Part 24
— Ma è difetto di gusto.
— È la vita, — diss’egli bruscamente. — È la vera vita: io non posso rappresentare la vita in modo diverso da quale è.
Lei non rispose; seguì un lungo silenzio imbarazzante: l’amore per lei gl’impediva di comprenderla bene, e lei non poteva comprenderlo, perchè egli era troppo superiore.
— Ebbene, ho avuto il danaro dalla _Transcontinental_, — disse lui, tentando d’avviare la conversazione su un argomento meno spinoso. — Il ricordo del terzetto dalle basette, quale aveva visto, col conforto di lire ventiquattro e cinquanta, e un biglietto pel piroscafo, lo fece ridere.
— Allora, venite? — esclamò lei, con grande allegrezza. — Sono venuta appunto per saperlo.
— Se vengo!... — mormorò lui distrattamente. — Dove?
— Come! ma a pranzo, domani! Voi dovevate disimpegnare il vestito se avevate del danaro.
— L’ho proprio dimenticato, — confessò egli umilmente. — Dovete sapere che questa mattina, il guardiano della tenuta ha preso le due vacche di Maria e il vitellino e... Dio mio, siccome Maria non aveva danaro, ho dovuto pagare io per farle riavere le vacche. «L’Appello delle Campane» è andato a finire nelle tasche del guardiano!
— Dunque, non venite?
— Non posso.
Negli occhi azzurri di Ruth brillarono delle lacrime di delusione e di rampogna; ma lei non rispose.
— Alla prossima festa nazionale pranzeremo insieme al Delmonico, — fece lui allegramente, — o a Londra, o a Parigi, o dove vorrete! ve lo prometto!
— A proposito, — fece lei a bruciapelo, — ho visto che hanno fatto delle nomine nella società delle Ferrovie locali. Voi eravate il primo, mi pare, no?
Egli fu costretto a convenire che infatti gli avevano offerto un posto, ma che l’aveva rifiutato.
— Sono così sicuro di me! — concluse. — Tra un anno guadagnerò di più di tutto il personale della società messo insieme.
— Aspettate! vedrete.
— Davvero? — fece lei seccamente. E s’alzò, infilò i guanti. — Bisogna che me ne vada, Martin. Arturo mi aspetta.
Lei si lasciò abbracciare, passivamente, senza un gesto di tenerezza, senza una parola carezzevole. Dopo averla accompagnata al cancello, egli si disse che lei gli teneva il broncio. Ma perchè? Evidentemente era una cosa spiacevole il fatto che il guardiano aveva sequestrato le vacche di Maria, ma egli non poteva far nulla. Non gli veniva neppure in mente l’idea che avrebbe potuto comportarsi diversamente. C’era, sì, quella faccenda della Società ferroviaria, ch’egli aveva avuto forse il torto di rifiutare; eppoi «Wiki-Wiki» che non le era piaciuto.
Sul pianerottolo incontrò il fattorino che faceva il giro pomeridiano. Una curiosità impaziente, sempre nuova, stimolava Martin in modo febbrile, ogni qual volta portavano la posta. C’era, quel giorno, oltre un pacchetto di lunghe buste, una sottile letterina in un angolo della quale era stampato l’indirizzo de _Lo Spettatore di New-York_. Egli si disse, prima di aprirla, che non poteva essere un’accettazione, giacchè egli non aveva mandato nulla a quella rivista: forse, e il cuore gli diede un balzo a quel pensiero, forse gli si chiedeva un articolo! ma egli rinunziò subito a una speranza così impossibile.
Era l’editore che l’informava brevemente e semplicemente come avesse ricevuto una lettera che univa alla sua e l’assicurava che essi non tenevano in alcuna considerazione quel genere di corrispondenza.
