Martin Eden

Part 23

Chapter 233,767 wordsPublic domain

— Certo; solo gl’imbecilli lo credono; facendo i rimaiuoli, sì. Guardi Bruce e Virginia Spring e Sedgwick, per esempio: se la cavano con buona grazia. Ma la poesia, la vera? Sa come Vaughan Marlow si guadagna da vivere? È professore di liceo in Pennsylvania; e di tutti gl’inferni, quello porta la palma. Io non accetterei il suo posto, neanche in cambio di cinquant’anni di vita. Eppure, le sue opere spiccano sul grigiore dei versificatori contemporanei come una rosa fra i cardi. E sapesse che cosa dicono di lui i critici! Che sinistri idioti sono tutti quanti!

— Gli uomini senza talento sfogano la loro rabbia giudicando coloro che ne hanno, — confermò Martin. — Io sono rimasto stupito dalla montagna di sciocchezze che hanno scritto su Stevenson e la sua opera.

— Vampiri e arpie! — brontolò Brissenden, digrignando i denti, come per mordere. — Sì, conosco questa razza d’animali; essi gli danno addosso a beccate, a proposito della lettera al padre Damiano: lo analizzano, lo pesano.

— Lo misurano a palmi, secondo la misura della loro nullità. — fece Martin.

— Sì, è così, ben definito! Essi sconciano e insozzano la Verità, la Bontà, la Bellezza, pur battendogli sul dorso e dicendogli: «Buon Fedele! buon cane!» Puah! Riccardo Realfe, la notte in cui morì, li chiamò «piccoli feti ciarlieri».

— Si piluccherebbero le stelle a una a una, col loro becco, — proseguì Martin, con calore. — Io ho scritto una satira, a questo riguardo, sui critici e sui rivistai, specialmente.

— Ah, faccia vedere, — pregò Brissenden, con insistenza.

Martin allora disseppellì una copia di «Polvere di stelle», e Brissenden lesse, ridendo, sottecchi, fregandosi le mani, dimenticando del tutto di bere il suo _toddy_.

— Ma anche lei mi sembra polvere di stelle gettata in un mondo di nomi ciechi, — fece egli poi. — Naturalmente, non è stato accettato da una rivista di prim’ordine?

Martin sfogliò le pagine d’un taccuino.

— È stata rifiutata da ventisette riviste.

Brissenden s’abbandonò a un lungo scroscio di risa allegre, interrotto da un colpo di tosse.

— Senta, non mi dirà che non ha coltivato le muse, — disse poi quand’ebbe ripreso fiato. — Mi faccia vedere qualche cosa.

— Non legga, ora, — pregò Martin. — È meglio chiacchierare. Io ne farò un pacchetto che lei porterà a casa.

Brissenden andò via, portando con sè «Il Ciclo d’amore» e «La Peri e la Perla». E il giorno dopo ritornò salutando Martin con un:

— Ne voglio ancora.

E assicurò Martin che era un vero poeta; e Martin comprese che anche l’altro era un poeta sebbene non avesse mai tentato di far pubblicare i suoi versi.

— Vadano a tutti i diavoli questi editori! — rispos’egli a Martin che gli proponeva di occuparsi della pubblicazione dei suoi lavori. — Ami la bellezza per se stessa e lasci in pace le riviste. Ritorni alle navi e al mare, Martin Eden; questo è il consiglio che le dò. Che bisogno ha lei di queste città malsane e putride? Lei si uccide quando cerca di prostituire la bellezza: quest’è la verità. Che cosa mi citava l’altro giorno? Ah, ecco! «Un uomo, ultimo degli effimeri». Ebbene, lei, l’ultimo degli effimeri, che bisogno ha della gloria? Se dovesse conquistarla, essa l’avvelenerebbe. Lei è troppo semplice, elementare! troppo razionale per riuscire in quest’imbroglio. Parola mia! Spero bene che neppure una rivista le pubblichi mai le sue cose: non bisogna essere schiavi che della bellezza. La serva e mandi al diavolo la folla imbecille. Il successo! Il successo è là, nel suo sonetto su Stevenson, che supera «_L’apparizione_« di Henley, e nel «Cielo d’Amore», e nei «Poemi del Mare». La nostra gioia non consiste nel successo che si ottiene, ma nel fatto che si scrive. Io lo so, e anche lei lo sa. La bellezza l’assilla; essa è in lei come un dolore che rode, come una piaga che non vuol cicatrizzarsi, come uno stile di fiamma. E lei vuote mutarla in danaro? D’altra parte, lei non può in nessun modo! Ma mette conto davvero agitarsi per questo?... Legga le riviste durante dieci secoli, e lei non troverà un rigo che valga una parola di Keats. Lasci stare la gloria e la fortuna, firmi un contratto d’imbarco, domani, e ritorni sul mare.

