Martin Eden

Part 26

Chapter 263,631 wordsPublic domain

— Perchè non lo pigliate a pugni? — rispose Brissenden. — Io pagherei un biglietto da mille dollari, per avere, durante cinque minuti soltanto, i miei polmoni di un tempo.

Il giovane _reporter_ rimase un tantino perplesso per la piega che prendeva la conversazione, conversazione che avveniva alle sue spalle e a suo danno. Ma s’erano rallegrati con lui per la brillante descrizione del comizio socialista, ed egli era stato mandato a intervistare personalmente Martin Eden, il principale maneggione d’un pericolo sociale. Egli si considerava dunque in servizio, per ordine ricevuto.

— E lei non oppone alcuna difficoltà a farsi fotografare, signor Eden? — diss’egli. — Il fotografo è fuori e dice che sarebbe preferibile farle un’istantanea, mentre è ancora giorno. Poi potremmo occuparci dell’intervista.

— Un fotografo! — disse Brissenden, fantasticando. — Cazzottatelo, Martin, cazzottatelo!

— Credo che invecchio, — disse Martin. — Dovrei picchiarlo, è evidente: ma non ne ho il coraggio. Credete davvero che metta conto di farlo?

— Fatelo per sua madre! — insistè Brissenden.

— È una giusta considerazione, — replicò Martin; — ma temo veramente di stancarmi inutilmente. Ci vuole dell’energia, sapete, per cazzottare un bel tipo del genere. E poi, a che giova?

— Benissimo! così va presa la cosa! — dichiarò il giovanotto con aria disinvolta, sebbene adocchiasse la porta con sguardi irrequieti.

— Ma non ha scritto neppure una parola, che corrisponda alla verità, — proseguì Martin, rivolto sempre a Brissenden.

— Non era altro insomma, che una relazione molto generica, — arrischiò il giovanottino, — e d’altra parte, è un’ottima _réclame_, che è ciò che importa soprattutto. Le ho fatto un favore.

— È un’ottima _réclame_, Martin, vecchio mio! — ripetè solennemente Brissenden.

— Ed è un favore che mi hanno fatto, pensate! — aggiunse Martin.

— Sentiamo un po’, signor Eden, lei dov’è nato? — interrogò il _reporter_, fingendo un’aria di profondo interesse.

— E non prende neppure appunti, — fece Brissenden. — Che memoria!

— Questo mi basta. — Il giovincello faceva il possibile per non lasciar trasparire il suo malumore. — Un _reporter_ che sa il fatto suo, non ha bisogno di appunti.

— Questo le è bastato ieri sera, evidentemente! — E Brissenden, che non era certo un esempio di mitezza, mutò bruscamente atteggiamento. — Martin, — disse, — se non lo picchiate, lo picchio io, anche a costo di cadere morto.

— Una buona sculacciata risolverebbe la faccenda? — domandò Martin.

Brissenden riflettè un momento, poi fece cenno di sì.

Un minuto dopo, il giovane _reporter_ era disteso bocconi, fra le ginocchia di Martin, e mantenuto con mano ferma.

— Oè, non morda, — ammonì Martin, — altrimenti sarei costretto a sfigurarle la faccia, e sarebbe un peccato: una faccia come la sua!...

E la mano discese, risalì, ridiscese, con ritmo rapido e vigoroso.

Il giovincello si torse, ingiuriò, guaì, ma non tentò neppure di mordere. Brissenden guardava con gravità: un momento solo s’animò, impugnò la bottiglia di whisky e implorò:

— Martin, lasciatemi dare un colpetto! uno solo!...

— Mi dispiace tanto, ma la mia mano non ne vuol sapere più, — fece Martin, lasciandolo finalmente. — È tutta intormentita.

E risollevato il _reporter_ lo issò in piedi sul letto.

— Vi farò arrestare! — stridette costui, mentre le lacrime gli scorrevano dagli occhi, diventato cremisi. — Me la pagherete! vedrete!

— Oh, che bel signorino! — osservò Martin. — Non s’accorge che scivola lungo la china fatale. Non è onesto, non è pulito, non è virile, dire delle menzogne, come ha fatto, e non se n’accorge neppure!

— È venuto da noi per impararlo, — disse Brissenden, solennemente, dopo un breve silenzio.