La lettera anonima in questione era scritta grossolanamente a mano, con un cumulo d’insulti e di calunnie su Martin. Vi si affermava che il detto Martin Eden non aveva nulla dello scrittore, ma si limitava a rubacchiare qua e là degli articoli, togliendoli da vecchi giornali, firmandoli e inviandoli poi alle riviste come roba sua. La busta era timbrata da San Leandro, così che Martin non dovette scervellarsi tanto per scoprirne l’autore. L’ortografia di Bernardo Higgingbotham, lo stile di Bernardo Higgingbotham, la mentalità di Bernardo Higgingbotham, vi si rivelavano in modo trasparente. Sì, era stata proprio la zampa grossolana di suo cognato a scrivere quelle righe imbecilli. Ma perchè? Egli se lo chiese invano. Che male gli aveva fatto? La cosa era così insensata, così folle, che non v’era spiegazione possibile. Durante la settimana, una dozzina di lettere simili gli furono rimandate dagli editori di parecchie riviste dell’est, e Martin pensò che, trattandosi di un ignoto, qual egli era, esse, in conclusione, lo trattavano molto bene; qualcuna mostrava persino una certa simpatia. Era evidente che quelle riviste avevano orrore degli anonimi, e che la malvagia speranza di danneggiarlo era fallita. Anzi, forse avrebbe finito col giovargli, ora che il suo nome aveva attirato l’attenzione. Non era impossibile che un giorno, leggendo uno dei suoi manoscritti, ricordassero la persona che era stata oggetto di lettere anonime. E chissà se il loro giudizio non poteva riceverne un influsso favorevole?
Ora, in questo periodo, la stima di Maria per Martin salì molto.
Una mattina egli la trovò nella cucina, che gemeva dal dolore e piangeva per la stanchezza davanti a un grosso mucchio di biancheria da stirare. Egli diagnosticò subito l’influenza, le diede del whisky caldo (avanzo della liberalità di Brissenden) e le ordinò del latte. Ma Maria non voleva saperne: la stiratura doveva essere fatta, altrimenti i sette piccoli Silva affamati non avrebbero avuto la minestra il giorno dopo.
Con grande stupore di Maria (la quale sino all’ultimo sospiro non cessò mai di ricordare quell’episodio), Martin Eden prese un ferro di sul fornello e gettò una camicetta fantasia sulla tavola da stiro.
Era quella la più civettuola delle camicette della domenica di Kate Flanagan, la più difficile e la più elegante delle clienti di Maria. Miss Kate aveva detto chiaramente che la camicetta doveva essere pronta per la sera stessa.
Com’era noto, Miss Flanagan e il signor Collins dovevano andare il giorno dopo al Golden Gate Park. Maria tentò invano di salvare la preziosa biancheria: Martin la sorresse, accompagnandone i passi vacillanti, sino alla poltrona dond’ella lo sorvegliò con occhio torvo. Non trascorse un quarto del tempo che avrebbe impiegato lei per farlo, e la camicetta fu stirata non meno bene.
— Lavorerei con maggior sveltezza, — disse lui, — se i vostri ferri fossero più caldi.
Lei non avrebbe mai osato servirsi di ferri così caldi come quelli che usava lui.
— Il vostro modo di spruzzare non è buono, — osservò lui, poi. — Guardate, vi voglio mostrare come si fa a bagnare. Bisogna premere, nello stesso tempo, se volete stirare alla svelta.
Poi si fabbricò una cassetta dal mucchio di legname ch’era in cantina, vi aggiustò un coperchio e adunò tutti i ferri vecchi di cui la tribù dei Silva faceva raccolta per darli al rivenditore; fece una pila della biancheria bagnata di fresco, nella cassetta, la compresse con l’aiuto del coperchio premuto dal mucchio di ferraglia, e la cosa fu fatta.
— E quand’ebbe finito di stirare, ha lavato gl’indumenti di lana, — raccontò dopo, Maria, — e ha detto: «Maria come siete ridicola! Vi voglio far vedere come si lava la roba di lana!», e me lo ha fatto vedere, sicuro! In due minuti costruì la macchina, un barile, una vecchia ruota, due pertiche, proprio così.
Martin aveva imparato quel metodo da Joe, alle Acque Termali di Shelley.
— Maria non ha più lavato le flanelle a mano, — affermava lei invariabilmente, finendo il racconto.
— I ragazzi facevano girar la pertica, il barile e la ruota. Ah! era un uomo intelligente, il signor Eden!
Però, dopo questa notevole opera, Martin cadde dal piedistallo dove lei lo aveva posto. L’aureola romanzesca che la sua immaginazione gli aveva creato intorno dileguò alla luce cruda di questo fatto: egli era dunque nient’altro che un ex-lavandaio. I suoi libri, i suoi amici della buona società che venivano a visitarlo in carrozza o forniti d’innumerevoli bottiglie di whisky, tutto ciò fu ridotto a nulla. Egli non era in fondo che un semplice operaio come lei, come tutti quelli del suo ambiente e della sua classe, e s’egli, perciò, appariva più umano e più accostabile, aveva perduto però tutto il suo misterioso fascino.
