Part 8
— E così il problema è risolto — disse Alberto un po’ più forte.
A quelle parole, il cavalier Bianchini s’avvicinò, col viso del contadino che vede una minaccia di gragnuola all’orizzonte.
Il commendatore, che aveva sentito, si rivolse direttamente al giovane, e gli disse con accento autorevole:
— Non è risolto perchè non è risolvibile, caro il mio professore. Nessuna riforma potrà mai fare che la maggioranza degli uomini non sia condannata a un lavoro duro e poco pagato. La povertà del maggior numero è un male costituzionale, cronico, della società; è l’effetto d’una legge sociale a cui è assurdo di ribellarsi.
A quelle parole, dette con la sicurezza di non aver ribattuta, tutti tacquero, fiutando una battaglia.
— Non è effetto d’una legge — rispose Alberto; — ma di _leggi_.
— E sia pure, di leggi! Ma di leggi naturali del mondo economico, altrettanto fisse e immutabili quanto quelle del mondo fisico.
— Fisse? — domandò Alberto, correggendo con l’accento rispettoso l’irriverenza della forma interrogativa — immutabili?... Perchè? Senza dubbio, sono fondate su fatti; ma questi fatti sono forse necessità da potersene dedurre dei principii assoluti? I fatti mutano: possono dunque mutar le leggi che vi si fondano.
Il commendatore sorrise.
— Sogni! — disse poi. — Non muta, non muterà mai il fatto principale, che la vita dell’uomo è una guerra permanente contro tutto e contro tutti, che la fortuna è dei vincitori, e che tutti non possono vincere. La sola cosa a farsi è di mantener libera, com’è ora, la concorrenza, che è l’anima d’ogni progresso. Non negherai questo, voglio sperare.
— Mi scusi — rispose Alberto — lo nego.
Il commendatore dilatò gli occhi.
— Non c’è libertà di concorrenza — proseguì il giovane — dove le forze sociali non sono a disposizione che d’un piccolo numero; e non ci può essere fin che non siano parificate fra tutti i membri della società le condizioni iniziali della lotta.
— Le fa forse pari la natura?
— No; ma non si tratta di sopprimere gli effetti delle disuguaglianze che fa la natura, si tratta di sopprimere le disuguaglianze esistenti fin dalla nascita fra quegli uomini che la natura ha fatto eguali.
— Queste son legate a quelle, e se anche si potessero sopprimere, rinascerebbero necessariamente.
— No, quando non fosse possibile altra proprietà che quella che è frutto del lavoro personale.
— Alla buon’ora! — esclamò il suocero, con una risata, alzandosi da sedere. — La soppressione dell’eredità! A questo sei già arrivato! Accetta le mie sincere congratulazioni.
Prima che il figliuolo avesse tempo di rispondere, il cavalier Bianchini si mise in mezzo, e con un sorriso che tradiva l’affanno, palpando il petto ad Alberto e rivolgendosi al commendatore:
— Nessuna discussione — disse — nessuna discussione. I giorni di festa non si discute. Questa sera comando io. Se sento ancora una parola, spengo i lumi e sciolgo l’assemblea.
I disputanti si chetarono, voltandosi ciascuno a dire le proprie ragioni al suo crocchio, mentre ripigliava il cicaleccio generale. Ma tutti e due avevano il viso mutato, e sorridevano con uno sforzo, un po’ ansanti. Si capiva che, tra poco, avrebbero incrociato i ferri da capo.
Il dottor Geri, intanto, la riprese subito per conto suo col commendatore e col proprio figliuolo. Per lui non c’era altro rimedio ai mali sociali che nel mettere un limite alla moltiplicazione della specie, con tutti i mezzi possibili, che egli conosceva e accettava tutti, anche i più duri e ributtanti. Tutte le altre proposte gli facevano pietà. Era un’idea fissa, che gli era stata trasmessa, come un «tic» ereditario, da suo padre medico, il quale aveva conosciuto nel 1830 il Malthus, quand’era professore d’economia politica a Haileybury, e s’era entusiasmato della sua persona e della sua teoria. Per lui il Malthus era uno dei più grandi benefattori dell’umanità. E lo nominò dieci volte in trenta parole.
