Part 7
— Ma quelle son pazze, signore!
— E perciò fanno mille volte peggio di queste. Ma neanche queste sono nel loro stato normale, voglio dire in uno stato in cui si possa giustamente giudicare la loro indole, il loro grado d’educazione, il loro modo abituale di sentire e di vivere. Pensi un po’, in questa folla che ci passa davanti, quante donne ci saranno, capaci di fare i sacrifici più generosi per la loro famiglia, che si strappano il pane di bocca per i loro figliuoli, che li allattano fra mille cure, fatiche, privazioni, e quante altre, di quelle che non son madri, faranno lo stesso.
— Questo lo so; ma non giustifica....
— Non dico per giustificare, signora; dico per rendere lei più indulgente. Quelle che a lei più ripugna di vedere in codesto stato di eccitamento scomposto, che paion briache, sono le ragazze. E a me pure. Ebbene, quando le vedo così, io penso, guardandole, a quante di esse hanno visto fin da bambine, forzatamente, i più brutti aspetti della natura umana e del mondo, a quante prima dei vent’anni hanno già avuto dalla vita delle delusioni tristissime, non confortate neppure dalle distrazioni dello spirito e dagli agi materiali, che soccorrono le ragazze infelici della nostra classe sociale; in quante è un vero miracolo che si sia salvato dai contatti inevitabili della volgarità e della brutalità umana la bontà dell’animo, l’affetto per la famiglia, la sincerità dell’amore. E anche penso quanto saranno brevi in loro la gioventù e la bellezza, e quante di esse, dopo aver perduto l’una e l’altra, logorate innanzi tempo dal lavoro avranno una maturità più travagliata dell’età bella, dei figliuoli poveri come loro, e una vecchiaia abbandonata, che finirà all’ospedale. E allora, se è scappata anche a me l’esclamazione che è uscita dalla sua bocca, signora, me ne pento... e me ne vergogno, mi perdoni.
La signora non badò alle sue ultime parole: era tutta intenta alle operaie, che s’erano arrestate sulla piazza, formando un vasto assembramento, intorno al quale accorrevano curiosi da ogni parte. Pareva che tenessero consulta sul dove dirigersi, o che aspettassero un rinforzo d’altre scioperanti; alcune, nel mezzo, agitavano le braccia come se arringassero le compagne, scoppiavano applausi, la folla si rimescolava, il gridìo cresceva.
La signora fu presa da una viva inquietudine. — Chi sa che cosa stanno macchinando, ora! — esclamò. — Ah, fortuna che ci sono ancora dei soldati.
— È giusto — osservò il giovane con un sorriso leggermente ironico, che essa non vide. — Pensi a quanti soldati daranno all’esercito tutte quelle tessitrici.
La signora riattaccò il discorso interrotto. — Ma intanto —, disse — lei che parla di tante virtù, perchè non sono al lavoro le sue protette, invece di star qui a far baccano e a spaventar la gente?
— Andiamo, cara signora: supposto pure che siano qui per puro spasso, bisogna convenire che si danno di questi spassi assai di rado, perchè li pagan troppo cari. Vogliamo contare cinque giorni dell’anno? Ebbene, pensi che in tutti gli altri trecento e sessanta, escluse le domeniche, quando lei si sveglia, esse sono già al lavoro da due ore; che quando la sera lei ritorna a casa a desinare stanca del suo giro di visite, esse staranno ancora al lavoro altre due ore, e che son lì, tutti i giorni, anche nei mesi che lei passa sul mare, o in collina, o in montagna, e che la maggior parte, con dieci ore almeno di fatica quotidiana, non guadagnano quanto occorre giornalmente a lei per l’acqua da profumarsi. A lei, che è buona e ragionevole, non pare scusabile che facciano del chiasso qualche volta per migliorare un po’ la loro condizione?
— Migliorare! — rispose la signora. — Ma quasi sempre.... Ma nel caso presente, per esempio, hanno delle pretensioni esorbitanti; tutti lo dicono; i padroni non possono; si dovrebbero ridurre sul lastrico, per contentarle....