Martin seguitava a rimanere in freddi rapporti con la sua famiglia. Anche Hermann von Schmidt, imitando il signor Higgingbotham, si svelò. La vendita fortunata di qualche novella, di parecchi poemi burleschi e di altre sciocchezzuole, aveva procurato a Martin una precaria prosperità. Egli aveva pagati i conti, disimpegnato il vestito e la bicicletta; e poichè questa aveva bisogno d’esser riparata egli la mandò gentilmente a suo cognato.
Il pomeriggio dello stesso giorno, Martin ebbe il piacere di vedersi riportare la bicicletta da un piccolo commesso, e ne concluse che von Schmidt doveva esser ben disposto verso di lui; senonchè, esaminata la macchina, vide che non era stata toccata neppure.
Poco dopo egli telefonò al negozio, e il fidanzato della sorella gli rispose che non voleva avere rapporti con lui, di nessun genere.
— Hermann von Schmidt, — gli rispose Martin, piacevolmente, — ho una gran voglia di pestarvi il vostro naso di tedesco.
— Provatevi un po’. — gli fu risposto, — e mando a chiamare la polizia. E vi farò ficcare dentro, nè più nè meno! Oh! vi conosco, ma non mi fate paura. Io non voglio avere alcun rapporto con individui come voi. Voi non siete altro che un fannullone. Non vorrete farmi imbestialire perchè mi capita di sposare vostra sorella, vero?... Perchè non vi procurate del lavoro e non vi guadagnate la vita onestamente? Rispondete un po’ a questo!
Martin fece appello a tutta la sua filosofia, frenò la collera che incominciava a sentire e riappese il ricevitore, con un lungo sibilo ironico. Poi venne la reazione e il senso angoscioso della solitudine. Nessuno lo capiva; nessuno si curava di lui, tranne Brissenden, che però era scomparso, Dio sa dove.
Cadeva il crepuscolo, quando Martin uscì dalla bottega del fruttivendolo e si diresse verso casa, con le provviste sotto il braccio. All’angolo della via, s’era fermato un tranvai, ed egli, riconoscendo una figura famigliare che ne discendeva, si sentì il cuore balzare dalla gioia. Era Brissenden, e Martin potè vedere, alla luce dei fanali del tranvai che si moveva, che le tasche di Brissenden erano piene di libri, da un lato, di whisky, dall’altro.
CAPITOLO XXXV.
Brissenden non spiegò la ragione della sua lunga assenza, e Martin, da parte sua, non cercò di saperla. Egli era contento di vedere il volto cadaverico del suo amico, dirimpetto, davanti a un bicchiere di «toddy» fumante.
— Neppure io sono rimasto in ozio. — annunziò Brissenden, quando Martin ebbe fatto un resoconto del suo lavoro. E, tratto dalla tasca del soprabito un manoscritto, lo porse a Martin, che ne lesse il titolo, con curiosità, poi guardò l’altro con aria interrogativa.
— Sì, proprio così; — fece Brissenden ridendo. — Mica male come titolo, eh?... _Effimero_... proprio la parola che ci voleva. E voi ne siete il responsabile, giacchè si tratta del vostro uomo, della creatura inorganica, momentaneamente animata, il più evoluto degli effimeri, che un grado di più di calore fa schiudere. Io l’avevo in mente, e ho dovuto scriverlo per liberarmene. Ditemi che ne pensate.
