Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850
Part 12
Abolizione dei dazî protettorî — socialismo! chè essa intacca il monopolio della frazione industriale del partito dell’ordine. Regolamento dell’amministrazione dello Stato, — socialismo! chè esso intacca il monopolio della frazione finanziaria del partito dell’ordine. Libera importazione di carni e cereali esteri, — socialismo! chè essa intacca il monopolio della terza frazione del partito dell’ordine, della grande proprietà fondiaria. Le rivendicazioni del partito _freetrader_, cioè del partito borghese più avanzato d’Inghilterra, appajono in Francia come altrettante rivendicazioni socialiste. Volterianismo, — socialismo! perchè intacca una quarta frazione del partito dell’ordine, la cattolica. Libertà di stampa, diritto d’associazione, istruzione popolare universale, — socialismo, socialismo! Essi intaccano nel suo complesso il monopolio del partito dell’ordine.
Il corso della rivoluzione aveva con tanta rapidità fatto maturare la situazione, che i riformisti d’ogni tinta, che le pretese più modeste delle classi medie erano forzate a stringersi intorno alla bandiera del partito sovversivo estremo, intorno alla bandiera rossa.
Per quanto varie, adunque, fossero le forme di socialismo delle diverse grandi sezioni del partito dell’«anarchia», in relazione alle condizioni economiche ed ai bisogni rivoluzionarî in generale, che ne derivano alla sua classe o frazione di classe, v’ha un punto in cui queste forme coincidono: nell’annunciarsi quale mezzo per l’emancipazione del proletariato e nell’annunciare l’emancipazione del proletariato quale proprio fine. Mistificazione voluta dagli uni, automistificazione negli altri, che il mondo foggiato secondo i loro bisogni vogliono far credere sia il mondo migliore, sia l’attuazione di tutti i reclami rivoluzionarî e l’eliminazione di tutti i conflitti rivoluzionarî.
Sotto le generiche frasi socialiste, discretamente monotone, del «partito dell’anarchia» s’asconde il socialismo del _National_, della _Presse_ e del _Siècle_, che vuole, con maggiore o minor logica, abbattere il dominio dell’aristocrazia finanziaria, e liberare e industria e traffico dalle catene, che sin qui li legavano. È questo il socialismo dell’industria, del commercio e dell’agricoltura, i cui gerenti nel partito dell’ordine negano tali interessi in quanto non coincidano più coi loro monopolî privati. Da questo socialismo borghese, che naturalmente, come ogni specie bastarda del socialismo, fa rappattumare una parte degli operai e dei piccoli borghesi, si distingue il vero socialismo piccolo borghese, il socialismo _par excellence_. Il capitale aizza questa classe sovratutto nella veste di creditore, ed essa reclama istituti di credito; quello la schiaccia colla concorrenza, ed essa reclama associazioni sovvenute dallo Stato; quello la sopraffà colla concentrazione, ed essa reclama imposta progressiva, limitazioni del diritto ereditario, assunzione dei grandi lavori per parte dello Stato, e via via altre misure, che trattengono forzatamente lo sviluppo del capitale. Poichè essa sogna pel suo socialismo un’attuazione pacifica — salvo qualche seconda rivoluzione di febbraio di pochi giorni, — è naturale che il processo storico imminente le appaia come l’applicazione di sistemi immaginati ora o prima d’ora dai pensatori della società, d’invenzioni fatte da compagnie o da singoli individui. Per tal modo i piccoli borghesi diventano gli eclettici, ossia gli adepti dei sistemi socialisti più su citati, del socialismo dottrinario, che fu l’espressione teoretica del proletariato solamente fino a che questo non si era ancora svolto in movimento storico libero e spontaneo.