— Non si tratta di gloria, ma d’amore, — disse Martin ridendo. — Sembra che l’amore non occupi un gran posto nel vostro Cosmo: nel mio, la Bellezza è l’ancella dell’Amore.

Brissenden gli lanciò uno sguardo che esprimeva, insieme, pietà e ammirazione.

— Com’è giovane, mio piccolo Martin, com’è giovane! Lei andrà molto in alto, ma le sue ali sono formate da un velo molto delicato, da una peluria finissima; non le sciupi. Ma ormai è già fatto. Il «cielo d’Amore» è stato scritto in onore d’una donna qualunque, ed è un peccato.

— È stato scritto anche a gloria dell’amore, — ribattè Martin, allegramente.

— La filosofia della folla, — continuò l’altro. — I sogni dello _haschich_ me ne hanno insegnato tanto. Ma badi! La grande città, i filistei, la fanno perdere. Per esempio! guardi quel covo di commercianti dove l’ho incontrato: non è altro che putridume. È impossibile conservare la propria personalità in un’atmosfera simile: non ce n’è uno là dentro, uomo o donna, che valga qualche cosa: non sono altro che stomaci guidati da pregiudizî intellettuali e artistici...

Egli s’interruppe bruscamente, guardò Martin e indovinò a un tratto la verità; il suo viso assunse a un tratto un’espressione d’orrore stupefatto!

— E per lei ha scritto questo meraviglioso «Ciclo d’Amore»! per quell’insignificante pupattola raggrinzita!...

Ma non aveva finito di pronunziare queste parole che la mano di Martin l’aveva afferrato alla gola, e lo scuoteva furiosamente, come un fox-terrier scuote un topo. Senonchè negli occhi dell’altro, Martin non vide alcun segno di spavento, ma una curiosità divertita e ironica. Ridiventato padrone di sè, egli lasciò la presa, e Brissenden andò a finire sul letto, dove rimase un minuto, ansante, tentando di riprender fiato, e poi rise dolcemente.

— Le sarei rimasto grato in eterno, se avesse spento la fiamma! — disse lui.

— Ho i nervi scoperti, in questo momento, — disse Martin, scusandosi. — Spero che non le abbia fatto male! Aspetti! preparo un altro «_toddy_«.

— Ah, giovane Ercole! — proseguì Brissenden. — Io mi domando se lei è cosciente della sua forza fisica! Lei ha una diavola di forza, lioncello mio! Soltanto, disgraziatamente... lei sconterà questa bella forza.

— Che intende dire? — domandò Martin con curiosità, porgendogli un bicchiere pieno. — Su, mandi giù questo, per cortesia.

— A causa... — Brissenden inghiottì il suo «toddy», con una smorfia di soddisfazione, — a causa delle donne, che la tormenteranno sino alla morte, come l’hanno già tormentato, se non m’inganno grossolanamente. — No, è inutile strozzarmi; dirò quello che debbo dire. Certo è che questo è il primo capriccio, ma per amor della Bellezza, scelga meglio, la prossima volta! Che diavolo vuol farsene lei di una borghesuccia? Lasci stare, dunque: si scelga qualche bella creatura di fiamma e di voluttà, che rida della vita, che si beffi della morte, innamorata dell’amore. Essa l’amerà come uno qualunque di questi gracili prodotti delle serre calde della borghesia.

— Gracili? — protestò Martin.

— Proprio: gracili e timorosi, timorosi davanti alla vita e confitti nella piccola morale meschina inculcata loro da gente confitta nelle meschinità. Esse l’ameranno, Martin, ma ameranno soprattutto la loro piccola morale. A lei occorre il magnifico abbandono di se stesso, una grande anima libera, una farfalla splendida, e non la piccola tignuola grigia. Oh! lei si stancherà molto presto, d’altra parte, di queste puerilità femminili, se avrà la disgrazia di vivere; ma lei non vivrà; lei non ritornerà alle sue navi e al suo mare, ma si trascinerà per le città putride, sino al momento in cui sarà rôso dal disgusto, e allora morrà.

