Le idee di una donna

Part 8

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E va benissimo. Sono anche pronta a concedere che in certi negozi a misurar trine e nastri, a spiegare velluti, a vender guanti, profumi, spilli, saponette, ventagli, ombrelli, calze, le donne ci starebbero meglio che gli uomini. Concedo pure che in un ordine superiore le maestre allarghino i loro orizzonti fuori delle prime classi e conquistino gradi più elevati di insegnamento quando speciali disposizioni ve le attraggano; così come le dottoresse di bambini potrebbero trovare un posto fra la levatrice e il medico e nelle Gallerie d’arte invece dei bidelli neghittosi meglio starebbe una donna con un lavoretto in mano.

Tutte queste occupazioni non escono dalle attitudini femminili e non snaturano la missione della donna. Ma quanto al divenire capi di officina, direttrici di strade ferrate o di trasporti marittimi, banchieri, deputati, ministri, come è nelle idee di qualcuno che abbiano a divenire, non solo non lo credo attuabile ma non lo credo perchè tale utopia non è nè bella nè utile, quindi senza ragione d’essere.

Veramente i miei avversari di ragioni ne espongono parecchie. Troppe io direi e spesso contradditorie; ma quelle che maggiormente si impongono sono tre: Per rendersi economicamente indipendenti. Per rivendicare il diritto all’uguaglianza. Per essere felici fuori della famiglia e del matrimonio. Chi non vede che quest’ultima le riassume tutte ed è forse la sola che a loro preme? Ma procediamo con ordine.

Dire che tutte le donne, principesse o contadine, dipendono economicamente dall’uomo[2] non risponde alla verità, perchè noi sappiamo che le donne ereditano al pari dell’uomo e nelle famiglie provvedute di censo esse dispongono della loro rendita liberamente. Le donne povere poi hanno sempre lavorato quando hanno potuto farlo ed anche quando i bisogni della casa e dei bimbi le avrebbero così utilmente ritenute fra le domestiche pareti; onde parmi che se un progresso è desiderabile questo è appunto che ogni madre di famiglia attenda alla famiglia e solo le giovani cerchino occupazione altrove. Per ciò basterà, come ho detto sopra, che gli uomini cedano alle loro compagne alcuni impieghi e professioni meglio adatte alla natura femminile senza che la donna invada tutte le attività maschili per le quali, oltre al non essere indicata dalla natura, è contrario l’equilibrio sociale e il suo stesso interesse, perchè, già difficili gli impieghi per gli uomini, quando in grazia della concorrenza troveranno i posti occupati, dovranno stare essi in casa ad aspettare il salario della moglie. Sarà questa una bella conquista per l’uguaglianza.

Si osserva che le mercedi essendo scarse il guadagno della moglie aiuta quello del marito a tirare innanzi la famiglia. Ma come tira innanzi? Una buona donnina scossa dalle parolone dei rivendicatori mi assicurava col candore dell’innocenza che in casa ella non aveva più nulla da fare e si sarebbe per ciò associata ai negozi del marito. — E i suoi tre figliuoli? — le domandai — Il primo lo tiene mia madre, il secondo mia sorella, il piccino è in casa colla donna di servizio. — Risposta testuale.

Io non ebbi il coraggio di ridere in faccia alla donnina perchè evidentemente si trovava in piena buona fede, ma il fatto di tre donne sostituite ad una che diserta il suo posto è abbastanza eloquente per l’uguaglianza, per l’economia ed anche per l’educazione della prole.

In condizioni più basse ancora vedo la moglie che va alla fabbrica sempre allo stesso scopo di vantaggiare il bilancio domestico; ma, oltre all’inevitabile abbandono dei figli, deve spendere denaro per aggiustature d’abiti, lavature, ecc.; e lei stessa ha bisogno di maggior spesa per il suo vestiario; tanto che l’economia se ne va per altra parte trascinando seco la sequela di guai che provengono dai figli cresciuti lungi dalla madre.