La faccia di Martin, dapprima colorita da vivacità, impallidì, leggendo. Era arte pura: la forma vinceva la sostanza, compresa nei suoi atomi più imponderabili; e Martin, estasiato, sentì lacrime di ammirazione salirgli agli occhi e un brivido scuotergli tutta la persona. Era un lungo poema di sei o settecento righe, fantastico, terrificante, inaudito, sovrumano; trattava dell’uomo e dei suoi rapporti ultimi con la sua anima, tastoni, attraverso gli abissi dello spazio, e questa interrogava, a testimonianza, i soli spenti e i riflessi dell’arcobaleno. Era un’orgia di immagini, la folle ebbrezza di un moribondo che ora singhiozza sottovoce e subito dopo si lancia, pieno di selvaggia speranza, al ritmo disordinato d’un cuore che si spegne. Maestosamente, il poema s’innalzava sino al tumulto gelido delle lotte stellari, al caos dei soli raffreddati e all’incendio delle nebulose illuminanti le tenebre dell’infinito. E attraverso tutto ciò, strideva, incessante e fragile, simile a un brivido cristallino, la debole voce flautata dell’uomo, gracile pigolìo tra il fracasso dei pianeti e lo scricchiolìo dei mondi.
— Non esiste nulla di simile in letteratura, — fece Martin quando potè parlare. — È inaudito! Ne ho le vertigini, ne sono ebbro! Questo problema prodigioso, eterno, continuo, il vagito dell’uomo, risuona sempre al mio orecchio; come la marcia funebre d’una zanzara tra il barrito degli elefanti e il ruggito dei leoni. L’insaziabilità del desiderio microscopico. Io so che sono ridicolo in questo momento, ma la colpa non è mia. Voi siete... non so... voi siete inaudito, ecco... Ma come fate? Come fate? — Martin interruppe un momento la sua rapsodia, poi riprese con foga. — Io non scriverò mai più... non sono altro che un tetro artiere. Voi mi mostrate che cosa sia il genio. Il genio! più che il genio. Ogni rigo è bulinato nel diamante della verità. Io mi domando se ve ne rendiate conto, razza di dogmatico!... È il verbo del profeta che parla mediante l’olifante bronzeo del Cosmo, e i cui ritmi possenti sono luce e splendore. E ora, basta! Io sono schiacciato, vinto. Però, una parola: permettete che mi occupi della pubblicazione!
Brissenden ghignò.
— Neppure una delle riviste della cristianità oserà mai pubblicarlo, lo sapete bene!
— Son sicuro, invece, che tutte vi si precipiteranno su. Esse non ricevono tutti i giorni roba simile. Non è il poema dell’anno: è il poema del secolo.
— Ho una gran voglia di prendervi alla lettera!
— Non siate cinico, — consigliò Martin. — Gli editori non sono tutti idioti; e voglio proprio accettar la scommessa. Scommetto tutto ciò che volete, che _Effimero_ sarà accettato alla prima o alla seconda offerta.
— Una cosa sola m’impedisce di mantener la scommessa. — E Brissenden tacque un momento. — Quel coso lì è solido, la cosa più solida che io abbia fatto. È il mio canto del cigno: io ne sono orgoglioso, e l’ammiro; è migliore del whisky. È la realizzazione del mio sogno giovanile, quando ero un adolescente dalle dolci illusioni, dal puro ideale. E ora che ho concretato, prima di morire, questo sogno di tutta la mia vita, non voglio ch’esso sia mercanteggiato, manipolato, insudiciato da una mandria di porci. No, rinunzio alla scommessa. Questo poema è mio, è la mia opera, e un po’ anche la vostra.
— Ma pensate agli altri! Il compito della bellezza è di dar gioia.
— Questa bellezza mi appartiene.
— Non siate egoista!
— Non sono egoista. — Brissenden accennò un ghigno leggero, com’era solito di fare prima di dire qualche cosa che lo divertiva. — Io non sono più egoista d’un cane affamato.
Invano Martin tentò di fargli mutare idea: l’altro dichiarò che il suo odio per le riviste illustrate era morboso; e ch’egli si comportava in modo più spregevole del giovane Erostrato che bruciò il tempio di Diana a Efeso. Brissenden ricevette una valanga di ingiurie, con aria soddisfatta, mentre sorbiva il suo «toddy», e gli affermò che esse erano giustissime, fuorchè riguardo agli editori. Il suo odio contro costoro non conosceva alcun limite, e su questo argomento, il suo vocabolario non era mai a corto d’ingiurie, superando di molto quello di Martin.
— Copiatemi quegli scarabocchi a macchina, — diss’egli. — Sarà fatto molto meglio che non da qualsiasi dattilografa! E ora, permettetemi qualche consiglio. — Egli trasse, dalla tasca esterna del suo soprabito, un voluminoso manoscritto. — Ecco la vostra «Vergogna del Sole»; l’ho letto, non una, ma tre o quattro volte, e quest’è il più gran complimento che possa farvi.
