Part 6
— No, — disse — è impossibile. Non posso concepire che due forme d’anarchia. Una, possibile, dopo una rivoluzione, anche domani: quella del vostro Stirner, uno dei padri dell’anarchismo; uno stato di libertà assoluta, in cui ciascuno combatta contro tutti, e dove si formerebbero dei gruppi di forti, per libero e mutuo consenso, senz’altro pensiero che l’interesse personale; lo sfruttamento di tutti, insomma, fatto da ciascuno; l’altra che sarebbe l’attuazione del vostro ideale, ma soltanto possibile dopo che la società sarà passata per un periodo di preparazione collettivista, in cui l’individuo svolgendosi e perfezionandosi, ridurrà a poco a poco superflua e poi nulla l’azione delle leggi e dello Stato: ma ciò in un tempo incalcolabile lontano. Fuor di queste due, non c’è altra anarchia che non sia un sogno.
L’operaio balzò in piedi col viso in fiamma.
— E allora è peggio che un sogno — gridò — è un’assurdità, è una stupidità il loro socialismo, con le sue leggi e col suo Stato! Come non capiscono che lo Stato è la peste, perchè non è e non può esser mai altro che l’organizzazione della forza per proteggere la proprietà, lo sfruttamento, l’usurpazione? che se si lascia in piedi una sola delle istituzioni presenti, si riformerà intorno a quella, per necessità, tutto ciò che era prima? Che pazzia! Si rada tutto una buona volta dalle fondamenta, come vogliamo noi, e quando non ci saranno più classi nemiche perchè non ci sarà più proprietà individuale, non sarà più soltanto inutile lo Stato, ma impossibile, ma ridicolo, come l’insegna d’una bottega bruciata! Finchè non vi sarà entrata nel cranio questa, voi altri signori socialisti non sarete mai altro che puntelli, senza saperlo, di tutte le istituzioni odiose che volete buttar giù, e noi vi combatteremo, noi vi odieremo peggio dei borghesi! Se non comanda altro, la riverisco.
Alberto notò il tremito violento della mano con cui egli riprese il suo cappello, e capì che gli bolliva dentro un’ira anche più forte di quella che avevano espresso le sue parole; l’ira che accende in ogni uomo di fede la discussione, come un atto offensivo e pericoloso insieme, per la sua fede. Per non irritarlo di più, cambiò sveltamente di tattica.
— E sia pure — disse. — Rimanga ciascuno nella sua idea. Non le faccio più che una domanda: lei non crede in altri mezzi che nella rivoluzione?
— In nessun altro — rispose il Baldieri, avviandosi per uscire. — Senza di questo, tutto è impostura e buffoneria, e l’inferno attuale durerà in eterno.
— E crede nell’azione rivoluzionaria senza organizzazione?
— Fermissimamente, perchè l’organizzazione della rivoluzione sarebbe la tirannia preparata, com’è stata sempre finora. E senza capi. E se verran fuori dei capi, saranno per loro le prime fucilate.
— E senza organizzazione e senza capi, chi manterrà l’ordine e la giustizia nella presa di possesso del capitale sociale?
Con questo, credette d’averlo messo al muro. Ma l’anarchico gli diede una risposta meravigliosa:
— Nessuno avrà interesse a prendere più di quello che gli occorre per lavorare.
A questa risposta inaspettata, a vedere la sincerità assoluta che brillava nei suoi occhi chiarissimi e fissi, Alberto si sentì disarmato, e l’obbiezione che stava per fargli ancora riguardo al principio: «ciascuno secondo i suoi bisogni», non attuabile se non nel caso d’una produzione sovrabbondante per i bisogni di tutti, gli morì sulle labbra. Egli sentì una specie d’ammirazione attonita per quella fede cieca, per quell’uomo così saldamente, così invincibilmente persuaso della sua idea.
— E crede anche — si restrinse a dirgli — i tempi già maturi per una rivoluzione?
