Part 11
Era nato di famiglia patrizia, solo erede di una fortuna considerevole, signore di ogni sua volontà e di ogni piacer suo. Tutto ch’egli avesse desiderato poteva: godere in libertà, perdersi fra gli ignavi, dimenticare il mondo e i suoi dolori: non essere. Tanti e tanti non erano, larve meschine di genti degeneri che giustificavan l’odio del popolo; vanità pietose rannicchiate fra i ferrivecchi dell’araldica come in una fortezza sublime; pallidi fantasmi da fiaba e non più. Egli non aveva proceduto per la loro via, offeso da una altezzosità sgarbata e da una miseria morale troppo grandi; nè più gli era piaciuto il gesto di qualcuno che usciva ad uccellare con il volto coperto da una sua maschera giacobina; il suo gran cuore d’uomo era stato ferito dalla meschinità dei primi e dalla viltà dei secondi e si era chiuso nella malinconia di chi si sente esule fra i suoi e non vede strada che li avvicini nè ora che li tramuti nel mondo.
E aveva abbandonato tutto. Che ne avrebbe fatto altrimenti della sua passionata giovinezza?
Come vivere e come morire in una grigia uniformità di giorni deserti, pure ascoltando le voci innumerevoli della vita?
Or col crescere della luce, la lunga teoria dei trasporti si delineava più chiara contro il cielo purpureo. I navigli da guerra fiancheggiavano il corteo precedendolo e chiudendolo. Procedettero lentissimamente fin che non furono immobili. Allora il giovine severo si sentì chiamare.
*
Il bel cipresso fra gli uomini stava per incontrarsi col proprio destino. Si rivolse, salì una scaletta, si trovò di fronte al condottiero della nave. L’ascoltò rigidamente. E quando si volse a ritornare gli occhi suoi erano lucenti.
I compagni lo videro discendere nella lancia, raccogliere i suoi uomini, impartir ordini, disporre, agire con fredda e precisa rapidità. Una energia improvvisa nasceva in lui, una virtù di comando e d’azione non sospettata. Abilmente lo avevano prescelto e lo mandavano innanzi. Il suo viso si era trasfigurato. Su la consueta impassibilità severa passava un ardore novello. Le sue native virtù di dominio, trovando il giusto campo nel quale esplicarsi, si incuneavano ad un punto rinsaldando intorno a sè gli uomini come a farne una cosa sola e avveniva il prodigio di cento anime perdute in un’anima sola, di cento volontà riassunte spontaneamente ed entusiasticamente in una.
Gli umili navigatori, i bei marinari forti e taciturni l’avevan conosciuto d’istinto accettandolo a capo senza dubitanze. Anche se il grado non lo avesse loro imposto si sarebbero stretti intorno a lui per seguirlo, per essere dove egli era, per compiere il prodigio ch’egli avesse pensato e voluto. Tutto era possibile con uomini di tal fatta, nè v’era furia, nè numero, nè violenza che avesse potuto interporsi perchè la volontà e la fede e la convinzione di balzar oltre ogni opposta energia compie i miracoli che stupiscono. Essi invero avrebbero mosso lo stupore degli uomini lontani. Lo scarso manipolo valeva più di centomila, più che eserciti schierati.
Egli sentiva la sua giovinezza salire tant’oltre, vivere di tant’ala e di così grande ardore da invaderne il mattino e sentiva che il fascino del suo cuore era intorno a lui più che una parola detta, più che un comando od un gesto.
Certe virtù si sentono, non s’esplicano altrimenti, hanno un oscuro e magnifico potere emotivo, sono un brivido da cuore a cuore, un patto senza parole dinanzi alla morte.
Or ecco che la sua nobiltà si creava in lui, di lui ed egli era in realtà oltre le pallide larve del passato, il primo fra i suoi. E questo volevano gli umili, coloro che lo seguivano come un maggiore fratello al quale si affida tutto che di più grande si abbia: la vita. Questo volevano i fabbri dei cantieri, usi alle affocate fucine e ai mazzapicchi e alle ancudini squadrate e sonore come le anime loro; i mastri d’ascia, nocchieruti come i vecchi pini divelti a formar la chiglia delle navi; i calafati, i velai, i pescatori dal cuore di bronzo. Ed eran di Liguria e d’Oristano, di Versilia e dell’Abbruzzo; figliuoli di maremma e di laguna, nati sul mare e per il mare come la procellaria.