Mentre così l’utopia, il socialismo dottrinario, il quale subordina il movimento complessivo ad uno solo dei suoi momenti, o che al posto della produzione sociale comune mette l’attività cerebrale del singolo pedante, e sovratutto fantastica di eliminare la lotta rivoluzionaria delle classi e le sue necessità mediante piccoli lavori di pazienza e grandi sentimentalismi, mentre questo socialismo dottrinario, il quale, in fondo, non fa che idealizzare la società attuale, accoglie di lei un’immagine senz’ombra e vuole attuare il proprio ideale contro la realtà di essa, mentre questo socialismo passa dal proletariato alla piccola borghesia, mentre, nella lotta dei diversi capi socialisti tra loro medesimi, ciascuno dei cosidetti sistemi si pone di fronte agli altri, colla pretesa di fissare un punto di passaggio alla trasformazione sociale, — il proletariato va sempre più raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, pel quale la borghesia stessa inventò il nome _Blanqui_. Questo socialismo è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l’abolizione delle differenze di classe in generale, per l’abolizione di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il rovesciamento di tutte le idee che germinano da queste relazioni sociali.
I limiti della presente esposizione non concedono un ulteriore sviluppo di quest’argomento.
Noi vedemmo che, come nel partito dell’ordine, fu necessariamente l’aristocrazia finanziaria che emerse in prima linea, così nel partito dell’«anarchia» fu il proletariato. Mentre le diverse classi confederate in lega rivoluzionaria si raggruppavano intorno al proletariato, e i dipartimenti divenivano sempre più malfidi e la stessa Assemblea legislativa sempre più arcigna contro le pretese del Soulouque francese, le elezioni suppletive, lungamente ritardate e tenute in sospeso, in seguito alla proscrizione dei montagnardi nel 13 giugno, erano imminenti.
Il governo, disprezzato dai suoi nemici, maltrattato e quotidianamente umiliato dai suoi pretesi amici, vedeva un solo mezzo per escire dalla situazione disgustosa e non tenibile — la sommossa. Una sommossa a Parigi avrebbe permesso d’indire lo stato d’assedio per Parigi ed i dipartimenti e d’avere così il comando sulle elezioni. D’altra parte gli amici dell’ordine, di fronte ad un governo, che aveva riportato la vittoria sull’anarchia, sarebbero stati forzati a concessioni, sotto pena di sembrare anarchisti essi stessi.
Il governo si pose all’opera. Al principio di febbraio 1850, provocazioni del popolo mediante massacri degli alberi della libertà. Invano. Se gli alberi della libertà perdettero il loro posto, il governo perdette la testa e si ritrasse spaventato dalla provocazione, ch’era cosa sua. L’Assemblea nazionale, però, accolse quest’inabile tentativo di Bonaparte d’emanciparsi, con diffidenza glaciale. Nè ebbe miglior successo l’allontanamento delle corone di semprevivi dalla colonna di giugno. Esso diede l’occasione ad una parte dell’esercito di dimostrazioni rivoluzionarie ed all’Assemblea nazionale d’un voto di sfiducia, più o meno dissimulato, contro il ministero. Vana la minaccia della stampa governativa di soppressione del suffragio universale, d’invasione dei Cosacchi. Vana la sfida lanciata direttamente d’Hautpoul alla Sinistra, perchè scendesse nella strada, colla dichiarazione che il governo era pronto a riceverla. D’Hautpoul non ricevette, lui, che un richiamo all’ordine dal presidente, ed il partito dell’ordine lasciò, con un silenzio pieno di maligna gioia, che un deputato della Sinistra mettesse in burletta le velleità usurpatrici di Bonaparte. Inutile finalmente la profezia d’una rivoluzione pel 24 febbraio. Il governo fe’ sì che il 24 febbraio venisse ignorato dal popolo.
Il proletariato non si lasciò provocare ad alcuna sommossa, poich’esso era in procinto di fare una rivoluzione.