— Mi biasimi sinchè vuole, — fece Martin, — ma non mi farà mutare idea. In fondo, lei giudica a seconda del suo temperamento, e io giudico secondo il mio, che è diverso.

Infatti, le loro idee sull’amore, sulle riviste, su molte altre cose erano diverse, ma essi si piacevano l’un l’altro; e Martin provava una profonda simpatia pel suo nuovo amico.

Si videro ogni giorno; tutti i giorni Brissenden andava a passare un’ora nella cameretta ingombra. Egli portava regolarmente il suo quarto di whisky, e quando pranzavano insieme, beveva dello «Scotch and Soda» durante il pasto. Era sempre lui che pagava, e per mezzo di lui Martin conobbe tutte le raffinatezze del cibo, e per la prima volta bevve dello Champagne e del vino del Reno.

Senonchè Brissenden rimaneva un enigma; contrariarmente alla sua apparenza ascetica, egli era, con tutta la forza declinante del suo sangue impoverito, un voluttuoso. Incurante della morte, pieno d’amarezza e di cinismo davanti alla vita, quel moribondo adorava la vita, nelle sue minime manifestazioni. Voleva godersi la vita sino all’ultima goccia, vibrare sino all’ultimo brivido, «per riconquistare senza rimpianto il mio posticino d’atomo nel Gran Tutto donde provengo», si diceva egli. Egli aveva tentato tutti i paradisi artificiali, molte cose strane, cercando nuovi brividi, sensazioni inedite. Raccontò a Martin che aveva passato tre giorni senza bere, appositamente, per provare le squisite delizie della sete soddisfatta! Ma Martin ignorò sempre chi fosse, che cosa fosse. Era un uomo senza passato, dall’avvenire tetro, dall’amaro presente, pieno di desiderî febbrili.

CAPITOLO XXXIII.

E Martin lentamente, — ma sicuramente, — perdeva la battaglia. Sebbene facesse economia, il giornalismo non gli dava da vivere abbastanza. Quando fu la festa nazionale, poichè il suo vestito nero si trovava nuovamente al Monte di Pietà, egli non potè accettare l’invito a pranzo fattogli dai Morse. Ruth ne fu desolata e Martin disperato. Egli allora dichiarò che sarebbe andato lo stesso, che sarebbe andato a San Francisco a richiedere le venticinque lire che gli erano dovute, in modo da poter disimpegnare il vestito.

Nel mattino, prese in prestito da Maria cinquanta centesimi. Avrebbe preferito chiederli a Brissenden, ma quel bel tipo era scomparso; Martin non lo vedeva da quindici giorni, e si scavava il cervello per sapere se lo aveva urtato in qualche modo; ma invano. Con i cinquanta centesimi di Maria, Martin potè prendere il vaporetto per San Francisco; e durante tutta la lunghezza di Market-Street non fece altro che domandarsi che avrebbe fatto nel caso in cui non gli avessero dato il danaro. Non avrebbe potuto ritornare in alcun modo a Oakland, giacchè non conosceva a San Francisco nessuno che gli potesse prestare cinquanta centesimi.

La porta della redazione della _Transcontinental_ era socchiusa, e Martin, che s’accingeva a spingerla, si fermò udendo una voce proveniente dall’interno, che gridava:

— Qui non si discute, signor Ford, (Martin sapeva, per uno scambio di lettere, che Ford era il nome dell’editore). Si tratta di sapere se lei è pronto a pagare in danaro contante! L’avvenire della _Transcontinental_ non m’interessa per nulla, e ciò che lei si propone di fare l’anno venturo, mi lascia freddo. Io voglio essere pagato, e le giuro che il numero di Natale non sarà stampato se non avrò avuto tutta la somma. Buon giorno! Quando sarà pronto venga a trovarmi.

La porta s’aprì con violenza, e un uomo furibondo ne balzò fuori e scomparve lungo il corridoio, bestemmiando e stringendo i pugni.

Martin, pensando che era preferibile non entrare immediatamente, attese un quarto d’ora nell’atrio, poi spinse la porta ed entrò. Era la prima volta che penetrava in uno studio editoriale; ed era evidentemente inutile presentare un biglietto di visita, giacchè un fattorino, schiudendo un’altra porta, annunziò colla massima semplicità che «c’era uno che voleva parlare col signor Ford». A un cenno del fattorino, Martin s’avanzò, e fu introdotto nel santuario sacrosanto. Egli rimase molto colpito dal massimo disordine della camera; poi vide un giovane fornito di basette, seduto davanti a uno scrittoio cilindrico, che lo sbirciava con curiosità. Martin si stupì della serenità di quella faccia: era evidente che il litigio col tipografo non lo aveva turbato gran che.