Andaron sereni. Erano i primi che discendevano su la terra da conquistare al dominio dell’Italia, i primi che mutavano corso a un destino, che incominciavano un’ora storica.
Li guardò. I bei volti giovani gli sorrisero serenamente devoti. E la lancia si avvicinava alla spiaggia sempre deserta, in apparenza. Altre lancie venivano dopo trainando grandi zattere.
Giunsero. Egli discese primo, i compagni gli furono al fianco. Senza attendere il batter di un ciglio li ordinò e si spinse innanzi verso le dune. Nessun ostacolo si frappose. La distanza fu superata in breve. Ed egli sempre era primo, sempre il suo piede segnava l’orma sua innanzi alle altre. A lui doveva toccare il primo urto e la prima insidia come a quello che la fortuna aveva posto più in alto, come a colui che giustifica il suo grado con la forza dell’animo e l’energia conduttrice ed il saldo coraggio.
Dispose gli uomini suoi a difesa, distesi su le dune contro il punto da cui sarebbe giunto il nemico ed attese diritto, disdegnando ogni riparo, offrendosi alla morte con l’impassibile calma di chi ha vinto in sè le forze dell’istinto.
Le lance giungevano e ripartivano. Già si era messo mano ai pontili e la spiaggia era animata da un lavoro rapido e preciso. Altri reparti sbarcavan più lontani, si distendevano fra le dune, ma ancora la difesa sarebbe stata uno sforzo titanico di pochi se il nemico fosse apparso. E appena erano presso la spiaggia le zattere dense di armati che il giovine, diritto e solo su la duna più avanzata, come era diritto e solo il suo nome fra l’ignavia degli ottimati, vide e misurò il primo impeto.
Da un palmeto lontano, nel quale aveva già scorto un denso rimuoversi d’ombre, sbucavano i beduini e si lanciavano innanzi addensandosi come un nugolo. Il giovine si volse a guardare la spiaggia e le dune laterali. Erano pochi ancora e forse, agitandosi il mare sotto un vento repentino, i rinforzi non sarebbero giunti a tempo. Ma che importava? Bastava il manipolo esiguo a fronteggiare la rabida furia. Egli non si rimosse, non si inchinò. Pareva avesse superato cento volte simili ore di spasimo. Attese. Mormorò qualche parola agli uomini suoi. Li predispose all’ultima resistenza.
E d’un subito incominciò la battaglia.
Ora non ho palesato il nome di lui. Egli ne sarebbe impallidito come impallidisce ogni grandezza imprigionata nel fiacco cuore dei più. Sia come l’anima migliore fra la moltitudine, o rimanga nel regno de’ miei fantasmi. Io avrò dette vanità. Ma la sua memoria avrà il nome di una stirpe e di tutta una famiglia umana; ma la sua leggenda correrà il mare e i cantieri, narrata dai nipoti del suo manipolo; si rinnoverà come il vento, come la vela e il remo e come il cuore d’Italia.
Il tempo non fu più misurato se non sul procedere del barbaro nembo. Era una fiumana che avanzava contro una scarsa diga di uomini; ma ciascuno si era votato al Dio della morte ed era incrollabile.
L’impeto fallì; il numero si infranse; la sicurezza dei barbari vacillò. Non erano dunque i figli di ogni viltà coloro che eran discesi alla spiaggia?... I favoleggiati italiani, miserevole gramigna di campi riarsi?
E le bande dei bruti, lanciati alla preda, giungevano correndo, si scomponevano, si riformavano, incitandosi alla ferocia con lo strepito dell’urla.
Ma una corona di dune era insuperabile; ma dietro quella e su quella era la virtù garibaldina della gente del mare. E un uomo solo appariva ai sopraggiunti, oltre il ciglio di una duna, diritto; un uomo, il primo, l’invulnerabile.
Ognuno gli diresse il suo colpo, egli non crollò. Si aggirava sul fronte della sua difesa; pareva avesse l’inconsistenza di un’ombra. A quando a quando si soffermava a rivolger la faccia. E dietro di lui era una barriera di fuoco. Erano caduti a diecine su la barriera vietata da quel solo. E la sua fine era inevitabile s’egli si chiamava uomo, se era schiavo della rossa vita del sangue.