— Magari per vincerla, no. Ma per cominciarla, per avviarla con delle rivolte, che scuotono l’opinione pubblica, poichè non c’è altro che la violenza che mandi avanti una causa, e non si fanno proseliti che con degli esempi d’audacia. La miglior propaganda è di sgomentare il nemico, di fargli tremare la terra sotto i piedi, di rendergli la vita così tribolata e miserabile, di far desiderare anche a lui la fine di tutto. I primi si sa, pagheranno i vasi rotti, come accade sempre; ma ne verrà dopo degli altri, che s’andranno moltiplicando; e poi verrà il momento favorevole, in cui agiranno tutti insieme, e allora sarà un uragano, che non lascierà più un sasso sull’altro di questa infame galera. E sarà presto, com’è vero che io e lei siamo qui, e che ci guardiamo in faccia.
E questo disse con un tale accento, con un tale sguardo che Alberto, con sua intima vergogna, sentì scorrere un freddo istantaneo dentro il suo sangue borghese, e si passò una mano sulla bocca per nascondere lo sforzo di mandar giù la saliva. Dopo una breve pausa gli domandò: — È anche per l’azione individuale?
Quegli lo guardò fisso, e poi scrollando le spalle come si fa a una domanda fanciullesca, rispose sprezzantemente, ma vigorosamente:
— No!
— E in un’azione collettiva — gli domandò Alberto — sarebbe pronto a sacrificarsi fra i primi?
— Io?... — quegli disse guardandolo. E soggiunse con un accento tranquillissimo: — E non me lo legge sulla faccia?
Alberto lo fissò senza parlare. E non sapendo dir altro: — Grazie — disse — delle informazioni.
— Era mio dovere, — rispose l’operaio. — Se occorrerà altro, potrà avvertir l’ingegnere. Al piacere di rivederla.
E senza dargli il tempo di porger la mano, se n’andò a passi risoluti, facendo risonare i tacchi sul palchetto come tanti colpi di martello.
Alberto rimase pensieroso in mezzo alla stanza, e gli prese un dubbio improvviso intorno a quell’idea, la quale neppur nei libri dei suoi propugnatori più eloquenti, egli aveva mai potuto, non che accettare, comprendere. E fece ancora uno sforzo per concepire la società come un tutto così fuso ed uno che non fosse possibile determinarvi la parte che spetta a ciascuno delle ricchezze che essa produce; e in cui tutti avessero uguale diritto sul prodotto dell’opera comune; e si compiesse la partecipazione senza abusi, senza disordini, come una immensa famiglia concorde.... Ah, no, era un’illusione, un sogno, una follia! Ma lo distolse da questo un altro pensiero: — Da che poteva nascere quella fede in una grande bontà ed equità futura degli uomini, se non da un così appassionato desiderio del bene altrui che gli facesse velo al giudizio? Che altri impulsi poteva egli avere, se non generosi, poichè in un nemico d’ogni superiorità e d’ogni autorità sociale l’ambizione non poteva essere, e la probabilità di migliorar la sua sorte era tanto minore di quella di perder la vita o la libertà per riuscirvi?
*
Poi domandò a sè stesso: — Ma quanti avranno la fede e la fibra di costui? Forse un altro nella sua città — pensò — forse non dieci nel suo paese, forse non mille nel mondo.
— Ah, no, — concluse. — Non si fa un esercito di eccezioni umane. L’esercito siamo noi, e travolgeremo nel nostro corso enorme anche loro. Essi non sono che la schiuma delle nostre onde, che andrà perduta nel mare....
Agitazioni e scioperi.
Il buon cavaliere, data appena una scorsa alla rubrica quotidiana «Agitazioni e scioperi» dove gli cadde sott’occhio la notizia d’un vasto sciopero agrario imminente in una provincia dell’Emilia, buttò via il suo fido giornale ed esclamò con accento di grande scoraggiamento: — Insomma, non si campa più! Questa non è più vita, è una convulsione perpetua, è il ballo di San Vito della Nazione, è una esistenza d’affanno a cui il mio temperamento non può reggere. Se ha da seguitare così, piuttosto di continuare a vivere in queste ansie dell’inferno, com’è vero il sole, io vado a finire i miei giorni in un’isola disabitata dell’Oceania.
E ciò detto, piantò il gomito sulla tavola, appoggiò una guancia sulla palma della mano, e stette così, scotendo il capo, come per riaffermare il suo proposito di emigrazione dal mondo civile.