La signora Cambiari, alla quale quasi tutti i nomi celebri riuscivan nuovi, stupita e contenta di conoscer quello, si voltò verso il vecchio Geri e gli disse ad alta voce:
— Ah! Malthus! Quello che non vuol più bambini?
Tutti risero, perfino il Geri. Ma subito si rifece serio e ripigliò il suo discorso:
— L’avvenire è per la sua dottrina. Quando il basso popolo ne sarà persuaso e la metterà in atto, il mondo sarà mutato.
— Ah, signor dottore! — disse la signora Luzzi — non parli di quel tristo prete, un misantropo, nemico dell’amore, un uomo brutale e ripugnante.
Ma il vecchio Geri non discuteva con le signore. E continuò:
— Frenare la produzione degli affamati, non c’è altro. Tutti i nostri mali derivano dall’essere in troppi a voler star bene.
Il Moretti saltò su dall’angolo opposto della sala, gridando con la sua voce di galletto:
— No, signor dottore! Non c’è un uomo solo di troppo sulla terra! Ogni uomo è produttore! Tre quarti della terra sono incolti per mancanza d’uomini!
Il Cambiari disse:
— In nessun paese s’è mai verificata la teoria delle due progressioni.
Il Moretti rincalzò:
— E poi, col moltiplicarsi degli uomini, si moltiplicano, e più presto, le piante e gli animali che li alimentano.
E Alberto soggiunse:
— Migliorate le condizioni economiche delle classi inferiori e saranno meno prolifiche per la stessa ragione che lo son meno le altre classi.
Il dottor Geri fece un segno di compatimento a tutti e tre, e domandò in aria di dubbio ad Alberto:
— Conosce lei la teoria del Malthus?
Alberto si piccò.
— La conosco — rispose — e mi pare una teoria molto comoda per dimostrare che la miseria è inevitabile e salvare il nostro egoismo da ogni rimprovero della coscienza.
— Queste sono ragioni di sentimento — ribattè il dottore. — Il fatto innegabile è che per far aumentare i salari dei lavoratori non c’è che diminuire l’offerta delle braccia. Questa è matematica. Che altro mezzo propone lei?
Il commendatore lo toccò col gomito, e gli disse con ironia:
— Ma non l’ha già detto, che il mezzo è l’abolizione della proprietà?
Alberto si voltò, punto sul vivo, e rispose:
— Loro dicono abolizione della proprietà come direbbero abolizione della luce, o qualche altra cosa soprannaturale e impossibile. Ma questa divina proprietà non è esistita sempre nè da per tutto. Come la società l’ha istituita, la può togliere, o piuttosto, trasformare; chè infatti non si tratta di altro. La forma della proprietà non è forse in stato di variazione continua? Tutte le forme di essa, che ora ci paiono più strane, esistettero, e ne esistono ancora degli esempi. La proprietà ha seguito le trasformazioni della produzione. Ora la produzione è diventata collettiva e la proprietà dei mezzi di produzione è rimasta individuale. Di qui tutti i mali e tutti i disordini. E questi non cesseranno che quando cesserà l’antagonismo che li produce.
— Parole sonore e vuote come i tamburi, — replicò il suocero. — E tu credi che nello stato attuale della civiltà sia possibile lo svolgimento della personalità umana, l’ordine della società e il buon assetto della famiglia, senza la proprietà?
— È indispensabile la proprietà a questo fine, secondo lei?
— E chi può dubitarne?
— E allora, come non trova giusto che i sette decimi della popolazione, che lavorano e non hanno proprietà nessuna, ne vogliano la loro parte? Ciò che è im-pos-si-bi-le a ottenere senza far la proprietà collettiva?
Il suocero fece un atto di commiserazione, alzando gli occhi alla vôlta:
— La proprietà collettiva! Dei del cielo! C’è ancora qualcuno che ne parla sul serio? Io credevo il collettivismo sotterrato e decomposto da un pezzo!
Alberto fece per rispondere; ma il Geri figlio, col suo sorriso sprezzante, prendendo la parola la prima volta, lo prevenne con l’argomento solito:
— Un momento.... Tolta la proprietà individuale, che è quanto dire la speranza di arricchire, mi dica lei: dove sarà lo stimolo al lavoro?
— Scusi, — rispose Alberto, con freddezza — la grandissima maggioranza dei lavoratori d’adesso è la speranza d’arricchire che li stimola al lavoro? E i centomila impiegati, che mandano avanti tutte le amministrazioni piccole e grandi, lavorano per arricchirsi?