Ma il suo prodigio doveva valer la vittoria. Egli, di sè, aveva ingigantita la sua gente, egli si era moltiplicato in ciascuno, aveva tenuto sul suo solo destino, per un attimo, l’enorme destino di tutto un popolo. Se ripiegava, innanzi che altri giungesse, era il disastro; se cedeva un palmo, se il suo coraggio l’abbandonava, tutto era perduto, per sempre. Doveva morire ma innanzi a tutti, solo e diritto su tutti gli altri, con nella fronte pallida, fra gli occhi fermi, la smisurata volontà di un popolo. E il còmpito titanico gli piacque, la sua superba malinconia ne fu profondamente irraggiata ed egli si sentì sacro nella sua morte che gli era bella come un altare.
Non si rivolse al passato, andò verso il suo certo termine come chi si è liberato da ogni legame umano e ha colto il supremo rapporto fra il suo essere transitorio e l’eterno: fu uno, compiutamente, dall’abisso dell’anima all’aspetto esteriore. E la sua gente l’idolatrò.
Poi quando sentì, alle spalle, l’italico grido dell’attacco e vide procedere in corsa le turbe discese dalle navi e si sentì soccorrere, non volle perdere il primato. Ebbe un grido ed i suoi pochi balzarono in piedi vicino a lui e corsero all’attacco. Ma in quel punto il giovine si inarcò, disciogliendosi il suo legame umano.
Cadde, volse la faccia contro l’Italia lontana e il bianco orrore lo tenne. Era giunto. Su la sua traccia trascorse l’impetuosa vittoria. Fu tutto.
La spoglia di lui ritornò sola ed esangue fra i tristi compagni. Ora, sarà giorno in cui riposerà fra suo padre e sua madre, nei mausolei fastosi, fra i roggi cipressi e riposerà come ogni uomo nei campi della moltitudine; ma l’anima sua sarà sempre divinamente levata innanzi al destino della Patria, come una volontà malinconicamente superba che prima si elesse la morte per la grandezza di una stirpe anzichè tralignare.
L’insidia.
“A tutti gli umanissimi cuori di Europa che ci armarono pirati, che ci vestiron di ferocia, che fecer sentimentale scempio di noi e ci augurarono la disfatta; agli ipocriti di ogni terra e di ogni razza per l’amor che ci unisce.„
_La storia, quando segna i suoi periodi classici, non vede che le razze e il loro destino e raro è che raccolga un umile nome e lo incida oltre il confine mortale, nelle sue rupi._
_L’ombra da cui sorse, per un attimo, l’uomo gagliardo, ritorna uguale con la morte di lui; quello ch’egli fece scompare nella gesta comune._
_Ma chi visse l’ora storica, chi ricorda i singoli volti degli uomini non può astrarre nè dimenticare._
_Il frutto val bene il suo ceppo._
_Così su la trama dei giorni, sul contessersi degli avvenimenti fra le grida e i tragici silenzi, fra i rulli dei tamburi, sorgenti dall’ombra antelucana, i chiari squilli ripercossi da campo a campo, il grido delle scolte, il vociferio dei ridesti, il canto dei nostalgici, il riso dei sereni, l’impeto delle battaglie, il giolito delle avanzate, il trepestar dei cavalli, l’avventurarsi delle masse enormi, il rombo degli scoppi, i cortei della morte, tra tutto questo e più ancora nella vita dal ritmo sempre diverso e sempre possente, grandeggiano certe figure di umili che nessuno sapeva e che nessuno saprà forse mai._
_Ma l’uomo che passa fra i compagni suoi ammirati, l’uomo ignaro che agisce e muore per una sua luce infinita, trova una eco, nel suo popolo, è, come il cuore dei cuori, il mutamente eletto fra i diecimila._
_E il nome suo, emigra storpiato, trasformato, nei canti delle montagne e delle marine; trascorre per gli anni, batte alla soglia dei secoli, perde il suo suono preciso, significa l’eroe, l’entusiasmo, la patria e la sua gloria, il paese e la sua grandezza, è l’ingenua potenza d’amore e la forza di ascesa di un popolo._
_Così il solco profondo aduna maggiore sementa e per l’emula volontà di ogni franca giovinezza si formano gli eroi._
_È per l’ignota forza di pochi ignoti che si formano le compagini formidabili._
Si spegnevano i fuochi dei bivacco. La notte scendeva sul deserto. Diecimila uomini cercavano il sonno fra le tende e le sabbie, distesi sotto le stelle, con accanto il fucile. Si udivano appena voci sommesse e il trepestar dei muli e dei cavalli raccolti in cerchio intorno a una palma, o a un palo, o a un carro nero. Era una notte africana, tersissima, senza fiato di nebbie, sì che gli astri parevano più grandi e più vicini e più profonda l’oscurità interposta.