Ma un nuovo argomento si impone e terribile. Quando la donna fosse pareggiata all’uomo nell’intero sistema di vita e cioè, sdegnando le occupazioni casalinghe, tutta concedesse la propria attività al lavoro pubblico, per inevitabile logica dovrebbe acquistare le abitudini ed i vizi che ora sono più propriamente dell’altro sesso, fra cui primissimo l’alcoolismo. Avremo dunque, oltre che dal lato paterno, anche per parte delle madri questo spaventoso flagello della razza. Si sa che l’alcoolismo ha sui figli una azione micidiale. Essa infallibilmente farà crescere il numero dei delinquenti, degli idioti, degli epilettici, dei nevrastenici. Avremo avvelenate le sorgenti stesse della vita e la natura si vendicherà della violenza che vogliamo imporle, dandoci generazioni sempre più deboli ed infelici. Le statistiche parlano chiaro in proposito. Il contributo maggiore fornito all’alcoolismo delle donne era fino a pochi anni fa additato primo nelle erbivendole, le quali alzate di buon mattino ed esposte ai rigori del freddo sulle piazze segnavano nientemeno che il cento per cento; venivano poi a distanza le cuoche, le lavandaie; ultime fra tutte e con un contributo debolissimo le cucitrici ed in generale le donne residenti in casa. Ora si può aggiungere le operaie senza tema di andar molto errati mettendole a fianco delle erbivendole. Il pregiudizio che un bicchierino di liquore fa bene allo stomaco e che rinforza, acquista tutta la sua eloquenza quando la donna strappata alla casa si trova attirata nella compagnia e coll’esempio degli uomini; così da una volgare questione economica si cade in un delitto antropologico.

Davanti ai disastri dell’alcool nella fibra della donna, quanto dire della madre, non è il caso di rilevare la breccia che per questo lato si forma anche nel bilancio delle famiglie povere.

Infine, coll’auspicato pareggio non si potranno già pareggiare le funzioni del sesso; la donna che tanto deve dare delle sue energie e del suo sangue alla conservazione della specie riuscirà inferiore alla lunga nella gara di fatiche coll’uomo. Occupata, e così seriamente nella maternità, la quale non è solo un travaglio di nove mesi ma è il lavoro di tutta la vita per la preparazione e per le conseguenze, ella sarà obbligata a cedere quando i pochi esperimenti personali (quindi inconcludenti per la verità di un principio) avranno invaso la totalità delle femmine. Purtroppo vi sono casi nei quali la donna è obbligata a lavorare al pari di un uomo il che vuol dire _di più di un uomo_ poichè ha già il suo lavoro di donna, ma queste sono piaghe sociali, non sono idealità future.

Riserbandoci ad altra occasione di discutere meglio il diritto all’uguaglianza e la felicità fuori della famiglia, terminiamo per oggi la contemplazione del fattore economico. Bebel fa balenare come un grande miraggio di progresso l’assetto socialistico nel quale la casa deve ridursi alle minime proporzioni, una specie di tenda per ricoverarsi alla notte, dovendosi la maggior parte del tempo spendere nella vita pubblica, nelle riunioni, nei comizi, nelle arringhe. Egli assicura a dir vero che quando anche la preparazione dei cibi diventerà istituzione sociale lo stomaco funzionerà meglio (_La donna e il socialismo_, pag. 417) e tale mirabile affermazione è bene fatta per sorridere a molti; ma noi che non crediamo tanto prossima la distruzione della casa vogliamo un po’ vedere se essa è veramente quell’arnese inutile che si va dicendo.

Perchè non si fanno più calze è forse cessato il lavoro femminile in casa? Consideriamo le esigenze della moda al giorno d’oggi, la frequente mutabilità, la spesa grandissima della mano d’opera da una parte; dall’altra il basso prezzo delle stoffe e la poca durata di esse, e sarà facile concludere che se le donne si applicassero a fabbricarsi da se una parte del loro abbigliamento realizzerebbero con un lavoro tranquillo e casalingo ben maggiori economie che non a correre le strade in cerca di guadagno. Questo io dico principalmente alle piccole borghesi, alle donne di quella categoria così detta civile ma scarsa di mezzi e che è forse la più numerosa e la più bisognevole di aiuto. Lo so anch’io che non trovano più nulla da fare in casa. Fanno fare tutto fuori! Provino a contare in fine d’anno quanto viene a costare la sarta, la modista, la bustaia, la stiratrice, la cucitrice, molto più se nel conto ci devono stare gli abiti, i grembiuli, le calzine, i berrettini dei bimbi; non parliamo della biancheria comune di famiglia che presto cade in rovina se non si rimedia a tempo e per la quale è pure cresciuto il lusso delle trine e dei trafori, quindi del lavoro per la donna economica che vuole far figurare bene la sua casa.