L’amico che conosceva a fondo la sua natura di don Abbondio borghese, gli si fece accanto e gli disse con molta pacatezza: — Senti, caro mio. Il solo modo di vivere in pace, quanto si può, è di persuadersi che la pace al mondo non è possibile, perchè il mondo in pace sarebbe un mondo morto. Noi italiani siamo male avvezzi. Dal 1866 in qua, da quasi quarant’anni, non abbiamo più avuto scosse nazionali profonde. La spedizione di Roma del 1870 è stata una festa. La guerra d’Africa, oltrechè non mise in pericolo la nazione, non ci diede che delle commozioni molto attenuate dalla lontananza dei fatti. Questi quarant’anni di bonaccia hanno fatto nascere e crescere in tutti l’illusione che la civiltà d’un popolo possa progredire come va avanti un piroscafo sulla faccia d’un lago dormente. Quindi il movimento attuale del proletariato, che ci riscuote dal lungo dormiveglia, ci pare il finimondo. Ma voltiamoci un poco indietro col pensiero. Non parlo del periodo della rivoluzione francese e del primo impero, che fu anche per l’Italia una convulsione d’un quarto di secolo. Parlo della rivoluzione nostra. Dimmi che cosa sono le agitazioni presenti appetto a quelle per cui passò la borghesia in quel periodo. Prima le cospirazioni e i conati falliti, con le conseguenze tragiche delle persecuzioni, delle confische, degli esigli, delle prigionie, delle morti; poi una sequela di guerre, ciascuna delle quali poteva finire con l’invasione straniera e con una reazione terribile, e in cui tutto era messo a rischio: la vita, gli averi, la libertà, l’esistenza stessa della nazione; per una lunga serie d’anni si visse come un esercito accampato, non davanti ad un nemico, ma in mezzo ad un cerchio di nemici, minacciati, insidiati di fuori e di dentro da mille pericoli, senz’alcun benefizio della pace negli intervalli di tregua, in procinto perpetuo di un fallimento disastroso, in una vicenda continua di speranza e di disperazione. Non ti pare che i pericoli e gli affanni d’oggi siano ben poca cosa in confronto di quelli passati?
Il cavaliere scrollò il capo, e rispose tre volte no. — No; l’agitazione e i pericoli d’allora li volevamo noi, e sapevamo quello che volevamo. Era un movimento storico, necessario, chiaro, circoscritto. Ma questo chi sa dove andrà a finire?
— E anche questo è determinato da una necessità storica, è un fenomeno naturale della vita sociale. Credi che le forze della vita e della storia agiscano in una classe sola della società? Quello era un movimento circoscritto! Da che confini? Forse che la borghesia s’è contentata dell’unità e della libertà? Conseguite queste, non abbiamo noi cercato di ricavarne tutti i possibili vantaggi individuali e di classe, morali e economici? Ora le moltitudini voglion fare lo stesso: migliorare il proprio stato, come abbiamo fatto noi, servendosi delle stesse conquiste che a noi giovarono. E questo non facciamo noi ancora, tutti quanti? Chi non s’agita, in un modo o in un altro, per migliorare lo stato proprio? Chi è pago delle proprie condizioni di vita anche fra i più fortunati? Non diciamo noi che il malcontento è padre d’ogni progresso? Rifletti un poco. Noi giudichiamo naturale, giustificabile, anche lodevole che si dia moto e s’affanni per accrescer la sua fortuna il milionario, perchè riesce a vantaggio comune l’attività ch’egli spiega a quel fine, e non vorremmo che le classi sociali più povere s’agitassero per innalzarsi a una condizione di vita più umana! Ti par che sia logico? Ti par che sia umano?
— Non c’intendiamo. Non son contrario al fine: mi spaventano i mezzi, m’inquieta il fatto che queste classi si organizzino, si leghino e si muovano di concerto: in questo è il pericolo, e questo condanno.