Dopo ciò che m’avete detto di _Effimero_, non posso far altro che tacere. Però lasciatemi dire questo: Quando «La Vergogna del Sole» comparirà, meraviglierà, susciterà discussioni che vi daranno una grande notorietà.
Martin si mise a ridere.
— Non manca altro che questo: che abbiate l’audacia di consigliarmi di sottoporlo all’esame delle riviste illustrate!
— Se volete che appaia, certo, no! Offritelo a una casa editrice di prim’ordine: potrete incappare in un tipo così matto o ubriaco, che può darsi che l’accetti. L’essenza stessa, il sangue concentrato di tutto ciò che avete letto di bello, filtrato attraverso l’alambicco del cervello di Martin Eden, è espresso ne «La Vergogna del Sole «, e Martin Eden, un giorno, sarà celebre in gran parte a causa di quest’opera. Dunque, mi farete il piacere di cercare un editore al più presto possibile.
Brissenden si fermò parecchio tempo, quella sera; poi, quand’era già sulla predella del tranvai, si voltò vivamente verso Martin e gli lasciò in mano un pezzetto di carta tutto gualcito.
— Su, prendete questo, — disse. — Sono stato alle corse, oggi, e ho avuto fortuna.
Il campanello suonò e il tranvai si mosse lasciando Martin sul rialzo della via, a domandarsi che potesse essere quel pezzo di carta untuosa. Ritornato in camera sua, egli vide che era un biglietto da cinquecento. E non ebbe alcuno scrupolo ad accettarlo, prima di tutto, perchè sapeva che il suo amico era ben provvisto di danaro, e poi perchè era assolutamente sicuro di poterglielo restituire un giorno. Il giorno dopo pagò tutti i suoi conti, diede tre mensili anticipati a Maria, e disimpegnò tutto ciò che aveva portato al Monte di Pietà; poi comprò il regalo di nozze per Marianna, e dei regali di Natale per Ruth e Geltrude. Finalmente condusse tutta la tribù dei Silva per Oakland, e, mantenendo la sua promessa, sebbene con ritardo di qualche mese, comprò a tutti, compresa Maria, quelle scarpe. Trombette, bambole, chilogrammi di dolciumi, ingombrarono finalmente le braccia dei sette marmocchi, storditi dalla gioia.
Proprio nel momento in cui entrava con Maria in una pasticceria, seguito da quella straordinaria processione che gli si premeva alle calcagna, in cerca d’una gigantesca caramella d’orzo, egli incontrò Ruth e sua madre. La signora Morse ne fu urtata. Ruth rimase male, giacchè aveva una certa cura delle apparenze, e la vista del suo innamorato che dava il braccio a Maria e si trascinava dietro un’orda di piccoli cenciosi, non era tale da lusingarla. Ma lei non diede tanta importanza all’incidente; ciò che l’affliggeva soprattutto era il fatto che lei vedeva, in ciò, l’impossibilità di fargli rompere i rapporti con quell’ambiente. Ma c’era dell’altro: egli ostentava la cosa apertamente, di fronte alla gente della sua classe, della classe sodale di lei. Veramente, era un po’ troppo spinto: sebbene il fidanzamento con Martin fosse mantenuto segreto, la loro lunga intimità aveva dato motivo a pettegolezzi, cosicchè nei negozi lei aveva visto che parecchia gente che conosceva aveva sbirciato il suo innamorato e lo strano seguito. Angusta e convenzionale com’era, mentre Martin era generoso e liberale, le riusciva impossibile innalzarsi al disopra degli eventi. Lei rimase dunque punta sul vivo, ulcerata nel profondo dell’anima, a tal punto che, quando andò da lei, dopo, Martin, conservò in tasca il regalo di Natale, aspettando un’occasione più favorevole. Ruth, in lacrime, piangente di vergogna e di collera, fu per lui una rivelazione. Egli si disse che era un bruto, ma senza sapere propriamente nè il come nè il perchè; giacchè l’idea d’aver vergogna dei suoi amici non gli venne neppure per un momento nella mente, così come gli parve che Ruth non potesse in alcun modo aversene a male, perchè egli aveva dato un po’ di felicità ai Silva, pel Natale. Poi, quando Ruth gli ebbe spiegato il suo modo di vedere, egli comprese, e la considerò come una debolezza propria delle donne, di cui persino le migliori, risentono.