Non trattenuto dalle provocazioni del governo, che non riescivano se non ad accrescere la generale irritazione contro la situazione esistente, il Comitato elettorale, interamente sotto l’influenza degli operai, pose tre candidati per Parigi: Deflotte, Vidal e Carnot. Deflotte era un deportato di giugno, amnistiato da Bonaparte in uno dei suoi accessi di popolarità; era un nemico di Blanqui ed aveva preso parte all’attentato del 15 maggio. Vidal, conosciuto come scrittore comunista pel suo libro «Sulla ripartizione della ricchezza», già segretario di Luigi Blanc nella Commissione del Lussemburgo. Carnot, figlio dell’uomo della Convenzione organizzatore della vittoria, il membro meno compromesso del partito nazionale, ministro dell’istruzione nel governo provvisorio e nella Commissione esecutiva, viva protesta, grazie al suo progetto di legge sull’istruzione popolare, contro la legge sull’istruzione dei gesuiti. Questi tre candidati rappresentavano le tre classi alleate: alla testa l’insorto di giugno, il rappresentante del proletariato rivoluzionario, accanto a lui il socialista dottrinario, il rappresentante della piccola borghesia socialista, il terzo, infine, rappresentante del partito borghese repubblicano, le cui formule democratiche avevano, di fronte al partito dell’ordine, acquistato un significato socialista, avendo esse da lunga pezza perduto il significato loro proprio. Era questa una coalizione generale contro la borghesia ed il governo, come nel febbraio. Ma questa volta era il proletariato la testa della lega rivoluzionaria.
A dispetto di tutti gli sforzi contrarî, i candidati socialisti vinsero. L’esercito stesso votò pegli insorti di giugno contro il suo proprio ministro della guerra, Lahitte. Il partito dell’ordine fu come colpito dalla folgore. Le elezioni dipartimentali non riescirono a confortarlo; esse diedero una maggioranza di montagnardi.
L’elezione del 10 marzo 1850! Fu il rinnegamento del giugno 1848: massacratori e deportatori degli insorti di giugno rientravano nell’Assemblea nazionale, ma umiliati, alla coda dei deportati, e coi loro principî a fior di labbro. Fu la ritrattazione del 13 giugno 1849: la Montagna proscritta dall’Assemblea nazionale rientrava nell’Assemblea nazionale, ma come un trombettiere mandato innanzi dalla rivoluzione, non più come condottiera di questa. Fu il rinnegamento del 10 dicembre: Napoleone era stato battuto nel suo ministro Lahitte. Un solo caso analogo è conosciuto dalla storia parlamentare di Francia: la batosta di d’Haussy, ministro di Carlo X, nel 1830. L’elezione del 10 marzo 1850 era finalmente la cassazione del 13 maggio, che al partito dell’ordine aveva dato la maggioranza. L’elezione del 10 marzo protestò contro la maggioranza del 13 maggio. Il 10 marzo era una rivoluzione. Dietro alle schede elettorali stavano i sassi del selciato.
«Il voto del 10 marzo è la guerra!», sclamò Ségur d’Aguesseau, uno dei membri più avanzati del partito dell’ordine.
Col 10 marzo 1850 la repubblica costituzionale entrò in una nuova fase, nella fase della sua dissoluzione. Le differenti frazioni della maggioranza sono nuovamente riunite tra loro e con Bonaparte; sono nuovamente esse le salvatrici dell’ordine, egli nuovamente il loro «uomo neutrale». Se esse continuano a rammentarsi d’esser realiste, ciò avviene ancora solo perchè disperano della possibilità della repubblica borghese; se egli continua a rammentarsi d’esser presidente, ciò avviene ancora solo perchè dispera di rimaner presidente.
All’elezione dell’insorto di giugno Deflotte, Bonaparte risponde, su comando del partito dell’ordine, colle nomina di Baroche a ministro dell’interno, di Baroche accusatore di Blanqui e Barrès, di Ledru-Rollin e Guinard. All’elezione di Carnot risponde la Legislativa, accogliendo la legge sull’istruzione, all’elezione di Vidal sopprimendo la stampa socialista. Facendo squillare le trombette della propria stampa, il partito dell’ordine cerca di sgominare la propria paura. «La spada è sacra», grida uno dei suoi organi; «i difensori dell’ordine devono assumere l’offensiva contro il partito rosso», un altro; «fra il socialismo e la società v’ha un duello a morte, una guerra senza tregua nè pietà; in questo duello della disperazione, conviene che o l’uno o l’altra soccomba; se la società non annienta il socialismo, è il socialismo che annienterà la società», canta un terzo gallo dell’ordine. Su, colle barricate dell’ordine, colle barricate della religione, colle barricate della famiglia! È ora di farla finita coi 127.000 elettori di Parigi! Notte di san Bartolomeo dei socialisti! Ed il partito dell’ordine crede per un istante alla certezza della sua propria vittoria.
