Martin Eden

Part 25

Chapter 253,772 wordsPublic domain

Gli parve che Ruth non fosse stata mai così bella, così eterea e pure così bene in salute; le sue guance erano colorite, ed egli non poteva far di meno di guardarla con insistenza negli occhi, occhi nei quali aveva letto per la prima volta l’immortalità! Ma in quel momento negli occhi di Ruth egli leggeva l’argomento senza parole che annientava gli argomenti più speciosi. Ogni discussione cadeva davanti a quegli occhi, giacchè egli vedeva in essi l’amore; un amore indefinibile, incomprensibile, infinito; tale era la sua teoria appassionata. Prima del pranzo, egli ebbe con lei una mezz’ora di colloquio che lo rese totalmente felice e lieto di vivere; ma a tavola l’inevitabile reazione della sua dura giornata di lavoro si fece sentire; sentiva male agli occhi, si sentiva irritabile, nervoso. Ricordò che a quella stessa tavola, ch’egli ora denigrava e dove s’annoiava molto frequentemente, aveva per la prima volta mangiato con gente civile, in un ambiente che allora gli pareva il più alto intellettualmente e il più raffinato. Egli rievocò il patetico Martin Eden di quella sera, primitivo selvaggio impacciato da se stesso, che sudava preoccupazione da tutti i pori, spaventato davanti ai misteri dell’agiatezza, affascinato dal maggiordomo che gli pareva un orco; Martin Eden che tentava di varcar d’un colpo l’abisso enorme che lo separava da quegli esseri superiori e che si decideva finalmente a rimanere qual era e a non scimmiottare più a lungo maniere che non aveva.

Egli lanciò uno sguardo inquieto a Ruth, facendo in certo qual modo come quei passeggieri che, presi da panico improvviso, cercano con gli occhi la cintura di salvataggio. Ebbene! anche se tutto il resto fosse fallito, egli aveva però conquistato l’amore di Ruth; soltanto Ruth e l’amore avevano resistito alla prova dei libri e meritato la sanzione biologica. L’amore era l’espressione più ardente della vita. La natura aveva lavorato un milione di secoli per far sbocciare quel capolavoro, perfezionarlo, abbellirlo di tutte le meraviglie dell’immaginazione, per lanciarlo poi su questo pianeta allo scopo di vibrare, di amare, e di unirsi.

La sua mano cercò quella di Ruth sotto la tavola, e Ruth ricambiò la stretta con ardore. Ruth lo guardò rapidamente; i suoi occhi raggianti erano pieni di tenerezza. Ed egli sentì un brivido, non rendendosi conto che ciò che di bello aveva visto in quello sguardo non era altro che il riflesso di ciò che aveva proiettato il suo.

Dirimpetto a lui, a destra del signor Morse, era seduto il signor Blount, giudice nella Corte d’appello del luogo. Martin lo aveva visto parecchie volte, ma non era riuscito a stimarlo. Il giudice e il signor Morse discutevano di politica, del partito dei lavoratori, delle condizioni locali, di socialismo, e il signor Morse si sforzava di attirare Martin nella discussione in modo da fargli aver torto. In fine, il giudice Blount lanciò uno sguardo, insieme indulgente e pieno di paterna pietà, che fece sorridere Martin nell’intimo.

— Vi passerà, giovanotto, — diss’egli con tono melato. — Il tempo è il miglior rimedio per moderare gli eccessi della gioventù. — E si voltò verso Morse: — In casi simili la discussione non giova: non serve ad altro che a rinforzare l’ostinazione del paziente.

— È vero, — rispose gravemente il signor Morse; — non è bene talvolta far capire al paziente il suo stato.

Martin rise, d’un riso allegro, ma non spontaneo. Quella giornata di lavoro troppo lungo, troppo intenso, provocava in lui una penosa reazione.

— Non dubito che siate eccellenti medici tutti e due, — diss’egli, — ma se non vi date nessuna cura di conoscere il parere del paziente, permettetemi di dirvi che la vostra diagnosi non vale gran che. La filosofia socialista, che avete tentato penosamente di digerire, non mi riguarda; io non l’ho neppure inghiottita.

— Mica male! mica male! — mormorò il giudice. — È un’ottima malizia, in una discussione, rovesciare i termini della questione.

