Part 10
Rispondeva in sua vece la domestica:
— È uscita questa mattina. Ha dato gli ordini per tutta la giornata!
— E quando ritornerà?
— Dov’è?
La domestica non sapeva che rispondere.
Ritornava tutta avvolta nel suo scialle nero, verso sera.
Giovannello l’udiva primo. Conosceva il passo di lei e le balzava incontro gridando:
— Eccola, eccola la scioperata! Ah zia! Cominceremo a pensar male di voi!
— Sta zitto, sciocco!
— Dove sei stata?
— Dove mi accomoda, — e rideva sotto lo scialle.
— Dimmi dove sei stata!
Allora la vecchia lo prendeva per mano, lo traeva in disparte, parlava sommessa:
— Sono stata in chiesa a pregare per te!... Sssst!... Non dir nulla!... Bambino.... promettimi che non farai pazzie!... Assomigli troppo a tuo nonno!
Giovannello rideva.
— Me lo prometti?
— Ma sì!... che pazzie vuoi ch’io faccia?
— Eh! lo so io!
E si avviava senza aggiunger parola, tutta curva nel suo scialle nero.
Dopo ne parlavano, Giovannello e il nonno, ne parlavano sorridendo bonari, in fondo all’orto.
E passavano i giorni e i mesi così.
Passavano.
Pietro Aresu li vedeva scendere uguali come i grani dell’arena nella clessidra. E nulla era mutato nell’animo di lui come nella vita sua. La solitudine non era stata interrotta. Solo a quando a quando un pensiero luminoso gli si accendeva innanzi d’improvviso e gli occhi suoi ne erano abbagliati. Ma lo scacciava. Non conveniva desiderare cosa che non dipendesse dalla propria volontà. Egli amava Giovannello, ma voleva saperlo libero di sè e del suo cuore. Così doveva vivere, scegliere e amare secondo il giudizio suo. Solo ciò che si elegge spontaneamente può accendere una luce. Ma per certe parole, per certi scatti, per certi silenzi improvvisi egli aveva intravveduto nell’anima del nipote. Anima fresca e innamorata di ogni cosa bella. E pensava a volte che la giovinezza fosse per congiungersi alla vecchiaia per uno stesso ponte ideale. Forse stava per risorgere il tempo di un ardore novello. Ma Pietro Aresu suggellava in sè la trepida speranza e viveva la sua vita uguale e taciturna nel declinare degli anni.
*
Assunta Rosa ascoltava in silenzio, seduta nell’angolo di un divano, tutto il viso smarrito.
Giovannello parlava e parlava da un’ora. Si era acceso come la brace, le parole di lui passavan via fulminee e vibranti, erano il fuoco e l’ardore. Non l’aveva mai veduto così.
Che diceva? Ella capiva e non capiva. Parlava di paesi, di mari e di diritti e di cose fantastiche ch’ella non sapeva, che non voleva sapere. E scivolavan via nomi di uomini leggendari e caotici arruffii di potenze, di navi, di eserciti, di battaglie. Forse la guerra? Le si gelava il cuore. Ma chi faceva la guerra e dove? E si tendeva ad ascoltare sempre più smarrita e sempre più si sentiva disperdere in quel fiume tempestoso e inverosimile.
Pietro Aresu era seduto di traverso in una sedia e stava a capo basso, un braccio appoggiato su la tavola.
Non parlava, non mostrava il volto; solo scrollava la testa di tanto in tanto come per dire:
— Sì, hai ragione!... Sì, hai ragione!...
Ma il suo volto era oscuro, contratto, impenetrabile. Lasciava parlare Giovannello senza interromperlo, lo ascoltava come sognasse. Che dicevano mai?
E Assunta Rosa avrebbe voluto chiedere la semplice risoluzione di tutto quel dire, ma non si attentava.
La sua era una povera voce umile, di creatura ignorante, che avrebbe stonato in quell’ora.
Il discorso finì. Giovannello se ne andò distratto, senza salutare. Il vecchio era troppo oscuro e non avrebbe risposto alle domande di lei. Rimase sola, si guardò attorno, sentì d’improvviso la grande cappa del silenzio. E un timore indefinito spuntò in lei come una mala nebbia.
Un giorno discese nell’orto per interrogare Pietro Aresu, ma ritornò in casa senza essere riuscita a chiedergli nulla. Perchè non le parlava, Giovannello? Ma se le avesse detto:
— Zia.... c’è questo e questo.... io andrò.... io farò.... — Sapeva bene ch’ella avrebbe risposto sempre:
— Sì.