Il contegno più fanatico è adottato dai suoi organi contro i «bottegai di Parigi». L’insorto di giugno di Parigi eletto rappresentante dai bottegai di Parigi! ch’è quanto dire essere impossibile un secondo giugno 1848, ch’è quanto dire essere impossibile un secondo 13 giugno 1849, ch’è quanto dire essere infranta l’influenza morale del capitale, ch’è quanto dire che l’Assemblea borghese non rappresenta ormai se non la borghesia, e che la grande proprietà è perduta, dacchè la sua vassalla, la piccola proprietà, cerca la propria salvezza nel campo dei senza proprietà.
Il partito dell’ordine ripiglia naturalmente i suoi inevitabili luoghi comuni. «Maggior repressione!» esclama esso, «repressione decuplicata!»; ma la sua forza di repressione è dieci volte scemata, mentre la resistenza s’è centuplicata. Lo stromento essenziale di repressione, l’esercito, non deve forse venir represso esso medesimo? Ed il partito dell’ordine dice la sua ultima parola: «conviene spezzare l’anello di ferro d’una legalità soffocante. La repubblica costituzionale è impossibile. È colle nostre vere armi che noi dobbiamo pugnare, noi che dal febbraio 1848 combattemmo la rivoluzione colle armi di questa e sul suo terreno, noi che ne abbiamo accettato le istituzioni; la Costituzione è una fortezza, che protegge solamente gli assedianti, non gli assediati! Mentre noi, nel ventre del cavallo di Troia, c’introducevamo di contrabbando nella sacra Ilio, finimmo, a differenza dei nostri predecessori, i Greci[4], non già a conquistare la città nemica, ma ad essere prigionieri noi stessi.»
Ma la base della Costituzione è il suffragio universale. La soppressione del suffragio universale, ecco l’ultima parola del partito dell’ordine, della dittatura borghese.
Il suffragio universale aveva loro dato ragione il 24 maggio 1848, il 20 dicembre 1848, il 13 maggio 1849, l’8 luglio 1849. Il suffragio universale diede torto a sè stesso il 10 marzo 1850. Il dominio borghese, emanazione e risultato del suffragio universale, verdetto della volontà popolare sovrana: ecco il significato della Costituzione borghese. Ma dal momento in cui il contenuto di questo diritto di voto, di questo volere sovrano, non è più il dominio borghese, ha la Costituzione ancora un significato? Non è dovere della borghesia di regolare il diritto di voto in modo che esso abbia a volere ciò ch’è ragionevole, ossia il dominio di essa? Il suffragio universale, col tenere di nuovo sospesa permanentemente la potenza attuale dello Stato, facendone una propria creazione diretta, non viene esso a sospendere ogni stabilità, a porre ad ogni istante in questione tutti i poteri vigenti, ad annullare l’autorità, a minacciare che la stessa anarchia assurga ad autorità? Dopo il 10 marzo 1850 era forse ancor lecito il dubbio?
La borghesia, mentre rinnega il suffragio universale, del quale erasi fino allora drappeggiata, dal quale traeva alimento per la propria onnipotenza, confessa apertamente: «La nostra dittatura è fino ad oggi sussistita in forza della volontà popolare; oggi si deve consolidarla contro la volontà popolare.» E, con logica conseguenza, va cercando i propri sostegni non più in Francia, ma fuori, all’estero, nell’invasione.
