Le novelle della guerra

Part 12

Chapter 123,950 wordsPublic domain

Erano cadaveri insepolti, i caduti di quattro giorni innanzi abbandonati dal nemico, nella fuga. Si vedeva l’avviluppo dei cenciosi barracani e il gesto supremo dell’agonia. Uno si era irrigidito in quel che puntava il capo e i piedi nell’urlo spasmodico e giaceva, le braccia larghe, il viso orribilmente losco; un secondo sembrava schiacciato e crocifisso alla terra e la sua faccia affondava nella sabbia; un terzo era ruzzolato di fianco, le mani contratte sul cuore, la bocca torta.

Non in un volto era la pace o un segno di divina grandezza. Intorno intorno, cosparsi per un vastissimo raggio, giacevano bossoli di cartucce, schegge di granate, avanzi di cuoi e di panni e di armi infrante.

Era in tutto ciò una tragica solennità.

I raminghi ripreser la strada. Ora sentivano la necessità dell’andare, per qualunque via, in qualunque punto pur di giungere a una risoluzione. Più temevano l’aggravarsi della solitudine anzichè la lotta e la morte. Più dell’uomo e della sua furia era grave il deserto senza vie nel suo immenso silenzio.

Ancora tentarono dirigersi ma la morta terra non consentiva loro la diritta via; li ingannava in un giuoco assiduo di cento cammini. Più andavano e meno sapevan di giungere. Era una disperante lotta con l’imponderabile: con l’ombra e la terra, con ciò che non si misura e non si conquista, di cui, nelle ore più tragiche della nostra vita, si sente l’infinito impassibile potere. A certe incrociate non resta che affidarsi alla sorte. L’uomo e l’orgoglio dell’uomo rientrano nel mare delle cose mute ed impossenti, sono riassorbiti dal silenzio che ci attornia e ci sovrasta e verso il quale precipita ed annega ogni vita ad adeguarsi nell’uguale profondità.

Su le sabbie non apparivano pediche di uomini o di cavalli. Forse le orme loro eran prime e uniche in quella zona desertica e non avrebbero avuto compagne. Si susseguivano appaiate e profonde in una fila senza fine. Da cinque ore erano in via.

Amendoli disse:

— Riposiamo qui. All’alba si vedrà la strada.

— Bisogna giungere prima dell’alba! — rispose Cartesi e sentiva di dir cose vane. E quando il lucore dell’alba vinse la notte e coronò il levante della sua fresca tenuità, essi camminavano ancora, ma la loro vigoria era per cadere. Fu allora che Cartesi mormorò:

— Sono stanco!

Si guardarono in faccia. Ogni potenza ha un confine. La lotta col deserto è tremenda perchè è di una piccola volontà contro l’impassibile. Li tormentava la sete. La stanchezza oscurava ogni loro pensamento, li teneva in una torbida veglia piena di fantasmi. Erano ormai come una sola persona, come un’anima e due vite. Si guardarono in faccia. L’uno lesse negli occhi dell’altro la parola della disperazione ma tale parola non fu detta, brillò nel raggio degli occhi solamente. Reclini, la mano ferma alla bandoliera del fucile, continuaron la strada.

Poi l’un d’essi gridò:

— Guarda laggiù, guarda!

— Dove?

— Là.... là.... non vedi?

— Son dei nostri!

— Sì, sì!... Siamo salvi!...

Amendoli lanciò la parola d’intesa:

— Italia!... Italia!...

Tacquero.

— Dove sono?

— Non li vedo più!

— Andiamo ad incontrarli.

— Aspetta, — disse Cartesi e attanagliò il braccio del compagno.

— Che c’è?

— Aspetta.

Avevan veduto in verità la veste grigia di due bersaglieri e l’elmetto piumato; non si erano ingannati; la luce novella non consentiva l’illusione.

I sopraggiunti erano scomparsi. Li avevano scorti ad una distanza non grande e non era possibile non avessero udita la chiamata; non avevano risposto. Dove andavano?

Un arruffio di pensieri contrari attraversò la loro mente torbida tuttavia; ma d’improvviso i compagni riapparvero ad un trar d’arco, sopra una duna. Balzarono su come decisi ad un inseguimento, si fermaron di scatto.

— Che fanno? — domandò Amendoli. — Non ci hanno riconosciuti? Non ci vedono?

Cartesi tacque ed il viso di lui s’infoschì. Vide i sopraggiunti parlare fra loro, poi levar le braccia e rivolgersi intorno col gesto di chi spia e teme un agguato.

