Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

Part 13

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Come il periodo della crisi s’affaccia sul continente più tardi che in Inghilterra, così quello della prosperità. Il processo iniziale lo si trova sempre in Inghilterra; quivi è il demiurgo del cosmos borghese. Sul continente le diverse fasi del ciclo, che la società borghese ricomincia sempre a percorrere, appaiono in forma secondaria e terziaria. Dapprima il continente esportava in Inghilterra sproporzionatamente più che in qualsivoglia altro paese. Questa esportazione in Inghilterra dipende però anch’essa dalla posizione che l’Inghilterra ha specialmente verso il mercato d’oltremare. Poi l’Inghilterra esporta nei paesi d’oltremare sproporzionatamente più che il continente intero, cosicchè la quantità dell’esportazione continentale in questi paesi è sempre dipendente dalla contemporanea esportazione dell’Inghilterra in oltremare. Se, per conseguenza, le crisi originano rivoluzioni prima nel continente, il fondamento deve tuttavia trovarsene sempre in Inghilterra. È naturale che le eruzioni violente si manifestino prima alle estremità del corpo borghese, che non nel suo cuore, imperocchè questo sia più capace d’equilibrio che non quelle. D’altra parte il grado, in cui le rivoluzioni continentali si ripercuotono sull’Inghilterra, è insieme il termometro, ove trovasi segnato fino a qual punto veramente queste rivoluzioni pongano in questione le condizioni di vita borghesi, o fino a qual punto esse si limitino a colpirne le formazioni politiche.

Data questa prosperità universale, in cui le forze produttive della società borghese si svolgono con tutta quella sovrabbondanza ch’è, in generale, ammissibile entro le condizioni borghesi, non può affatto parlarsi d’una vera rivoluzione. Una rivoluzione siffatta è possibile solamente in periodi, in cui ambidue questi fattori, le forze moderne di produzione e le forme borghesi di produzione, si scontrano in antagonismo fra loro. Le diverse beghe, a cui attualmente s’abbandonano i rappresentanti delle singole frazioni del partito continentale dell’ordine, compromettendovisi reciprocamente, ben lunge dal fornire appiglio a nuove rivoluzioni, trovano all’opposto la ragione della loro possibilità unicamente nell’essere la base dei rapporti, in questo momento, così sicura e, ciò che la reazione ignora, così borghese. Contr’essa si attutirà ogni tentativo reazionario di trattenere l’evoluzione borghese, come ogni indignazione morale, ogni proclamazione ispirata di democratici. Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito ad una nuova crisi. Quella però è altrettanto certa quanto questa.

Passiamo ora in Francia.

La vittoria, ch’era stata conseguita dal popolo in unione coi piccoli borghesi nelle elezioni del 10 marzo, venne annientata da esso medesimo, col provocare la nuova elezione del 28 aprile. Vidal era stato eletto, oltrecchè a Parigi, anche nel Basso Reno. Il Comitato parigino, in cui la Montagna e la piccola borghesia erano fortemente rappresentate, lo indusse ad optare pel Basso Reno. La vittoria del 10 marzo cessava d’essere decisiva; il termine della decisione veniva un’altra volta differito; l’elasticità del popolo era rallentata, poichè lo si aveva abituato a trionfi legali anzichè ai rivoluzionarî. Il significato rivoluzionario del 10 marzo, la riabilitazione cioè dell’insurrezione di giugno, venne completamente cancellato colla candidatura di Eugenio Sue, di questo fantasista sociale, piccolo borghese sentimentale, la quale dal proletariato poteva accettarsi tutt’al più come uno scherzo per far piacere alle _grisettes_. A questa candidatura bene intenzionata il partito dell’ordine, fatto più ardito dalla politica oscillante degli avversarî, oppose un candidato, che doveva rappresentare la vittoria di giugno. Questo comico candidato fu lo spartano padre di famiglia Leclerc, a cui peraltro la stampa strappò di dosso, pezzo per pezzo, l’eroica armatura ed il quale nell’elezione subì altresì una splendida disfatta. La nuova vittoria elettorale del 28 aprile rese arroganti la Montagna e la piccola borghesia. La prima gongolava già al pensiero di poter conseguire il fine dei suoi desiderî per via puramente legale e senza avere ancora da spingere con un’altra rivoluzione il proletariato in prima linea; essa calcolava con sicurezza di portare nelle nuove elezioni del 1852, mediante il suffragio universale, il signor Ledru-Rollin al seggio presidenziale ed una maggioranza di montagnardi nell’assemblea. Il partito dell’ordine, completamente rassicurato dal rinnovamento dell’elezione, dalla candidatura di Sue e dal voto della Montagna e della piccola borghesia che queste in ogni eventualità fossero risolute a rimaner tranquille, rispose ad ambedue le vittorie elettorali colla legge elettorale, che sopprimeva il suffragio universale.