— Sì, è venuto da me, dopo avermi maltrattato e danneggiato. Il mio droghiere certamente non mi farà più credito, ora. E il più triste si è che questo povero piccolo brav’uomo farà carriera così, sino al naufragio totale, sinchè non diventerà un giornalista di prim’ordine e una canaglia d’alto bordo.

— Ha ancora del tempo davanti a sè, — fece Brissenden, incoraggiante. — Chissà! forse ha trovato in voi lo strumento di redenzione. Perchè non mi avete lasciato picchiar su, una volta almeno? Avrei voluto partecipare a quest’opera meritoria.

— Vi farò arrestare tutti e due, pezzi di brutaloni!... — singhiozzò il giovincello.

— Com’è delicata la sua bocca! — e Martin scosse il capo con aria lugubre. — Temo d’essermi stancata la mano per nulla. Questo giovanotto è incorreggibile. Diventerà in seguito un grandissimo giornalista, molto celebre; non ha punta coscienza; e questo basta a fargli avere un buon successo.

A queste parole il giovanottino se la svignò e scomparve precipitosamente, tant’era la sua paura di ricevere sulla schiena la bottiglia che Brissenden brandiva ancora.

Nel giornale del giorno dopo, Martin apprese una quantità di cose nuove: «Noi siamo nemici giurati della società», — gli si faceva dire nell’intervista che apparve nuovamente in prima pagina. — »No, non siamo anarchici, ma socialisti.»

E quando il _reporter_ aveva osservato che gli sembrava che vi fosse poca diversità fra le due tendenze, Martin aveva alzato le spalle, affermativamente. La faccia di Martin era così descritta: assimmetria bilaterale, con parecchi segni di degenerazione. Le sue mani di lottatore erano formidabili, e gli occhi iniettati di sangue lanciavano fiamme. Egli seppe anche che parlava tutte le sere agli operai di City-Hall Park e che fra i vari agitatori che infiammavano la mente del popolo, egli, più degli altri, attirava gente e pronunziava i discorsi più sovversivi. Il giovincello fece uno schizzo pittoresco della misera camera col fornello a petrolio, l’unica sedia, il vagabondo dalla testa di morto che faceva compagnia a Martin e pareva fosse uscito allora dal carcere, dopo vent’anni di reclusione.

Il piccolo _reporter_ se l’era avuta a male: aveva frugato, annusato dappertutto e, scoperta finalmente la famiglia di Martin, aveva pubblicato una fotografia del negozio Higgingbotham, con Bernardo Higgingbotham in persona, sulla soglia. Questo gentiluomo era raffigurato come un uomo d’affari degno e intelligente, al quale ripugnavano le idee socialiste di suo cognato, nonchè il cognato, che egli definiva come un fannullone che non aveva voluto mai accettare il lavoro che gli veniva offerto, e che sarebbe finito in prigione.

Hermann von Schmidt, marito di Marianna, intervistato anche lui, dichiarò che Martin era la pecora rognosa della famiglia, e lo rinnegava. «Ha tentato di conquistarmi, ma io ho fermato subito la cosa», — aveva detto Hermann von Schmidt al _reporter_; — e non c’è pericolo che venga a gironzolare da queste parti. Un uomo che non vuole lavorare non vale un chiodo, credetemi.»

Questa volta Martin s’infuriò davvero. Brissenden si sforzò di presentargli la cosa come uno scherzo, ma non riuscì a consolarlo, giacchè Martin sapeva che non sarebbe stato facile spiegar la cosa a Ruth. Quanto al padre, doveva essere felicissimo di ciò che accadeva e avrebbe fatto certamente tutto il possibile per rompere il fidanzamento. Martin se ne accorse immediatamente. La posta del pomeriggio gli portò una lettera di Ruth; Martin l’aprì, col presentimento d’una catastrofe, e la lesse in piedi sulla soglia della porta, nello stesso punto dove il portalettere gliel’aveva consegnata; proseguendo la lettura, la sua mano, con gesto incosciente, frugava nelle tasche, — in cerca della carta e del tabacco per sigarette, come un tempo — senza rendersi conto neppure ch’erano vuote.