— Che fanno? Chi aspettano?

Cartesi non rispose, si chinava lentamente stringendo il fucile. Disse a voce spenta:

— Non ti muovere!

— Perchè?

— Sta zitto!

Si udì un urlo roco, e un altr’urlo più lontano. Apparve una fumata. I dispersi avvertirono un fruscio alle loro spalle mentre gli inesplicabili compagni non si muovevano più dall’alta duna.

Anche Amendoli aveva spenta la voce e l’orgasmo improvviso. Ancora non si spiegava la ragione di tale sosta. Ma avvenne allora ciò che non si sarebbe atteso giammai. Vide, trasognando, i due bersaglieri prender la mira contro di loro e sparare e precipitar giù dalla duna, di schianto.

Cartesi aveva preveduto tutto, e in quel che pareva impietrire nell’attesa, aveva risolta l’azione; anche gli era apparso un segno che, riaccesa tutta la sua vigoria, lo aveva fatto conscio di una possibilità inattesa. Gridò ad Amendoli:

— Non sparare!

E si gettò giù per la sottostante fossa a gran corsa. Gridò ancora:

— Presto! Presto!

Ma Amendoli gli era ai fianchi. Seguirono l’avvallamento, pratici del favore dei luoghi e riudirono il trepestìo alle loro spalle. Un urlìo si levò nell’alba.

Tentavano accerchiarli.

— Ci hanno presi!

— No, — ruggì Cartesi. — No!

Soggiunse:

— Appena li vedi, spara!... Mira giusto, per il tuo Dio!

Amendoli non intese. La corsa diveniva sempre più rapida.

Percorsero un laberinto di fosse e il passar delle palle si moltiplicava. Non cercarono evitarle, non si arrestarono un attimo. Più non pensavano alla vita loro. Morire per morire! Che importava vivere?... Che cos’era la morte in quel punto se non un balzo improvviso nel sonno da quella divina possanza?

Ora il trepestìo era più lontano e le voci più fioche nell’aria. Si udì sul vento un grand’urlo diverso.

— Hai sentito?... Hai sentito?... — gridò Amendoli fattosi pallidissimo.

— Sì!... Sono i nostri!

— Attaccano!

Cartesi sostò, si morse una mano a sangue:

— Sacramento!... Ci sono sfuggiti!... — bestemmiò.

Poi ebbe un guizzo, avvinghiò alle spalle il compagno, lo trascinò con sè contro la terra, in agguato.

— Sono là!... Sono là!....

Amendoli appena ebbe tempo di volgere gli occhi, che il compagno suo, puntato lo schioppo, aveva disteso al suolo i misteriosi apparsi. Gridò inorridendo:

— Che hai fatto mai?... Che hai fatto?...

Cartesi non rispose.

I due bersaglieri giacevano bocconi rantolando. Allora Amendoli si lanciò a corsa e già era presso ai caduti quando l’un d’essi, levatosi sul torso, lo prese di mira.

Cartesi parò il colpo gridando:

— Hai veduto, imbecille?

Poi si chinò sui vinti, li disarmò, tolse loro le vesti rubate per l’ignobile insidia, e rideva e aveva gli occhi troppo lucidi per il suo grande riso.

Ritto, fra il tempestar della morte, non sentì più che il canto del suo cuore forte.

Trascorrevano su le prossime dune, i bersaglieri lanciati all’assalto.

Il Rosso.

“A tutti i soldati d’Italia che amarono e morirono.„

_Chi vi saprà mai, uomini dal cuore robusto?. Eravate nei silenzi dei vostri monti come le roveri e gli abeti, sperduti fra il pino e la nube, o per la campagna senza strade, o nell’officina, nella città che uguaglia, nella grigia monotona fiumana._

_A voi stessi ignoti come ad altrui. Rapsodi di una leggenda perenne; creature di fede fra la morte di ogni Iddio; saldi alle vostre radici; cuore della terra vostra._

_Uomini dal cuore robusto, chi vi guardò in faccia nell’ora scialba della vita, chi vi scontrò per la via, sul monte, fra i campi, nell’officina; chi visse con voi nella stessa nave non seppe la vostra bellezza interiore. E i prodigatori di miseria non vi seppero nè coloro che cercavano in ogni inferiorità plebea i gradi al loro dominio._

_Fermi oltre ogni moto effimero, taciturni fra il cicalare inverecondo, soli nell’impeto della moltitudine, serbavate intatta in voi l’anima della stirpe come un frutto sui rami più forti e più in cima, come un lago di cielo azzurrino fra torbide nubi, come una solida ancudine ed una falce fienaia._

_Uomini dal cuore robusto e vi siete ridesti nella terra sinistra, fra i palmeti, dietro le trincee, presso i giovani sepolcri, sotto le tende, agli avamposti._

_Un’anima istessa vi ha irradiato, figli di un’unica madre, più che congiunti._

_Sempre sono nella tenebra le forze maggiori o migliori._

Passò uno squillo ed un silenzio.

