Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

Part 11

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In Francia, il piccolo borghese fa ciò, che dovrebbe normalmente fare il borghese industriale, l’operaio fa ciò, che normalmente sarebbe il còmpito del piccolo borghese; e il còmpito dell’operaio, chi lo fa? Nessuno. In Francia non lo si fa; in Francia lo si proclama. Non lo si soddisfa anzi in nessun luogo entro i confini nazionali; la guerra di classe in seno alla società francese si allarga in una guerra mondiale, in cui le nazioni muovono l’una contro l’altra. Quel compito non comincia a esser soddisfatto se non nel momento, in cui per forza di una guerra mondiale il proletariato sia spinto alla testa del popolo, che è padrone del mercato mondiale: dell’Inghilterra. La rivoluzione, che quivi trova non già la sua fine, bensì il suo inizio organizzatore, non è adatto una rivoluzione dal fiato breve. L’attuale generazione rassomiglia agli ebrei, cui Mosè conduce attraverso il deserto. Essa non solamente deve conquistare un nuovo mondo, essa deve perire, per fare posto agli uomini, nati per un nuovo mondo.

Ma ritorniamo a Fould.

Nel 14 novembre 1849 Fould salì alla tribuna della Assemblea nazionale e svolse il suo sistema finanziario: Apologia dell’antico sistema d’imposte! Mantenimento dell’imposta sul vino! Ristabilimento dell’imposta sul reddito di Passy!

Anche Passy non era affatto un rivoluzionario: era un vecchio ministro di Luigi Filippo. Apparteneva ai puritani della forza di Dufaure ed ai più intimi confidenti di Teste, di questo capro espiatorio della monarchia di luglio.[2] Anche Passy aveva lodato l’antico sistema d’imposte e raccomandato il mantenimento dell’imposta sul vino, ma aveva, contemporaneamente, strappato il velo al _deficit_ dello Stato. Egli aveva dimostrata la necessità d’una nuova imposta, della imposta sul reddito, ove non si volesse la bancarotta dello Stato. Fould, che aveva raccomandato a Ledru-Rollin la bancarotta dello Stato, raccomandò alla Legislativa il _deficit_ dello Stato. Promise economie, il cui mistero fu più tardi rivelato nella diminuzione, ad esempio, delle spese per circa 60 milioni e nell’aumento del debito fluttuante per circa 200 milioni, — giochi di bussolotti nell’aggruppare le cifre, nell’esporre la resa dei conti, che venivano tutti, in definitiva, a riescire a nuovi prestiti.

Sotto Fould, l’aristocrazia finanziaria non si mostrò naturalmente, accanto alle restanti frazioni borghesi rivali, corrotta in modo così svergognato come sotto Luigi Filippo. Ma il sistema era il medesimo: continuo aumento dei debiti, dissimulazione del deficit. E col tempo l’antica vertigine della Borsa si sfogò più liberamente. Prova: la legge sulla ferrovia d’Avignone, le misteriose oscillazioni dei valori di Stato, che per un momento formarono il discorso quotidiano di tutta Parigi, infine le malandate speculazioni di Fould e di Bonaparte sulle elezioni del 10 marzo.

Colla ristorazione ufficiale dell’aristocrazia finanziaria, il popolo francese doveva bentosto ritrovarsi dinanzi ad un nuovo 24 febbraio.

La Costituente, in un attacco di misantropia verso la propria erede, aveva abolito l’imposta sul vino per l’anno del Signore 1850. Coll’abolizione di vecchie imposte non si potevano pagare nuovi debiti. Creton, un cretino del partito dell’ordine, aveva proposto il mantenimento dell’imposta sul vino ancor prima della proroga dell’Assemblea legislativa. Questa proposta venne raccolta da Fould, in nome del ministero bonapartista, e il 20 dicembre 1849, anniversario della proclamazione di Bonaparte, l’Assemblea nazionale decretò la ristorazione dell’imposta sul vino.

Non ad un finanziere, ma ad un capo gesuita, a Montalembert, toccò fare il prologo a questa ristorazione. Il suo ragionamento fu d’una semplicità stringente: L’imposta è il seno materno, a cui il governo si disseta. Ma il governo è tutt’uno cogli stromenti della repressione, cogli organi dell’autorità, coll’esercito, colla polizia, cogli impiegati, coi giudici, coi ministri, coi preti. L’attacco all’imposta è l’attacco degli anarchisti alle sentinelle dell’ordine, che difendono la produzione materiale ed intellettuale della società borghese contro gli attentati dei Vandali proletarî. L’imposta è il quinto dio, accanto alla proprietà, alla famiglia, all’ordine ed alla religione. E l’imposta sul vino è indiscutibilmente un’imposta e, per giunta, una imposta per nulla volgare, ma d’antica estrazione, di spirito monarchico, rispettabile. _Vive l’impôt des boissons! Three cheers and one cheer more!_

Il contadino francese, quando vuol dipingersi il diavolo sulla parete, lo dipinge in forma d’esattore delle imposte. Dall’istante in cui Montalembert ebbe elevato a dio l’imposta, il contadino divenne senza dio, ateo, e si gittò nelle braccia del diavolo, del socialismo. La religione dell’ordine l’aveva preso a gabbo, i gesuiti preso a gabbo, Bonaparte preso a gabbo. Il 20 dicembre 1849 aveva compromesso irrimediabilmente il 20 dicembre 1848. Il «nipote di suo zio» non era il primo della sua famiglia, che fosse battuto dall’imposta sul vino, da quest’imposta, la quale, giusta l’espressione di Montalembert, porta il maltempo della rivoluzione. Il vero, il grande Napoleone dichiarava a Sant’Elena che il ristabilimento dell’imposta sul vino aveva più di ogni altra causa contribuito alla sua caduta, poichè avevagli inimicato i contadini della Francia meridionale. Favorita dell’odio popolare già sotto Luigi XIV (vedi gli scritti di Boisguillebert e di Vauban), abolita dalla prima rivoluzione, Napoleone l’aveva ripristinata nel 1808, modificandone la forma. Allorquando la Ristorazione entrò in Francia, trottavano dinanzi a lei non i soli cosacchi, ma altresì le promesse d’abolizione dell’imposta sul vino. La _gentilhommerie_, naturalmente, non aveva bisogno di mantenere la parola alla _gent taillable à merci et miséricorde_. Il 1830 promise l’abolizione dell’imposta sul vino, come aveva promesso tutto il resto. Dalla Costituente infine, che nulla aveva promesso, era stata fatta, come si disse, una disposizione testamentaria, secondo la quale l’imposta sul vino doveva scomparire al 1.º gennaio 1850. E, proprio dieci giorni prima del 1.º gennaio 1850, la Legislativa la rimetteva in vigore, avvenendo così che il popolo le dava continuamente la caccia ma, buttatala fuori dalla porta, se la vedeva ricomparire dalla finestra.

L’odio popolare contro la tassa sul vino trova spiegazione nella circostanza che essa concentra in sè tutte le odiosità del sistema tributario francese. Il modo di riscossione ne è odioso, aristocratico il modo di ripartizione, essendo eguali le percentuali dell’imposta pei vini comuni e pei più costosi. Essa aumenta adunque in ragione geometrica della povertà dei consumatori; è un’imposta progressiva alla rovescia. Essa provoca, conseguentemente, il diretto avvelenamento delle classi lavoratrici, quasi premio sull’adulterazione e contraffazione dei vini. Essa diminuisce il consumo, mentre eleva dazî alle porte di tutte le città al disopra di 4000 abitanti, trasformando ciascuna città in un paese straniero con dazî protettivi contro il vino francese. I grandi commercianti di vino, ma più ancora i piccoli, i _marchands de vins_, le osterie, il cui profitto dipende immediatamente dal consumo del vino, sono altrettanti avversarî illuminati dell’imposta sul vino. E, finalmente, mentre fa diminuire il consumo, l’imposta sul vino toglie alla produzione il mercato di spaccio. Intanto ch’essa sottrae agli operai della città la possibilità di pagare il vino, sottrae ai viticultori la possibilità di venderlo. E la Francia conta una popolazione viticola di circa 12 milioni. Si concepisce quindi l’odio del popolo in generale, si concepisce il fanatismo speciale dei contadini contro l’imposta sul vino. Si aggiunga che, nel suo ripristino, questi non ravvisavano semplicemente un avvenimento isolato, più o meno accidentale. I contadini hanno un genere di tradizione storica loro particolare, che passa per eredità di padre in figlio; ora, in questa scuola storica si andava borbottando che ogni governo, fintanto che vuol ingannare i contadini, promette l’abolizione dell’imposta sul vino e, non appena ingannati i contadini, mantiene oppure rimette in vigore l’imposta sul vino. Nell’imposta sul vino il contadino fa quasi l’assaggio del sapore del governo, della costui tendenza. La ristorazione dell’imposta sul vino al 20 dicembre significava; Luigi Bonaparte è come gli altri; senonchè egli non era come gli altri, ma era una scoperta dei contadini, i quali colle migliaia di firme che coprivano le petizioni contro l’imposta sul vino, venivano a riprendersi i voti dati un anno prima al «nipote di suo zio».

La popolazione della campagna, cioè due buoni terzi dell’intera popolazione francese, è composta in massima parte di proprietarî fondiari così detti liberi. La prima generazione, sollevata gratuitamente dai pesi feudali nella rivoluzione del 1789, non aveva pagato prezzo alcuno per la terra. Ma le generazioni successive pagarono sotto forma di prezzo del terreno ciò, che i loro antenati semi-servi avevano pagato sotto forma di rendita, di decime, di prestazioni personali, ecc. Quanto più da una parte cresceva la popolazione, quanto più dall’altra parte si moltiplicava la divisione della terra, — tanto più rincarì il prezzo dell’appezzamento, che col diventar più piccolo fu più ricercato. Ma nella proporzione in cui s’elevò il prezzo pagato dal contadino per l’appezzamento, sia comperandolo direttamente, sia facendoselo capitalizzare nei conti coi suoi coeredi, nella stessa proporzione s’elevò di necessità l’indebitamento del contadino, ossia l’ipoteca. Il titolo di debito vincolante suolo e sottosuolo chiamasi ipoteca, cedola di pegno sul suolo e sottosuolo. Come sui poderi medioevali s’accumulavano i privilegi, così sui moderni appezzamenti le ipoteche. D’altro canto: nel sistema parcellare, la terra è pei suoi proprietarî un mero stromento di produzione. Ora, nella stessa misura, in cui il suolo e sottosuolo viene suddiviso, ne diminuisce la fertilità. L’applicazione delle macchine sul suolo e sottosuolo, la divisione del lavoro, i grandi mezzi di miglioramento della terra, quali l’impiego di canali scaricatori e d’irrigazione e simili, divengono sempre più impossibili, mentre le spese morte di cultura crescono in eguale proporzione della divisione degli stromenti stessi di produzione. Tutto questo, prescindendo dalla circostanza se il possessore dell’appezzamento possieda o no capitale. Ma, quanto più cresce la divisione, tanto più il podere forma, nel misero inventario, l’unico capitale del contadino parcellario, tanto più viene a cessare il capitale disponibile pel suolo e sottosuolo, tanto più vengono a mancargli terra, danaro e cultura per applicare i progressi dell’agronomia al suo campo, tanto più la cultura delle terre va deperendo. Infine, l’entrata netta diminuisce nell’egual proporzione in cui aumenta il consumo lordo, quando all’intera famiglia del contadino sono precluse altre occupazioni, senza che tuttavia essa ritragga dal possesso del fondo tanto da vivere.

Nella stessa misura, adunque, in cui la popolazione e con essa la divisione del suolo e sottosuolo s’accresce, rincara lo stromento di produzione, la terra, e ne scema la fertilità, decade l’agricoltura ed il contadino s’indebita. E ciò ch’era effetto diventa, a sua volta, causa. Ogni generazione ne lascia dietro a sè un’altra più indebitata, ogni nuova generazione incomincia in condizioni più sfavorevoli e pesanti, l’ipotecamento genera l’ipotecamento, e quando al contadino vien tolta la possibilità d’offrire nel suo appezzamento un pegno per nuovi debiti, cioè d’aggravarlo con nuove ipoteche, è nelle mani dell’usuraio ch’ei cade direttamente e di tanto più enormi diventano gli interessi usurarî.

Così avvenne che il contadino francese, sotto forma d’interessi per le ipoteche vincolanti la terra, sotto forma d’interessi per anticipazioni non ipotecate dall’usuraio, rinunci al capitalista non solo una rendita fondiaria, non solo il profitto industriale, non solo, in una parola, tutto il guadagno netto, ma persino una parte del salario del lavoro, precipitando per tal modo al livello dell’affittaiuolo irlandese, — e tutto ciò sotto pretesto d’essere proprietario privato.

Tale processo venne in Francia accelerato dal sempre crescente peso delle imposte e delle spese giudiziali, richieste in parte direttamente dalle formalità stesse, di cui la legislazione francese circonda la proprietà fondiaria, in parte dagli innumerevoli conflitti che nascono dalla molteplicità e dall’intrico dei confini dei piccoli fondi, in parte dalla smania di litigio dei contadini, presso i quali il godimento della proprietà si riduce alla fanatica constatazione della proprietà apparente, del diritto di proprietà.

Giusta un’esposizione statistica del 1840, il prodotto lordo del suolo e sottosuolo francese importava franchi 5.237.178.000. Ne vanno dedotti 3.552.000.000 fr. per spese di cultura, inclusovi il consumo degli uomini che lavorano. Rimane un prodotto netto di 1.685.178.000 fr., da cui bisogna sottrarre 550 milioni per interessi ipotecarî, 100 milioni per impiegati giudiziarî, 350 milioni per imposte e 107 milioni per diritti di registro, diritti di bollo, tasse ipotecarie, ecc. Rimane la terza parte del prodotto netto, 538 milioni; ripartita per capi sulla popolazione, nemmeno 25 fr. di prodotto netto. In questo calcolo non si trovano naturalmente riportati nè l’interesse extraipotecario, nè le spese per avvocati, ecc.

Si comprende la situazione dei contadini, allorchè la repubblica ebbe aggiunto loro altri nuovi pesi oltre gli antichi. Si vede che il loro sfruttamento differisce dallo sfruttamento del proletariato industriale unicamente quanto alla forma. Lo sfruttatore è il medesimo: il capitale. I singoli capitalisti sfruttano i singoli contadini coll’ipoteca o coll’usura, la classe capitalista sfrutta la classe dei contadini coll’imposta dello Stato. Il titolo di proprietà del contadino è il talismano, con cui il capitale potè fin qui esorcizzarlo, il pretesto col quale esso fin qui l’aizzò contro il proletariato industriale. Non v’ha che la rovina del capitale, che possa far rialzare il contadino; non v’ha che un governo anticapitalista, proletario, che possa spezzarne la miseria economica, la degenerazione sociale. La repubblica costituzionale non è che la dittatura dei suoi sfruttatori riuniti; la repubblica democratico-sociale, la repubblica rossa, questa è la dittatura dei suoi alleati. E la bilancia sale o scende, in proporzione ai voti, che il contadino getta nell’urna elettorale. È a lui medesimo che sta il decidere del suo destino. — Così parlavano i socialisti in opuscoli, in almanacchi, in calendarî, in pubblicazioni d’ogni genere. A rendergli più intelligibile questo linguaggio, vennero gli scritti di confutazione del partito dell’ordine, che alla sua volta si indirizzava a lui e che, colle rozze esagerazioni, col rilievo e l’esposizione brutali degli intendimenti e dei concetti dei socialisti, trovava il tono adatto al contadino, sovreccitandone la cupidigia del frutto proibito. Ma ancor più intelligibile davvero era il linguaggio dell’esperienza fatta dalla classe dei contadini coll’uso del diritto di voto e colle disillusioni, che cadevano sopra di essa, l’una dopo l’altra, con precipitazione rivoluzionaria. Le rivoluzioni sono le locomotive della storia.

Il graduale mutamento dei contadini si manifestò con diversi sintomi. Esso era già apparso nelle elezioni per l’Assemblea legislativa, era apparso nello stato d’assedio dei cinque dipartimenti finitimi a Lione, era apparso qualche mese dopo il 13 giugno nell’elezione d’un montagnardo, al posto del presidente d’allora della _Chambre introuvable_[3], nel dipartimento della Gironda, era apparso il 20 dicembre 1849 nell’elezione d’un «rosso», al posto d’un deputato legittimista defunto, nel dipartimento del Gard, in questa terra promessa dei legittimisti, teatro delle più orribili infamie contro i repubblicani nel 1794 e 1795, sede centrale del terror bianco del 1815, ove liberali e protestanti erano stati pubblicamente assassinati. Questo «rivoluzionamento» della classe più stazionaria si presenta nel modo più percettibile dopo il ripristino dell’imposta sul vino. Le misure e le leggi del governo durante il gennaio e il febbraio 1850 sono quasi esclusivamente dirette contro i dipartimenti ed i contadini. Qual prova più stringente del progresso di questi ultimi?

Circolare d’Hautpoul, con cui il gendarme veniva nominato inquisitore del prefetto, del sottoprefetto e sovratutto del _maire_, con cui lo spionaggio veniva organizzato fino nei più nascosti ripostigli dei più remoti comuni rurali; legge contro i maestri di scuola, con cui essi, le capacità, gli oratori, gli educatori e gl’interpreti della classe dei contadini, venivano assoggettati all’arbitrio dei prefetti e con cui essi, i proletarî della classe dei letterati, venivano, a guisa di selvaggina, cacciati da un comune nell’altro; progetto di legge contro i _maires_, con cui veniva sul loro capo sospesa la spada di Damocle della rivocazione, ed essi, i presidenti dei comuni rurali, venivano posti, ad ogni istante, di fronte al presidente della repubblica ed al partito dell’ordine; ordinanza che trasformò le 17 divisioni militari di Francia in cinque pascialicati e regalò la caserma ed il bivacco ai francesi come «salone nazionale»; legge sull’istruzione, con cui il partito dell’ordine proclamò l’incoscienza ed il violento imbecillimento della Francia quale condizione della sua vita sotto il regime del suffragio universale, — che cos’erano tutte queste leggi e misure? Tentativi disperati di riconquistare i dipartimenti ed i contadini al partito dell’ordine.

Considerati come repressione, erano miserabili mezzi, che venivano a rivolgersi contro lo scopo stesso a cui tendevano. Le grandi misure, quali il mantenimento dell’imposta sul vino, l’imposta dei 45 cent., lo sdegnoso rigetto delle petizioni dei contadini per la restituzione dei miliardi, ecc., tutti questi scoppî di tuono legislativi avevano tôcca la classe dei contadini con colpi in grande, che partivano in una volta sola dalla sede centrale; leggi e misure, che fecero dell’attacco e della resistenza il tema generale e quotidiano dei discorsi in ogni capanna, inocularono la rivoluzione in ogni villaggio, localizzarono la rivoluzione e la resero contadina.

D’altro canto questi progetti di Bonaparte e l’approvazione data loro dall’Assemblea non dimostrano essi l’unità d’ambidue i poteri della repubblica costituita, finchè si tratti di repressione dell’anarchia, cioè di tutte le classi che si rivoltano contro la dittatura borghese? Non aveva Soulouque, tosto dopo il suo aspro messaggio, assicurata la Legislativa della sua devozione all’ordine, facendo seguire immediatamente il messaggio di Carlier, dì questa caricatura luridamente volgare di Fouché, come Luigi Bonaparte stesso era la caricatura slavata di Napoleone?

La legge sull’insegnamento ci mostra l’alleanza dei giovani cattolici coi vecchi volteriani. Poteva il dominio dei borghesi riuniti essere altra cosa che il dispotismo coalizzato della ristorazione amica dei gesuiti e della monarchia di luglio libera pensatrice? Le armi che, nel reciproco combattimento pel supremo dominio tra le due frazioni della borghesia, l’una di queste aveva distribuite in mezzo al popolo contro l’altra, non dovevano esse nuovamente strapparsi dalle mani del popolo, dopochè questo erasi posto contro la loro dittatura riunita? Nulla era mai riescito a sollevare il bottegaio parigino meglio di quest’esposizione civettuola di gesuitismo, nè manco il rigetto dei _concordats à l’amiable_.

Frattanto continuavano le collisioni tra le varie frazioni del partito dell’ordine, come tra l’Assemblea nazionale e Bonaparte. Poco accomodava all’Assemblea nazionale che Bonaparte, tosto dopo il suo colpo di Stato, dopo aver costituito un proprio ministero bonapartista, chiamasse dinanzi a sè gl’invalidi della monarchia, ora nominati prefetti, ponendo ad essi come condizione della loro carica l’agitazione anticostituzionale per la sua rielezione a presidente: che Carlier festeggiasse la propria entrata in funzioni sopprimendo un club legittimista, che Bonaparte fondasse un proprio giornale, _Le Napoléon_, il quale scopriva al pubblico le segrete cupidigie del presidente, mentre i suoi ministri dovevano smentirle sul palcoscenico della Legislativa; poco le accomodava l’arroganza di mantenere il ministero a dispetto dei parecchi suoi voti di sfiducia; poco il tentativo di guadagnare il favore dei sottufficiali con un supplemento giornaliero di quattro soldi ed il favore del proletariato con un plagio dei _Mistères_ d’Eugenio Sue, con una Banca pei prestiti sull’onore; poco finalmente l’impudenza, con cui si faceva proporre dai ministri la deportazione ad Algeri degli insorti di giugno ancor rimasti, allo scopo di riversare addosso alla Legislativa l’impopolarità _en gros_, mentre il presidente si riservava la popolarità _en détail_ col mezzo di singoli atti di grazia. Thiers lasciò cadere parole minacciose di «colpi di Stato» e di «colpi di testa», e la Legislativa si vendicò di Bonaparte, respingendo qualunque disegno di legge egli presentasse a pro di sè stesso e mettendosi ad indagare con rumori pieni di diffidenza se, in quelli da lui proposti nell’interesse comune, egli non aspirasse ad usare dell’aumentato potere esecutivo a profitto del potere personale di Bonaparte. In una parola, essa si vendicò colla cospirazione del disprezzo.

Il partito legittimista, dal canto suo, vedeva con dispetto gli orleanisti più autorevoli entrare nuovamente ad occupare quasi tutti i posti e crescere l’accentramento, mentre esso cercava, per principio, la propria via di salute nel decentramento. Ed a ragione. La controrivoluzione aveva accentrato violentemente, aveva cioè predisposto il meccanismo della rivoluzione. Essa aveva, anzi, mediante il corso forzoso delle banconote, accentrato l’oro e l’argento della Francia nella Banca parigina, procurando così alla rivoluzione un completo tesoro di guerra.

Da ultimo, gli orleanisti vedevano con dispetto il principio invadente della legittimità tener fronte contro il loro principio bastardo, mentr’essi erano continuamente posposti e malmenati, quasi _mésalliance_ borghese, dal nobile consorte.

Vedemmo contadini, piccoli borghesi, i medî ceti in generale, avanzarsi successivamente accanto al proletariato, sospinti in antagonismo aperto contro la repubblica ufficiale, trattati da questa come avversarî. Rivolta contro la dittatura borghese, necessità d’una mutazione della società, mantenimento delle istituzioni democratico-repubblicane nonchè dei loro organi motori, concentrazione intorno al proletariato come a potenza rivoluzionaria decisiva, — questi sono i tratti caratteristici comuni del così detto «partito della democrazia sociale», del partito della repubblica rossa. Questo «partito dell’anarchia», come lo battezzano gli avversarî, è, non meno del partito dell’ordine, una coalizione d’interessi diversi. Dalla più piccola riforma del vecchio disordine sociale fino al rovesciamento del vecchio ordine sociale, dal liberalismo borghese fino al terrorismo rivoluzionario, ecco le distanze estreme, che formano il punto di partenza ed il punto finale dell’«anarchia».