Non era una lettera irritata; non serbava traccia di collera; ma dalla prima all’ultima parola, era piena d’orgoglio ferito e di amarezza. Lei sospettava qualche cosa di diverso e di meglio da lui; aveva pensato ch’egli superasse quel suo temperamento di selvaggio, la foga giovanile; e che per amor di lei si fosse deciso a considerare la vita seriamente, decentemente. Ma ora i suoi genitori avevano parlato chiaramente e ordinato di rompere il fidanzamento. E lei non poteva far altro che dar loro ragione; la loro unione non sarebbe stata felice, come, del resto, aveva sentito sin dal principio. In tutta la lettera spiccava soprattutto un rimpianto di lei, che angosciò profondamente Martin.

«Aveste accettato almeno un impiego qualunque e tentato di diventar _qualcuno_! Ma non poteva essere: la vostra vita passata è stata troppo _bohème_, troppo irregolare. La colpa non è vostra, capisco: voi non potevate comportarvi diversamente dalla vostra natura e dalla prima educazione ricevuta. Dunque, io non vi biasimo, Martin, ricordatevene: c’è stato un malinteso, e non altro. Come hanno detto i miei genitori, noi non eravamo fatti l’uno per l’altra, e dovremmo essere felici d’essercene accorti prima che fosse troppo tardi...» Poi, come fine: «È inutile tentare di vedermi; sarebbe un colloquio troppo penoso per tutti e due, come per mia madre. Le ho già procurato tanti dispiaceri e preoccupazioni, che ci vorrà del tempo per farmi perdonare.»

Egli rilesse la lettera la seconda volta, attentamente, poi sedette a tavola e rispose. Le riferì il discorso del comizio socialista, facendole osservare che era proprio il contrario di quello che il giornale aveva presentato; e finendo appassionatamente, la supplicava di seguitare a volergli bene. «Rispondete, ve ne prego! — diceva. — Non vi domando altro che questo: Mi amate? Basta. Rispondete a questa sola domanda».

Ma non venne risposta nè il giorno dopo, nè l’altro. «Troppo tardi» giaceva sulla tavola com’era rimasto, e ogni giorno la pila dei manoscritti sotto la tavola cresceva. Per la prima volta, egli conobbe l’insonnia e il nervosismo delle lunghe notti bianche. Andò tre volte a suonare il campanello alla porta dei Morse, ma ogni volta il cameriere lo rimandò. Brissenden era in albergo, tanto malato, che non poteva muoversi, e Martin, pur tenendogli compagnia, non voleva annoiarlo con le sue tristezze.

Giacchè gli affanni di Martin erano numerosi. Le conseguenze della propaganda vendicativa del giovanetto picchiato erano state più gravi che Martin non pensasse. Il droghiere portoghese gli rifiutò nuovamente ogni credito, mentre il fruttivendolo, — americano orgogliosissimo di esserlo, — lo chiamava traditore della patria, e gli proibiva di rimettere i piedi nel negozio, e spinse il suo patriottismo al punto da annullare ogni avere e da vietargli di pagare il conto. Il vicinato si comportò non diversamente, e Martin fu esecrato da tutti; nessuno voleva aver rapporti con un traditore socialista. La povera Maria, indecisa, spaventata, rimaneva però fedele. I mocciosi del vicinato, vinto lo stupore d’ammirazione per la magnifica carrozza che avevano vista un giorno davanti alla porta di Martin, si godettero il maligno piacere di chiamarlo «vagabondo», «lazzarone», «brigante», tenendosi però, si capisce, a prudente distanza. La tribù dei Silva lo difendeva coraggiosamente, e non passava giorno che i ragazzi non tornassero a casa con un occhio pesto o col naso sanguinante, accrescendo così le preoccupazioni e le incertezze di Maria!

Un giorno, Martin incontrò Geltrude per la strada e seppe ciò che sapeva ch’era inevitabile, e cioè che Bernardo Higgingbotham, furibondo perchè Martin aveva compromesso pubblicamente la famiglia, gli proibiva di entrare in casa.

— Perchè non vai via, Martin? — implorò Geltrude. — Parti, cercati in un altro luogo un’occupazione e diventa serio. Dopo, quando le cose si saranno acquietate, ritornerai.