— Io sono... io sono Martin Eden, — disse Martin, che ebbe voglia di aggiungere: — e pretendo le mie venticinque lire! — ma date le circostanze, non volle spaventare l’editore. Con grande sorpresa di Martin, il signor Ford saltò in piedi con un «Impossibile!» entusiasta, e strinse tutt’e due le mani di Martin, con molta cordialità.

— Non so dirle come sia felice di conoscerla, signor Eden! Spesso mi sono domandato che aspetto avesse, lei.

E qui, indietreggiò, per osservare meglio Martin, e con uno sguardo intenerito percorse il misero vestito, i cui calzoni, però, serbavano la piega, per merito dei ferri di Martin.

— Però le confesso che me lo immaginavo molto più vecchio. Il suo articolo rivelava tanto vigore, tanta profondità, tale maturità, un tale respiro!... Un capolavoro, quel racconto! Già al sesto rigo m’ero fissato. Le racconterò come l’ho detto. Ma no, venga qui, che le presento prima di tutto la redazione.

Così parlando, il signor Ford lo condusse in un altro studio dove lo presentò al suo socio, signor White, piccolo uomo mingherlino dalle basette setolose e brizzolate che pareva tremare come per un freddo continuo.

— È il signor Ends, signor Eden. Il signor Ends è nostro gerente.

Martin strinse la mano d’un uomo calvo, dall’occhio vivace, dal viso apparentemente giovanile, almeno quel tanto che si vedeva, giacchè era quasi tutto nascosto da una barba come neve, pettinata con cura, dalla mano della signora Ends, tutte le domeniche.

I tre uomini circondarono Martin, parlando tutti insieme e nel modo più ammirativo, così ch’egli si domandò se tutto ciò non fosse il risultato d’una scommessa.

— Noi ci siamo domandati perchè lei non venisse, — diceva il signor White.

— Non avevo i soldi pel tranvai, e abito dall’altra parte del golfo, — rispose Martin, deciso a mostrare il suo urgente bisogno di danaro. Certamente, si disse, questi cenci gloriosi sono un’indicazione abbastanza eloquente!

Di tanto in tanto, appena l’occasione si presentava, egli accennava allo scopo della visita; ma i suoi ammiratori facevano l’orecchio sordo. Gli cantavano le lodi, gli raccontavano ciò che avevano pensato del suo racconto, a prima vista, poi ciò che le loro mogli e i loro parenti ne avevano pensato, ma non manifestavano neppure la minima intenzione di esprimere la loro ammirazione in modo più rimunerativo.

— Le ho detto come ho letto la sua novella la prima volta? — disse il signor Ford. — Ma no, naturalmente. Ebbene! tornavo da New-York e, quando il diretto si fermò a Agden, il _groom_ corse a portarmi l’ultimo numero della _Transcontinental_.

— Perdinci! — fece tra sè Martin, — tu ti permetti il lusso di viaggiare in Pulman mentre io crepo di fame a causa delle venticinque lire che non mi dai. — E si sentì come sommerso da un’ondata di collera. Il torto fattogli dalla _Transcontinental_ gli parve enorme; tutti quei lunghi mesi di vana attesa, di privazioni e di fame gli sorsero davanti agli occhi, e, con lo stomaco morso da una brutta bestia, ricordò di non aver mangiato dal giorno prima, e, quel giorno, così poco, che non era il caso di parlarne neppure. Immediatamente vide rosso. Quelli non erano neppure dei briganti, ma dei vili imbroglioni! Con promesse false e menzogne, lo avevano derubato del racconto. Ebbene, avrebbero visto! E giurò di non metter piede fuori dell’ufficio, senz’avere avuto il danaro. Ricordò che senza quel danaro non poteva ritornare a Oakland. Con uno sforzo egli si dominò, ma era tale la sua espressione di belva affamata, che i tre complici ne parvero inquieti. Essi parlarono con maggiore volubilità; il signor Ford ricominciò a raccontare come aveva letto la prima volta «L’appello delle Campane», e il signor Ends, nello stesso tempo, si sforzava di ripetere il giudizio della nipote su «L’Appello delle Campane»: sua nipote era istitutrice ad Alameda.