— Un momento, signora. Supponiamo pure che siano in errore, che abbiano delle pretensioni inappagabili: il fatto è che esse non lo credono. Ecco il punto. Credono fermamente che i padroni possano: facendo dei sacrifici, si capisce. Come può pensare che, se non credessero questo, farebbero quello che fanno, che, se stimassero impossibili ai loro padroni le concessioni che loro domandano, vorrebbero, smettendo il lavoro, costringerli a chiuder le fabbriche, e ridursi a perdere per conseguenza anche quel pezzo di pane che ora si guadagnano? Dunque sono in buona fede, dunque sono scusabili. E lo sono anche per un’altra ragione. Esse vedono intorno a sè, in tutte le forme più appariscenti, il lusso, la prodigalità, lo sperpero: capiscono vagamente che tutto questo esce in grandissima parte dal lavoro delle classi a cui appartengono: domandano che una parte maggiore del frutto del loro lavoro rimanga a loro invece di convertirsi in superfluo per gli altri: a chi hanno da rivolgere questa domanda se non a chi le fa lavorare? Sbaglieranno; quei tali appunto a cui si rivolgono, nel caso attuale, non potranno contentarle; ma sono pure i soli nei quali esse possano fondare la loro speranza; se fanno male i conti, sono compatibili, e anche se non credono al _non possumus_ che loro si oppone, perchè sanno che è una risposta che si dà quasi sempre, e spesso anche dal ricco al povero che gli chiede un soldo. Si lasci intenerire un poco, signora. Basta un po’ d’immaginazione per questo. Pensi come debbono aver mangiato stamani quelle donne, e a che tavola sederanno questa sera, e domani; si raffiguri le loro povere case, la loro vita di tutti i giorni, il centesimo lesinato, l’ansietà continua del giorno che verrà, le sere eterne che passano ad aspettare con trepidazione il marito o il padre che non torna, e i mille «no» dolorosi con cui debbono rispondere ai mille desideri dei loro bambini, tentati nella grande città da tante cose desiderabili, che essi credono fatte per loro come per gli altri.
— Io saprei sopportare tutti questi sacrifici, se la necessità me li imponesse —, rispose con accento d’alterezza la signora. — Molte donne della nostra classe li hanno affrontati coraggiosamente nel periodo della rivoluzione nazionale.
— Lo credo di lei, e delle altre lo so. Ma convenga che chi non si trova in tale necessità deve usare qualche indulgenza verso quelli che vi si trovano, perchè tra il sentirsi capaci di patire e il patire c’è qualche divario. E poichè lei mi ricorda i sacrifici fatti dalle «signore» alla rivoluzione, mi permetta di dirle ancora una cosa. È vero: molte, in quel tempo, hanno sopportato nobilmente povertà, esilio, separazioni dolorose. Ma crede lei che esse e i loro mariti e i figliuoli avrebbero fatto quanto fecero se avessero potuto prevedere che, liberata e unificata la patria, il popolo sarebbe rimasto perpetuamente nelle stesse condizioni materiali e morali in cui si trovava allora? Non crede invece che li eccitasse sopra tutto all’opera la speranza, anzi la certezza che con la libertà e l’unità nazionale sarebbe cominciato un grande movimento d’ascensione delle classi popolari verso uno stato migliore di vita, economicamente migliore per prima cosa, poichè la miseria è il primo degli impedimenti a ogni progresso civile? E crede che questo movimento d’ascensione, sperato allora, considerato come l’ultimo e più santo scopo d’ogni lotta, e desiderato adesso da quanti hanno cuore e ragione, perchè è giusto, perchè è necessario, perchè è l’adempimento d’una legge del mondo, crede lei che si produrrebbe se il popolo lavoratore, se queste donne come tutti gli altri non chiedessero, non si accordassero per strappare delle concessioni, non si agitassero a quando a quando per sferzare l’inerzia delle classi superiori, per ricordarci le promesse dei nostri padri, e anche per impaurire l’egoismo dei soddisfatti?
La signora non rispose.
— E non pensa pure, signora, che l’inquietudine che essi ci danno con questi perturbamenti dell’ordine sia per la maggior parte di noi una piccola espiazione dovuta del non aver fatto per loro quanto potevamo, del non pensare a loro che quando vi ci costringono?