— Ma questo condanni in loro soltanto: ecco l’ingiustizia. Non sono collegati per l’interesse comune cittadini di altri molti ordini e ceti sociali? C’è forse un ceto, una classe qualunque della società che, se sperasse di conseguire un vantaggio con l’associazione degl’intenti e degli atti, anche con lo sciopero, anche con l’arma spuntata e prudente delle minaccie, non lo tenterebbe? Non fecero, non fanno anche dei ceti borghesi dimostrazioni per le strade, leghe contro il fisco, intimazioni e minaccie al Governo? Non si sono accordati degli industriali a chiudere le loro fabbriche, mettendo sul lastrico una folla d’operai, per forzare lo Stato ad allentare il laccio dell’imposta? Che c’è di più naturale e di più giusto che i lavoratori ricorrano anch’essi al mezzo riconosciuto più efficace, al solo mezzo che possa recare effetti immediati, e di cui hanno avuto tanti esempi al di sopra di loro? Che se, avendo essi il numero, dalla loro azione concorde ci viene un’inquietudine che l’azione degli altri non ci desta, che colpa hanno essi d’essere in molti? È giusto il giudicare un diritto non per sè stesso, ma dal grado d’apprensione che può destare in noi chi lo esercita?
— Lasciamo andare il diritto. Quello che mi dà più pensiero è la molteplicità, la simultaneità, la violenza dei moti, e l’esorbitanza delle pretensioni, che rivelano un intento lontano, più grave assai dei desideri presenti.
— Vediamo un po’. Le pretensioni saranno inopportune e eccessive in certi luoghi e in certi momenti; ma non son tali da pertutto nè sempre: non si può onestamente affermare il contrario. È la tendenza generale nelle sue cause e nei suoi effetti generali che bisogna considerare. Quando, fra cent’anni, si giudicherà con mente di storici il movimento attuale, chi darà importanza al fatto che esso non sia stato opportuno e ragionevole in tutte le sue manifestazioni parziali, che in alcuni, e anche in molti casi e punti le richieste abbiano superato la possibilità delle concessioni? E a chi non parrà naturale il fenomeno, che ora si chiama _febbre_ o _contagio_, voglio dire quest’altro fatto: che l’agitazione si sia propagata con troppa rapidità, che i moti siano stati simultanei in una gran parte del paese, assumendo una apparenza, e qualche volta anche un carattere inquietante? Ossia, che ogni concessione giustamente ottenuta abbia destato intorno cento speranze inappagabili, che in ogni parte si sia manifestata una gran furia d’afferrare il momento che pareva più propizio, quello in cui era lasciata per la prima volta alle moltitudini una libertà relativa nell’esercizio dei diritti comuni, la quale esse temevano ragionevolmente che fosse passeggiera come il Governo che s’arrischiava a concederla?
Il cavaliere tacque un momento; poi rispose, corrugando la fronte: — non temo le classi lavoratrici; temo chi le consiglia e le muove. C’è un branco di mentecatti tristi che le hanno nel pugno.
— Ma no, amico; questo è il vostro errore capitale, cagione di tanti altri errori: quello di credere, di voler credere a ogni costo che pochi bastino a sommuovere delle moltitudini, a stornarle dal lavoro per settimane intere, a spingerle incontro a pericoli e a danni, a farle volontariamente digiunare e patire mille disagi. E perchè lo farebbero? Dite: per acquistar popolarità. Ma è un gioco rischioso, in cui la popolarità si può acquistare e si può perdere. Nella più parte dei casi si perde, e si mette a cimento anche dell’altro. Ma se anche fosse vero, se bastano veramente pochi a mover le migliaia, questa è una prova indubitabile che la disposizione nelle moltitudini c’è, che l’idea, il sentimento, l’impulso interno preesistono, e che quindi prima o poi, in un modo o in un altro, anche senza quei pochi, il movimento avverrebbe. In che illusione vivete! Anche i passati governi dicevano dell’agitazione nazionale che gli agitatori, i colpevoli di tutto eran pochi, e si cullavano nell’illusione che, sopprimendo quei pochi, tutto si sarebbe quetato. E credi, amico, credi che non ultima causa dell’irritazione delle classi lavoratrici è il sentirsi ripetere eternamente quell’antifona, la quale, insomma, equivale a dir loro: — Noi sappiamo bene che se un pugno di mestatori non v’istigassero di continuo per fare il vantaggio proprio alle vostre spalle, voi sareste incapaci di qualunque accordo fra di voi, di qualunque risoluzione e azione collettiva diretta all’utile vostro: voi non siete che un enorme pecorame umano, senza idee e senza volontà, che qualche ciarlatano spinge di qua e di là a suo talento, ubriacandovi di parole e d’illusioni. — Come volete che, al sentirsi dir questo, quando pure sarebbero disposte a seguire i consigli di moderazione che anche dagli agitatori molte volte ricevono, le moltitudini non siano tentate a respingerli e a passar oltre, per provarvi che non sono mandre incoscienti, ma folle d’uomini che pensano col loro cervello e vogliono con la volontà propria?