Una sera il vecchio le disse:
— Assunta, il tuo Dio mi ha ascoltato e morirò contento!
La cosa era tanto insolita ch’ella sbalordì. Pietro Aresu non si confidava mai. Che poteva avergli aperta l’anima a quel sorriso? E attendeva da Dio una soluzione.
Ed ecco che un giorno Giovannello la chiamò, tutto festevole:
— Zia? Zia?
Accorse ansante. Vide sulla tavola un involto di stoffe dai colori vivaci.
— Bisogna che tu lavori, zia! Subito subito! Prendi gli occhiali, l’anello, l’ago....
Ubbidì senza chiedere più.
— Ed ora.... questa è la materia prima! Bianco, rosso e verde! Bisogna cucire tante coccarde! Bisogna farne mille! Prendi le forbici.... così!
— Che ne vuoi fare?
— Lo saprai!
Si mise all’opera e le sue mani erano più rapide del baleno, quantunque tremassero.
— Di’ un po’, bambino?
— Di’, zia.
— Che c’è di nuovo?...
Giovannello la guardò e le scoccò un gran bacio sulle guance.
Assunta Rosa tacque e lavorò più in fretta.
E chiese ancora:
— Ci sarà questa guerra?
— Non la guerra, zia, non la guerra! La risurrezione!
La vecchia scrollò il capo e ne capì meno di prima.
Sopraggiunse Pietro Aresu, si fermò a guardare un poco e ripartì senza avere aperto bocca.
La mattina dopo, Assunta Rosa lo udì cantarellare piano piano, nella sua stanza. La cosa non avveniva da quarant’anni forse, e forse da più tempo ancora.
Ella era giovinetta e Pietro Aresu aveva allora i capelli folti e ricciuti come Giovannello. C’erano i tedeschi. Si facevano i nomi di Garibaldi e di Mazzini. Si cospirava, si moriva! Perchè Pietro Aresu cantasse come in quel tempo doveva essere avvenuto un prodigio.
E il prodigio era avvenuto. C’era per l’aria come una subita effervescenza, un lievito di entusiasmo, una gioia e una forza inattese. Si udivano grida insolite e il nome d’Italia!
Da quanto tempo non era morto, il bel nome, sulla bocca dei figli immemori? All’odio era subentrato l’amore; alla disgregazione la compagine; all’incertezza bieca, una luminosa coscienza.
Ci si sentiva uniti! Uno squillo di fanfare chiamava tutto il popolo a raccolta e tutto il popolo era legione. La buona razza non si smentiva. Decisa l’azione, il cuore della patria accompagnava i figli suoi che andavano oltre mare. E in tale vincolo era la forza oltre ogni morte.
Un giorno tutto il paese si tramutò in festa, si vestì di bandiere, si empì di suoni e di grida. Partivano.
Pietro Aresu era uscito fin dal mattino, col viso simile a quello di un Dio. Aveva abbandonato l’orto, la vanga e il silenzio dopo più di vent’anni; era ritornato giovine; aveva parlato, aveva riso, si era vestito de’ suoi panni più belli.
Tutte le finestre della casa erano aperte: vi sventolavano tre bandiere, e i davanzali erano ricolmi di fiori.
Anche Assunta Rosa aveva indossato la sua veste di raso, un po’ goffa, ma antica, antica come il suo cuore! E rideva come gli altri. Era la primavera.
La casa fu presa d’assalto da un’onda di giovinezza. Erano fanciulle, tutte sconosciute per lei, tutte belle agli occhi suoi. Irruppero ridendo in una folata magnifica. Ella non ne conosceva nessuna, ma rise a tutte, strinse la mano a tutte.
— È questa la casa di Giovanni Aresu?
— Sì! Sì! Avanti!... Avanti!...
Ogni finestra fu un grappolo umano, una gaiezza ciarliera, impetuosa, solare!
E Assunta Rosa rideva stringendosi le mani, perduta nella sua grande veste di raso marrone; e correva da un canto all’altro senza capir nulla, essendo contenta di non capir nulla.