La radura di Sidi Mesri fu d’un subito deserta.

Come il Rosso si ridestò e si vide solo, raccolse l’elmetto, si levò stordito cercando orientarsi e si diresse verso una baracca che occhieggiava lontana fra le trincee e il fogliame.

Nessun uomo più attraversava il campo; erano tutti ai loro ripari.

Qualcosa doveva accadere nel deserto benchè non si udisse il rombo dei cannoni. Forse i nemici si avvicinavano, forse si preparava una sortita. Come tale pensiero gli attraversò la mente, si affrettò ancor più. Non voleva essere l’ultimo; non voleva che il padron suo andasse solo al fuoco. Erano stati vicini e di notte e di giorno quando il pericolo era più forte, quando la vita si misurava ad ogni respiro e poteva spengersi senza parola, di schianto. Così doveva essere fino alla fine.

Ansava affondando nelle sabbie e cercava aguzzar gli occhi nella gran luce per sorprendere ciò che avveniva. Ma ancora non distingueva cosa che gli rivelasse la ragione dell’improvviso silenzio.

Quando giunse alle baracche udì il primo rombo lontano. Passò un boato che gli spersi echi dell’immensità si rimbalzarono; che rotolò rovinando come una massa precipite. L’aria ne fu accesa. Il cuore ebbe un sobbalzo. I soldati alle trincee erano intenti alle anguste feritoie. Parlavano sommessi. Si udiva a quando a quando qualche riso represso.

Il Rosso si guardò attorno. Non seppe che fare, cercò qualcuno che gli dicesse ciò che accadeva. Un secondo boato squarciò l’immobilità meridiana, poi un terzo, un quarto, e il deserto fu corso da una colossale ruina.

Si udirono i primi colpi di fucile, lontani. Passò in quel punto un plotone, a corsa. Il Rosso lo seguì e non ebbe tempo a chieder ciò che voleva sapere, che, presso l’uscita, sul deserto, vide appostata la sua compagnia. Non cercò più. Ora poteva accadere il finimondo, egli era presso all’uomo per il quale l’anima sua di giullare aveva trovato una gran luce.

*

Come i compagni lo videro si animarono in una subita gaiezza. Egli si acquattò con gli altri e non fece motto.

Il viso di lui era tranquillo e l’ansito della corsa si spegneva. I suoi piccoli occhi, sotto le grandi ciglia inarcate, avevano una beata luce di contento. Ma ancora non era al punto ch’egli manteneva sempre ogniqualvolta uscisse per il deserto co’ suoi. Si spostò a piccoli balzi, raggiunse le prime file presso il suo capitano. Questi non lo vide o non gli pose mente.

Conversava sommesso con altri del suo rango e scrutava la fulva distesa. Il Rosso lo guardò a lungo quasi ad accertarsi ch’egli fosse ben vivo, poi non pensò ad altro, nè dove sarebbero andati nè a ciò che stava per accadere. Se il capitano era innanzi, tutto poteva farsi. La voce di lui, il suo viso e l’anima sua trascinavan le genti. Uno si dimenticava di essere e dimenticava l’egoismo suo. Il coraggio nasceva da quell’uomo solo, che sapeva parlare ed agire e sapeva le cose dei libri e non temeva la morte. Gli uomini semplici si affidavano in lui, non avevano che il suo nome e la sua volontà. Egli li faceva più grandi e lo sentivano. Il bisogno di adorazione che è nell’anima popolare, la necessità di credere, di consacrarsi, di morire per la bellezza di un amore e di un entusiasmo, trovavano campo a fiorire per quell’uomo dalla figura maschia. I suoi silenzi erano interpretati a grandezza, le sue parole erano ricordate.