Il Geri scrollò il capo.
— Ma al lavoro libero, a quello dei più intelligenti della nostra classe, che lavorano il doppio del dovere d’ogni onest’uomo, e unicamente per far fortuna, che stimolo rimarrebbe?
— Ma se hanno coscienza di fare un lavoro utile alla società.... No, questo è un tasto che non suona. Le dirò invece: Crede lei che l’eccesso d’attività che quelli spiegano ora per far fortuna vada tutto a vantaggio della società? Non conta per nulla tutte le birbonate che per far fortuna si commettono? e il danno che si fa agli altri? e la vita arrabbiata che si conduce? e la corruzione che si semina?
Il Geri scambiò uno sguardo e un sorriso col commendatore; ma prima che rispondesse entrò di mezzo il Moretti, dicendo:
— Un’obiezione capitale, caro amico, capitale. Lasciamo da parte il lavoro meccanico. Io domando che stimolo avrebbe il più difficile, il più prezioso, il più benefico dei lavori, quello degli inventori!
— Ma signor Moretti! — esclamò la signora Luzzi dal suo sofà. — Non si dice anche adesso che tutti gli inventori muoiono all’ospedale?
Molti risero. Alberto guardò con curiosità la signora; poi disse:
— A lei, signor Moretti, risponda. — Ma mentre questi cercava la risposta, il commendatore, irritato che al giovane rimanesse anche solo un’apparenza di vittoria, gli andò a piantar davanti la sua mole maestosa, con l’aria di volerla far finita, e fra l’attenzione di tutti, che aspettavano il colpo di grazia, gli domandò:
— Dunque tu sei per lo Stato collettivista?
— Sì — rispose Alberto.
— Sei per lo Stato che sopprime l’industria e il commercio privato, che resta solo e unico proprietario di tutto ciò che regola i prodotti, che tiene in bilancia tutti gl’interessi, che governa la vita e il progresso d’un popolo come il cammino d’una mandra di pecore? Dimmi questo soltanto. Dimmi se hai mai pensato, almeno per un quarto d’ora, all’assurdità di questo Stato prepotente e strapotente, che avrebbe bisogno, per funzionare, d’un sistema burocratico appetto al quale il nostro è un congegno da bambini, e che riprodurrebbe centuplicati tutti i difetti e gli errori di lentezza, di imprevidenza, di confusione, di spreco che già si rimproverano allo Stato attuale? Dimmi se hai pensato a questo, perchè io sappia se debbo continuare o no a ragionare.
Dando uno sguardo intorno prima di rispondere, Alberto vide sua moglie col capo basso, come già vergognata della cattiva figura che egli stava per fare: n’ebbe dispiacere e ne prese animo.
— Stia tranquillo — rispose — potrà continuare a ragionare. Lo Stato che lei ha definito non è quello del socialismo. Loro giudicano questo da quello, come se l’uno non fosse che l’altro ingrossato, e qui è l’errore. Lasciamo pur stare che neanche ora lo Stato fa tutto male, come non fa tutto bene l’iniziativa privata; che se non fa sempre bene, non è almeno interessato a far male, come i privati son troppo spesso, e che se bene non può fare in molte cose è perchè, fuor della classe privilegiata di cui è in mano e che lo sfrutta, non trova, per questa ragione appunto, che diffidenza e ribellione. Lasciamo anche stare che, con tutta la vostra tenerezza per la libera concorrenza, voi invocate l’intervento dello Stato per sopprimerla ogni volta che avete un interesse di classe da salvare, e che è assurdo il parlare di libera concorrenza quando ogni industria non si sviluppa che accentrandosi, ossia creando un monopolio. Ma è una fiaba che il socialismo voglia uno Stato onnipotente, un autoritarismo senza limiti. Il socialismo vuole uno Stato che serva la nazione, non che governi nel senso d’ora, che sia subordinato alla società, non che la domini. E non ha da essere un organismo prefisso e immobile, ma una forza d’organizzazione che si perfezionerà semplificandosi, ripartendo la propria azione in organi secondari, in corpi di governi locali, in un gran numero di meccanismi inferiori, i quali si formeranno per necessità, a poco a poco, sotto l’impulso del nuovo principio a cui sarà informata tutta la vita sociale.