Si udiva un brusìo ininterrotto, un incrociarsi di richiami, di urla, un andare e venire, un correre, un tempestare di ardore. Nessuno badava a lei. Non le era stato serbato neppur l’angolo di una finestruccia per vedere, ma non le importava. Le importava di udire i discorsi e prestava orecchio qua e là, ma erano tutte frasi monche, sconnesse, incomprensibili.
Passò Giovannello e tutte le fanciulle si sporsero a salutarlo gridando; passò Pietro Aresu e fu un grand’urlo.
Ella si sentì la faccia rigata di lacrime e si stringeva le mani respirando forte e sorridendo a nessuno perchè nessuno si occupava di lei.
Poi si udì come un bombito e una grande commozione la ghermì alla gola.
— Eccoli, eccoli, eccoli!
Scoppiò l’inno delle fanfare. Una fiumana tempestosa si riversava nella via. Vide le giovanette levarsi in piedi, gettare i fiori, sporgersi tutte quante in una passione che le travolgeva in delirio. E si sporse anche lei, si confuse nel grappolo, vide i soldati travolti nell’impeto della grande fiumana.
Poi gli occhi le si velarono troppo e si ritirò in un angolo.
Solo a notte ritornò Pietro Aresu e quando la vide le disse ridendo:
— Vecchia.... si rinasce!
Poi tornò Giovannello e parlò col nonno, a lungo, come l’altra volta.
E quando furono intorno alla tavola, Giovannello era pensoso e non mangiava. Aveva gli occhi fissi in un punto e ardevano.
Ad un tratto disse:
— Nonno, parto anch’io!
Pietro Aresu levò la faccia a guardarlo e sbiancò senza rispondere.
*
Ella scriveva malamente, sotto la dettatura del fratello:
_A Giovanni Aresu_ _11.º reggimento bersaglieri...._
— Hai fatto il pacco? — le chiese Pietro Aresu.
— Sì.
— Vi hai messo tutto quanto ti ho detto?
— Tutto!
— La mantellina?
— Sì!
— Allora spedisci subito!
— Chissà quando arriverà! — disse Assunta Rosa.
Pietro Aresu uscì senza risponderle.
Ella finì di scrivere l’indirizzo con la sua grande calligrafia stentata, incollò il cartiglio sul pacco e si avviò alla posta, da sola.
Non passava giorno ch’ella non andasse alla posta. Era sempre lei che spediva qualcosa o domandava con la sua voce timida:
— C’è nulla per Pietro Aresu?
— Nulla!
Ritornava, curva sotto il suo scialle nero. Poi leggeva i giornali, anzi li compitava lentamente, con infinita pazienza. E la sua vita si passava fra tale occupazione e la chiesa.
Pietro Aresu non stava più nell’orto. Ora usciva la mattina e ritornava appena per le ore dei pasti. La casa era abbandonata.
Giovannello aveva scritto una volta sola, era sempre entusiasta. Parlava della guerra come di un poema. Tutto era bello e grande.
“.... Il colonnello Fara è l’anima nostra„ — scriveva. — “Non morremo!„
Ora ella ricordava quel nome dolce e lo aggiungeva alle sue preghiere.
A Pietro Aresu parlava poco. Solo, quando giungevano notizie gravi, andava a lui col giornale.
— Hai letto?
— Sì!
— E Giovannello?
— Speriamo in Dio!
E Assunta Rosa si meravigliava ch’egli parlasse di Dio mentre non ne aveva parlato mai. Però, per quanto si facesse forza, vedeva che Pietro Aresu era agitato. Mangiava appena, brontolava fra sè, usciva e rientrava venti volte al giorno quando i giornali annunziavano uno scontro. Poi giungeva un telegramma. Era un grande allarme, un gran battito di cuore, un arresto del respiro. Non si pensava a firmar la ricevuta; le mani si adoperavano a strappare l’involucro, tremavano inette e il foglio era lacerato, ma gli occhi correvano rapidi alle parole.
Subentrava un gran sollievo, una pace profonda.
Ed anche quei giorni di pena passavano come tutte le cose al mondo.
Ora doveva giungere Valerio. Era già in viaggio. Aveva scritto prima d’imbarcarsi, ma Pietro Aresu non aveva fatto parola della lettera. Forse giungeva per Giovannello.
E la vecchia moltiplicava i ceri innanzi alle immagini raccomandando a Dio: Giovannello, i compagni suoi e l’Africa tutta.