Martin scosse la testa, ma senza dare spiegazioni. Che doveva spiegare? Era spaventato dall’orribile abisso che lo separava dalla gente della sua classe. Non c’era parola della lingua inglese o di qualsiasi altra lingua, capace di far capire loro che il suo atteggiamento e la sua condotta consistevano, nel caso particolare, in una sistemazione; e dicendo ciò, essi dicevano tutto. Trovare un impiego! Mettersi a lavorare! Poveri schiavi stupidi! — diceva egli fra sè, mentre la sorella parlava. — Non era davvero sorprendente che il mondo fosse dei forti! I servi erano ossessionati dalla proprio schiavitù; per essi «farsi una posizione» era la frase cabalistica per eccellenza. Egli scosse il capo quando Geltrude gli offrì del danaro, sebbene, non ignorasse che quel giorno stesso doveva andare al Monte di Pietà.

— Non avvicinare Bernardo in questo momento, — raccomandò la brava donna. — Fra qualche mese, quando si sarà calmato, forse potrai guidare la sua vettura per le consegne. E, Martin, se dovessi aver bisogno di me, fammi chiamare e verrò. Non dimenticarlo!

Lei s’allontanò, piangendo a bassa voce, e, col cuore angosciato: egli seguì con lo sguardo il corpo pesante e l’andatura di sguattera della sorella. Ora, a questo punto, l’edificio nietzschiano tremò leggermente dalle fondamenta e parve vacillare. In astratto, la classe degli schiavi era perfetta, ma quando si trattava della propria famiglia, la cosa non era tale da soddisfare pienamente. Eppure, sua sorella Geltrude era l’esempio evidente del debole schiacciato dal più forte. Egli rise amaramente di questo paradosso. Un bel filosofo era quello davvero, se accadeva in realtà che i suoi principî fossero scossi alla prima prova sentimentale! e, peggio, scossi dalla stessa morale da schiavi; giacchè la sua pietà per sua sorella non era altro che questo. I veri uomini, gli eletti, superavano l’abusata pietà e la puerile compassione; pietà e compassione erano chiuse negli ergastoli sotterranei, ed erano nate dal sudore d’agonia d’un’umanità miserabile.

CAPITOLO XXXIX.

«Troppo tardi» giaceva ancora, dimenticato, sulla tavola. Sotto, i manoscritti, dei quali neppur uno era stato accettato, avevano ripreso il loro posto, tranne, però, quello di Brissenden, «Effimero» che, solo, proseguiva il suo giro, di editore in editore. Bicicletta e vestito nero erano stati nuovamente impegnati, e il commerciante di macchine da scrivere richiedeva con insistenza il nolo.

Ma questo genere di preoccupazioni non l’affliggeva più; egli cercava un nuovo orientamento, e perciò la sua vita ne risentiva una specie di stasi. Dopo parecchie settimane, accadde ciò ch’egli non aveva cessato di sperare: l’incontro con Ruth, nella strada. Era accompagnata dal fratello Norman, e tutt’e due finsero di non vederlo; poi, Norman cercò persino di sbarrargli il passo dicendogli con voce di minaccia:

— Se persistete a mettervi di mezzo, vi faccio arrestare. Lei non desidera parlare con voi, e la vostra insistenza è insultante.

— Se persistete a mettervi di mezzo, sarete costretto infatti a chiamare una guardia, e il vostro nome comparirà sui giornali. — rispose Martin, con lo stesso tono. — E ora, lasciatemi passare e chiamate la guardia, se credete. Io voglio parlare con Ruth.

— Voglio avere una risposta dalla vostra bocca, — le disse lui.

Lei era pallida e tremante, ma si dominò e lo guardò con aria interrogativa.

— La risposta alla domanda che vi ho rivolto nella lettera.

Lei scosse il capo negativamente.

— Agite per vostra decisa volontà? — insistè Martin.

— Di volontà mia, — fece lei, con voce bassa e ferma, senza esitazione. — Voi mi avete umiliata a tal punto che ho vergogna di rivedere i miei amici. Tutti parlano di me, lo so. Non posso dirvi altro, se non che m’avete resa molto infelice, e spero di non rivedervi mai più.

— I vostri amici! Pettegolezzi! Falsi resoconti di giornali!... Ma l’amore è più forte di tutte queste cose futili, io credo! Oppure, non mi avete mai amato.

Un vivo rossore le colorì il viso pallido.

— Dopo tutto quanto è successo? — diss’ella con voce fioca. — Martin, non sapete ciò che dite; io non ho un animo volgare.

— Vedete dunque che lei non vuol saperne di voi, — lanciò Norman, trascinando via sua sorella.