— «Fata viam invenient» — disse il Cambiari.
Il commendatore voltò verso l’ingegnere il sorriso compassionevole che aveva preparato per il genero, e gli disse:
— Signor Cambiari, avrebbe anche lei perduto il bene dell’intelletto?
— Ma no — rispose questi tra il faceto e il serio, con l’aria di chi gode a soffiar nelle dispute. — Trovo giusta l’idea d’Alberto, che per l’organizzazione della Società, come i socialisti la vogliono, si debba anche tener conto della cooperazione dei fatti. Mi permette d’esprimer tutto il mio pensiero? L’edifizio futuro si costruirà come si è costrutto il presente, che fu tirato su ed accomodato a poco a poco dalle generazioni, secondo i loro bisogni, che mutavano, e secondo le norme successive dell’esperienza. Non si può quindi giudicare fin d’ora quello che sarà per l’appunto lo Stato socialista, nè pretendere che qualcuno lo dica. Si vedrà. — E soggiunse, accarezzandosi il mento: — Sapeva la borghesia francese dell’89 che governo avrebbe costituito? Voleva il potere politico per fare i suoi affari a comodo suo; ma non prevedeva nemmeno la repubblica, non prevedeva nemmeno che cosa sarebbe stato la sua costituzione economica. — E non essendo guardato dal commendatore, mise fuori due dita di lingua.
Quegli lo fissò, quand’ebbe finito, e disse, dondolando il capo:
— Lasciatevi dire una cosa: mi fate pietà tutt’e due. — E voltò le spalle; mentre il Cambiari si stropicciava le mani, come chi ha fatto uno scherzo ben riuscito, e il cavalier Bianchini rivolgeva un atto supplichevole al figliuolo, perchè tacesse. Questi acconsentì mordendosi le labbra. Ma il vecchio Geri tornò all’assalto.
— O mi dica un po’, signor professore? — disse con voce dottorale. — Tutte le istituzioni sociali, proprietà, famiglia, stato, religione, son legate fra di loro intimamente; non si può toccare l’una senza toccare l’altra: che cosa farà della famiglia?
— Sì, sentiamo — dissero altre voci — che cosa farà lei della religione e della famiglia?
E il Geri giovane, dando un’occhiata alla signora Giulia, soggiunse:
— Avrebbe in proposito le idee di Maria Zara?
Quasi tutti risero.
— Che orrore! — esclamò la signora Giulia.
La vecchia Bianchini fece un atto di ribrezzo. Non avevan mai letto nulla di lei; ma sapevano chi era, una specie di petroliera, un’apostolessa e praticante dell’amor libero, la ganza di tutto il partito, una donna da non nominarsi fra gente per bene. La sua reputazione era così orribile che Alberto, benchè la sapesse una donna onestissima e immensamente buona, non s’attentò neppure a difenderla.
— Che cosa farà lei della famiglia? — domandò di nuovo il dottor Geri.
Alberto non aveva ancora idee ferme su quell’argomento, che era il più pericoloso di tutti; ma capì che non poteva ceder su quello, senza lasciar il sopravvento agli avversari anche negli altri.
— Non creda di sgomentarmi con questa domanda — rispose, ostentando sicurezza d’animo.
— Neanche la famiglia non è una istituzione immutabile: si modifica e progredisce col progredire della società; col mutarsi della condizione sociale della donna. Questa è molto mutata dal passato, anche lei lo deve riconoscere. Ora, come la famiglia d’oggi non è più quella del medio evo, così essa assumerà necessariamente un’altra forma quando la donna sarà affrancata dalla servitù economica e avrà tutti i diritti dell’uomo.
S’alzò un grido di protesta.
— Le idee di Maria Zara! — esclamò il Geri figlio.
— E di Luisa Michel! — gridò il suocero. — Ora farai l’apologia degli orrori della Comune!
— Eh, lasciamo stare gli _orrori_! — rispose Alberto, cominciando a irritarsi. — In servigio di tutte le cause si commisero degli orrori: la religione ebbe i roghi e la tortura, e la difesa della proprietà male acquistata fu sempre più feroce che gli assalti della fame.
— Ma se lo dicevo — gridò il commendatore — che avresti anche difeso i fucilatori dei prigionieri!
