. Se l’offerta vi conviene, vi preghiamo di scrivere il titolo del vostro libro nello spazio riservato su questo foglio. Quanto all’argomento, vi lasciamo piena libertà: c’importa poco. Se avete un lavoro già pronto, tanto meglio. Bisogna battere il ferro sinchè è caldo.
«Appena riceveremo il contratto firmato, avremo il piacere di mandarvi un anticipo di 25.000 lire, per darvi prova della nostra fiducia. Vorremmo anche discutere le clausole di un contratto per parecchi anni, — supponiamo dieci, — durante i quali il diritto esclusivo alla pubblicazione di ogni vostra opera in volume sarebbe riservato a noi. Ma di questo, un’altra volta.»
Martin mise la lettera da parte e, abbandonatosi a un calcolo mentale, concluse con questa scoperta, che 75 centesimi moltiplicati per sessantamila facevano 45.000 lire. Egli firmò il contratto, ne riempì lo spazio bianco col titolo «Il falò di gioia», e lo mandò agli editori, con le venti novelle scritte un tempo. E, per volta di posta, giunse lo _chèque_ di 25.000 lire di Singletree, Darnley e C.
— Volete venire con me in città, Maria, questo pomeriggio, verso le due? — propose Martin la mattina. — O, meglio, trovatevi all’angolo di Broadway con la 14ª strada, alle due. Mi troverete là.
Essa fu puntuale. La sola spiegazione che lei avesse trovata per quel mistero fu la parola «scarpe», e la sua delusione fu grande, quando Martin, sorpassando una grande calzoleria, la trascinò in un’agenzia di compra-vendita d’immobili. Quel che avvenne poi fu come un sogno, e tale le rimase nella mente, sino alla morte. Dei bei signori le sorrisero con simpatia, mentre parlavano tra loro e con Martin, poi una macchina da scrivere fece udire il suo ticchettio, delle firme furono apposte appiè d’un documento imponente; il suo padrone di casa, chiamato, firmò anche lui. E quando tutto fu finito ed essi furono usciti, il suo padrone di casa le disse: — Ebbene, Maria, questo mese non dovrete pagarmi le 35 lire! — Maria, sbalordita, non sapeva che dire.
— Neppure il mese prossimo, nè il seguente, nè l’altro, — continuò il proprietario.
Essa ringraziò, con incoerenza, come d’un favore. E solo quando ritornarono a Nord Oakland, dopo aver conferito con amici e col droghiere portoghese, essa capì ch’era diventata proprietaria della casetta che abitava da tanto tempo.
— Perchè non comperate più nulla da me? — domandò il droghiere portoghese a Martin, quel giorno, avvicinandolo, alla discesa dal tranvai. Martin spiegò che non cucinava più, e dovette entrare a bere un bicchiere. Egli osservò che quel vino era il migliore della cantina.
— Maria, — dichiarò Martin quella stessa sera, — vi lascio. E anche voi tra breve andrete via di qui. Voi affitterete la casa ad altri e ne riscuoterete la pigione. Mi avete detto che vostro fratello abita a San Leandro, Haywards o altrove, non ricordo: gli direte di venirmi a trovare. Sarò all’_Hôtel Metropole_ a Oakland. Egli s’ìntende di belle fattorie e glie ne farò vedere una.
Così Maria divenne proprietaria d’una casa in città e d’una fattoria in campagna, con due bifolchi per i lavori e un deposito in banca, che aumentava di giorno in giorno; e tutta la sua prole era provvista di scarpe e andava a scuola. Poche persone incontrano i buoni genî che hanno sognato, ma Maria, che aveva lavorato sodo e aveva la testa dura e non aveva mai sognato fate, trovò il suo spirito benigno in forma d’un ex-lavandaio.
Intanto la gente incominciava a domandarsi: — Ma chi è, dunque, questo Martin Eden? — Egli aveva rifiutata la sua biografia agli editori, ma i giornali non si scoraggiavano per questo. Nella stessa Oakland, i _reporters_ scovarono una quantità di persone capaci di fornire delle notizie preziose, su chi era, e chi non era, tutto ciò che aveva fatto e specialmente ciò che non aveva fatto; tutto ciò fu dimostrato un giorno, pel più vivo godimento del pubblico, e accompagnato da istantanee e da fotografie.
Dapprima il suo disgusto per le riviste illustrate e per la società borghese fu tale e tanto, ch’egli tentò di lottare contro la pubblicità; poi, per indolenza, finì col cedere. Pensò che non poteva respingere i corrispondenti che venivano da lontano a trovarlo. Poi, siccome i giorni erano lunghi, ora che non li impiegava per lavorare e scrivere, bisognava pure ammazzare il tempo in un modo qualunque. Cedette a ciò che egli considerava un soffocamento, concesse delle interviste, espresse delle idee sulla letteratura e sulla filosofia, e accettò persino degl’inviti nelle famiglie borghesi. Egli si adagiava in un nuovo stato d’animo strano e comodo; tutto gli era indifferente. Perdonò a tutti, persino al giovane _reporter_ sculacciato che aveva fatto di lui un anarchico militante, e al quale concesse una pagina intera, con fotografia speciale.
Vedeva di tanto in tanto Lizzie, alla quale dispiacevano le nuove grandezze di Martin, giacchè quegli onori aumentavano la distanza che li separava. Con la speranza di accorciarla, forse, essa si lasciò persuadere a seguire i corsi serali e a farsi fare i vestiti da una grande sarta che si faceva pagare in modo favoloso.