In chiesa si trovavano in molte e parlavano sommesso, fra le buie arcate. Ognuna aveva un figlio, un nipote, un fratello alla guerra; ognuna leggeva l’ultima lettera ricevuta dal campo. E ascoltavano come se la parola di uno solo fosse per tutte. Poi qualcuna si appartò, vestì il bruno, pregò più a lungo. Le altre ne rispettavano il silenzio e si attardavano con lei. Erano come vecchie sorelle.
Ormai Iddio disponeva. Fosse fatta la volontà del Signore. A volte piangevano per una lettera eroica, per una morte eroica, sperdute fra i neri intercolunnii di un tempio taciturno.
E seguirono giorni di maggiore ansia.
Sopraggiunse una notizia laconica ed oscura. C’era stata battaglia e molti morti. Quanti? Quali? Non c’erano nomi; non si sapeva nulla. Pareva che i bersaglieri si fossero votati a un grande, tragico olocausto.
Per due giorni Pietro Aresu e Assunta Rosa non sedettero a tavola. Fu un’austera vigilia. Alla sera del secondo giorno, come stavano per salire alle loro stanze, udirono il tinnire del campanello.
Pietro Aresu fu alla porta di un balzo. Era un telegramma. Lo aprì. Assunta Rosa gli stava vicino.
— Che dice?
— Nulla!
— Sta bene?
— No.
— No?...
Pietro Aresu richiuse la porta e si avviò lentamente trascinando i passi.
Assunta Rosa lo seguì fino alla stanza a terreno. Quando furono di fronte, soli, gli chiese:
— Che ha?
— È morto!
E non fu che un silenzio.
*
Il giorno dopo giunse Valerio.
Fu Assunta Rosa che gli aprì. Quando se lo trovò di fronte, all’improvviso, non seppe trattenersi dal mandare un grido, ma quegli la scostò brutalmente ed entrò.
Era torvo e disfatto. Domandò:
— Dov’è il babbo?
— È nell’orto, — rispose Assunta Rosa.
Valerio si avviò verso l’orto.
Assunta Rosa gli tenne dietro. Sentiva un gran freddo per l’ossa.
Pietro Aresu era ritto vicino al pozzo: pareva sognasse. Quando levò la pallida faccia severa e vide suo figlio gli mosse incontro. Furono vicini. Allora il sopraggiunto levò gli occhi torvi e cominciò a parlare, a parlare, prima a bassa voce, lentamente, interrottamente, poi una gran furia passò per l’anima sua bieca: si scatenò, imperversò nemica, si perdette nell’ira scomposta, nella folle ignominia, nel vituperio.
Pietro Aresu non battè palpebra. Ascoltò bianco e impassibile. Guardò il figlio negli occhi, sempre, e quando tutta la feccia di quell’anima miserrima fu riversata a ruina, quando più nulla rimase di forza, di energia, di nobiltà a quell’uomo senza nome, Pietro Aresu non approfittò del suo dominio e tacque ancora. Ormai nulla più poteva scuoterlo. Egli aveva raggiunto il suo segno. Era come l’astro e il cristallo e la conchiusa eternità.
Rimase solo, non si mosse; sentiva intorno una luce fonda e senza tramonto, una parola bella e senza confine, una giovinezza senza mutamento.
Il mondo si chiuse nel sonno. Egli non dormì. Il suo pensiero doveva essere grande come le scie astrali perchè non s’avvide del tempo. L’alba lo sorprese. E con l’alba giunse un nuovo squillo di fanfare. Altri ed altri partivano col cuore d’Italia. Tutta la giovinezza si scagliava alla conquista: di un grido. Nulla moriva, nulla scompariva in quell’ora suprema di eternità. Allora sentì il suo cuore scandere il ritmo della nuova epopea, dell’antica epopea che aveva vissuto; sentì che ogni compimento era raggiunto.
E nella fede della patria nata e rinata, si chiuse nel silenzio del giovine scomparso e attese in serenità l’ora della morte.
In morte di un eroe.