— Da parte vostra! — e nel dir ciò, Martin lanciava lampi dagli occhi, ma si contenne. — Vedete, signor giudice, io ho sentito i vostri discorsi durante la campagna elettorale. Per un fenomeno di auto-suggestione, voi vi persuadete di credere al metodo delle competizioni, e alla supremazia del più forte, e nello stesso tempo voi approvate, tanto più, tutte le norme capaci di diminuire la potenza del più forte.

— Giovanotto...

— Ricordate che ho ascoltato i vostri discorsi, — ripetè Martin. — È evidente che il vostro modo di vedere in materia d’ordinamento degli scambî interni, del trust delle ferrovie, e per ciò che riguarda la «Standard Oil», la conservazione delle foreste e molte altre norme restrittive, è nettamente socialista.

— E vorreste farmi credere che voi non approvate il regolamento di quegli odiosi abusi di potere?

— Questa è un’altra questione. Io tengo soltanto a provarvi l’inanità della vostra diagnosi. Voglio dirvi che il microbo del socialismo non mi ha toccato, e che invece rode e castra voi. Quanto a me, io sono un avversario deciso del socialismo, come anche della vostra democrazia ibrida, che non è altro che un pseudo socialismo ricoperto d’orpello di contrabbando. Io sono reazionario, talmente reazionario, che le mie idee vi debbono sembrare incomprensibili, incomprensibili a voialtri che vivete nella menzogna d’un’organizzazione sociale truccata, e che non avete una vista abbastanza penetrante per scoprire il trucco. Voi fate finta di credere alla prevalenza del più forte e alle leggi del più forte; io credo; ecco la diversità. Non molto tempo fa, io ero come voi; le vostre idee mi avevano persuaso; ma i mercanti, i commercianti, sono al massimo dei padroni paurosi che passano la vita leccando piattini. Allora, vedete, mi sono orientato verso l’aristocrazia. Qui, a questa tavola, io sono il solo individualista. Secondo me, lo Stato non è nulla. Io attendo l’uomo forte, il Cavaliere senza paura, che verrà a salvar lo Stato da questo nulla fangoso. Nietzsche aveva ragione — non perderò il tempo a spiegarvi chi fosse Nietzsche — ma aveva ragione. Il mondo è dei forti, di coloro che uniscono la forza alla nobiltà d’animo, che non s’avvoltolano nei pantani putridi dei compromessi, nei boccali, e negli affari più o meno sospetti. Il mondo appartiene al gran bruto di razza, a colui che non ha che una parola e la rispetta, ai veri aristocratici. Ed essi mangeranno voialtri socialisti spaventati dal socialismo; la vostra bassa e vile morale da schiavi non vi salverà. Io so benissimo che tutto ciò è ebraico per voi, e non vi annoierò di più, ma ricordatevi di questo: vi saranno non più di dodici individualisti in tutta Oakland, e Martin Eden è uno di questi.

Egli si voltò verso Ruth, volendo significarle che era deciso a non discutere oltre.

— Sono esausto, — diss’egli con voce fioca. — Non mi rimane che la forza d’amarvi.

E fece finta di non udire il signor Morse che diceva:

— Non sono convinto: tutti i socialisti sono gesuiti nel profondo dell’animo. Ecco che cosa bisogna dir loro.

— Pure, riusciremo un giorno a far di voi un buon repubblicano, — fece il giudice Blount.

— Il Cavaliere senza paura verrà prima d’allora, — rispose Martin, di buon umore, poi si voltò nuovamente verso Ruth.

Ma il signor Morse non era soddisfatto; la pigrizia del suo futuro genero e la sua repugnanza a ogni lavoro «serio», le sue idee preoccupanti, la sua natura incomprensibile, gli procuravano un vivo dispiacere. Il signor Morse avviò dunque la conversazione su Herbert Spencer, e il giudice fece del suo meglio per assecondarlo. Martin, che aveva teso l’orecchio, udendo pronunziare il nome del filosofo, sentì il degno magistrato pronunciare con compiacimento una requisitoria severa contro Spencer. Di tanto in tanto, il signor Morse lanciava uno sguardo furtivo a Martin, come per dire: — A te, ragazzo mio, a te!

— Sinistri barbieri! — borbottò Martin e seguitò a conversare con Ruth, senonchè il lavoro della giornata l’aveva stancato, ed egli era nervoso.