Un giorno ch’egli s’era fermo, al ritorno da una battaglia, per lasciar passare un morto e, fatte presentar le armi, aveva detto poco, non più di ciò che dice un singulto in fondo alla gola, tutti, impietriti nell’atto solenne dell’estremo onore a chi aveva compiuto il transito, tutti avevano pianto.

Egli aveva un modo di dire, quando l’anima gli parlava, un modo tale di significare il suo pensiero umano che era come se egli entrasse dentro ciascuno e si portasse il core con lui, nella sua luce. Per questo poteva chiedere agli uomini ogni ardimento ed ogni devozione, perchè era adorato, perchè era colui che, se comanda, ha con sè la sua forza e la sua luce e la convinzione di chi lo segue. Viveva sempre in mezzo alla gente sua, ma questa lo sentiva vicino e lontano, sentiva che sarebbe stato il primo a morire e che nessuno mai avrebbe potuto essere ciò ch’egli era. C’era in lui qualcosa che dilagava oltre la misura comune, oltre il comune concepimento: un nulla, un tutto, l’ombra di un’anima gagliarda che è ad un tempo nella vita ed oltre la vita e si proietta nel mistero. Per la sua gente egli sapeva tante cose che nessuno aveva sapute mai, tante cose che sono la fermezza di chi deve agire e morire.

Era l’uomo che sa reggere e condurre e disciplinare il destino di cento vite e in sè le accentra sicuro, fermo al suo punto oltre la tenebra e con sè le conduce alla vittoria e alla morte.

Egli aveva tratto sempre la volontà eroica, l’entusiasmo vibrante, l’amore delle purissime idee dall’amorfa massa degli uomini la quale ha un’anima bambina e molto non sa e tutto attende. Per questo era un eletto.

Il Rosso non si spiegava tutto ciò come non se lo spiegavano i compagni suoi; egli non si era mai chiesto un perchè nella vita, aveva sempre seguito il suo impulso e il suo destino e nulla più; solo sentiva di esser diverso da quello di un tempo, di avere acquistato qualcosa che lo faceva migliore, e non sapeva che, e si era dato tutto quanto a colui ch’egli teneva come un suo Iddio su la terra.

La sua buffa figura di uomo sbilenco, dalla faccia nella quale si era annidato durevolmente il riso, il riso che dissonna ed abbrevia le dure giornate, si raccoglieva ora nell’attenzione. Seguiva con gli occhi il gesto e il rimuoversi del capitano, innanzi a lui.

I compagni lo guardavano motteggiandolo, non rispondeva. Avrebbero potuto parlare per l’eternità senza che egli rifiatasse. Gli piaceva di portar la gaiezza con sè, ma l’anima sua era altrove in quell’ora. Serena sì, e indifferente agli avvenimenti, ma tesa verso il signor suo, vigile intorno a lui come l’aria e l’ombra e la luce che irradia; distesa a’ suoi piedi, lanciata innanzi per lo spazio verso il nemico e la morte. Ma come ogni suo atto era ridevole, come la sua faccia non poteva esprimere sentimento che non si deformasse a gaiezza, sì come era egli il giullare, l’eterno giullare dalla costretta smorfia per quella sua maschera di cui non si poteva disfare, i compagni continuavano a motteggiarlo e nessuno sapeva ciò che era in lui, ciò che si rimuoveva nel suo profondo, nella sua ingenuità nativa, nella sua bontà grande.

Gli usciva di sotto l’elmetto, ricco di iscrizioni, una tega di capelli rossi e gli scendeva per la fronte fin su le ciglia troppo arcuate come in uno stupore un po’ sciocco per le cose circostanti. E la sua stretta faccia dal lungo naso, aveva la bocca tonda, troppo tonda e piccina, compiuta in un cerchio ingrossato dalle labbra unite. E su le labbra eran tre peli grifagni, ed altri peli su le mascelle, ed altri presso la fronte. Gli occhi eran piccoli, rotondi, troppo vicini al naso, di un color di fumo, eternamente umidi, mobilissimi e seri ma di una comica serietà e si muovevan guizzando ai boati delle cannonate che rotolavano, come per iscoscese montagne, giù per l’aria serena.

Poi si udì un rombo altissimo, dal mare, e un ululo di vaporiera lanciata a precipizio passò sul loro capo. Si vide il deserto lontano eruttar nell’aria una colonna di fumo e di terrame e di fiamme.

— O Rosso, Rosso!... Ê passata una cincia!...

— Acchiappala Rosso, acchiappala!