E, sotto l’immensità, diecimila giovinezze tacevano nell’immemore sonno.
Qualche rado lume brillava tuttavia, qualche bagliore di fuochi semispenti; ma dalle tende, ma dalle basse baracche non si udiva che il pispiglio di qualche parola sussurrata nel sonno o il respiro uguale del riposo dopo il travagliato giorno.
Fra le scarse palme, su le dune più alte, in tutta la vastità del campo trincerato era trascorsa la pace. Solo, su le trincee ciclopiche, passavano e ripassavano le ombre delle sentinelle. Un cerchio di uomini vigili era intorno intorno. Si muovevano essi su le sabbie, inavvertiti, contro la volta notturna.
Qualche stella che brillava più basso, fin su l’ombra di una duna, poteva trarli in inganno e irrigidirli nell’attesa e così il tinnire dei reticolati percossi dall’incauto che v’incappava; ma il primo dubbio era tosto risolto dalla persistenza dello scintillio rossigno ed il secondo anche, chè un subito mugolio indicava il trascorrere di un cane affamato. Le ore si trascinavano a stento quasi che il sonno le cogliesse per via e il loro andare fosse interrotto da pause.
La città della guerra giaceva nel suo vigile riposo avendo intorno l’avida brama e l’urlo della barbarie. Ma pure qualcuno non s’era inchino tuttavia su lo sparto o su la sabbia a cercarsi il consueto giaciglio e, alla poca luce di un cero, o di una lanterna, curvo su di una cassa vuota o su due zaini sovrapposti, scriveva ai lontani, al di là del mare.
Altre ombre si aggiravano intorno alle tende del Comando e ad un fonducco, nel quale giacevano promiscuamente i prigionieri. Un giovinetto berbero, appoggiato allo stipite della porta, guardava la notte, impassibile come se non fosse in prigionia, ma sull’entrata della sua tenda al limitare delle Hammade.
Era in quel suo giovine volto come una volontà assidua che ne impietriva il segno, sì che nè sorriso, nè dolore, nè altro sentimento aggallava dall’anima a tale specchio muto ed arcigno. Aveva l’occhio freddo ed acuto dello sparviero e di indoma fierezza. Immobile da lung’ora parea attendesse dal cuor della notte un suo misterioso messaggio, attraverso allo spazio taciturno. Due soldati l’osservavano in disparte, e quegli che doveva guardare la preda umana gli passava dinnanzi nel suo breve giro squadrandolo come chi poco si fida poi che poco intende.
Poi qualcuno sopravvenne correndo. I tre soldati di guardia al fonducco si volsero contemporaneamente dalla parte da cui giungeva il busso dei piedi. Una voce chiamò:
— Cartesi?... Amendoli?...
— Presente! — risposero due voci forti.
— Venite subito!... Vi si vuole al Comando.
— Pronti.
Colui che rimase di guardia riprese l’assiduo giro: gli altri seguirono il sopraggiunto. Come furono a una grande tenda illuminata ristettero per ripartire poco dopo, essendosi spontaneamente offerti a un arduo còmpito notturno. S’incamminarono per la notte senza parlare.
Attraversarono l’accampamento fra il sonno comune, fra il ritmo della pace infinita. Da una baracca udirono una voce sommessa, una voce trasfigurata dal sonno, invocare un nome; da una tenda, più oltre, qualcuno rideva di un suo riso breve ed improvviso, interrotto da strane pause in cui nulla si udiva; e la causa di tale gioia sognata era segreta come ogni altra vita notturna. I muli dormivano in cerchio; diritti i più, il muso atterrato e le froge pendule.