Il governo, certamente, si guardò bene dal porre un simile progetto sotto la propria responsabilità. Esso fece alla maggioranza un’apparente concessione, affidando il suo lavoro ai gran dignitarî di questa maggioranza, ai diciassette burgravi. Non fu dunque il Governo che propose all’Assemblea, fu la maggioranza dell’Assemblea che propose a sè stessa l’abrogazione del suffragio universale.

L’8 maggio il progetto venne portato alla Camera. Tutta la stampa democratico-sociale si sollevò come un sol uomo, per predicare al popolo contegno dignitoso, _calme majestueux_, atteggiamento passivo e fiducia nei suoi rappresentanti. In ogni articolo di questi giornali si veniva a confessare che una rivoluzione avrebbe avuto per effetto di distruggere la stampa così detta rivoluzionaria e che quindi ora si trattava di conservarla. La stampa sedicente rivoluzionaria aveva rivelato pienamente il suo segreto, aveva firmato la sua sentenza di morte.

Il 21 maggio la Montagna pose la pregiudiziale, proponendo la reiezione dell’intero progetto, perchè esso violava la Costituzione. Il partito dell’ordine rispose che la Costituzione sarebbesi violata, ove fosse stato necessario; ora però non esservene il bisogno, prestandosi la Costituzione a qualsivoglia interpretazione e la sola maggioranza essendo competente a decidere sulla retta interpretazione. Agli attacchi selvaggiamente sfrenati di Thiers e Montalembert, la Montagna contrappose un umanismo decente ed educato. Essa si richiamò al terreno del diritto; il partito dell’ordine richiamò lei al terreno, ove il diritto cresce, alla proprietà borghese. La Montagna gemette: si voleva dunque a tutta forza provocare delle rivoluzioni? Il partito dell’ordine replicò che starebbe ad attenderle.

Il 22 maggio la pregiudiziale venne scartata con 462 contro 227 voti. Quegli stessi uomini, che con sì solenne fermezza avevano dimostrato come l’Assemblea nazionale e ogni singolo deputato abdicano, quando fanno abdicare il popolo loro mandante, rimasero sui loro seggi, cercando improvvisamente di far agire in vece loro il paese e precisamente mediante petizioni. E quando ai 31 maggio la legge passò splendidamente, essi si trovavano ancora là imperturbabilmente seduti. Tentarono vendicarsi con una protesta, in cui misero a protocollo la loro innocenza nella violazione della Costituzione; protesta ch’essi nè manco consegnarono al pubblico, ma ficcarono di soppiatto nelle tasche al presidente.

Un esercito di 150,000 uomini in Parigi, il lungo trascinarsi della decisione, il discredito della stampa, la pusillanimità della Montagna e dei rappresentanti neoeletti, la tranquillità maestosa dei piccoli borghesi, ma sovr’ogni altra cosa la prosperità commerciale ed industriale, impedirono qualsiasi tentativo rivoluzionario da parte del proletariato.

Il suffragio universale aveva compiuto la sua missione. La maggioranza del popolo aveva compiuto la scuola di sviluppo, che è tutto ciò cui il suffragio universale possa servire in un’epoca rivoluzionaria. O da una rivoluzione o dalla reazione esso doveva venire eliminato.

Un lusso ancor maggiore d’energia svolse la Montagna, in un’occasione presentatasi tosto appresso. Il ministro della guerra d’Hautpoul aveva, dall’alto della tribuna, chiamata la rivoluzione di febbraio una catastrofe malaugurata. Gli oratori della Montagna che, come sempre, si distinguevano con rumorose indignazioni morali, non vennero ammessi alla parola dal presidente Dupin. Girardin propose alla Montagna di escire immediatamente in massa. Risultato: la Montagna rimase seduta, ma Girardin venne espulso dal suo grembo come indegno.

La legge elettorale aveva ancor d’uopo d’un complemento, d’una nuova legge sulla stampa. Questa non si fece attendere a lungo. Una proposta del governo, resa più rigorosa da molteplici emendamenti del partito dell’ordine, elevò le cauzioni, stabilì un bollo speciale sui romanzi d’appendice (risposta all’elezione di Eugenio Sue), tassò tutti gli scritti pubblicati in dispense settimanali o mensili sino ad un determinato numero di fogli, e prescrisse, da ultimo, che ogni articolo di giornale dovesse essere munito della sottoscrizione dell’autore. Le disposizioni sulla cauzione uccisero la stampa così detta rivoluzionaria; la morte di questa fu considerata dal popolo come l’ultimo compimento dell’abolizione del suffragio universale. Ma nè la tendenza, nè l’azione della nuova legge si limitarono a questa parte della stampa. Fino a che la stampa giornalistica era stata anonima, essa figurava come l’organo dell’innumere ed anonima opinione pubblica, era il terzo potere nello Stato. La sottoscrizione di ciascun articolo fece del giornale una semplice raccolta di contributi letterarî di più o meno noti individui. Ogni articolo fu degradato ad annuncio. Fino allora i giornali avevano circolato come carta monetata dell’opinione pubblica; ora si sminuzzavano in più o meno cattive «sole di cambio», la bontà e la circolazione delle quali dipendevano dal credito non solo del traente, ma altresì del girante. Era stata la stampa del partito dell’ordine a provocare tanto l’abolizione del suffragio universale, quanto i provvedimenti più eccessivi contro la cattiva stampa. Ed ecco che la stessa buona stampa, nella sua anonimia sospetta, riesciva incomoda al partito dell’ordine ed ancor più ai singoli rappresentanti di esso nelle provincie. Esso non ammetteva, di fronte a sè, che lo scrittore pagato, con nome, domicilio e connotati. Vani furono i lamenti della buona stampa sull’ingratitudine, con cui se ne rimuneravano i servigi. La legge passò, e fu essa, la buona stampa, la più colpita dall’obbligo della designazione dei nomi. Alquanta notorietà avevano i nomi degli scrittori quotidiani repubblicani, ma le rispettabili firme del _Journal des Débats_, dell’_Assemblée Nationale_, del _Constitutionnel_, ecc. ecc., fecero una deplorevole figura colla loro strombazzata scienza di Stato, allorchè la misteriosa compagnia venne d’un tratto a decomporsi in venali _Penny-aliners_ di lunga pratica, che avevano verso moneta sonante difeso ogni cosa possibile, come Granier de Cassagnac, oppure in vecchi stracci, che chiamavano sè stessi uomini di Stato, come Capefigue, oppure in parrucconi civettuoli come il signor Lemoinne dei _Débats_.

Nella discussione intorno alla legge sulla stampa, la Montagna era già sprofondata a tal grado d’esaurimento morale da dover limitarsi ad approvare rumorosamente le splendide tirate d’un’antica notabilità luigi-filippistica, del signor Vittor Hugo.

Colla legge elettorale e colla legge sulla stampa, il partito rivoluzionario e democratico abbandona la scena ufficiale. Prima d’andarsene a casa, poco dopo la chiusura della sessione, ambo le frazioni della Montagna, i democratici socialisti ed i socialisti democratici, emisero due manifesti, due _testimonia paupertatis_, nei quali dimostravano che, se non avevano mai trovato dalla loro parte la forza ed il successo, eransi tuttavia trovati sempre dalla parte dell’eterno diritto e di tutte le altre eterne verità.

Volgiamoci ora al partito dell’ordine. La _Neue Rheinische Zeitung_ diceva nel fascicolo 3º, pag. 16: «Contro le velleità di ristorazione degli orleanisti e legittimisti riuniti, Bonaparte difende il titolo della sua potenza di fatto, la repubblica; contro le velleità di ristorazione di Bonaparte, il partito dell’ordine difende il titolo del suo dominio collettivo, la repubblica; contro gli orleanisti i legittimisti e contro i legittimisti gli orleanisti difendono lo _status quo_, la repubblica. Tutte queste frazioni del partito dell’ordine, ciascuna delle quali ha in petto il proprio re e la propria ristorazione, fanno valere a vicenda, contro le velleità d’usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo della borghesia, la forma, entro cui le particolari rivendicazioni rimangono neutralizzate e riservate, — la repubblica.... E Thiers diceva il vero ben più ch’ei non presentisse, allorquando esclamava: Noi realisti siamo i veri sostegni della repubblica costituzionale.»

Questa commedia dei _républicains malgré eux_, la ripugnanza verso lo _status quo_ ed il costante suo consolidamento; gl’incessanti attriti di Bonaparte e dell’Assemblea nazionale; l’insistente minaccia del partito dell’ordine di decomporsi nelle singole sue parti ed il continuo ripetersi della fusione delle sue frazioni; il tentativo di ciascuna frazione di convertire ogni vittoria contro il nemico comune in una disfatta degli attuali alleati; la gelosia, il rancore, i ripicchi reciproci, l’infaticabile trar delle sciabole, che va sempre nuovamente a finire con un _baiser-Lamourette_, tutta questa sconfortante commedia d’equivoci non ebbe mai svolgimento più classico di quello che durante gli ultimi sei mesi.

Il partito dell’ordine considerava la legge elettorale come una vittoria altresì contro Bonaparte. Non aveva forse abdicato il governo, abbandonando alla Commissione dei diciassette la redazione e la responsabilità del proprio progetto? E non riposava la forza principale di Bonaparte di fronte all’Assemblea sul fatto che egli era l’eletto dei sei milioni? Bonaparte, dal canto suo, trattava la legge elettorale come una concessione all’Assemblea, una concessione colla quale egli aveva comperato l’armonia del potere legislativo coll’esecutivo. Come premio, il volgare avventuriero esigeva un aumento di tre milioni alla sua lista civile. Doveva l’Assemblea mettersi in conflitto coll’Esecutivo in un momento, in cui essa aveva messo al bando la gran maggioranza dei francesi? Essa mostrò di sdegnarsi; sembrò che volesse spingere le cose agli estremi, la sua Commissione rigettò il progetto, la stampa bonapartista minacciò appellandosi al popolo diseredato, spogliato del suo diritto elettorale, una moltitudine di rumorosi tentativi di transazione ebbe luogo, e l’Assemblea finì col piegarsi in pratica, ma vendicandosi nello stesso tempo in teoria. Invece di votare la massima dell’annuale aumento della lista civile di tre milioni, gli accordò una sovvenzione di 2.160.000 fr. Non contenta di ciò, fece anzi tal concessione solamente dopochè l’ebbe appoggiata Changarnier, il generale del partito dell’ordine e protettore importuno di Bonaparte. Essa accordò adunque i due milioni effettivamente non a Bonaparte, ma a Changarnier.

Questo regalo, buttato là de _mauvaise grâce_, venne da Bonaparte accolto nel significato datogli da chi lo faceva. La stampa bonapartista riprese a strepitare contro l’Assemblea nazionale. Ora, allorquando la prima volta nella discussione della legge sulla stampa fu fatto l’emendamento per la designazione del nome, emendamento diretto anch’esso in ispecie contro i giornali subordinati, rappresentanti degli interessi privati di Bonaparte, partì dal foglio principale di Bonaparte, dal _Pouvoir_, un aperto e veemente attacco contro l’Assemblea nazionale. I ministri furono obbligati a sconfessare il foglio dinanzi all’Assemblea; il gerente del _Pouvoir_ venne citato alla sbarra dell’Assemblea nazionale e condannato alla multa più alta, a 5000 fr. Il giorno appresso, il _Pouvoir_ portava un articolo ancor più arrogante contro l’Assemblea, ed il tribunale, quasi a dar la rivincita al governo, processò tosto parecchi giornali legittimisti per lesione della Costituzione.

Infine si venne alla questione della proroga della Camera. La desiderava Bonaparte per poter agire senza intralci dal canto dell’Assemblea. La desiderava il partito dell’ordine, sia per portare a compimento gli intrighi tra le sue frazioni, sia per tener dietro agli interessi privati dei singoli deputati. Ne avevano d’uopo ambidue per consolidare nelle provincie la vittoria della reazione e spingersi oltre. L’Assemblea perciò si prorogò dall’11 agosto all’11 novembre. Ma, non nascondendosi in alcun modo da Bonaparte come altro non gli rimanesse a fare se non emanciparsi dal pesante controllo dell’Assemblea nazionale, l’Assemblea impresse allo stesso suo voto di fiducia il marchio della sfiducia contro il presidente. Dalla Commissione permanente di ventotto membri, che si fermavano durante le ferie in qualità di custodi della virtù della repubblica, vennero esclusi tutti i bonapartisti. Al loro posto anzi vi s’introdussero alcuni repubblicani del _Siècle_ e del _National_, a fine di mostrare al presidente l’attaccamento della maggioranza alla repubblica costituzionale.

Poco dopo, e specialmente subito dopo la proroga della Camera, ambedue le grandi frazioni del partito dell’ordine, gli orleanisti ed i legittimisti, sembravano volersi riconciliare e precisamente mediante una fusione delle due case reali, sotto le cui bandiere combattono. I giornali erano pieni di progetti di riconciliazione che avrebbero dovuto discutersi al letto ove giaceva malato Luigi Filippo a St. Leonard, allorchè la situazione fu d’un tratto semplificata dalla morte di Luigi Filippo. Luigi Filippo era l’usurpatore, Enrico V lo spogliato, il conte di Parigi poi, data la mancanza di discendenza di Enrico V, l’erede regolare al trono di costui. Ogni pretesto alla fusione dei due interessi dinastici era ora tolto. Ma appena ora appunto le due frazioni della borghesia scopersero come non fosse il sentimentalismo per una determinata Casa reale quello che le scindeva, ma ben piuttosto fossero i loro interessi disparati quelli che tenevano disgiunte le due dinastie. I legittimisti, ch’erano andati in pellegrinaggio alla residenza di Enrico V a Wiesbaden, precisamente come i loro concorrenti a St. Leonard, ricevettero colà la notizia della morte di Luigi Filippo. Immediatamente formarono un ministero _in partibus infidelium_, composto in maggioranza di membri dell’accennata Commissione di custodi della virtù della repubblica, ed il quale, in occasione d’una disputa sorta in seno al partito, escì fuori colla più ingenua proclamazione del diritto per grazia di Dio. Gli orleanisti giubilarono per lo scandalo compromettente suscitato nella stampa da questo manifesto, nè lasciarono passare istante, senza palesare la loro decisa ostilità ai legittimisti.

Durante la proroga dell’Assemblea nazionale si riunirono le rappresentanze dipartimentali. La loro maggioranza si pronunciò per una revisione della Costituzione, con più o meno clausole, ossia si pronunciò per una ristorazione monarchica, senza più precisamente definirla, per una «soluzione», confessando nello stesso tempo d’essere troppo incompetente e poltrona per trovare siffatta soluzione. Tal desiderio di revisione venne tosto interpretato dalla frazione bonapartista nel senso del prolungamento della presidenza di Bonaparte.

La soluzione costituzionale, cioè il congedo di Bonaparte nel maggio 1852, la contemporanea elezione d’un nuovo presidente per mezzo di tutti gli elettori del paese, la revisione della Costituzione per mezzo di una Camera di revisione nei primi mesi della nuova presidenza, è per la classe dominante assolutamente inammissibile. Il giorno della nuova elezione presidenziale sarebbe il giorno del _rendez-vous_ per tutti quanti i partiti nemici, pei legittimisti, orleanisti, repubblicani borghesi, rivoluzionarî. Si dovrebbe venire ad una decisione violenta tra le diverse frazioni. Riescisse anche al partito dell’ordine d’accordarsi sulla candidatura d’un uomo neutrale al di fuori delle famiglie dinastiche, ecco Bonaparte drizzarglisi nuovamente contro. Il partito dell’ordine è necessitato, nella sua lotta col popolo, ad aumentare costantemente il potere dell’Esecutivo. Ogni aumento di potere dell’Esecutivo aumenta il potere di chi n’è investito, di Bonaparte. A misura, perciò, che il partito dell’ordine consolida la propria potenza collettiva, viene altresì a consolidare i mezzi di lotta per le pretese dinastiche di Bonaparte, a consolidare le probabilità per quest’ultimo di eludere colla violenza, nel giorno della decisione, la soluzione costituzionale. Questi andrà allora tanto meno ad urtarsi, in opposizione al partito dell’ordine, contro una delle colonne della Costituzione, quanto meno il partito stesso andrà ad urtarsi, in opposizione al popolo, contro l’altra colonna, contro la legge elettorale. Dall’Assemblea egli appellerebbe, secondo ogni probabilità, al suffragio universale. In una parola, la soluzione costituzionale pone in questione l’intero _status quo_ politico, e dietro al pericolare dello _status quo_ il cittadino vede il caos, l’anarchia, la guerra civile. Egli vede le sue compere e vendite, le sue cambiali, i suoi matrimonî, le sue convenzioni notarili, le sue ipoteche, le sue rendite fondiarie, le pigioni, i profitti, tutti quanti i suoi contratti e le sue fonti di guadagno, posti in questione nella prima domenica del maggio 1852, e ad un simile rischio egli non può esporsi. Dietro al pericolare dello _status quo_ politico, si cela il pericolo dello sconquasso di tutta la società borghese. L’unica soluzione possibile nel senso della borghesia è il differimento della soluzione. Essa non può salvare la repubblica costituzionale se non con una violazione della Costituzione, col prolungamento del potere del presidente. Questa è altresì l’ultima parola della stampa dell’ordine, dopo le lunghe e profonde discussioni sulle «soluzioni», a cui essa s’è dedicata dopo la sessione dei Consigli generali. Lo strapotente partito dell’ordine trovasi così, per sua vergogna, necessitato a pigliar sul serio la ridicola, volgare ed a lui odiosa persona del pseudo Bonaparte.

Questo sporco figuro s’illudeva egualmente intorno alle cause, che sempre più lo camuffavano del carattere d’uomo necessario. Mentre nel suo partito eravi sufficiente penetrazione per ascrivere la crescente importanza di Bonaparte alle circostanze, egli credeva di dovere unicamente ringraziarne la potenza incantatrice del suo nome e la sua persistenza a far la caricatura di Napoleone. Egli divenne ogni giorno più intraprendente. Ai pellegrinaggi a St. Leonard e Wiesbaden, contrappose i suoi viaggi circolari attraverso la Francia. Così poca era la fiducia dei bonapartisti nell’effetto magico della sua personalità, che lo facevano accompagnare dappertutto da gente di quell’organizzazione della plebaglia parigina, ch’è la «Società del 10 dicembre», imballandoli in massa sui treni ferroviarî e sulle vetture postali, in qualità di _claqueurs_. Essi ponevano in bocca alla loro marionetta parole che, tosto dopo il ricevimento nelle diverse città, proclamavano la rassegnazione repubblicana, oppure la tenacia perseverante come motto elettorale della politica presidenziale. Malgrado tutte le manovre, questi viaggi erano niente meno che marcie trionfali.