“Per i profeti che negavano la nostra virtù militare.„
_Chiamaron dall’alto la morte — si elessero l’austero silenzio._
_Giovanilmente puri varcaron di un balzo l’istinto — senza pallore, sereni._
_E come i Navarchi la ciurma — come i Condottieri la masnada._
_Fermato un voto di fede — scacciata la pietà turbatrice — si allontanaron dal mondo._
_Dietro restava la turba — restava la dolce famiglia — il volto del segreto amore._
_E fu la notte — purissima — col suo pensiero gigantesco._
_La morte si ammantò di silenzio — austera come una Iddia eretta sul cassero — pura come l’anima della giovinezza — innanzi ai Navarchi._
_Gli occhi l’affissaron tranquilli — poi che su l’abisso dell’anima — non passò che il rombo di una volontà glaciale — il saettare di un candido cigno fra fosche lame di rupi — ai confini della terra._
_Disse il Navarca: — Forse non ritorneremo. Pensate a chi resta chè è l’ora!_
_E sui volti schierati brillò la tua luce — coraggio — semplice e nuda come l’antenna e la prora — come la corazza d’acciaio._
_Poi l’uno scrisse: — Non piangetemi! — E l’altro: — Avrò la mia fossa nel mare! — E qualcuno alla madre: — Non ti lascio che il mio buon nome. Questa notte vado a morir per la Patria!_
_E schietti e digiuni entraron nei chiusi navigli consacrati al gorgo._
_Andarono — calmi nell’esiguo spazio come nel cuor di una tenebra — ciascuno al suo còmpito estremo. — E la tomba rombante fu per ciascuno un altare. — Solo sul ponte, il navarca — gli altri nel chiuso, solleciti all’ubbidire — fino nel cuore del fuoco — nell’ambito delle macchine._
_Morire due volte era nulla agli aspri pionieri — morire, rimorire — pur di condurre la prora incontro alla pavida Armata — pur di gettare la pietra delle fondamenta — la base incrollabile — elevata al di là del transito._
_Andarono. — Dalle rive infernali s’avventò l’impeto di migliaia — ma la morte era a bordo con loro — ospite fra i suoi bravi. — Era seduta sul cassero l’Iddia de l’ardimento e derideva alle sponde, agli urli dello scompiglio, ai mille boati, alle fiamme, al tramugghiar dei cannoni, all’epica ruina precipite. — Andarono, ritornarono. — E scritta è la leggenda millenne._
_Ma se qualcuno — talvolta — se qualcuno domanderà — qual’anima avevano i morituri — dite che una sola era l’anima — e la speranza levata su loro nella tremenda notte — una sola e perenne: l’Italia!_
“Perciocchè tu non permetterai che il tuo Santo provi la corruzione della fossa.„
_Salmo_ XVI, vers. 10.
La nave procedette a lumi spenti; senza forzare, tacendo il mare abbonacciato e oscuro come uno spazio fra gli astri e una solitudine immensurata.
Non s’udì che il palpitar sordo delle macchine, chiuse coi loro fuochi rossi nel cuor della nave, nel fondo cuore congegnato a forza.
Un uomo scivolò sul ponte; salì un sussurro come se una porta s’aprisse e si richiudesse su l’oscurità, e ancora fu il silenzio.
Il giovine, diritto su la plancia, aguzzò ogni sua forza di intesa e di attesa, scrutò la notte uguale nell’estrema figurazione possibile al senso e all’intelletto che procede di cerchio in cerchio per quanto salga e dilaghi.
Tanto era spessa l’ombra che il naviglio nemico poteva apparir di sorpresa e trascorrere non lungi, inavvertito. Epperò ad un minimo moto, a un guizzo quasi impercettibile, a una misteriosa vibrazione dell’aria, gli uomini, muti alla loro guardia, trasalivano, protesa la faccia nel buio.
Ma la notte s’impietriva nel suo segno enigmatico e tutto era scomparso fra le stelle e il gorgo.
Da una cabina, nell’alto, si udiva un intermesso crepitìo, misurato a un ritmo preciso pel quale aveva ugual valore il suono e la paura. Era una misura del silenzio costretto a esprimere, fra la catena dei suoni, il pensiero degli uomini. Qualcuno comunicava di lassù con altre navi lontane, con le città del continente, per un sempre nuovo prodigio. Le voci degli uomini traversavano i cieli con l’impeto della folgore, chiuse nel mistero di un’onda come in una divina forma invisibile, prese nel seno della rapidità, guizzanti sotto gli astri fra l’ignoto e la volontà dell’uomo.
La nera nave, circondata tutto intorno da miglia e miglia di mare, divisa, dalle città delle turbe, da lunghe catene di monti e da foreste e da abissi, parlava con coloro che vegliavamo per lei e con lei; la sua voce giungeva ai grandi palazzi dagli attoniti occhi scialbi, aperti incontro alla notte e qualcuno, sotto una lampada elettrica, la fronte fra le palme, ascoltava.