— Che avete? — gli domandò Ruth, a un tratto, preoccupata nel vedere lo sforzo ch’egli faceva per frenarsi.

— Non v’è altro Dio che l’ignoto, e Herbert Spencer è il suo profeta! — diceva il giudice, proprio in quel momento.

Martin si voltò verso di lui.

— Giudizio facile, — disse con calma. — L’ho sentito la prima volta al City-Hall Park, da uno del popolo, che avrebbe dovuto essere meglio informato. Poi, l’ho sentito ripetere spesso, e, ogni volta, la bestialità odiosa di questa frase, mi ha nauseato. Dovreste vergognarvene. Udire il nome di questo grand’uomo sulle vostre labbra è come trovare una rosa in una sentina.

Voi mi fate schifo.

Fu catastrofico! Il giudice lo fulminò con lo sguardo e parve colto da apoplessia. Il signor Morse se la godeva dentro di sè; sua figlia era evidentemente urtata, ed egli voleva ottenere appunto questo: spingere quell’uomo che non gli andava a genio a rivelare il suo ruffianesimo innato.

La mano di Ruth, implorante, andò a cercare quella di Martin, sotto la tavola, ma la belva era ormai scatenata. La presunzione intellettuale e la menzogna di coloro che occupano le più alte cariche, lo indignavano. Un giudice di Corte d’Appello! — E dire che pochi anni prima quelle gloriose entità gli erano parse come semidei! Il giudice si padroneggiò e tentò di continuare la discussione simulando una cortesia che (Martin lo comprese benissimo) era dovuta soltanto alle donne presenti. E questo lo esasperò maggiormente. Non c’era proprio alcuna sincerità al mondo?

— Voi non potete discutere di Spencer con me! — esclamò. — Voi non lo conoscete, come non lo conoscono i suoi conterranei. Ma la colpa non è vostra — lo ammetto, — ma della spregevole ignoranza dei nostri tempi. Un filosofo dell’Accademia, che non era neppure degno di respirare l’aria che Spencer respirava, lo ha chiamato «Il Filosofo della gente mezzo colta!». Io non credo che abbiate letto dieci pagine di Spencer: ma certi critici, probabilmente più intelligenti di voi, non ne hanno letto di più, e osano sfidare i suoi discepoli, a trovare una sola idea in tutti i suoi scritti, negli scritti di Spencer! dell’uomo il cui genio ha improntato la scienza e il pensiero moderno, di colui che ha rivoluzionato la pedagogìa moderna in modo tale che il contadinello francese, quando impara a leggere, ne applica i principî! E questi piccoli microbi d’uomini tentano di insudiciare la sua memoria, quando quel po’ di nozioni di cui hanno inzeppato il cervello lo debbono in gran parte a lui!

Eppure un uomo come Fairbanks, il Rettore di Oxford, un uomo che ha una carica più elevata della vostra, signor giudice, ha dichiarato che Spencer sarà considerato dai posteri come un poeta e un sognatore, anzichè come pensatore. Botoli e fantocci! I suoi «Primi Principî» non mancano totalmente d’un certo fascino letterario, ha detto un altro. E altri hanno aggiunto che era un compilatore laborioso, anzichè un pensatore originale. Botoli e fantocci! Botoli e fantocci!

Martin si fermò. Seguì un silenzio mortale: tutta la famiglia Morse, che considerava il giudice Blount come un uomo ragguardevole e potente, rimase inorridita, allo scatto di Martin. Il pranzo finì in un’atmosfera di cerimonia funebre: il giudice e il signor Morse parlavano quasi sempre fra loro due: gli altri parlavano a tratti. Poi, quando Ruth e Martin furono soli, accadde una scenata orribile.

— Voi siete un uomo impossibile! — singhiozzò lei.

Ancora furibondo, Martin borbottava: — Che bruti! oh, che bruti!

Quando ella affermò che egli aveva insultato il giudice, Martin ribattè:

— Perchè gli ho detto la verità?

— Vero o falso che sia, per me è lo stesso! — esclamò lei. — Ci sono dei limiti che non bisogna superare; e voi non avevate il diritto d’insultare nessuno.

— Allora perchè il giudice Blount si arroga il diritto di falsare la verità? — domandò Martin. — Falsare la verità è una cosa molto più grave, che non insultare una misera persona, come quella del giudice! Egli ha fatto di peggio: ha insozzato la memoria d’un grande. Oh! che bruti! che bruti!