Al loro passare qualcuno volse lentamente la testa e sogguardò puntando le acute orecchie. Furono al fonducco. Il giovine berbero era fermo tuttavia nell’atto dell’ignota attesa. Non li guardò, nè si mosse, nè battè gli occhi fermi.
Il soldato di guardia chiese loro:
— Dove andate?
— A Tripoli.
— A quest’ora?
— Sì.
Proseguirono calmi, col loro passo uguale, salendo e discendendo le dune, lungo la pista carovaniera. Le profonde carreggiate su la sabbia segnavan la via sicura.
Non potevano smarrirsi. Anche il fonducco si allontanò e non si udì che il gran palpito notturno intessuto di suoni erranti, di soffii improvvisi, di brividi d’ombra, di una vita che è simile al guizzare degli astri nell’altro cammino. Su tale trama si levavano prossime e remote le strida degli sciacalli.
Andarono senza cambiar parola, il fucile su la spalla; e il cuore aveva il ritmo del passo sicuro.
Nè s’eran desti con la sera, nè avevan rinfrancata la forza loro nel sonno. Fin dall’aurora eran stati nel sole, nel vento, a fianco dei compagni, alla dura fatica, tenaci come il picchio sul saldo tronco, allegri come l’allodola che canta e si veste d’aurora. I loro vent’anni erano come una forza infinita che sempre soprastà ad ogni cura e sempre è pronta oltre il sonno e il riposo. E fra il popolo aspro e torpido delle terre africane, fra le genti imbestialite che s’inebetiscono nel niente e rientrano, vive, nel cerchio delle cose morte, essi passavano come una freschezza di pioggia improvvisa, come un lavacro di purezza e un tumultuar di acque vive su la millenne aridità.
Risposero al richiamo delle ultime sentinelle, scavalcarono i reticolati e le fosse di lupo, furon soli e la città della guerra svaniva nella tenebra.
Non brillò intorno alcun altro chiarore che non fosse quello degli astri. Appena avevano lasciato Ain-Zara che questa parve profondasse in una lontananza incommensurabile. La notte ed il deserto mutavan valore ad ogni distanza, ad ogni sensazione.
Come le prime dune furon dietro le loro spalle la solitudine divenne compiuta. Dovevan percorrere sei chilometri prima di giungere alle trincee di Bu-Meliana, dove sapevano del loro arrivo, eppure era come se partissero per il cammino mortale delle Hammade o degli Edeien. La loro vita dipendeva da un destino più che fallace. Ogni passo poteva condurli all’agguato; ogni ombra poteva essere l’ombra mortale. Andavano per un fantastico paese ignoto su cui ogni cosa viva non potea più che trascorrere. Ma l’anima loro vegliava per gli occhi intenti che già avevano penetrata la tenebra. Or pareva che una luce siderale, immobile e fredda, diffusa come l’alito, scaturisse intorno dalla terra spettrale. E sempre più dilagava senza muover ombre, trasfigurando le cose che in lei sorgevano con profili di sogno.
Era come una fosforescenza di luna sonnolenta, presso a morir fra le nebbie occidue. Gli aspetti diventavan fuggevoli, impalpabili, giuoco di un inganno diverso ad ogni attimo, inafferrabili in un segno preciso.
I due giovani proseguivano calmi, or salendo verso la sommità delle dune come per una via senza compimento che non fosse il punto suo estremo pel cielo; or discendendo nell’interposto solco come in un sepolcro nel cuor della terra. Apparivano, disparivano, senza muover l’eco di un suono, diritti al loro segno. Solo a volte, là dove la furia del _ghibli_ aveva maggiormente sconvolta la mobile terra, i loro passi risuonavano su la roccia con tonfi cupi, alternati da pause. Non si apriva sotto i loro piedi una cavernosa immensità che dava il rimbombo? L’identico pensiero attraversò il chiuso dell’anima loro senza appalesarsi e con questo altri molti: precisi ed informi, vividi e scialbi, di ricordanza e di desiderio.