— O Rosso!... Rosso!... Rosso!...

E le risa sommesse si propagavano da gruppo a gruppo.

Egli non udiva e non prestava mente alle voci che si incrociavano. Quando il suo capitano si volse e fece un cenno egli era in piedi vicino a lui. Non fu scambiata parola. Uscirono di corsa fra i reticolati; superaron le prime dune; scomparvero.

*

Nell’impeto della battaglia, quando più nulla si vede se non la barriera da infrangere, il punto da superare, nessuno più aveva badato a lui; l’avevano dimenticato come si erano dimenticati; ma ora che stavano per rivarcare le trincee lo cercarono inutilmente nel loro numero e inutilmente si interrogarono. Il Rosso non c’era più. Fra gli scomparsi eran due che lasciavan più vuoto: il capitano e la sua ordinanza.

Del capitano sapevano di averlo veduto, nel momento più critico dell’assalto, lanciarsi innanzi con la rivoltella spianata e scomparire; ma del Rosso non sapevano nulla, non ricordavano nulla, nessuno l’aveva veduto se non quando uscivano dalle trincee per tentare l’aggiramento del nemico. Dov’era?... Era forse morto come il signor suo? O disperso? Nonostante l’estrema stanchezza, gli uomini si raccolsero in crocchio e avevano il volto oscuro e parlavan sommessi come quando il dolore non consente espansione nessuna. Era scomparso un uomo e l’ombra di un uomo; una volontà grande ed una devozione più grande ancora.

Volgeva la sera; si consigliavano. Perchè non sarebbero usciti? Forse vivevan tuttavia, forse eran l’uno accanto all’altro, nella gran distesa, dispersi. Perchè non andare alla ricerca? A venti uomini risoluti tutto era possibile e meglio era non ritornare anzichè starsene con un rimorso nell’anima. Risolsero di partire ma non fu loro concesso chè sopravveniva la notte.

Un piemontese gagliardo e testardo preferì gli arresti alla rassegnazione. Che importava agli altri della loro sorte se essi soli avevan deciso? Ma non partirono. Fermi presso le trincee, guardarono il deserto per le feritoie, e la luce moriva e l’aria era rossa come il sangue e la brage.

Una scomposta nuvolaglia si addensava intorno all’astro che discendeva nei cieli ignoti sotto alla terra.

Nessuno parlava più e ciascuno sentiva per la prima volta in cuor suo la vastità della morte, l’immenso valico che resta fra chi trapassa e chi attende al di qua della riva e figge inutilmente gli occhi suoi vani nel poi. Dov’era la voce, il gesto, il comando, il fascino, la grandezza del loro Condottiero? Chi aveva potuto annientare tanta energia e tanta parte di ogni loro virtù, in un baleno? Era egli morto?...

Qualcuno sognò di vederlo ancora; qualche altro lo pensò diritto nella notte dell’interlunio, solo e padrone nel cuor del deserto e dietro lui era l’ombra ridevole, l’ombra tragica e sbilenca del Rosso.

La leggenda sorgeva dal gregge taciturno.

E giunse la notte e pochi preser sonno fra le palme e le norie, nei loro giacigli di sparto.

*

Ora v’era stato un punto nella battaglia, un punto di incertezza in cui conveniva risolvere un dubbio per decidere l’azione più valida e far volgere le sorti propizie.

Un fonducco nel quale si eran riparati gli arabi a tutta prima, battuto poi dalle artiglierie, era apparso deserto con le sue enormi brecce sui muri pencolanti; ma conveniva esserne certi per tentare l’avvolgimento dell’ala nemica avendo sicure le spalle.

Tale necessità aveva spinto il capitano, nell’attimo decisivo dell’attacco, a chiamare a sè tre uomini prodi e a dirigersi con loro verso il fonducco. Il Rosso non era stato del numero per elezione, ma non appena aveva veduto allontanarsi il Condottiero coi tre compagni, si era aggiunto a loro senza nulla domandare, solo per la necessità di essere dov’era l’uomo della sua vita.

Ed erano andati guardinghi, scivolando fra le sabbie dietro Colui che li guidava sicuro, al punto della loro sosta.

Avevano percorso quattrocento metri di strada, apparendo appena sul dorso di qualche duna, sol per l’attimo dell’orientamento e ripiombando distesi nell’interposto solco. L’aria era lacerata dalla terribile gragnuola dei _mauser_. I dorsi delle dune si coronavano di fiocchi di sabbia là dove battevano le palle.