— E ora, — finì col dire Martin, — se vogliono sapere perchè sono venuto, lo dirò: sono venuto per aver pagato il racconto che piace tanto a tutti loro. Se ben ricordo, mi avevano promesso 25 lire, alla pubblicazione.

Il mobile viso del signor Ford espresse subito la più entusiastica accondiscendenza: egli fece l’atto di frugarsi in tasca, poi si voltò verso il signor Ends e gli disse d’aver lasciato il suo portamonete in casa di lui, del signor Ends. Il signor Ends, con aria molto scontenta, fece il gesto di proteggere la tasca dei suoi calzoni dove Martin, — a giudicare della mossa, — capì che doveva essere il denaro.

— Sono proprio desolato, — fece il signor Ends, — ma ho pagato il tipografo, un’ora fa, e non mi è rimasto un soldo. Certo è una leggerezza da parte mia rimanere talmente sprovvisto, ma ho dovuto anticipare, e l’acconto dato al tipografo è stato una spesa proprio imprevista.

I due uomini si voltarono con aria interrogativa verso il signor White, ma questo gentiluomo si mise a ridere e scosse le spalle. Costui almeno aveva la coscienza pulita; era entrato nella redazione della _Transcontinental_ per impratichirsi in fatto di letteratura da riviste, e invece, ne aveva, a sue spese, imparato i principî finanziari. La _Transcontinental_ gli doveva quattro mesi di stipendio ed egli sapeva che bisognava tacitare il tipografo prima del socio.

— È davvero ridicolo, signor Eden, essere colti in una posizione così cattiva, — fece il signor Ford con aria disinvolta. — Ma le dirò come faremo: domattina, presto, le mando uno _chèque_. Avete l’indirizzo del signor Eden, non è vero, signor Ends?

Sì, il signor Ends aveva l’indirizzo, e lo chèque sarebbe stato spedito la mattina dopo. Martin, sebbene poco esperto in materia di banche e di _chèques_, non riusciva però a capire perchè non gli dessero quel danaro lo stesso giorno.

— Allora, d’accordo, signor Eden: le manderemo lo _chèque_ domani, — fece il signor Ford.

— Ho bisogno oggi di questo denaro, — rispose Martin, con voce risoluta.

— Che caso sfortunato! se lei fosse venuto un altro giorno... — fece soavemente il signor Ford; ma fu interrotto dal signor Ends, il cui occhio era segno d’un carattere irascibile.

— Il signor Ford ha già spiegato come stanno le cose, — fece egli con accento aggressivo, — e anch’io; lo chèque sarà spedito domani e...

— E io, — tagliò corto Martin, — ho già spiegato che ho bisogno di questo danaro oggi. — Il suo polso si era leggermente accelerato, al tono brusco del gerente, ch’egli vigilava attentamente con un occhio, sicuro che i fondi di cassa della _Transcontinental_ giacevano nella tasca dei calzoni di quel degno gentiluomo.

— È veramente un caso disgraziato, — cominciò il signor Ford.

Ma proprio in quel momento, il signor Ends, spazientito, fece un mezzo giro per lasciar la camera: nello stesso momento, Martin balzò su di lui, e, con una mano gli afferrò la gola in modo tale, che la barba nevosa del signor Ends, sempre impeccabilmente pettinata, puntò verso il soffitto con un angolo di 45°. Atterriti, il signor White e il signor Ford videro il loro gerente scosso come il più volgare tappeto.

— Frugatevi in tasca, venerabile oppressore di talenti giovanili! — consigliò Martin, — frugatevi! o vi scuoto sinchè l’ultimo soldo non vi rotoli dalla tasca. — Poi, rivolto ai due spettatori spaventati. — E voialtri non vi accostate: vi potreste far male.

Il signor Ends, che soffocava, potè manifestare la sua acquiescenza soltanto quando la mano di Martin ebbe allentata la stretta. Dopo ch’egli ebbe frugato nelle sue diverse tasche, quella dei calzoni riversò lire 20.75.

— Rovesciate le tasche! — ordinò Martin.

Caddero altri cinquanta centesimi. Martin fece il conto del risultato del suo _raid_, per esserne sicuro.

— A voi! — gridò al signor Ford. — Mancano ancora 3.75.

Senza aspettare, il signor Ford si frugò nelle tasche ma ne trasse fuori soltanto tre lire.

— Non c’è altro? — interrogò Martin con accento minaccioso, impadronendosi del danaro. — E nelle tasche della giacca?