La sua collera, complessa com’era, si ridestò davanti a Ruth spaventata, che non l’aveva visto mai così furibondo e lo giudicava irragionevole e incomprensibile. Eppure, nonostante il risentimento e il timore, lei si sentiva attratta dal fàscino di lui, da quel fàscino che l’aveva spinta un tempo a intrecciare le sue mani attorno alla nuca di lui. E anche quella sera, sebbene umiliata e ferita dalla scena accaduta a pranzo, essa s’abbandonò tutta vibrante nelle braccia di lui, mentr’egli ripeteva: — Che bruti! oh, che bruti! — aggiungendo finalmente: — Io non mi siederò più alla vostra tavola, cara. Non mi vogliono bene, ed è male da parte mia imporre una vista spiacevole. Puah! mi fanno ammalare. E dire che nella mia ingenuità avevo creduto che le persone che hanno cariche elevate, che abitano in belle case e hanno buoni modi e un conto corrente in banca fossero tutte superiori!

CAPITOLO XXXVII.

— Venite! andiamo alla riunione, — gli disse Brissenden, ancora debole per una emorragia avuta una mezz’ora prima, la seconda in tre giorni. Tutto tremante ancora, col suo eterno bicchiere di whisky in mano, inghiottì il liquido d’un fiato.

— Ho forse bisogno di socialismo? — domandò Martin.

— Agli _outsiders_ è permesso parlare per cinque minuti, — insistè il malato. — Alzatevi e andiamo! Dite loro perchè il socialismo non vi piace; dite loro ciò che pensate di essi e della loro etica superata. Sbattete loro in faccia Nietzsche, e avanti senza cerimonie! Fate baccano. Farà bene a quella gente che ha bisogno di discutere, come voi. Vedete, vorrei vedervi diventar socialista, prima che io chiuda gli occhi. È la sola cosa che vi salverà dalla delusione che vi attende.

— Io non riesco a capire come voi, voialtri tutti, possiate essere socialisti, — osservò Martin con stupore. — Voi odiate tanto il «popolo». Veramente, non c’è nulla, nella canaglia, che possa piacere all’animo vostro così estetizzante! — E accennò con la punta del dito al bicchiere di whisky che l’amico riempiva nuovamente. — Non sembra che il socialismo debba guarirvi!

— Io sono molto malato, — rispose l’altro. — Ma per voi la cosa è diversa. Voi avete la salute e mille ragioni di vivere. E bisogna che vi attacchiate alla vita in modo definitivo. Vi domandate perchè sono socialista; perchè il socialismo è inevitabile; perchè il sistema attuale è irragionevole e imputridito; perchè sono passati i tempi del vostro cavaliere senza paura. Gli schiavi non ne vorranno sapere: essi sono molto numerosi, e, a qualunque costo, faranno cadere il cavaliere prima ch’egli si sia lanciato nell’arena. Voi non potrete scansarvi e sarete costretto a ingoiare tutta questa morale di schiavi. Non sarà bello, proprio bello, lo confesso; ma, quando si è in ballo, bisogna ballare. Voi siete antidiluviano, d’altra parte, con le vostre idee nietzschiane. Il passato è passato, e colui che dice che la storia si ripete, è bugiardo. Naturalmente, io odio la folla; ma che fare? Ogni altra cosa è preferibile al timido branco di porci che ci governa. Comunque, venite! Ora sono al punto giusto, mentre se rimango qui divento brillo. Eppoi, sapete cosa dice quel dottore, che il diavolo lo porti? che gli faccio perdere tempo e fatica, vedrete!

Era una sera di domenica, così che i due trovarono la piccola sala zeppa di socialisti di Oakland, quasi tutti operai. L’oratore, ebreo intelligente, suscitò insieme l’ammirazione e lo spirito di contraddizione di Martin. Con quelle spalle incurvate, il petto angusto, egli riaffermava la natura della sua origine e della sua razza, e Martin risentiva potentemente la lotta secolare dei deboli, miserabili schiavi, contro il pugno d’uomini che li governano e li governeranno sino alla fine dei secoli. Per Martin, quell’essere rattrappito era un simbolo; egli rappresentava davvero tutta quella miserabile folla di gracili, d’incapaci, che periscono secondo le leggi biologiche, perchè non hanno la forza di lottare per vivere. Per eliminazione. A dispetto dei loro ragionamenti filosofici e delle loro astuzie, la natura li rigetta, per scegliere l’uomo eccezionale. Da tutte le meravigliose seminagioni fatte dalla sua mano prolifica, essa trae e conserva i migliori, così come l’uomo, scimmiottandola, alleva i cavalli, e coltiva i melloni. S’intende che i sacrificati non si lasciano sopprimere senza lanciare alte grida. I socialisti non hanno mai cessato di gridare come gridavano quell’oratore rachitico e il suo pubblico sovraeccitato; che reclamavano con grandi grida e cianciavano sul modo di ridurre al minimo le miserie della vita.