La folla delle scioperanti s’era riformata in colonna, e s’allontanava. Un’operaia, che era rimasta indietro, passò sotto le finestre correndo, per raggiungere le compagne. Era incinta.
— Anche quella! — esclamò la signora, accompagnando la sua corsa faticosa e scomposta con uno sguardo nel quale, però, appariva un sentimento più di pietà che d’avversione.
Il giovane le disse: — Sentiamo un po’, signora: sarebbe in collera anche con lo scioperante che quella porta con sè?
— Con quello no —, rispose la signora con un sorriso che non potè reprimere.
— Ebbene, non lo dev’essere nemmen con la madre perchè, sicuramente, va a gridare con le altre non tanto per sè quanto per lui. Sia certa che la spinge alla corsa l’illusione di sentir la sua voce che le dica: — Va, mamma, va; fatti sentire: avrai forse un pezzo di pane di più, o otterrai almeno di riportarmi a casa dalla fabbrica un’oretta prima.
La signora ebbe uno di quei movimenti involontari della bocca che tradiscono una scossa del cuore; ma cercò di dissimularlo, e disse vivamente, un po’ piccata:
— Ma sa lei che ha parlato come un socialista?
— No, signora —, rispose con dolcezza il giovane —, semplicemente come un cristiano.
Una tempesta in famiglia.
La sera del sei maggio, la casa del cavalier Bianchini sfolgorava per la solita festa dell’anniversario del suo matrimonio. Ma, come accade spesso nelle famiglie, il ricevimento fu preceduto da una burrasca. La signora aveva fatto un colpo di testa. Informata dal marito delle nuove idee del figliuolo Alberto, dopo avergli promesso di serbare il segreto, aveva creduto atto di alta saggezza l’andar di nascosto ad avvertire il suocero «commendatore», affinchè venisse preparato al ricevimento e, giovandosi dell’uditorio che avrebbe fatto eco alla sua voce e rincalzato la sua autorità, ricondusse il giovane alla ragione; e quella sera stessa, a desinare, aveva annunziato al cavalier Bianchini il proprio tradimento con una così baldanzosa sicurezza d’aver fatto bene, ch’egli ne era andato fuor dei gangheri. Quando il buon Moretti, arrivato il primo, entrò nel salotto, col suo viso rosato e ilare di vecchio ottimista, vide ancora il suo amico con una faccia fremente, su cui si confondevano le vampe del Barolo e quelle della collera, e la signora con l’aria altera e ostinata di chi ha difeso tenacemente un’idea
Ma il Bianchini sperava ancora di scongiurare la battaglia a forza di diplomazia. E si mise subito all’opera. Tirato da una parte il Moretti, gli raccomandò, con viso grave, che non facesse, nella serata, cadere il discorso sul _primo maggio_ e sulla questione sociale, perchè, su quell’argomento, sarebbe potuto seguire un urto tra il suocero e il suo figliuolo, che la pensavano diversamente.
— E perchè mai? — domandò il Moretti con meraviglia. — La discussione fa la luce: finirebbero con intendersi.
— Ah! è impossibile! — rispose il Bianchini, e insistè, fin che quegli promise.