Essa faceva progressi di giorno in giorno, al punto che Martin finì col domandarsi se egli faceva bene a comportarsi così, sapendo che tutto ciò che lei faceva, lo faceva con la speranza di piacergli. Essa cercava di acquistar valore agli occhi di lui, d’un genere di valore ch’egli sembrava apprezzare. Eppure, egli non le dava alcuna speranza, la trattava in modo veramente fraterno, e la vedeva di rado.
«Troppo tardi» fu lanciato dalla Società Ed. Meredith-Lowell, con la massima popolarità; essendo esso un romanzo, il prezzo di vendita fu molto maggiore di quello de «La Vergogna del Sole». Passavano le settimane, ed egli manteneva il _record_, senza precedenti, d’avere due libri di gran successo in vetrina, nello stesso tempo, giacchè gli ammiratori de «La Vergogna del Sole», erano ugualmente attratti dall’enciclopedica padronanza con la quale aveva trattato il suo romanzo d’avventure marinaresche. Nell’uno aveva combattuto la letteratura mistica, con rara efficacia; nell’altro aveva svolto con rara facilità i principî ch’egli bandiva, provando così la versatilità del suo genio e rivelandosi, insieme, critico e creatore.
Il danaro, la celebrità, affluivano verso di lui; come una cometa egli splendeva nel cielo letterario, e il successo ch’egli creava lo divertiva, più che non lo interessasse. Una cosa sola lo stupiva, — una cosa da nulla. Parecchia gente sarebbe rimasta perplessa, se avesse potuto dubitare del suo stupore: il giudice Blount lo invitò a pranzo! Questo piccolo incidente gli doveva poi diventare una grande cosa nella mente. Egli aveva insultato il giudice, l’aveva maltrattato in modo odioso, e, il giudice, incontratolo per la strada, l’aveva invitato a pranzo!... Martin enumerò le numerose occasioni capitate al giudice Blount in casa dei Morse, per invitarlo a pranzo; allora non l’aveva fatto. Perchè non l’aveva invitato allora? Eppure egli, Martin, non era mutato in nulla; era lo stesso Martin Eden. Quale differenza c’era dunque d’allora a ora? Il fatto che le sue opere erano state stampate? Ma le aveva già scritte proprio quando il giudice, seguendo il parere di tutti, rideva delle idee di lui e di Spencer. Dunque, non a causa del suo valore reale, ma a causa d’un valore puramente fittizio, il giudice Blount lo invitava a pranzo! Martin ghignò e accettò l’invito, pur meravigliandosi della sua magnanimità. E a quel pranzo, di cui Martin fu il beniamino, e al quale partecipavano una mezza dozzina di persone altolocate, con le loro mogli, il giudice Blount, caldamente sostenuto dal giudice Hanwell, supplicò Martin di far parte dello «Stige», _club_ ultra-aristocratico, di cui facevano parte non solo i ricchi ma i grandi ingegni.
Martin non accettò, e rimase più che mai stupito. I suoi manoscritti partivano l’uno dopo l’altro, tutti; egli era sopraffatto dalle richieste degli editori. Avevano scoperto ch’egli era uno stilista e un pensatore insieme. La _Rivista del Nord_, dopo aver pubblicato «La Culla della Bellezza», gli aveva chiesto una mezza dozzina di saggi del genere; ed egli l’avrebbe fatto, se il _Burton’s Magazine_, avido di speculazione, non gliene avesse chiesti cinque, a 2500 lire l’uno. Egli rispose che accettava, ma, ricordando che tutti i manoscritti erano stati rifiutati freddamente, bestialmente, sistematicamente, dalle stesse riviste illustrate che ora l’imploravano, chiedeva 5000 lire per saggio. Essi gli avevano fatto sudare sangue e acqua, un tempo; ora toccava a lui marchiarli a fuoco!
E il _Burton’s Magazine_ accettò quel prezzo, e i quattro saggi che rimanevano furono presi, con le stesse condizioni, dal _Makintosh’s Monthly_, essendo _La Rivista del Nord_ troppo povera per sostenere le spese. Così furono sparsi pel mondo: «I Grandi Sacerdoti del Mistero», «I Cacciatori di chimere», «La misura dell’Io», «La filosofia dell’illusione», «Dio e fango», «L’Arte e la Biologia», «Critiche e prove», «Polvere di stelle» e «La dignità dell’usura», che scatenarono tempeste difficilmente placate.
Degli editori gli scrissero pregandolo di fissare egli stesso il compenso, ed egli ciò fece, ma sempre per opere già scritte. Rifiutò nettamente di occuparsi di qualsiasi lavoro nuovo; il pensiero di dover mettere del nero sul bianco ancora lo faceva diventar pazzo furioso. Aveva visto Brissenden ridotto a brani dal pubblico, e sebbene non fosse lo stesso per lui, — chè anzi il pubblico lo acclamava, — non s’era ancora rimesso dalla scossa avutane, e non poteva far altro che disprezzare quel pubblico. La sua popolarità gli sembrava un’onta, e un tradimento di fronte a Brissenden. Col disgusto nell’animo, egli decise di seguitare a ingrossare la sua provvista di danaro. Ricevette dagli editori delle lettere così concepite: