Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

Part 10

Chapter 103,219 wordsPublic domain

La caratteristica tuttavia di quest’epoca sta non già nell’essersi la vittoria sfruttata in fatto, ma nell’essersi sfruttata in principio, non già nelle deliberazioni dell’Assemblea nazionale, ma nella motivazione di queste deliberazioni, non nella cosa, ma nella frase, anzi non nella frase, ma nell’accento e nei gesti, che danno vita alla frase. L’esprimersi sfacciato, impudente del sentimento realista, l’insulto sprezzantemente aristocratico contro la repubblica, il chiacchierìo civettuolo e frivolo intorno agli intenti d’una ristorazione, in una parola la diffamazione millantatrice contro la sosta repubblicana, danno a questo periodo un tono ed un colorito particolari. «Viva la Costituzione!» era stato il grido di guerra dei vinti del 13 giugno. I vincitori venivano adunque ad essere svincolati dall’ipocrisia del linguaggio costituzionale, ossia del linguaggio repubblicano. La controrivoluzione aveva sottomesso Ungheria, Italia, Germania, ed essi credevano la ristorazione già alle porte di Francia. Ne derivò una vera concorrenza tra i capo-ridda delle frazioni dell’ordine nel documentare per mezzo del _Moniteur_ il loro realismo e nel confessarsi dei loro eventuali peccati di liberalismo commessi sotto la monarchia, nel farne ammenda e nell’implorarne il perdono davanti a Dio ed agli uomini. Non iscorreva giorno, senza che la rivoluzione di febbraio venisse alla tribuna dell’Assemblea nazionale dichiarata una calamità pubblica, senza che un qualsiasi nobiluccio legittimista, piantatore provinciale di cavoli, constatasse di non aver mai riconosciuto la repubblica, senza che uno dei vili disertori e traditori della monarchia di luglio narrasse i postumi atti eroici, che unicamente la filantropia di Luigi Filippo od altri contrattempi gli avevano impedito di compiere. Ciò che doveva ammirarsi nelle giornate di febbraio non era già la magnanimità del popolo vittorioso, bensì l’abnegazione e la moderazione dei realisti, che gli avevano permesso di vincere. Un rappresentante del popolo propose che parte dei denari destinati a soccorrere i feriti di febbraio venisse erogata alle guardie municipali, che sole in quella giornata avevano bene meritato della patria. Un altro voleva si decretasse al duca d’Orleans una statua equestre sulla piazza del Caroussel. Thiers diceva della Costituzione ch’era un pezzo di carta sporca. Comparvero per turno, alla tribuna, orleanisti a riprovare la loro cospirazione contro la monarchia legittima, legittimisti a rimproverare a sè stessi d’avere, insorgendo contro la monarchia illegittima, affrettato la caduta della monarchia in genere, Thiers che si pentiva dei suoi intrighi contro Molé, Molé dei suoi intrighi contro Guizot, Barrot dei suoi intrighi contro tutti e tre. Il grido: «Viva la repubblica democratico-sociale!» venne dichiarato incostituzionale, il grido: «Viva la repubblica!» processato come democratico-sociale. Nell’anniversario della battaglia di Waterloo, un rappresentante dichiarò: «Io temo meno l’invasione dei prussiani che non l’entrata dei profughi rivoluzionarî in Francia». Ai lamenti sul terrorismo, che dicevasi organizzato a Lione e nei dipartimenti attigui, Baraguay d’Hilliers rispose: «Io preferisco il terror bianco al terror rosso». (_J’aime mieux la terreur blanche que la terreur rouge_). E l’Assemblea batteva le mani, approvando con frenesia quante volte dalle labbra dei suoi oratori cadeva un epigramma contro la repubblica, contro la rivoluzione, contro la Costituzione, per la monarchia, per la Santa Alleanza. Ogni strappo alle più minute formalità repubblicane, ad esempio a quella d’apostrofare i rappresentanti con: _citoyens_, entusiasmava i cavalieri dell’ordine.

Le elezioni suppletorie di Parigi dell’8 giugno, compiute sotto l’influenza dello stato d’assedio e dell’astensione dall’urna di gran parte del proletariato, la presa di Roma fatta dall’esercito francese, l’ingresso in Roma delle Eminenze rosse, coll’inquisizione ed il terrorismo monacale alla coda, furono nuove vittorie da aggiungere alla vittoria del giugno ed aumentarono ancor più l’ubbriacatura del partito dell’ordine.

Finalmente alla metà d’agosto i realisti, parte nell’intento di assistere ai Consigli dipartimentali appunto allora convocati, parte spossati dall’orgia di tante tendenze durata più mesi, decretarono una proroga di due mesi dell’Assemblea nazionale. Una Commissione di venticinque rappresentanti, il fior fiore dei legittimisti ed orleanisti, un Molé, un Changarnier, furono da essi lasciati, con trasparente ironia, in qualità di sostituti dell’Assemblea nazionale e di custodi della repubblica. L’ironia era più profonda di quel che essi sospettassero. La storia, che li aveva condannati ad aiutare la demolizione della monarchia da essi amata, li destinava a conservare la repubblica, che odiavano.

Colla proroga dell’Assemblea legislativa si chiude il secondo periodo di vita della repubblica costituzionale, il suo periodo realista sguaiato.

Lo stato d’assedio di Parigi veniva nuovamente revocato; la stampa ripigliava la propria azione. Durante la sospensione dei fogli democratico-sociali, durante il periodo della legislazione repressiva e dei bagordi realisti, si repubblicanizzò il _Siècle_, l’antico rappresentante letterario dei piccoli borghesi monarchico-costituzionali, sì democratizzò la _Presse_, l’antica portavoce letteraria dei riformisti borghesi, si socializzò il _National_, l’antico organo classico dei repubblicani borghesi.

Le società segrete crebbero in estensione ed intensità, a misura che i clubs pubblici divenivano impossibili. Le associazioni d’operai industriali, tollerate come prette corporazioni commerciali, senza valore economico, divennero politicamente altrettanti mezzi d’allacciamento del proletariato. Il 13 giugno aveva tagliato ai diversi partiti semirivoluzionari le teste ufficiali; le masse superstiti seppero ritrovare la loro propria testa. I cavalieri dell’ordine avevano intimidito col predicare il terrore della repubblica rossa; i volgari eccessi, gli orrori iperborei della controrivoluzione vittoriosa in Ungheria, nel Baden, in Roma, servirono a far apparire la «repubblica rossa» candida come neve. E le malcontente classi intermedie della società francese incominciarono a preferire le promesse della repubblica rossa, col suo terrore problematico, al terrore della monarchia rossa, che chiudeva positivamente l’adito a qualunque speranza. Non v’era socialista, che in Francia facesse maggior propaganda rivoluzionaria di Haynau. _À chaque capacité selon ses œuvres!_

Frattanto Luigi Bonaparte profittava delle ferie dell’Assemblea nazionale per far viaggi principeschi nelle provincie, i legittimisti di sangue caldo pellegrinavano alla volta d’Ems presso il nipote di San Luigi, e la massa dei rappresentanti del popolo amici dell’ordine intrigava nei Consigli dipartimentali, che allora allora eransi adunati. Si trattava di far loro pronunciare ciò che la maggioranza dell’Assemblea nazionale ancora non aveva osato pronunciare, la proposta d’urgenza di un’immediata revisione della Costituzione. Giusta il suo testo, la Costituzione avrebbe potuto rivedersi appena nel 1852, da un’assemblea nazionale convocata specialmente a tal fine. Ma una volta la maggioranza dei Consigli dipartimentali si fosse pronunciata in quel senso, non avrebbe dovuto l’Assemblea nazionale sagrificare al voto della Francia la verginità della Costituzione? L’Assemblea nazionale ripromettevasi da queste assemblee provinciali ciò che le monache della _Henriade_ di Voltaire si ripromettevano dai Panduri. Ma le Putifarri dell’Assemblea nazionale avevano a che fare, salve alcune eccezioni, con altrettanti Giuseppe delle provincie. L’enorme maggioranza non volle saperne dell’importuna sollecitazione. La revisione della Costituzione venne spacciata da quegli stessi stromenti, che dovevano darle vita, dai voti dei Consigli dipartimentali. La voce della Francia, e cioè della Francia borghese, aveva parlato ed aveva parlato contro la revisione.

Nel principio d’ottobre, il Consesso legislativo si adunò nuovamente, — _quantum mutatus ab illo!_ La fisionomia ne era affatto cangiata. L’inaspettato rigetto della revisione da parte dei Consigli dipartimentali l’aveva ricacciato entro i limiti della Costituzione e spinto al di là dei limiti della durata della propria vita. Gli orleanisti eransi fatti diffidenti in seguito ai pellegrinaggi dei legittimisti ad Ems, i legittimisti erano divenuti sospettosi a cagione delle trattative degli orleanisti con Londra, i giornali d’entrambe le frazioni avevano soffiato nel fuoco, pesando i titoli reciproci dei loro pretendenti. Orleanisti e legittimisti uniti erano imbronciati pegli intrighi dei bonapartisti, manifestantisi nei viaggi principeschi, nei tentativi, del presidente più o meno trasparenti di emanciparsi, nel linguaggio altezzoso delle gazzette bonapartiste; Luigi Bonaparte era imbronciato verso un’Assemblea nazionale, che trovava giusta solamente la cospirazione legittimista-orleanista, verso un ministero, da cui era tradito in permanenza a pro di quest’Assemblea nazionale. Il ministero, infine, era scisso nel suo stesso seno riguardo alla politica romana ed all’imposta sul reddito progettata dal ministro Passy e diffamata dai conservatori come socialista.

Una delle prime proposte del ministero Barrot alla Legislativa riconvocata fu la domanda d’un credito di 300 mila franchi per pagamento dell’assegno vedovile della duchessa d’Orléans. L’Assemblea nazionale l’approvò, aggiungendo nel libro del debito della nazione francese una somma di sette milioni di franchi. Mentre così Luigi Filippo continuava, con successo, a far la parte del _pauvre honteux_, del povero vergognoso, nè il ministero s’avventurava a proporre l’aumento dell’assegno a Bonaparte, nè l’Assemblea sembrava proclive ad assentirlo. E Luigi Bonaparte oscillava, come eragli sempre accaduto, nel dilemma: _Aut Cæsar aut Clichy!_

Una seconda domanda di credito del ministro, di nove milioni di franchi per le spese della spedizione romana, aumentò la tensione tra Bonaparte da un lato ed i ministri e l’Assemblea nazionale dall’altro. Luigi Bonaparte aveva fatto inserire nel _Moniteur_ una lettera al suo ufficiale d’ordinanza Edgar Ney, nella quale impegnava il governo papale a guarentigie costituzionali. Dal canto suo il papa aveva emanato un _motu proprio_, in cui respingeva qualsiasi limitazione del dominio restaurato. La lettera di Bonaparte veniva a sollevare con voluta indiscrezione la tenda del suo gabinetto, esponendo lui agli sguardi della galleria come un genio benevolo, ma incompreso e legato in casa propria Non era la prima volta ch’ei civettava coi «furtivi colpi d’ala di un’anima libera». Thiers, relatore della Commissione, ignorava completamente il colpo d’ala di Bonaparte e s’accontentava di tradurre in francese l’allocuzione papale. Non il ministero, ma Vittor Hugo fu colui che cercò di salvare il presidente con un ordine del giorno, in cui l’Assemblea nazionale doveva esprimere il proprio assentimento alla lettera di Napoleone. _Allons donc! allons donc!_; fu questa l’interiezione irriverentemente frivola, con cui la maggioranza seppellì la proposta di Hugo. La politica del presidente? La lettera del presidente? Il presidente stesso? _Allons donc!, allons donc!_ Chi diavolo piglia mai monsieur Bonaparte _au sérieux_? Credete voi, monsieur Vittor Hugo, che noi crediamo che voi crediate al presidente? _Allons donc!, allons donc!_

Finalmente la rottura fra Bonaparte e l’Assemblea nazionale venne affrettata dalla discussione sul richiamo degli Orléans e dei Borboni. In mancanza del ministero, il cugino del presidente, il figlio dell’ex re di Westfalia, aveva presentato questa proposta, che a null’altro mirava se non ad abbassare i pretendenti legittimisti ed orleanisti all’egual livello o, meglio ancora, al disotto del pretendente bonapartista, che almeno stava di fatto al sommo dello Stato.

Napoleone Bonaparte ebbe sufficiente irriverenza da conglobare in un solo e medesimo progetto il richiamo delle famiglie reali espulse e l’amnistia degli insorti di giugno. L’indignazione della maggioranza lo costrinse a fare immediata ammenda di una miscela così sacrilega della santità e dell’infamia, delle razze reali e della genia proletaria, delle stelle fisse della società e dei suoi fuochi fatui; e l’obbligò ad assegnare a ciascuna delle due proposte il rango conveniente. Essa respinse con energia il richiamo della famiglia reale, e Berryer, il Demostene dei legittimisti, non lasciò sussistere dubbio sul significato di tal voto. La degradazione borghese dei pretendenti; è questo, a cui si mira! Si vuol spogliarli dell’aureola, dell’unica maestà, che sia loro rimasta, della maestà dell’esilio! Che cosa si penserebbe, esclamava Berryer, di quello tra i pretendenti che, dimentico della sua illustre origine, venisse qui a vivere da semplice cittadino! Non poteva dirsi in modo più chiaro a Luigi Bonaparte che la sua presenza non costituiva una vittoria per lui, avendone bisogno qui in Francia i realisti coalizzati come di «uomo neutrale» sullo scanno presidenziale, mentre i pretendenti serî della corona dovevano restar sottratti agli sguardi profani dalla nebbia dell’esilio.

Il 1.º novembre, Luigi Bonaparte rispose all’Assemblea con un messaggio, che notificava, in parole discretamente aspre, il congedo del ministero Barrot e la formazione d’un nuovo ministero. Il ministero Barrot-Falloux era stato il ministero della coalizione realista; il ministero d’Hautpoul fu il ministero di Bonaparte, l’organo del presidente contro l’Assemblea legislativa, il «ministero dei commessi».

Bonaparte non era più l’uomo semplicemente «neutrale» del 10 dicembre 1848. Il possesso del potere esecutivo gli aveva aggruppato intorno una serie di interessi; la lotta coll’anarchia aveva forzato il partito dell’ordine perfino ad aumentare l’influenza di lui, e se egli, Bonaparte, non era più popolare, il partito dell’ordine era impopolare. Quanto agli orleanisti e ai legittimisti, non poteva egli sperare di spingerli, grazie alla loro rivalità e in forza della necessità d’una ristorazione monarchica purchessia, al riconoscimento del pretendente «neutrale»?

Dal 1.º novembre 1849 data il terzo periodo di vita della repubblica costituzionale, periodo che si chiude col 10 marzo 1850. Di qui non comincia solamente il gioco regolare delle istituzioni costituzionali, tanto ammirato da Guizot, la bega tra il potere esecutivo ed il legislativo. Contro le velleità di ristorazione degli orleanisti e legittimisti riuniti, Bonaparte difende il titolo della sua potenza di fatto, la repubblica; contro le velleità di ristorazione di Bonaparte, il partito dell’ordine difende il titolo del suo dominio collettivo, la repubblica; contro gli orleanisti i legittimisti e contro i legittimisti gli orleanisti difendono lo _status quo_, la repubblica. Tutte queste frazioni del partito dell’ordine, di cui ciascuna ha in petto il proprio re e la propria ristorazione, fanno valere a vicenda, contro le velleità d’usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo della borghesia, la forma, entro cui le particolari rivendicazioni rimangono neutralizzate e riservate, — la repubblica.

Come Kant fa della repubblica, quale unica forma razionale dello Stato, un postulato della ragion pratica, la cui attuazione non verrà mai raggiunta, ma al cui raggiungimento devesi permanentemente tendere come a fine, tenendolo fisso nella mente, così facevano della monarchia questi realisti.

Per tal guisa la repubblica costituzionale, escita dalle mani dei repubblicani borghesi vuota formula ideologica, divenne nelle mani dei realisti coalizzati una forma piena di contenuto e di vita. E Thiers diceva il vero ben più ch’ei non sospettasse, allorquando esclamava: «Noi realisti siamo i veri sostegni della repubblica costituzionale.»

La caduta del ministero della coalizione, l’apparizione del ministero dei commessi, ha anche un altro significato. Il suo ministro delle finanze si chiamava Fould. Fould ministro delle finanze vuol dire l’ufficiale abbandono della ricchezza nazionale francese nelle mani della Borsa, vuol dire la gestione del patrimonio dello Stato per mezzo della Borsa e nell’interesse della Borsa. Colla nomina di Fould, l’aristocrazia finanziaria annunciava nel _Moniteur_ la propria ristorazione. Tale ristorazione era il complemento necessario delle restanti ristorazioni, che formano altrettanti anelli nella catena della repubblica costituzionale.

Luigi Filippo non erasi mai arrischiato a fare ministro delle finanze un vero _loup-cervier_, un lupo di Borsa. Come la sua monarchia era stato il nome ideale del dominio dell’alta borghesia, così gli interessi privilegiati dovevano, nei suoi ministeri, portare nomi ideologicamente disinteressati. Fu la repubblica borghese, che sospinse dovunque in prima linea ciò che le diverse monarchie, la legittimista come l’orleanista, avevano tenuto nascosto nello sfondo. Essa tirò giù in questo mondo ciò che quelle avevano messo in cielo. Al posto dei nomi dei santi, essa pose i nomi propri borghesi degli interessi dominanti di classe.

In tutta la nostra esposizione è mostrato come la repubblica, a partire dal primo giorno della sua esistenza, nonchè minare, consolidasse l’aristocrazia finanziaria. Ma le concessioni, che si facevano a quest’ultima, erano un destino, a cui si doveva piegare, senza il proposito di portarlo a compimento. Con Fould l’iniziativa del governo tornò a cadere nelle mani dell’aristocrazia finanziaria.

Si chiederà come la borghesia coalizzata potesse sopportare e tollerare il dominio della finanza, che sotto Luigi Filippo riposava sull’esclusione o la subordinazione delle restanti frazioni borghesi.

La risposta è semplice.

Anzitutto l’aristocrazia finanziaria stessa forma una parte notevolmente preponderante della coalizione realista, il cui potere governativo collettivo chiamasi repubblica. Non sono forse i capi e le capacità degli orleanisti gli antichi alleati e complici dell’aristocrazia finanziaria? Ed essa medesima non è forse l’aurea falange dell’orleanismo? Per ciò che concerne i legittimisti, già sotto Luigi Filippo questi avevano preso parte attiva a tutte le orgie delle speculazioni delle Borse, delle miniere e delle ferrovie. Sovratutto l’unione della grande proprietà fondiaria coll’alta finanza è un fatto normale. N’è prova l’Inghilterra, n’è prova persino l’Austria.

In un paese come la Francia, dove l’entità della produzione nazionale sta in misura proporzionale enormemente più bassa dell’entità del debito nazionale, dove la rendita dello Stato costituisce l’oggetto più ragguardevole della speculazione e la Borsa il mercato principale per l’impiego del capitale, che voglia acquistar valore in modo improduttivo, in un paese siffatto è mestieri che un’innumerevole massa di gente di tutte le classi borghesi o semiborghesi partecipi al debito dello Stato, al gioco di Borsa, alla finanza. Tutti questi partecipanti subalterni non trovano essi i naturali appoggi e le proprie guide nella frazione, che difende quest’interesse nei suoi contorni più colossali, in lungo ed in largo?

La devoluzione del patrimonio dello Stato all’alta finanza da che è cagionato? Dall’indebitamento dello Stato, che cresce in permanenza. E l’indebitamento dello Stato? Dalla permanente eccedenza delle sue spese sovra le sue entrate, sproporzione ch’è, nello stesso tempo, la causa e l’effetto del sistema dei prestiti di Stato.

Per ovviare a tale indebitamento, lo Stato ha due vie. O deve limitare le proprie spese, cioè semplificare l’organismo governativo, scemarlo, possibilmente governare meno, possibilmente impiegare poco personale, possibilmente mettersi poco in rapporto colla società borghese. Questa via era impossibile pel partito dell’ordine, i cui mezzi di repressione, il cui immischiarsi ufficialmente nello Stato, la cui onnipresenza col mezzo di organi dello Stato, dovevano prender piede a misura che da maggior numero di punti partivano le minaccie al suo dominio ed alle condizioni di vita della sua classe. Non si può diminuire la gendarmeria in egual proporzione dell’aumentare degli attacchi alle persone ed alle proprietà.

Ovvero lo Stato deve cercare di abbandonare i debiti ed apportare un momentaneo, ma transitorio equilibrio nel bilancio, caricando imposte straordinarie sulle spalle delle classi più ricche. Doveva il partito dell’ordine, a fine di sottrarre la ricchezza nazionale allo sfruttamento della Borsa, immolare la propria ricchezza sull’altare della patria? _Pas si bête!_

Cosicchè, senza un totale capovolgimento dello Stato francese, non è possibile alcun capovolgimento della amministrazione dello Stato francese. Con tale amministrazione si ha necessariamente l’indebitamento dello Stato, e coll’indebitamento dello Stato si ha necessariamente il dominio del commercio del debito dello Stato, dei creditori dello Stato, dei banchieri, dei cambiovalute, dei lupi di Borsa. Un’unica frazione del partito dell’ordine prendeva parte diretta nel minare l’aristocrazia finanziaria: i fabbricanti. Non parliamo già dei medî, dei minori industriali; parliamo dei principi della fabbrica, i quali sotto Luigi Filippo avevano costituito la larga base dell’opposizione dinastica. Il loro interesse sta indubbiamente nella diminuzione del costo di produzione; ossia nella diminuzione delle imposte, che si trasfondono nella produzione; ossia nella diminuzione dei debiti dello Stato, i cui interessi si trasfondono nelle imposte; ossia nella distruzione dell’aristocrazia finanziaria.

In Inghilterra — ed i più grossi fabbricanti francesi sono piccoli borghesi raffrontati coi loro rivali inglesi — noi troviamo per davvero i fabbricanti, un Cobden, un Bright, alla testa della crociata contro la Banca e l’aristocrazia della Borsa. Perchè non in Francia? In Inghilterra è l’industria che predomina, in Francia l’agricoltura. In Inghilterra l’industria ha d’uopo del _free trade_, in Francia del dazio protettivo, del monopolio nazionale accanto agli altri monopolî. L’industria francese non padroneggia la produzione francese; gli industriali francesi, per conseguenza, non padroneggiano la borghesia francese. Per attuare il loro interesse contro le restanti frazioni della borghesia, essi non possono, come gli inglesi, mettersi all’avanguardia del movimento ed insieme spingere all’avanguardia il loro interesse di classe; essi devono mettersi in coda alla rivoluzione e servire interessi, che stanno in antagonismo cogli interessi complessivi della loro classe. Nel febbraio essi non avevano intuito la loro posizione; il febbraio aperse loro gli occhi. E chi dagli operai più direttamente minacciato di colui che dà il lavoro, del capitalista industriale? Così accadde necessariamente che il fabbricante divenisse in Francia un membro fanatico del partito dell’ordine. L’assottigliamento del suo profitto per opera della finanza, che cos’è mai al paragone dell’abolizione del profitto per opera del proletariato?