Coll’invasione, essa, novella Coblenza insediata nella stessa Francia, fa ridestare contro di sè tutte le passioni nazionali. Coll’attacco al suffragio universale, essa dà alla nuova rivoluzione un pretesto generale, e di tali appigli ha bisogno appunto la rivoluzione. Ogni appiglio particolare separerebbe le frazioni della lega rivoluzionaria e lascerebbe emergere le loro differenze. L’appiglio generale, invece, stordisce le classi semirivoluzionarie, permette loro d’illudere sè medesime circa il carattere determinato dell’imminente rivoluzione e le conseguenze dell’azione loro propria. Ogni rivoluzione ha bisogno d’una «questione dei banchetti». Il suffragio universale è la «questione dei banchetti» della nuova rivoluzione.
Le frazioni borghesi coalizzate sono però già condannate, quando dalla sola forma possibile della loro potenza riunita, dalla forma più solida e più completa del loro dominio di classe, dalla repubblica costituzionale, vanno a rifugiarsi nella forma subordinata, incompleta, più debole, della monarchia. Assomigliano a quel vecchio, che, per riacquistare la forza giovanile, si fe’ portare i suoi vestiti da fanciullo, cercando di costringervi dentro le sue membra floscie. La loro repubblica ebbe un solo merito, d’essere la serra calda della rivoluzione.
Il 10 marzo 1850 porta l’iscrizione: _Après moi le déluge_; dopo me il diluvio!
IV. LA SOPPRESSIONE DEL SUFFRAGIO UNIVERSALE NEL 1850. (_DAL FASCICOLO DOPPIO V E VI_).
La continuazione dei precedenti tre capitoli trovasi nella «Rassegna» del fascicolo doppio quinto e sesto, ultimo comparso, della _Neue Rheinische Zeitung_. Spiegato ivi primieramente la grande crisi commerciale scoppiata in Inghilterra nel 1847 e diffusasi per via di ripercussione sul continente europeo, e come quelle complicazioni politiche si acuissero sino a promuovere le rivoluzioni del febbraio e marzo 1848, viene poscia esposto come la prosperità del commercio e dell’industria, riapparsa nel corso del 1848, salita ancor più su nel 1849, paralizzasse lo slancio rivoluzionario, rendendo nello stesso tempo possibili le vittorie della reazione. Della Francia in particolare è poi detto:
Gli eguali sintomi si manifestarono in Francia sin dal 1849 e specialmente dal principio del 1850. Le industrie parigine sono abbondantemente occupate ed anche le fabbriche di cotone di Rouen e Mulhouse vanno discretamente bene, per quanto ivi i prezzi elevati della materia greggia abbiano, come in Inghilterra, esercitato un’azione depressiva. Lo sviluppo della prosperità in Francia venne oltracciò particolarmente favorito dalla vasta riforma doganale nella Spagna e dall’abbassamento dei dazî su diversi articoli di lusso nel Messico; sovra ambidue questi mercati l’esportazione di merci francesi s’accrebbe notevolmente. L’aumento dei capitali condusse in Francia ad una serie di speculazioni, a cui lo sfruttamento su vasta scala delle miniere d’oro della California servì d’occasione. Una moltitudine di società pullulò, il basso importo delle cui azioni ed il color socialistico dei cui prospetti sono un diretto appello alla borsa dei piccoli borghesi e degli operai, ma le quali, prese in blocco o singolarmente, si risolvono unicamente in quel genere di truffa, ch’è proprio solo ai francesi ed ai chinesi. V’ha anzi una di tali società, ch’è direttamente protetta dal governo. I dazî d’importazione in Francia durante i primi nove mesi ammontarono nel 1848 a 63 milioni di franchi, nel 1849 a 95 milioni di franchi e nel 1850 a 93 milioni di franchi. Essi superarono del resto nel mese di settembre 1850 di circa un milione quelli dello stesso mese nel 1849. L’esportazione è egualmente salita nel 1849 ed ancor più nel 1850.