Tali furono le riflessioni di Martin, e così parlò quando Brissenden lo invitò a «scuotere loro le pulci di dosso». Egli salì sul palco, e, come d’uso, si rivolse al presidente della riunione; in piedi, parlò a voce bassa, tra pause, raccogliendo le idee che il discorso dell’ebreo gli aveva suscitate nella mente. In quei comizî erano concessi cinque minuti a ciascun oratore; ma dopo cinque minuti Martin era lanciato di gran carriera, l’interesse del pubblico era destato, così che, per acclamazione, fu chiesto al presidente di lasciarlo parlare. Il pubblico stimava quell’avversario degno di esso, ne beveva la parola infiammata, convinta. Tuttavia non garbava punto a quella gente la verità dura, che attaccava con franchezza gli schiavi, la loro morale, la loro tattica, e non nascondeva che si trattava di loro. Egli citò Spencer, Malthus e la legge biologica dell’evoluzione.

— Dunque, — concluse, riassumendo rapidamente, — uno Stato composto di schiavi, non può vivere: domina sempre l’antica legge dello sviluppo delle razze. Come ho dimostrato, i forti e loro discendenti soltanto tendono a sopravvivere nella lotta per la vita, mentre i deboli e loro discendenti dovranno essere schiacciati. Ne viene perciò di conseguenza che, sopravvivendo soltanto i forti, la forza di ogni generazione aumenterà. Tale è la legge. Ma voialtri schiavi, — è triste essere schiavi, lo riconosco, — sognate una società dalla quale sarà bandita l’evoluzione, nella quale i deboli e gl’incapaci potranno soddisfare la loro fame, tutto il giorno se vogliono, nella quale sposeranno e procreeranno come tutti i forti. Quale risultato otterrete voi? La forza e il valore della razza diminuiranno di generazione in generazione; la vostra società di schiavi, creata da schiavi e per gli schiavi, deve fatalmente dissolversi, cadere in polvere. La vostra filosofia da schiavi avrà allora la sua Nemesi.

Io vi ricordo che parlo secondo fatti biologici, e non secondo l’etica sentimentale. Nessun governo di schiavi può esistere.

— E che dite degli Stati Uniti? — urlò una voce tra gli ascoltatori.

— Degli Stati Uniti — rispose Martin. — Ascoltate! Le tredici colonie si sbarazzarono un giorno dei loro capi e formarono una sedicente repubblica; e i servi diventarono loro capi. Ma poichè non potevano non obbedire, una nuova specie di padroni sorse, formata non già da uomini grandi, virili, nobili, ma da mercanti astuti e pieni di cautele, da usurai avidi. Ed essi ridussero nuovamente a schiavitù non già francamente, come avrebbero fatto dei veri uomini, con la potenza del loro braccio e del loro reale valore, ma ipocritamente, mediante losche macchinazioni, basse moine e menzogne sfrontate. Essi hanno comperato i vostri giudici, corrotto la magistratura, e ridotto a orrori peggiori della schiavitù i vostri figliuoli: due milioni di fanciulli penano, ora come ora, in questa oligarchia commerciale che sono gli Stati Uniti; due milioni di schiavi a malapena nutriti, a malapena ricoverati! Ma ritorno all’argomento. Ho dimostrato che non può esistere nessuna società di schiavi, perchè, per sua stessa natura, essa annulla la legge dello sviluppo. Se un organismo di tal genere dovesse sorgere, esso conterrebbe subito in sè il germe della propria dissoluzione. Vi è facile parlare d’annullare questa legge dell’evoluzione, ma ne conoscete un’altra che manterrà la vostra forza? Se ne conoscete una, ditelo.