Giunti in vicinanza del fonducco, che sorgeva fra tisiche palme, avevan veduto sull’uscita, presso ad un pozzo, un gruppo di cadaveri ammassati, e, poco più lungi, un cavallo bardato era avvinto tuttavia ad una palma, per la capezza. Era quella la cavalcatura di un morto o indicava la presenza di qualche superstite? Ristettero un attimo nel nascondiglio, poi ne balzaron fuori tutti cinque e si diressero a corsa verso l’entrata del fonducco.

Entrò primo il Capo, con la rivoltella spianata, poi il Rosso, curvo su la sua baionetta e gli altri.

Il vasto cortile era deserto. Lungo i muri di cinta eran cumuli di macerie sotto le enormi brecce, poi un tritume di cose immonde e indefinibili e un barracano presso una pozza di sangue. Nulla più. Sul fondo, contro all’entrata, si aprivano i foschi rifugi, difesi da neri usciuoli, quali aperti e quali serrati. Senza indugio gli esploratori si diressero a quella volta. Furon nel primo rifugio, nel secondo, nel terzo; tutto era deserto, senza traccia di passaggio recente; ma quando entrarono nell’ultimo, una violenta detonazione li accolse. Uno dei loro piombò di traverso.

Acquattato in un angolo, un nero del Sudan stava per riprender la mira ma non gli valse il tempo che, a sua volta, stramazzò stecchito.

Ora si volgevano per togliersi dal fetore di quel canile e rifar la strada compiuta quando udirono un rapido ciabattare nel cortile.

Il capitano impallidì; gli altri gli si strinsero intorno. Videro un attimo lo stiparsi dei ceffi cani su l’entrata del fonducco, poi la porta fu solidamente barricata.

Da quel punto cominciò l’impari lotta. Sui muri grommosi e su la porta eran praticate esigue feritoie, ciascuno si inginocchiò presso la prescelta e lentamente, senza dir parola, lasciò partire il colpo a mira aggiustata. E le ore trascorsero, discesero verso la livida sera.

S’infiammò l’aria del morire del sole che essi non eran più se non tre alle difese: il capitano, il Rosso e Giuagnu; gli altri eran morti.

Poi anche Giuagnu cadde, gridando un nome di donna, e chiuse gli occhi per sempre sotto il raggio sanguigno che penetrava a sghimbescio dalla sua feritoia.

Discese la notte e non furon che due: il capitano e l’ombra sua fedele, l’ombra ridevole dello sgorbio umano che credeva nel suo Dio.

I nemici si eran diradati, eran corsi altrove per un subito richiamo, s’eran sbandati ciabattando e urlando fra le dune. Forse si apriva, come per le stelle, una via deserta ed immensa fra la morte, una strada segnata da un bagliore nell’immensità, verso le trincee lontane.

Il Rosso si levò, non gli restavano che dieci cartucce, era ferito ad un braccio. Si levò dalla sua feritoia che tutto era silenzioso e profondato nella notte illune. Giacevan di traverso, per la stanza, i compagni suoi, senza più voce; il simulacro dell’uomo poi che l’anima era esulata.

Il Capitano non fiatava, non si muoveva. Aveva il capo appoggiato al muro, guardava lontano nell’ombra remota, oltre l’ombra, nel suo mondo di impero. Che cosa pensava? A chi parlava? Che vedeva mai nell’invisibile? E il respiro di lui era lieve come il volo della falena e gli occhi eran fissi, sbarrati, grandi come la notte e il cerchio della notte fra terra e terra. Il Rosso attese, ricaricò il fucile per produrre un suono che distogliesse l’ultimo compagno suo dal profondo silenzio, ma quello non si mosse.

Allora si inchinò a guardare per la feritoia e non vide che le stelle. Che c’era adunque oltre quei bagliori, nella vastità? Che scrutava mai in tanta tensione?

Sentiva un mistero troppo grande gravargli su l’anima; gli parve che il Signor suo più non fosse presente e si allontanasse col pensiero taciturno per le grandi vie che gli ignari non sanno.

Andava verso l’ombra, oltre l’ombra; forse penetrava in quel gran chiuso che solo valica la morte. E un senso religioso lo tenne diritto e muto innanzi a quel silenzio. L’ora trascorreva.

Poi qualcosa si rimosse e il Rosso chiamò con voce di sonno, appena appena viva, chiamò:

— Signor Capitano?