Ognuno può vedere i sacrifici che si impongono certe piccole famiglie borghesi per insegnare alle fanciulle una lingua straniera, o il piano, o la pittura, persuasi che ciò renderà loro in avvenire; e intanto spendono trenta o quaranta lire in un cappello che ne ha, di valore, dieci o quindici ma che raggiunge quella cifra iperbolica perchè, comperato in un negozio, ha sopra di se la spesa dell’affitto, dell’illuminazione, della mano d’opera e del capitale impiegato. E la piccola famiglia paga tutto questo, mentre sarebbe così semplice che la fanciulla prima di imparare le lingue straniere, il piano o la pittura, imparasse a prepararsi i propri cappelli; visto che di cappelli ne porterà sempre, e l’applicazione di quelle altre cognizioni invece è per lo meno problematica.

Si sono messe tante volte in ridicolo le trine all’uncinetto; confesso di non comprendere questo ostracismo assoluto. Oramai si fanno bellissimi lavori anche all’uncinetto, così come sono progrediti tutti i lavori femminili dei quali l’ultima Esposizione a Villa Reale diede luminosi esempi. Del resto dipingere quadri mediocri o scrivere romanzi noiosi è forse più nobile e più proficuo? Non sono di tale opinione.

Gli uomini che hanno uno speciale interesse congiunto alla questione femminista vanno anche spargendo la voce che nelle occupazioni casalinghe la donna istupidisce e paralizza le facoltà dell’ingegno, che il ricamo è snervante, che il cucito è penoso, quasi che essi potessero essere buoni giudici in proposito. Io invece, avendo fatto in vita mia oltre ai ricami non so quante paia di calze ed avendo cucito io stessa gli abiti de’ miei figli fino all’età di dieci anni, posso assicurare che questi lavori sono piacevolissimi e riposano lo spirito. Se i nervi dell’uomo non resistono alla continua tensione mentale, come vi resisterebbero quelli della donna _sui quali gravita tanto altro lavoro?_ È dunque utile anche per la salute della donna questo genere di occupazioni così strettamente generate dalle sue attitudini e da’ suoi gusti concentrici; nè esse saprebbero turbare in alcun modo lo sviluppo del suo ingegno naturale, che anzi nel raccoglimento di tali lavori matura il talento di osservazione e si formano quei ben temprati caratteri femminili forti e dolci ad un tempo, appassionati e riflessivi, che furono in tutti i secoli onore e vanto nostro.

Avendo già citate e la Eliot e la Sand in prova che i maggiori ingegni femminili si svilupparono nella solitudine e nel raccoglimento della casa, aggiungerò l’esempio delle sorelle Bronté una delle quali, Carlotta, sotto il pseudonimo di Currer Bell prese posto onorevole fra i romanzieri inglesi e l’altra, Emilia, è chiamata da Maeterlink l’anima femminile più grande del suo secolo — che fu pure il secolo della Eliot. E se la Eliot passò la giovinezza manipolando burro, e Giorgio Sand preparando conserve, le sorelle Bronté nello squallore della casa paterna tiravano il mangano per fare il pane.

_UOMINI, UOMINI, DONNE, DONNE_

Ho letto in un recentissimo studio francese sulla questione delle nuove carriere da aprirsi alle donne una specie di dialogo che suonava così:

— La donna nasce donna e madre prima di diventare commessa, impiegata, ecc.

— Ma anche l’uomo nasce uomo e padre prima di diventare commesso, impiegato, ecc.

E questa parve all’autore dello studio sopradetto (che è pur fatto con serietà e onesti fini) una conclusione magistrale del grande quesito; ma la verità di essa non è che apparente. Ben diverso è l’ufficio che la natura assegna all’uomo, il quale per divenir padre non ha molto da fare e lo diventa si può dire a sua insaputa, in confronto della donna che vi espone la vita e ne subisce prima e poi una sequela di disturbi, di mali, di privazioni, di sacrifici anche, ma insieme di commozioni e di gioie che l’uomo non conosce.

Partendo dalle stesse false premesse, Bebel incita la donna a percorrere le carriere maschili per trovare in esse _un equivalente di ciò a cui è tratta da natura_ e per acquietare, a somiglianza dell’uomo, nella foga del lavoro e dello studio la prepotenza degli istinti sessuali. Ma sono sempre uomini che parlano e parlano molto leggermente giudicando la donna dal loro stesso punto di vista, senza tener conto che la differenza che sta fra i due sessi è sostanziale e impedirà sempre l’eguaglianza desiderata dai femministi. Fin dal momento misterioso della pubertà si sviluppa nel corpo della donna un fenomeno che accaparra le sue forze e le guida allo scopo precipuo per cui fu creata, tagliandole la strada ad occupazioni che sperderebbero senza vantaggio di alcuno il capitale di energie sacre alla maternità.