Martin si rimise a sedere, fra un tumulto indescrivibile. Una ventina di persone, in piedi, chiedevano tutte la parola, con grandi urla. A uno a uno, incoraggiati dai richiami e dagli applausi, quegli uomini risposero all’attacco di Martin, fragorosamente, con un gran gesticolare. Fu una notte epica, ma tutta di combattimenti intellettuali, di lotta per le idee! Quasi tutti si rivolsero direttamente a Martin, alcuni troppo sinceri per poter essere cortesi, cosicchè più d’una volta il presidente dovette picchiare sul tavolo e richiamare all’ordine.

Intanto, si trovava tra la folla un giovane _reporter_ in cerca d’argomenti sensazionali. Non era certo un gran _reporter_; egli non possedeva altro che una certa facilità e un certo brio. La discussione era un po’ ardua per lui, sebbene egli si confortasse pensando di essere infinitamente superiore a tutti quei chiacchieroni fanatici. Egli aveva anche un enorme rispetto per i grandi idoli, per coloro che dirigono la polizia delle nazioni e dispongono della stampa. Infine, egli aveva un ideale: quello di riuscire ad essere un perfetto _reporter_, il _reporter_ tipo, colui che, d’un piccolo episodio di cronaca, è capace di fare una catastrofe sensazionale.

Ignorava completamente di che si trattasse, e d’altra parte non era necessario che lo sapesse. A simiglianza del paleontologo che ricostruisce tutto uno scheletro con un osso di fossile, egli era capace di ricostruire tutto un discorso su questa sola parola «Rivoluzione». E così fece quella sera, molto bene, però; e poichè Martin aveva fatto chiasso, egli attribuì a lui i discorsi di tutti gli oratori e ne fece l’arcianarchico di tutta la riunione, trasformando l’individualismo reazionario di lui in socialismo ad oltranza, del rosso più acceso. Il giovane _reporter_ era un artista; egli fece un ampio quadro, con gran cura del color locale, di quei degenerati nevrastenici, dai lunghi capelli, dagli occhi selvaggi, che tendevano i pugni stretti, urlavano le loro rivendicazioni con occhi d’arrabbiati, tra urli, ingiurie e i rochi brontolii di una folla furiosa.

CAPITOLO XXXVIII.

La mattina dopo, nella sua cameretta, Martin lesse il giornale, bevendo il caffè, e si trovò bene in vista in prima pagina e fu molto sorpreso nel leggere ch’egli era il _leader_ più noto dei socialisti d’Oakland. Scorrendo il discorso violento che il giovane _reporter_ gli aveva attribuito, prima s’infuriò e poi buttò via il giornale e ne rise.

— O quell’uomo era ubriaco, o è un simpatico burlone, — dichiarò egli il pomeriggio, appollaiato sul letto, quando Brissenden, appena entrato, si lasciò andare sull’unica sedia.

— E che importa? — disse Brissenden. — Penso che l’approvazione dei lerci borghesi che leggono quel giornale debba importarvi poco, no?

Martin riflettè un momento, poi rispose:

— No: non mi fa nè caldo nè freddo. Però è probabile che i miei rapporti con la famiglia di Ruth diventino un tantino più bruschi. Suo padre mi ha sempre immaginalo socialista, e questa stupida storia par fatta a bella posta per rinforzare tale convincimento. Non che mi curi della sua stima, ma a che scopo? Vorrei leggervi ciò che ho fatto oggi. Si tratta di «Troppo tardi», s’intende: ne ho già fatto quasi la metà.

Egli leggeva ad alta voce, quando Martin aprì la porta, fece entrare un giovanotto tutto lindo, il cui sguardo vivo, fatto un giro intorno, osservò il fornello a petrolio, e gli utensili di cucina, prima d’arrivare sino a Martin.

— Segga, — disse Brissenden.

Martin fece posto al giovanotto, sul letto, e aspettò ch’egli comunicasse loro lo scopo della visita.

— L’ho sentita parlare ieri sera, signor Eden, e vengo a intervistarla, — fece lui.

Brissenden scoppiava dal ridere.

— Un compagno socialista? — domandò il _reporter_, che con occhio svelto aveva già sbirciato il cadaverico personaggio.

— È lui l’autore di quest’articolo! — fece soavemente Martin. — Come! ma è addirittura un ragazzo!