Entrarono quasi ad un tempo Alberto e sua moglie, col piccolo Giulio, e il vecchio dottor Geri — padron di casa — insieme col figliuolo e col nipote: un ragazzo di sedici anni, che era scolaro d’Alberto. Questi formavano una triade curiosa: somigliantissimi l’uno all’altro nonostante le grandi differenze d’età: si vedeva che il ragazzo sarebbe stato fra vent’anni il ritratto miniato del padre, e dopo altri venti quello del nonno: erano una dinastia secca e fegatosa; tutti e tre lunghi e un po’ curvi, tutti e tre sorridenti ad un modo, con la contrazione facciale di chi si spazzola i denti. Il vecchio aveva un viso scialbo e sbarbato, che pareva livido per effetto della parrucca nera e degli occhiali affumicati; di sotto ai quali sporgeva un gran naso, incurvato a becco sopra una bocca torta e inquieta, che rivelava i sentimenti non manifestati dagli occhi sempre bassi e vaganti, come se cercassero qualche cosa per terra. Tutti e tre risposero con lo stesso sorriso acre alla cortesia festosa con cui furono accolti; cortesia che il vecchio Geri, come padron di casa, scroccava, essendo tirato a tal segno, che da anni il cavaliere Bianchini ordinava e pagava di proprio ogni minima riparazione, per non spender con lui parole inutili. La sua avarizia era proverbiale anche fuori di casa sua. Non affrancava mai una lettera, non dava mai una mancia, e d’estate, per le strade di Torino, quando arrabbiava dalla sete, prendeva una limonata da mezzo soldo dagli acquaiuoli delle cantonate. E non solo non faceva mai una elemosina, ma la vista d’un mendicante lo esasperava al punto che, se avesse osato, l’avrebbe battuto. Aveva esercitato in altri tempi la medicina, e poi smesso, perchè gli era sfuggita tutta la clientela, a causa della sua indiscrezione. Da anni tutte le gioie della sua vita si riducevano a quella di esser padrone di casa. Per lui un padrone di casa era un cittadino insigne e benemerito, una colonna dello Stato, che aveva diritto al più ossequioso rispetto delle autorità e ai più delicati riguardi della cittadinanza. Scriveva ogni settimana una letterina a qualche gazzetta, firmata con le iniziali, per lagnarsi dei canti notturni, dello strepito dei carri, delle trombe dei soldati, dello schiamazzo degli scolari, di ogni cosa che potesse turbare la quiete del suo «stabile». E ripeteva come un intercalare, interpretandola a modo suo, la sentenza del Goethe, che non è un uomo degno davvero di questo nome chi non ha fatto un figliuolo o piantato un albero o fabbricato una casa. L’umanità, per lui, si divideva in padroni di casa e pigionali, e questi erano d’una razza inferiore.
Appena i tre Geri furono seduti, il cavalier Bianchini fece loro a bassa voce la stessa raccomandazione che al Moretti.
— Capiranno.... c’è dissenso di idee.... se si potesse evitare....
Il vecchio fece le meraviglie, il figliuolo sorrise, cercando con gli occhi la signora Giulia, soddisfatto di scoprire un lato odioso e ridicolo nel giovine professore che, per opposizione di natura, gli era sempre stato antipatico. E stava per fare una domanda, quando entrarono il Cambiari e sua moglie.
Entrò con loro come un soffio di salute e di buonumore. Quella bella bruna rotonda, semplice e allegra, e quel pezzo d’uomo dal viso aperto, sul quale s’univan la bontà, l’intelligenza e l’astuzia, tutti e due pieni di vita e di parlantina, erano l’immagine della loro casa: una casa di onesti chiassoni, affollata di figliuoli e figliuole d’ogni statura, dove si recitava, si ballava, si correva in bicicletta per le camere, si andava a letto al tocco di notte e si mangiava a tutte le ore, senza che alcuna contrarietà o piccola disgrazia scolastica o domestica interrompesse mai il corso delle visite, dei pranzi, delle scampagnate, in cui si profondeva ogni anno quanto c’entrava. E in mezzo a quella babilonia il Cambiari lavorava di forza e con fortuna, smarrendo e ritrovando conti e disegni fra i balocchi e i giornali di mode, sonando il piano nei ritagli di tempo, schiassando con la prole, leggendo un po’ di tutto da letto e corteggiando per spasso le amiche di sua moglie, la cui ridente spensieratezza e ingenua ignoranza di bella e buona baliona gli rallegravano la vita.
Scambiati i saluti, il cavalier Bianchini condusse in un canto il Cambiari e gli fece la raccomandazione. Quegli sorrise da prima: poi si mise sul serio, per cortesia. Certo, il genero e il suocero erano due teste da non dover lasciar che cozzassero in una quistione di quella natura. Egli domandò se Alberto fosse sempre fermo nelle sue idee. Il Bianchini gli rispose di sì, risolutamente, e soggiunse piano:
— E ha ragione! Io son con lui! Sono anch’io per la verità e per la giustizia!
Il Cambiari lo fissò, sospettando che fosse brillo. Ma il Bianchini gli voltò le spalle per andare incontro al signor Luzzi e alla sua signora, che entrò con uno slancio di ballerina.