La prova più decisiva della ristabilita prosperità è il ripristino dei pagamenti a contanti della Banca in forza della legge 6 settembre 1850. Nel 15 marzo 1848 la Banca era stata autorizzata a sospendere i pagamenti a contanti. La circolazione dei suoi biglietti, incluse le Banche provinciali, importava allora 373 milioni di franchi (14.920.000 L. st.). Ai 2 novembre 1849 questa circolazione importava 482 milioni di franchi, ossia 19.280.000 L. st.; aumento di 4.360.000 L. st., e il 2 settembre 1850 496 milioni di franchi, ossia 19.840.000 L. st., aumento di circa 5 milioni di sterline. Non venne oltracciò ad aggiungersi alcun deprezzamento dei biglietti; al contrario, l’aumentata circolazione dei biglietti era accompagnata da una sempre crescente pletora d’oro e d’argento nei sotterranei della Banca, tanto che nell’estate 1850 la provvista di contante aumentò a circa 14 milioni di sterline, somma inaudita in Francia. Il fatto che la Banca fosse così posta in grado d’elevare la propria circolazione e conseguentemente il proprio capitale attivo a circa 123 milioni di franchi, ossia a 5 milioni di sterline, dimostra nel modo più stringente la giustezza della nostra affermazione, fatta in un precedente fascicolo, che l’aristocrazia finanziaria non solo non venne abbattuta dalla rivoluzione, ma anzi ne trasse maggior forza. Ancor più evidente riesce tale conclusione dalla seguente scorsa sulla legislazione bancaria francese degli ultimi anni. Il 10 giugno 1847 la Banca fu autorizzata ad emettere biglietti da 200 franchi; il biglietto più basso era stato fino allora da 500 franchi. Un decreto del 15 marzo 1848 dichiarò i biglietti della Banca di Francia moneta legale, sollevando la Banca dall’obbligo di ritirarli verso contanti. La sua emissione di biglietti venne limitata a 350 milioni di franchi. In pari tempo la si autorizzò ad emettere biglietti da 100 franchi. Un decreto del 27 aprile ordinò la fusione delle Banche dipartimentali colla Banca di Francia; un altro decreto del 2 maggio 1848 elevò l’emissione dei suoi biglietti a 442 milioni di franchi. Un decreto del 22 dicembre 1849 portò il maximum dell’emissione di biglietti a 525 milioni di franchi. Infine la legge del 6 settembre 1850 ristabilì la convertibilità dei biglietti in danaro. Da questi fatti, dal progrediente aumento della circolazione, dalla concentrazione di tutto il credito francese nelle mani della Banca e dall’accumulazione di tutto l’oro e l’argento francese nei magazzini della Banca, il signor Proudhon fu tratto alla conclusione che la Banca debba oggi spogliarsi della sua vecchia pelle di biscia, metamorfosandosi in una Banca popolare proudhoniana. Anche senza bisogno di conoscere tampoco la storia della restrizione bancaria inglese del 1797-1819, gli sarebbe bastato unicamente di volgere lo sguardo al di là del Canale, per accorgersi che questo fatto, per lui inaudito nella storia della società borghese, non era nulla più che un avvenimento borghese assolutamente normale, che appena ora appariva in Francia per la prima volta. Si vede come i pretesi teorici rivoluzionarî, che a Parigi dopo il governo provvisorio andavano per la maggiore, fossero altrettanto ignari della natura e dei risultati delle misure attuate, quanto gli stessi signori del governo provvisorio. Malgrado la prosperità industriale e commerciale, di cui si compiace la Francia momentaneamente, la massa della popolazione, i 25 milioni di contadini soffrono d’una grande depressione. I buoni raccolti degli ultimi anni hanno fatto precipitare in Francia i prezzi del grano ancor più basso che in Inghilterra, e la situazione de’ contadini indebitati, spremuti dall’usura e dalle imposte, può esser tutto, fuorchè splendida. La storia dei tre ultimi anni ha, oltre ciò mostrato esuberantemente che questa classe della popolazione non è affatto capace d’un’iniziativa rivoluzionaria.