Martin si scostò per lasciarli passare, e con gesto inconscio si frugò in tasca per cercarvi tabacco e carta da sigarette, che non c’erano. Ritornò a casa come un sonnambulo, sedette sulla sponda del letto e girò attorno uno sguardo vago. Poi, scorto ch’ebbe «Troppo tardi» sparso sulla tavola, sedette e prese la penna. Per istinto, egli non poteva tollerare una cosa incompiuta, e quel lavoro era incompiuto. Finito oramai l’essenziale della sua vita, egli si rimetteva al lavoro, per portarlo a termine. Dopo, si sarebbe visto il da fare. Egli non sapeva; sapeva soltanto di essere a un punto critico, a una svolta della sua vita, ch’egli stava per prendere al laccio, incerto della direzione.

L’avvenire ormai non l’interessava più; avrebbe visto in breve ciò che gli era riservato; ma la cosa non aveva alcuna importanza: nulla aveva più importanza, ormai.

Durante cinque giorni egli s’affaticò intorno a «Troppo tardi», non andando in nessun luogo, non vedendo nessuno, mangiando appena. Il sesto giorno, la mattina, il portalettere gli consegnò una lettera dell’editore del «Partenone». «Effimero» era accettato. «Abbiamo sottoposto il poema all’esame del signor Cartwright Bruce, — diceva l’editore, — che l’ha giudicato favorevolmente, con tanto calore, che non possiamo non accettarlo. Lo pubblicheremo dunque nel nostro numero di Agosto, essendo già composto quello di Luglio. Trasmettete i nostri ringraziamenti e l’espressione della nostra gratitudine al signor Brissenden, e mandateci, in cambio, la sua fotografia e biografia. Se il nostro compenso non gli dovesse sembrare sufficiente, telegrafateci subito la somma che vi sembra accettabile.»

Il compenso offerto era di milleottocento lire, cosicchè Martin giudicò che era inutile telegrafare; bisognava però ottenere il consenso di Brissenden. Ebbene! aveva avuto ragione, in fondo! C’era almeno un’editore di rivista illustrata che s’intendeva di vera poesia. Ora, anche se «Effimero» era il poema del secolo, il prezzo offerto era magnifico. Quanto a Cartwright Bruce, Martin ricordò il solo critico pel quale Brissenden avesse un certo rispetto.

Martin scese in città col tranvai, e mentre guardava distrattamente le case e le vie che sfilavano oltre i vetri, si rammaricava di non sentire tutta la contentezza che avrebbe dovuto pel trionfo del suo amico e di quanto aveva previsto personalmente. Ma la fonte del suo entusiasmo sembrava inaridita, e l’impazienza di vedere Brissenden era più forte del piacere di portargli buone notizie. Durante i cinque giorni di lavoro dedicati a «Troppo tardi», non aveva udito parlare di Brissenden e non aveva neppure pensato a lui. Per la prima volta Martin s’accorse come si fosse assorto, e si vergognò d’aver dimenticato il suo amico. Ma persino la sua vergogna mancava di fervore; egli viveva in una specie d’aura ipnotica, insensibile a tutto ciò che non fosse «Troppo tardi». In quello stesso tranvai, tutto ciò che lo circondava sembrava irreale, lontano: al punto che se la grande cupola della chiesa che il tranvai oltrepassava gli fosse caduta a pezzi sulla testa, egli ne avrebbe risentito una lieve emozione.

Giunto all’albergo, egli corse alla camera di Brissenden, ma ne ridiscese di corsa; la camera era vuota, senza traccia di bauli.

— Il signor Brissenden, non ha lasciato l’indirizzo? — domandò all’impiegato che lo guardava con curiosità.

— Come? non sa?

Martin fece segno di no.

— Ma i giornali non hanno parlato d’altro!... Lo hanno trovato morto nel letto; s’è sparato un colpo di rivoltella nella testa.

— Lo hanno seppellito già? — domandò Martin, con una voce strana, che non gli parve la sua.

— No, dopo le indagini, il corpo è stato mandato nell’est. Se ne sono occupati gli uomini d’affari della famiglia.

— Hanno fatto alla svelta, mi sembra.

— Le pare? È successo cinque giorni fa.

— Cinque giorni fa?

— Sì, cinque giorni.