Il cavaliere rimase silenzioso, stropicciandosi con le dita un orecchio.
— Vedi — riprese l’amico: — quello che ci fa guardare con animo inquieto e ostile al movimento presente è il pensiero che in esso sia un pericolo prossimo per il nostro superfluo, che noi ci siamo assuefatti a considerare come necessario. Parlo del superfluo, non del resto, perchè sarebbe insensatezza l’affannarci di quello che potrà seguire nel mondo quando di noi non ci sarà più che cenere. Ora è certo che il movimento non potrà aver buoni effetti per le classi lavoratrici senza sacrifizi gravi della borghesia. Ebbene, persuaditi che questo è giusto, e rassegnati fin d’ora a quei sacrifizi, rinunzia fin d’ora, dentro di te, con volontà ferma, al tuo superfluo. Tu vedrai come ti sentirai sollevato, come si chiarirà il tuo giudizio, con che occhio diverso guarderai a quello che accade. Il movimento è giusto: ecco la verità che ci dobbiamo fermare saldamente nella ragione e nel cuore. La nostra classe, con la rivoluzione italiana, è stata portata su da un’ondata che a noi parve d’un fiume fecondatore. Ora ci pare onda di fiumana devastatrice quella che porta su le classi inferiori. E non è: è un’altr’onda delle stesse acque benefiche. Cerca di metterti con l’immaginazione in un atteggiamento benevolo verso quelle moltitudini di cui l’ascensione si turba, e dico: con l’immaginazione del vero. Fatti sempre presente al pensiero che manca a loro tutto quello che rende a noi più cara l’esistenza: la soddisfazione del presente, la sicurezza del domani, il godimento dell’intelletto, il senso della libertà e della leggerezza della vita. Considera pure che in un tempo lontano, quando, tenendo conto delle loro condizioni materiali e del loro stato di cultura presenti, si farà un raffronto fra la vastità del movimento attuale e il piccolissimo numero di casi di violenza che l’hanno accompagnato, questo sarà argomento di grande maraviglia. In fine, se tu non mi trattassi di predicatore, ti suggerirci ancora una considerazione molto semplice: che sono nostro sangue, che ci son fra loro i figliuoli delle migliaia che insanguinarono i nostri campi di battaglia, che sono le ossa e la carne della nazione, anzi la nazione medesima, in somma, poichè non solo essa non sarebbe senza di loro, ma non ne potremmo neppur concepire l’esistenza.
Il cavaliere fece uno di quei gesti indeterminati, — coi quali si scansa di dare una risposta.
— Andiamo, dunque —, rincalzò l’amico sorridendo, e mettendogli una mano sulla spalla —, tu che sei manzoniano! Ricordati di quello che dice il Cardinale a don Abbondio, rimproverandolo che la carne l’abbia fatto tremar per sè, mentre la carità doveva invece farlo tremare per gli altri: che di quel timore egli si sarebbe dovuto umiliare, che avrebbe dovuto invocar la forza per vincerlo e che l’amore l’avrebbe reso intrepido. — Ah! — gli dice — se v’avessero umiliato, offeso, tormentato, vi direi d’amarli, appunto per questo: amateli perchè hanno patito, perchè patiscono, perchè son deboli, perchè son vostri.
Il cavaliere continuò a star zitto per qualche momento; ma si sarebbe potuto dir di lui quello che dice il romanziere del curato: che il suo silenzio non era più quello di poc’anzi, che s’egli non sentiva tutta la commozione che la predica voleva produrre, sentiva un certo dispiacere di sè, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione.
Non si diede per vinto però, e disse tutt’a un tratto, un po’ bruscamente: — Tu abbellisci ogni cosa.