I diritti e i doveri procedono dalla natura stessa delle cose. I diritti e i doveri della donna sono opposti a quelli dell’uomo; non è stata la società a stabilirli. Formati fisiologicamente in modo diverso, hanno ricevuto dalla natura stessa il còmpito di differenti funzioni vitali e dal momento che nessun progresso di civiltà farà mai di un uomo una madre, non c’è ragione nè materiale nè morale che le donne si assoggettino al tirocinio delle occupazioni maschili. Se la maternità abbisogna di una preparazione fisica, altrettanto — e come! — si dovrebbe preparare lo sviluppo delle qualità superiori che trasformano gradatamente la madre in nutrice, poi in educatrice e in guida. Si obbietta che non tutte le donne diventano madri. Pur troppo! Ma pieno è il mondo di bimbi abbandonati, educati male, offesi in mille modi, tratti al vizio ed alla perdizione, senza amore, senza carezze, senza dolci parole. Ecco la maternità offerta a tutte le donne. C’è da rifare il mondo, nientemeno, e si vorrebbe che la donna andasse a perder tempo in cattedra e al fôro! “L’uomo di domani non è forse colui che oggi la madre alleva? E chi per necessità di cose è destinato a tale preziosa missione, dovrà rifiutarsi dal fare ciò che tutti fanno per fini assai inferiori, dal dedicarsi cioè interamente al conseguimento del proprio scopo?„ Meditare questo periodo e meditare pure il seguente. “Altra cosa è posare la questione della capacità della donna e altra è il risolverla in presenza di un fatto brutale contro il quale si spezza ogni argomento ed ogni retorica„. Si può riconoscere la legittimità di certe aspirazioni, si può fraternizzare col desiderio di un miglioramento per tutte le donne, si possono, si devono anzi accogliere i voti in proposito, ma non perdere mai di vista lo scopo per cui la donna è nata donna, invece di nascere uomo.

Per quanto le vecchie zitelle formino una casta rispettabile alla quale io dedicai da lungo tempo viva e profonda simpatia, esse sono una minoranza per cui non si può sacrificare l’interesse vero di tutte le donne e della società futura. Se si potesse fin dalla nascita preconizzare l’avvenire di una bimba e decidere che ella rinunciando ai diritti del suo sesso potrà invadere quelli del sesso contrario, pazienza. Le Amazzoni si bruciavano una mammella; niente a maravigliarsi che coi progressi della scienza non si possa praticare alle neonate una operazioncina che le liberi per sempre dalla maternità. È un’idea. Solamente, appropriandosi i diritti dell’uomo, la donna non potrà cedergli i suoi. Sarà dunque una rapina senza compensi e senza profitto. I femministi se la meriterebbero.

Il loro profeta del resto (Bebel) ha già preconizzato che la donna futura non vorrà più seccarsi in questa funzione della maternità, nè trascorrere i più belli anni della vita o gestante o balia. La confessione è preziosa e conviene tenerne conto.

Ma noi partendo dall’assioma inconcusso che le energie della donna, pur essendo pari a quelle dell’uomo non sono simili, ed hanno altra missione nell’armonia della società, veniamo direttamente alla conclusione logica che il soverchio lavoro mentale delle classi preparatorie ai diplomi, la tensione imposta dalla importanza degli esami, il lungo soggiorno nelle aule, anemizzano per tempo la fanciulla e favoriscono lo sviluppo degli elementi nervosi a danno del deposito, per modo di dire, ch’ella deve conservare in sè per le generazioni future. Il _surmenage_ intellettuale quasi come l’alcool avvelena il sangue della donna. Avremmo dunque in basso e in alto della scala sociale i più formidabili nemici della umanità: l’alcoolismo a cui verrà tratta la donna operaia e la nevrastenia che aspetta le laureate. Quella qualsiasi percentuale di casi che abbiamo ora in ambedue le malattie diventerebbe a regime femminista insiediato una spaventosa generalità.