Il Luzzi e sua moglie erano la coppia più bizzarra della compagnia. Lui era vicedirettore d’una Società d’assicurazioni, una figura mingherlina di scolaretto infrollito, mezzo calvo, con due occhietti di topo, e due minuscoli baffetti neri, che parevan segnati sulla pelle con sughero bruciato; un viso su cui mostrava un’astuzia che non aveva, dandosi l’aria di pensare, di sapere, di capire molto di più che in realtà non facesse. Non si poteva indovinare quanti anni avesse di là dai quaranta. Passava per un’autorità nella sua professione, perchè dedicava tutto il suo tempo a escogitare progetti di riforme amministrative della Società, studiando gli ordinamenti di tutte le società assicuratrici dell’universo; progetti che eran presi sempre in grande considerazione, e non attuati mai. Si diceva che avesse una fortuna; ma egli lo negava risolutamente, con un sorriso sfuggevole. E parlava pochissimo; ma, fingendosi raccolto nei suoi pensieri, non perdeva una parola di nessuno.
Nessuno capiva come si fossero appaiati lui e sua moglie, che era una brunetta ardita di trent’anni, con due occhi che bruciavano, con un neo graziosissimo sulla guancia sinistra, con un corpicino di ragazzetta precoce, somigliante a quelle elastiche donnine giapponesi, che s’appallottolano e s’acchiocciolano così bene sulle stuoie delle sale e sulle ginocchia del marito, e vestita sempre con un’eleganza e un gusto perfettamente conformi alla sua bellezza minuta e irrequieta, tutta guizzi e scatti e capricci che mettevan voglia d’afferrarla. E con questo mostrava una serietà così intelligente, quando voleva, che un uomo di Stato le avrebbe parlato di politica come a un provetto giornalista. Da due soli mesi suo marito era stato trasferito da Venezia a Torino, dove la signora Giulia aveva riconosciuta in lei un’antica compagna di collegio, perduta di vista da più di vent’anni; ma ricordata sempre fra altre cento come lo spirito più turbolento e più ribelle della scolaresca.
Colto un momento opportuno, il cavaliere Bianchini fece la raccomandazione al signor Luzzi, nell’orecchio. Costui, senza guardarlo, strizzò un occhio. Poi gli domandò in tono di compatimento:
— E anche lei, cavaliere, è uno di quelli che credono che esista una questione sociale?
Il Bianchini rispose gravemente:
— Esiste.
E l’altro:
— È un’allucinazione della borghesia. — Nondimeno promise di tacere.
Dopo questo, andato a raccomandar un’ultima volta la prudenza al suo Alberto che lo rassicurò, il cavalier Bianchini si soffermò in mezzo al salotto e girò uno sguardo soddisfatto sulla bella compagnia; fra la quale durava ancora il baratto dei saluti e dei complimenti con quella strascicata e verbosa cortesia borghese, che è la contraffazione della gentilezza aristocratica. Si vedeva però, e si sentiva che mancava qualcuno, l’invitato più cospicuo, un personaggio tenuto da tutti, in coscienza o per compiacenza, in gran conto, e da tutti designato con lo stesso titolo: il Commendatore.
— Verrà il commendatore?
— Non c’è ancora il commendatore?
— Quando avremo il commendatore?
La cameriera annunziò ad alta voce:
— Il signor commendatore!
Entrò prima la signora Paola, una nanetta vestita di scuro, con la sua aria timida e dolce di buona divota, e la sua inseparabile croce d’oro appesa al collo, e poi la faccia larga del commendatore, coi baffi alla Bismarck e i capelli grigi ravviati ad arco sulle tempie: un gran vecchio solido e pulito, che poteva riuscir simpatico a chi non notasse l’espressione di durezza che aveva sulla bocca un po’ ricascante dai lati, e una luce indefinibile che gli brillava a fior d’occhi, non derivata di dentro, simile al riflesso delle palle di vetro. Si vedeva che era venuto di mala voglia, per puro dovere di parente.