Per provare la sua buona fede, il signor Ford rovesciò le sue tasche. Ne cadde un pezzo di cartone che egli si accingeva a rimettersi in tasca, quando Martin esclamò:

— Che cosa è? Un biglietto di _ferry-boat_. Datemelo: vale cinquanta centesimi. Ho avuto dunque 24.75, contando il biglietto: mancano ancora venticinque centesimi.

Egli guardò fisso il signor White, e l’ometto debole, tutto tremante, glieli porse subito.

— Grazie, — disse Martin rivolto a tutti e tre i giornalisti. — Vi auguro il buon giorno.

— Brigante! — sibilò il signor Ends, quando vide Martin sull’uscio.

— Vilissimi ladri! — fece Martin di rimando, sbattendosi la porta alle spalle.

Martin era in un umore così gaio, che ricordando che _La Vespa_ gli doveva 75 lire per «La Peri e la Perla», decise subito di andar là, e di farsele dare, nello stesso modo, se occorreva. Ma la redazione de _La Vespa_ era composta d’una banda di solidi giovanotti, filibustieri autentici, che rubavano tutto, e a tutti, e si derubavano a vicenda. Dopo aver messo sottosopra il mobilio dell’ufficio, l’editore, un ex-boxeur di professione, aiutato dal gerente, da un agente di pubblicità e dal portiere, riuscì ad espellere Martin e a fargli scendere tutt’un piano, a rotoli.

— Ritornate, signor Eden! saremo sempre felicissimi di vedervi! — gli gridarono dal pianerottolo ridendo.

Martin ghignò rialzandosi:

— Bah! — fece, di rimando, con calma. — Nella _Transcontinental_ c’erano soltanto dei ladri, ma qui, almeno, voi siete tutti campioni di _boxe_.

— Bisogna dire, signor Eden, — gli gridò dall’alto l’editore de _La Vespa_, — che, per poeta, siete abbastanza campione anche voi! Dove dunque, avete imparato quel _cross_ col destro, se è lecito?

— Là dove voi avete imparato quella mezza-nelson, — rispose Martin. — Comunque, avete un occhio pesto.

— Spero che a voi non venga il torcicollo, — disse l’editore, con premura. — E dite un po’: se andassimo a bere un bicchiere tutti insieme?

E così, ladri e derubato bevvero insieme, d’accordo su questo: che aveva vinto il più forte, e che le 75 lire de «La Peri e la Perla» appartenevano di diritto al personale de _La Vespa_.

CAPITOLO XXXIV.

Arturo rimase al cancello, mentre Ruth s’arrampicava per la scaletta di Maria. Essa udì il ticchettìo rapido della macchina da scrivere, e trovò Martin, il quale stava per finire l’ultima pagina d’un manoscritto. Lei veniva ad accertarsi s’egli si sarebbe, sì o no, recato a pranzo da loro il giorno della festa nazionale; ma prima che avesse aperto la bocca, Martin saltò subito sull’argomento di cui era tutto pieno.

— Sentite! lasciatemi leggervi questo! — esclamò raccogliendo i fogli del manoscritto. — È il mio ultimo lavoro, ed è molto diverso da tutto ciò che ho scritto sinora; così diverso, che mi fa un po’ paura... Eppure mi pare che debba andar bene. Giudicatene. È una storia di Hawai, e l’ho intitolata «Wiki-Wiki».

Il suo volto era raggiante di gioia creatrice. Sebbene Ruth fosse rimasta colpita dalle mani gelide di lui e tremasse nella camera non riscaldata, pareva non sentire il freddo. Essa ascoltò attentamente; e, sebbene egli non avesse osservato altro che disapprovazione sul volto di lei, le domandò lo stesso, alla fine della lettura:

— Francamente, che ve ne pare?

— Non ne so niente... — rispose lei. — Credete che questo si venderà?

— Temo di no, — confessò lui. — È troppo forte per le riviste. Ma è vero, parola mia! Proprio così!

— Ma perchè persistere a scrivere cose simili, se sapete che non si vendono? — proseguì lei, inesorabilmente. — Voi scrivete per guadagnarvi da vivere?

— È vero; ma è superiore alla mia volontà. Non ho potuto rinunziare a scrivere questa storia.

— Ma quest’individuo, questo Wiki-Wiki, perchè lo fate parlare così grossolanamente? Voi urtereste i vostri lettori, e certamente questa è la ragione per la quale gli editori vi rifiutano le opere.

— Il vero Wiki-Wiki parlerebbe così!