Giunsero ad uno stagno. D’improvviso su la terra nera apparve una tenuissima fosforescenza animata da più vive luci. Eran le stelle rispecchiate dall’acqua immota. Scansarono una massa oscura, il cadavere di un cammello, riverso sul pendio di una duna. Il collo ed il muso eran contratti in tale arco di spasimo che pareva dovesser schiantare; le quattro gambe intelite non toccavan la terra. Da presso gli giaceva un mucchio di cenci, un basto capovolto, una stuoia e una rete di sparto; poco più oltre era una piccola trincea scavata a furia, con le mani, dal nemico in fuga, e una cosa informe: forse un morto. Non vi posero mente. Ricordavan la giornata della vittoria, la lunga attesa sotto la pioggia, sdraiati nel fango fra il rombare e il frullar dei proiettili, poi i balzi in avanti, l’impeto irresistibile, la fuga delle orde incomposte. Declinava il giorno, si accendevano i fuochi. Gli accampamenti abbandonati ardevano in scoppi improvvisi; si levavano alte, nella calma del vespero, le fiamme e le colonne di fumo.
Ad un tratto Cartesi disse:
— Dov’è la carreggiata?
Amendoli guardò intorno senza rispondere. Si fermarono. Lo stagno s’incupiva sotto le dune e aveva perso di chiarore come si erano avvicinati. Pareva una nera lastra cosparsa di fuochi verdastri, un vuoto buiore intersecato da guizzi. Si udì un fruscìo e un tonfo.
L’immobile specchio si agitò tremando, le stelle vi si deformarono. D’istinto i due giovani puntarono il fucile contro l’ombra ma altro non si udì. Le concentriche anella diradarono, morendo alle rive, lo stagno ritornò alla sua spettrale apparenza.
— Per dove si va? — domandò Amendoli.
Cartesi si volse intorno. Erano fra un angusto giro di dune in un àmbito ancor più fosco.
— Vedi i fili del telefono?
— No.
L’ansia non fece tremare l’anima loro.
— Eppure siamo passati per di qua. Non ricordi quest’acqua?
— Sì.
— Ebbene, andiamo diritto!
Ripresero il cammino. Ancora non avevano salite le opposte dune che un nuovo tonfo si udì alle loro spalle e questa volta più forte.
— Sta attento, — disse Cartesi.
Amendoli aveva il fucile alla spalla. Domandò con voce inalterata:
— Che sarà?
Nulla si vedeva rimuovere intorno. Attesero scrutando l’ombra e quando parve loro che ogni maggiore sosta fosse vana ripreser la via.
Cartesi disse:
— Se sono gli spiriti, tanto meglio! Quelli non hanno lo schioppo!
— Sarà qualche bestia, — disse Amendoli. Poi qualcosa gli balzò innanzi, con occhi di fuoco e dileguò mugolando.
— Hai veduto?
— Sì, un cane!
— Era uno sciacallo.
— Ciò che vuoi, ma non sparare!
Le carreggiate non ricomparivano, nè i pali, nè i fili del telefono. Quando furono sull’alto di una duna si fermarono.
— Sai orizzontarti? — domandò Cartesi.
— Quando andavo giù pei tratturi con le greggi, verso Foggia, a svernare, conoscevo le stelle della mia strada. Qui le stelle non mi dicono nulla.
— Non importa. Ci sbrigheremo ugualmente.
Passò un silenzio.
— Le trincee sono laggiù!
— Dove?
— Là!... Hai veduto?
— Sì.
Una luce debolissima punteggiava la tenebra più presso la terra, in fondo in fondo.
— È un lume dei nostri. Andiamo.
Appena avevan mosso tre passi che tutto scomparve. Ora le dune erano più frequenti ed essi faticavano nel cammino. La mobile arena appesantiva il passo, pareva vincolasse ognor più i piedi e li inceppasse a trattenerli nel suo molle seno. Quello scendere e salire disorientava i raminghi. Vagarono di duna in duna, il volto aggrottato, gli occhi lucenti. Di repente Cartesi si fermò e disse:
— Ricorda che, nel peggior dei casi, non debbono prenderci vivi!
Camminavano da tre ore.
— Dovremmo essere arrivati, — disse Amendoli.
— Arriveremo.
— Bè. Sarà ciò che Iddio padre ha deciso.
E ristettero. Sentivano una grande volontà di riposo. Amendoli si abbandonò prono sul pendio di una duna.
— Guarda di non addormentarti!
— No.
— Levati.
Innanzi a loro apparivano, abbandonate scompostamente, alcune cose oscure e indefinibili alle quali non avevan posto mente a tutta prima, intesi com’erano a cercar le pediche dello smarrito cammino; ora, nella sosta, le guardavano.