— Ah! — disse Martin, e, fatto mezzo giro, uscì. Si fermò nel prossimo ufficio telegrafico, per mandare un telegramma al _Partenone_, pregandolo di pubblicare il poema. Poichè aveva in tasca solo sei soldi, mandò il telegramma con porto assegnato. Ritornato a casa, si rimise al lavoro. Passavano i giorni, passavano le notti senza ch’egli abbandonasse il tavolino. Usciva solo per andare al Monte di Pietà, mangiava quando aveva fame, e roba da mangiare, e quando non aveva nulla, rinunziava. L’opera era composta, capitolo per capitolo, ma egli vi aggiunse una prefazione di duemila parole, che la rese più potente. Non era spinto dalla voglia di fare cosa perfetta, ma costretto in certo qual modo dal suo senso artistico. Lavorava come in sogno, stranamente distaccato da tutto ciò che lo circondava, come un fantasma trattenuto da una specie d’incanto sui luoghi della sua vita anteriore. Un fantasma è l’anima d’un morto che non sa d’essere morto, — gli avevano detto un giorno, ed egli si domandava se non fosse morto, per caso, senz’accorgersene.

Finalmente «Troppo tardi» fu compiuto. Il commerciante di macchine da scrivere ero venuto a riprendersi la macchina, e sedeva sul letto, mentre Martin, sull’unica sedia, copiava le ultime pagine del manoscritto.

— _Fine_ — scrisse in lettere maiuscole, e davvero quella parola aveva un significato profondo per lui. Egli vide sparire l’impiegato che portava con sè la macchina, con un senso di liberazione; poi si stese sul letto. La testa gli girava, dalla fame. Da trentasei ore, infatti, non mangiava, ma egli non pensava neppure a questo: disteso sul dorso, con gli occhi chiusi, non pensava a nulla, invaso da un torpore che cresceva, tra incubo e delirio. Si mise a recitare ad alta voce i versi d’un poeta anonimo, che Brissenden recitava con piacere. Maria, che l’ascoltava in ansia, dietro la porta, fu colpita dal tono monotono di quella specie di litania, di cui non comprese il senso.

«È finita» era il titolo del poema.

_È finita,_ _ora taci, o lïuto._ _Canzoni e canti del tempo perduto,_ _canzoni e canti_ _son passati come ombre vaganti_ _fra trifogli di vivo incarnato._ _È finita,_ _ora taci, o lïuto._ _Cantavo un tempo come a primavera_ _l’allodola tra cespi di rugiada,_ _ed oggi sono muto,_ _simile ad un fringuello affaticato._ _La gola ogni canto ha perduto._ _È finita,_ _ora taci, o lïuto._

Maria non resse più, e corse in cucina a riempire una ciotola di minestra, con tutti i pezzi di carne e di legumi che il cucchiaio potè raccogliere dal fondo della pentola. Martin si raddrizzò e cominciò a mangiare, assicurando a Maria, tra un boccone e l’altro, che non aveva delirato e che non aveva febbre.

Quando lei l’ebbe lasciato, egli rimase seduto sulla sponda del letto, con gli occhi tetri e vaghi, sino al momento in cui lo sguardo gli si posò sulla fascetta lacerata d’una rivista giunta la mattina e ch’egli non aveva aperta, e un lampo gli attraversò il cervello assopito.

— È _Il Partenone_, si disse, — _Il Partenone_ del mese di Agosto, che contiene certamente «Effimero». Se il mio povero Brissenden potesse vedere questo!

Appena ebbe sfogliato la rivista illustrata, ecco apparire «Effimero» adorno d’un magnifico «cappello» che lo precedeva e d’illustrazioni del genere di Beardsley, in margine. A un lato del «cappello» era la fotografia di Brissenden; dall’altro quella di Sir John Value, ambasciatore di Gran Bretagna. Precedeva una nota redazionale, nella quale era citata una frase di Sir John Value che dichiarava come non vi fossero poeti in America; la pubblicazione di «Effimero» era quindi una risposta alla bolla di Sir John Value! Cartwright vi appariva come il più grande critico d’America, e veniva citato il brano dove egli aveva dichiarato che «Effimero» era il più grande poema che fosse stato mai scritto in America. La prefazione della redazione finiva così: «Noi non abbiamo potuto ancora valutare «Effimero» come merita; forse non sarà mai possibile. Ma l’abbiamo riletto più volte, ammirandone le idee e la forma meravigliosa.» Seguiva il poema.