— Non abbellisco — rispose l’amico — no. Abbellisce la verità chi ne nasconde i lati spiacevoli. Questo io non faccio nè con gli altri nè con me stesso. Io non mi dissimulo i guai, i dolori che porteranno a tutti gli avvenimenti di cui vediamo il principio; prevedo dei giorni tristi, dei conflitti lamentevoli. Ma guardo pure al di là di questi, vedo i resultati lontani, uno stato di cose migliore del presente. In questo pensiero mi conforto. Nel fatto, vedi, io sono ancora un borghese come te, immobile in un atteggiamento di difesa. Eppure v’è un recesso in fondo alla mia coscienza, nel quale, come filosofo antiveggente e previdente nell’avvenire, già svincolato d’ogni interesse personale del presente, festeggio di nascosto il mio primo maggio.
— Ah, questo poi — esclamò scattando il cavaliere — io non lo farò mai!
— Non lo puoi giurare, mio caro. Nell’animo d’ogni uomo di cuore e di buon senso c’è oramai un seme segreto di socialismo, che si può negare, che si può comprimere; ma che resta e germoglia a nostro marcio dispetto. Germoglierà anche nel tuo cuore.
— Ne dubito.
— Vedrai.
— Starò a vedere.
Il cavaliere stette un po’ sopra pensiero, e poi, rasserenandosi all’improvviso, disse all’amico, tendendogli la mano: — Sia come si sia, non ti nascondo che con le tue parole m’hai un po’ risollevato l’animo. Che cosa vuoi? Vivo in un cerchio di buona gente che vede ogni cosa a traverso agli occhiali d’una così maledetta paura!
— Ecco la mia prima vittoria! — esclamò l’amico, stringendogli la mano. — Ti ho strappato gli occhiali.
Passano le tessitrici.
Nel momento che s’alzavano da tavola udirono il rumore confuso d’una folla, che s’avvicinava.
Tutti corsero alle finestre e ai terrazzi; la padrona di casa s’affacciò alla finestra più vicina, con una delle sue figliole.
Venivano innanzi, per una via diritta, le operaie tessitrici, scioperanti da due giorni; varie centinaia di ragazze e di donne, fra le quali si vedevano delle teste grigie; tutte in capelli, molte scarmigliate e coi panni in disordine; gruppi serrati, come grosse pattuglie, che gridavano parole incomprensibili; schiere di dieci o dodici, che si tenevano a braccetto e cantavano a voce altissima; molte scompagnate, che correvano avanti e indietro e rompevano qua e là la colonna, gesticolando, come se diffondessero una parola d’ordine, e i canti, le grida, i discorsi, le risa stridule facevano tutt’insieme un frastuono tra di battaglia e di baccanale, che si smorzava a quando a quando come nel mormorio sordo d’un fiume, e poi riscoppiava più forte.
Quando le prime furon tanto vicine da poterne vedere i visi accesi e le bocche squarciate, la signora fece un passo indietro dalla finestra, esclamando: — Che orrore!
In quel punto si vide accanto uno dei molti invitati, del quale le era noto il nome da quella mattina soltanto: un amico di suo fratello, un giovine alto e pallido, che durante il pranzo era stato quasi sempre silenzioso, e che per questo, o per l’espressione severa e dolce del viso, le aveva destato curiosità e simpatia.
Il giovine aveva udito la sua esclamazione.
— Infatti — disse pacatamente, con un sorriso —, non è quello l’aspetto più gentile in cui si possa presentare il suo sesso, signora. Ne convengo.
La signora rispose con vivacità: — Il mio sesso! Mi perdoni, signore: lei coglie un brutto momento per farmi osservare che quelle son donne al pari di me.
— È vero. Ma ci sono delle verità che è bene ricordare appunto nei momenti in cui riescono più sgradevoli. Io le ho ricordato questa con un’intenzione cortese: per attenuare in lei una impressione penosa. Quelle donne sono infiammate da una passione. Una passione violenta è come una lesione passeggiera del cervello, la quale produce effetti consimili in tutti gli esseri umani, a qualunque classe sociale appartengano. Vada a vedere, signora, in una Casa di salute a che cosa una lesione del cervello riduce la dignità, il pudore, l’educazione, la gentilezza delle più nobili dame.