Poi si udì il palpito delle macchine farsi più fioco, rallentare. Un bianco baleno rettilineo attraversò la tenebra, la divise e la squarciò fulmineamente, si appuntò ad un’ombra fuggente, l’avvolse tutta quanta nel suo cuore, la disvelò. La nave, colta nel campo del riflettore allentò la rotta, attese. Si udirono voci ingrandite dal megafono e la luce si spense, e ciascuno proseguì per la sua via.
Così trascorse la notte. Su l’alba apparve la lunga teoria dei trasporti. Il mare fu corso da un tumulto e il nome dell’Italia si levò per la prima volta a impero di contro a coloro che l’avevano umiliato e deriso e vituperato negli anni degli anni.
Il giovane aveva vegliato tutta quanta la notte quantunque fosse caduto il suo turno ed egli avesse potuto riposare.
Era giunta la volta attesa ed egli ne era ebbro come di un convegno passionatamente sperato negli anni e invocato con l’ardore e la candida fede dell’anima che s’apre al glorioso amore del mondo per gli occhi e la voce e il palpito di una creatura bella. Ne fremeva e ne avrebbe cantato perchè il suo cuore si chetasse e il suo sangue avesse un ritmo all’impeto fondo e l’anima una sua scia luminosa.
Tale era lo spirito dei marinari d’Italia in quell’alba di battaglia.
L’antichissima terra, insuperata nella gloria, nel dolore e nella tenacia di ferro, mandava il fior delle sue stirpi sul mare; tutti i suoi giovani figli più forti, consacrati al Dio della grandezza di lei, esuli ad una primavera sacra.
L’alba saliva da una violacea foschia addentata ai confini dell’oriente come da una cintura caduta dai fianchi della notte nella sua fuga e il cielo opalescente si volgeva alla grazia novella in un giovine incantamento d’amore.
Tutto era puro e forte come una risurrezione.
Ora più erano eterni gli istanti che separavano il giovine dall’azione, anzichè i lunghi anni della sua cieca attesa quando nulla gli appariva nel poi che non fosse sconforto.
Mutò qualche rara parola con un compagno; attese l’ordine perentorio al quale avrebbe ubbidito senza alcun moto interno che non fosse di assoluto acconsentimento, come ogni umana forza acconsentiva, in quell’alba, all’azione gioiosamente desiderata.
Era l’esuberanza latina, stanca della grigia vita senza bellezza, senza entusiasmo, senza Dio che si scagliava innanzi a rifarsi una strada e un destino, a cercare un ardore altissimo, una bellezza nuova per la necessità di non morire soffocata entro i confini di una miseriola arcigna e sospettosa; era una formidabile volontà di vita non sospettata dai retori, disconosciuta dai fiacchi, dagli scettici, dagli ironici e da tutto il mal seme degli uomini degeneri che si trascinano da giorno a giorno pigramente, in una sbadigliata monotonia di parole e di sorrisi.
E sul mare e nell’alba, il canto del montanaro del vecchio Piemonte e quello del pastore delle Madonnie, si levavano per lo stesso sentimento verso l’ignota terra apparsa dal gorgo della notte col primo palpitar della luce fra cielo e mare.
L’uomo forte ed austero dell’Alpe e il fantasioso pastore dell’isola favoleggiata vibravan per lo stesso amore, ritti su la prora del nero naviglio, intenti all’apparire della fulva terra. E quale altro popolo scendeva cantando alla battaglia? Quale altra anima poteva essere tanto serena all’appressarsi di un dubbio destino? Dalle terre di Gallura alla marina di Metaponto, dai monti di Catanzaro alla pianura del Po e alle alte valli dell’Alpi era disceso il vario fiore della giovinezza italica a offrirsi e si era raccolto intorno alle stioccanti bandiere con a capo l’eromper degli inni che accendono il sangue. Dietro le poche migliaia era il numero enorme. Egli sentiva questo, nella trepida attesa, e la sua superba malinconia ne era irradiata dileguando ogni trascorsa amarezza. Non per altro aveva abbandonato, negli anni, i compagni ignari i quali si imbastardivano in bagordi di femine, paghi della loro scialba vita vanamente vissuta; e tutto aveva sacrificato alla sua virtù fattiva per la necessità di essere qualcuno.