CAPITOLO XXXVI.
Per prima cosa, Martin, la mattina dopo, fece come voleva Brissenden, seguendone i consigli. Egli incominciò con lo spedire «La Vergogna del Sole» a «_L’Acropoli_«, pensando che se riusciva a farlo pubblicare da una rivista, una casa editrice glie l’avrebbe pubblicato, poi, più facilmente. Mandò anche «L’Effimero» a una rivista.
A dispetto di quella vera _rivistofobia_ di cui soffriva Brissenden, Martin era deciso a far sì che quel meraviglioso poema vedesse la luce; non perchè credesse di poter permettersi di farlo pubblicare contro la volontà di Brissenden, ma perchè, se una grande rivista lo avesse accettato, sperava di ottenere il consenso dell’amico. Quella mattina, Martin cominciò un racconto abbozzato alcune settimane prima e che lo assillava continuamente. Doveva essere un racconto del secolo ventesimo, e la scena avvenire sul mare, piena di avventure romanzesche, in un modo reale, fra personaggi reali, in condizioni verosimili. Ma attraverso la trama pittoresca del racconto, vi sarebbe stata un’altra cosa che un lettore superficiale non avrebbe sentita forse e che avrebbe avuto tutto il suo valore per colui che avesse saputo leggere fra le righe.
«Troppo tardi» doveva esserne il titolo, e il racconto doveva comprendere un minimo di sessantamila parole, — un’inezia, data la facilità con la quale egli scriveva.
S’immerse quel giorno nel lavoro, col senso delizioso dell’artefice che sa maneggiare i suoi istrumenti e non teme che un movimento maldestro gli guasti il lavoro. I suoi lunghi mesi d’applicazione e di studio davano i loro frutti: ora, sorvolando sui particolari, egli poteva applicarsi con mano sicura a segnar le grandi linee d’un opera, e d’ora in ora, si rendeva conto, come mai prima, del modo solido e largo col quale capiva la vita e le cose della vita. — Per merito di Spencer, diss’egli tra sè, interrompendo per un minuto lo scrivere. — Sì, egli doveva a Spencer il fatto che possedeva ora il segreto della vita: l’evoluzione.
Sentì che ciò che scriveva sarebbe stato opera d’ampio respiro. «Così va bene! così va bene!» si ripeteva egli senza tregua.
Finalmente aveva scoperto il genere di cose che sarebbe piaciuto necessariamente alle riviste illustrate; e tutta la storia gli folgorò davanti. S’interruppe per inserire nel suo taccuino, un lungo capitolo, l’ultimo di «Troppo tardi!» Tutto il libro era così perfettamente composto nel suo cervello, che egli avrebbe potuto scriverlo dal principio alla fine. Lo paragonò ai racconti dei marinai che egli conosceva; — Non ce n’è che uno solo che possa reggere al paragone, — mormorò ad alta voce; — ed è Conrad. E anche lui potrebbe venire a stringermi la mano e dirmi: «Va bene, Martin, ragazzo mio!»
Lavorò tutto il giorno, ricordando sino all’ultimo momento il pranzo in casa dei Morse. Con l’aiuto di Brissenden, egli aveva potuto disimpegnare il vestito nero, così che era in condizioni di recarsi a pranzo in città. Prima egli corse in una libreria a comperare il «Ciclo della Vita», un saggio su Spencer, di cui Brissenden gli aveva parlato. Salito sul tranvai, egli l’aprì, e a mano a mano che leggeva, cresceva in lui la collera: col sangue al volto, le mascelle strette, egli chiudeva e riapriva i pugni, come per afferrare e spezzare qualche cosa odiosa. Sceso dal tranvai, andò su e giù furiosamente lungo il marciapiede, e suonò alla porta dei Morse, con tale impeto che, calmatosi a un tratto, sorrise egli stesso della sua collera. Appena entrò in casa dei Morse, si sentì oppresso. Borghesi, bottegai, li aveva chiamati Brissenden... Ma che importava? — fece egli tra sè, con sdegno. — Egli sposava Ruth e non la famiglia.