— Non è vero! Io non difendo nè chi ammazza i prigionieri in nome della rivoluzione, nè chi li macella in nome dell’ordine.
— E non fai differenza fra gli uni e gli altri! — ribattè il suocero, scoppiando.
Qui s’intromise da capo il Bianchini padre, supplichevole, e con lui la signora Giulia e la sorella d’Alberto, accarezzando l’uno e l’altro e sospingendoli dolcemente da due parti opposte, fin che il cerchio si spezzò in vari gruppi, e la battaglia si ruppe in una serie di scaramucce.
Vicino alla finestra, nacque una discussione intorno alle condizioni degli operai fra il dottor Geri, il Cambiari e il Moretti, ai quali s’aggiunse la signora Luzzi. Il dottor Geri affermava che i salari erano aumentati in proporzione dei prezzi delle derrate.
— Questo vorrebbe dire — osservò il Cambiari sorridendo — che siccome erano scarsi prima, sono insufficienti anche adesso.
— Il pane è ribassato.
— Ma è rincarata la carne.
— È scemato il prezzo del riso.
— Ma son rincarati il vino, l’olio, lo zucchero, il caffè.... lo spirito....
— E le pigioni, signor dottore? — domandò la Luzzi.
— Ma che pigioni! — rispose il dottore. — Badiamo ai fatti generali. Il fatto è che gli operai vestivano di grossa tela, ora veston di panni; che andavano a piedi nudi, e ora portan le scarpe, e sono alloggiati meglio d’una volta. Oltredichè godono dei vantaggi comuni della civiltà progredita: strade ferrate, gas, luce elettrica, acqua potabile, giardini pubblici, musei aperti a tutti. Conta per nulla lei tutto questo?
— Ma questi vantaggi li pagano con le tasse.
— O che tasse paga chi non ha quattrini?
— Ma come! Non sa che ogni operaio che guadagni tanto da vivere paga il venti per cento del suo salario in tasse indirette?
— Ma che venti per cento! Si sa come si fanno questi calcoli.... E poi consideri le case operaie, gli istituti ospitalieri, i bagni popolari, la maggior igiene, che diminuisce le malattie infettive. Una volta eran decimati dal vaiolo....
— Già — disse scherzosamente la Luzzi. — Come osano di lamentarsi? Son vaccinati!
Fu una risata. Alberto, sopraggiunto in quel momento, le disse:
— Brava, signora Luzzi! Val più una delle sue bottate che tutti i nostri ragionamenti.
La discussione continuò; ma da qualche minuto il Cambiari s’era staccato dal gruppo e discorreva con la signora Paola, seduta accanto alla madre d’Alberto; questa sdegnata, quella stupefatta e quasi tremante per la disputa che aveva ascoltato. L’ingegnere finiva di confonderle la testa dicendole che il socialismo non era che la risurrezione del cristianesimo, e citandole cardinali e vescovi tedeschi, inglesi e americani che avevano espresso idee socialiste.
— Ah! non è possibile — rispose la signora. — Non scherzi su questo soggetto, signor ingegnere!
— Come, non è possibile? Ma, cara signora, sono fatti sacrosanti. E i padri della chiesa? Lei rispetterà i padri della chiesa. Ebbene, San Clemente ha detto che «tutto dovrebbe appartenere a tutti», San Basilio ha detto che «il ricco è un ladro», San Giovanni Crisostomo che «tutti i beni dovrebbero essere in comune».
La signora lo guardò; poi scosse la testa.
— Ma non avran detto proprio così. Lei m’ha l’aria d’inventare. Se il mondo è com’è, è perchè il Signore vuole che sia così. Se Sua Santità benedice anche i ricchi, vuol dire che la ricchezza non è una colpa.
— Sua Santità? Ma Sua Santità è un socialista dichiarato. Non sa che in una sua pastorale, quand’era vescovo di Perugia, ha detto che gli operai sono «sfruttati da una cupidità senza viscere»?
— L’avrà voluto dire in un altro senso. Lei si vuol burlare di me. Che gusto ci ha a tormentarmi?
— Ma no, lei vedrà.... finirà con diventare anarchica. — E le parlò del suo famoso anarchico, il Baldieri, che aveva un libro terribile di propaganda tutto fatto con frasi delle Sacre Scritture, e che a sentirlo parlare, alle volte, pareva un sacerdote sul pergamo.