Alberto, che non lo vedeva da più giorni, andò tra i primi a porgergli la mano, che egli strinse col suo fare solito, come un direttore generale a un giovine impiegato. Quando tutti l’ebbero riverito, rimase in un canto coi due Geri, gli altri sedettero un po’ da tutte le parti, e incominciò un vivo cicalìo, il solito scambio di domande che non chieggon risposta, di risposte non udito da chi le ha chieste, di racconti incominciati e non finiti, attraversati e rotti da altri discorsi smozzati, da risatine di signore, da esclamazioni di finto stupore e di finto piacere, da quel palleggio di riempitivi, di ripetizioni, di tritumi di frasi e di pensieri, che si fa in tutte le riunioni, prima che siano avviate le conversazioni particolari. E questo cicalìo continuò fin che i padroni di casa invitarono gli ospiti a passare nella sala da pranzo, dove ogni anno, quella sera, era preparata loro un’improvvisata che s’aspettavano. Era, sotto una illuminazione da altar maggiore, una mostra appetitosa, in cui fra i mazzi di fiori e le torricelle di confetti s’alzavan le punte variopinte dei gelati, i colli scintillanti delle bottiglie, le piramidi odorose dei mandarini, sparso ogni cosa con arte su varie tavole, in mezzo a uno sfoggio di maioliche, d’argenteria e di cristalli, che, al primo entrar nella sala, faceva passare un lampo d’alterezza negli occhi ai due coniugi, concordi in quell’unico sentimento.
Qui la società, si divise in gruppi, secondo le affinità elettive: sul sofà più grande, addossato a una parete, le signore giovani e la ragazza; sur un sofà d’angolo, la padrona di casa e la signora Paola, col Moretti, fido cavaliere delle vecchie signore; dalla parte opposta il commendatore coi suoi due Geri; gli altri uomini, ritti accanto alla gran tavola del mezzo; i due ragazzi sul terrazzino. Era una bella serata; dagli alberi della piazza veniva una buona fragranza di fogliame fresco, e le facciate delle case attorno, imbiancate dalla luce elettrica, facevano alle finestre aperte un lontano sfondo teatrale, che accresceva la gaiezza della sala.
I vassoi erano già a mezzo sparecchiati e le conversazioni parziali già avviate da un pezzo, e nessun discorso s’era inteso che accennasse a quello pericoloso: il cavaliere Bianchini si cominciava a rassicurare. E ne aveva una viva soddisfazione d’amor proprio, perchè, infine, era lui, lui Antonio Bianchini, che con la sua saggia politica, con la eloquenza delle sue raccomandazioni, gravi di profondi significati, aveva ottenuto il grande scopo. Gli restava un vago timore: che il commendatore assalisse, anche non provocato; ma dal viso non gli pareva, e udendo che ragionava della gran quistione della fognatura di Torino, che era una delle sue intestature, scacciò anche quel timore, e se n’andò, tutto sereno, a dir barzellette alla signora Cambiari.
Alberto, dal canto suo, risoluto di mantenere la promessa fatta alla moglie, di non attaccare il lucignolo il primo, non era neanche scontento d’essere lasciato in pace. E discorrendo d’affari di scuola, in mezzo alla sala, col Cambiari e col Luzzi, osservava tratto tratto la moglie di questo, che gli destava ancora la curiosità d’una persona nuova, non avendo, nei due mesi da che la conosceva, scambiato con lei che qualche parola.
Ma, a un certo punto, continuando il suo discorso, egli colse a volo una frase del suocero che discorreva coi Geri:
— Chiunque fa sperare un miglioramento alle classi povere per altra via che quella della moralità e dell’educazione, le inganna.
Alberto s’interruppe, e disse piano al Cambiari e al Luzzi:
— È il solito giro vizioso. L’educazione non è possibile senza un certo grado di prosperità materiale, perchè non c’è moralità che resista alla prova prolungata del bisogno. È come voler curare un malato con una medicina che non può inghiottire.
— Certo — disse il vecchio Geri, rispondendo al commendatore — la moralità è nel lavoro.
Alberto scrollò una spalla e mormorò:
— Nel lavoro umano, non nel lavoro che abbrutisce.
Il suocero rispose al Geri:
— È provato, d’altra parte, che c’è dieci volte più poveri per vizio o per indolenza che per sfortuna. Le statistiche son là. E quel tanto di povertà che deriva dalla sfortuna non è in potere degli uomini di toglierlo appunto perchè non è causato da loro. È una verità antica come il mondo.