— Ah! che profanazione! E lei sta a sentire di questi orrori?
E si voltò a chiedere soccorso alla signora Bianchini. Ma questa s’era avvicinata a un crocchietto dove il Geri figlio, ridendo, ma schizzando bile dagli occhi, metteva in burletta lo Stato collettivista:
— .... E così avremo lo Stato muratore, fabro ferraio, calzolaio, contadino, filatore, stampatore, impresario d’omnibus e di tranvai. Il debito pubblico sarà trasformato in «titoli di consumazione» e invece della moneta si avranno i «buoni di lavoro». Non fo celia, signori miei. Sono profezie stampate. E siccome i valori delle cose non saranno più determinati che dal tempo necessario a farle, così, vedete, non si comprerà più, per esempio, un soprabito da cento lire, ma un soprabito da cento ore; si comprerà tre quarti d’ora di sapone, un quarto d’ora di spago, cinque minuti di zolfanelli. E le fatiche più penose essendo le meglio retribuite, un’ora di lavoro alle fogne frutterà quanto due ore di lezione d’un professore di letteratura. E non più proprietà privata. Ciascun italiano sarà proprietario d’un trenta milionesimo della proprietà nazionale. Non ci sarà più nè mercato, nè borsa, nè pigioni di casa, nè lusso, nè servitori, nè serve: la cucina sarà un’istituzione sociale....
Gli uditori ridevano. Ma egli tacque vedendo avvicinarsi Alberto, che l’aveva inteso, e si guardarono l’un l’altro nel bianco degli occhi, con un sorriso sarcastico. La signora Bianchini prevenne l’urto, facendo in là il suo figliuolo, e gli disse a voce bassa, risentita:
— Ma dove hai la testa? Per che via ti metti? Il commendatore è indignato. Non ricominciare. Che cosa diventa la nostra casa!
Alberto non rispose. Aveva ancora un peso sul cuore, un bisogno prepotente di lotta e di sfogo, stimolato anche dallo stato d’eccitazione in cui si trovava tutta la compagnia. Uno dei più eccitati era il Moretti, che incantucciava ora l’uno ora l’altro, per esporgli i suoi progetti, coi quali risolveva la gran quistione. Sgusciatogli di mano il cavalier Bianchini, che aveva altro pel capo, egli afferrò il signor Luzzi, per comunicargli una sua nuova idea, che era di fondere insieme tutte le società cooperative di consumo, per formarne una sola immensa, che abbracciasse tutti i generi, e in cui entrassero a poco a poco tutti i cittadini dello Stato.
— Stia bene a sentire. La cifra degli affari di questa società sarebbe uguale alla cifra totale della consumazione d’Italia, e pari a un dipresso a quella della produzione. Ebbene, quando questa gigantesca cooperativa sarà in grado di comperare tutta la somma della produzione annuale della nazione, è evidente che sarà assolutamente padrona, non solo del commercio (si sottintende), ma di tutte le industrie produttive; e allora le potrà comprare, e le comprerà. Ed ecco sciolta pacificamente la gran quistione che affanna il mondo! Che cosa ne dice?
Ma il Luzzi, che non credeva alla _gran quistione_, sogghignò, come se non prendesse sul serio nè il progetto di lui, nè tutte le altre chiacchiere che sentiva da un’ora.
Allora il Moretti, con l’immaginazione sempre più accesa, agguantò il Cambiari, e mise fuori un’altra pensata. — Chi sa, la quistione sociale avrebbe avuto forse una soluzione affatto diversa da quella che il socialismo proponeva; una soluzione fatta balenare dall’ultimo congresso dei naturalisti a Berlino, nel quale s’era espresso il concetto che, per mezzo dell’elettricità, fosse possibile trasformare la materia prima in alimento. Non aveva detto il chimico Meyer che si potrebbero convertire in cibo le fibre legnose, e un altro, che si sarebbe fatto una specie di pane con la pietra?
— Ma certo! — rispose il Cambiari. — E sarebbe una cuccagna, per noi, che abbiamo gli Appennini e le Alpi. — Ma lasciò ad un tratto il Moretti, udendo Geri il giovane e Alberto, che discutevano acremente in mezzo alle signore.
— E crede lei — domandava il Geri — che una massa d’operai ignoranti potrebbe da sè sola mandare avanti le industrie?