Ingenuità di giudizio, osservazione superficiale ed opportunismo suggeriscono la teoria che, studiando, la donna potrà eguagliare l’uomo e far senza come lui in molti casi della vita sentimentale e dei bisogni fisiologici. Ma forse che tutti gli uomini studiano? La maggioranza di essi non è ordinariamente ignorante? È dunque un’altra la ragione che favorisce il loro adattamento; e questa ragione è precisamente il sesso. Può la donna cambiarlo? Lo possono i femministi? No. E di qui non si esce.

Lo stesso autore citato in principio di questo capitolo dice, pure in mezzo a parecchie concessioni femministe, verità preziose che mi piace raccogliere. “L’uomo deve alle sue qualità positive di ignorare gli arcani dalle facoltà della donna. In lui i bisogni dell’intelligenza, l’insieme stesso delle sensazioni procedono essenzialmente da una tendenza centrifuga. I suoi rapporti colla natura e coi suoi simili sono improntati a questa caratteristica speciale ed è un movente sufficiente per fargli ricercare nella lotta e nel combattimento un elemento armonico se non necessario, contingente almeno alla sua natura d’uomo. La donna, non bisogna stancarsi dal ripeterlo, è conformata diversamente. La sua intelligenza e le sue funzioni fisiologiche si esercitano in senso centripeto; in lei nulla è determinato dal mondo esterno; il ragionamento stesso non cede che a considerazioni affatto intime. Ciò che il suo compagno domanda ai contatti della folla, la donna lo aspetta da una specie di divinazione famigliare„.

Voglio aggiungere una frase deliziosa della povera Elisabetta d’Austria. “Facendo troppo caso dello studio la donna _disimpara_ una parte di sè„. Quale profondità e quanta delicatezza in tale pensiero!

Sono dunque ragioni d’ordine strettamente scientifico quelle che consigliano la donna a non invadere il campo dell’attività maschile e, come è naturale, la bellezza della verità scientifica trova il suo corollario nel sentimento unanime dei popoli, nel genio dei poeti. La storia e le matematiche, vedi pure le analisi chimiche e batteriologiche, non calmeranno mai le pulsazioni di un seno di vergine che anela a ciò che è veramente il suo diritto e la sua gioia sulla terra.

Per terminare citerò la curiosa preoccupazione di una femminista la quale ha testè proposto l’abolizione della parola _mademoiselle_ e reclama per tutte le donne indistintamente l’appellativo di _madame_. Dove non giungerà, o mio Dio, la frenesia dell’uguaglianza?... Intanto però teniam conto che la donna nasce _mademoiselle_ e che, per essere logica, una vera femminista non dovrebbe dare nessuna importanza alla trasformazione in _madame_.

_TUTTE MADRI_

In una poesia greca, credo di Simonide, la donna saggia viene paragonata all’ape:

“... la donna che all’ape è somigliante “Beato è chi l’ottiene, “In carità reciproca “Poi che bella e gentil prole crearono “Ambo i consorti dolcemente invecchiano.

e per quanti secoli siano passati l’ideale della donna e per la donna è ancora questo. Così parmi di dover compendiare le mie modeste osservazioni sul movimento femminista. Tutto ciò che allontana la donna dalla casa e dalla culla, malgrado gli apparenti vantaggi promessi, non può riescire che un danno per lei e per l’umanità. Credo di averlo provato con argomenti materiali e con argomenti ideali, essendo per fortuna indissolubili nelle eterne verità queste due forze che a noi sembrano tante volte contrarie.

Ammesse dunque tutte le circostanze particolari, i casi separati, le eccezioni, le vocazioni, e considerato che la donna ha la sua struttura conformata in altro modo che non sia quella dell’uomo, e la sua intelligenza e la sua anima sono tanto necessarie altrove che non nel campo della attività maschile, resti donna, più che mai donna, niente altro che donna; alta, nobile, sublime, coraggiosa, forte, ma donna: e migliori i suoi interessi, ma restando donna.

E sia madre! Poichè la maternità è la più splendida corona della vita e che la natura la offerse alla donna, a lei sola, facciano gli uomini in modo che ogni donna abbia la sua parte. Sia bandita da una società che vuole progredire la tristezza della vergine coi capelli bianchi, la tristezza di un grembo senza frutto. È questo il diritto più sacro del nostro sesso! Prepariamo il corpo e la mente alla maternità.

Io sono fra coloro che ritengono miglior sorte per una fanciulla un modesto matrimonio, anche poco felice, ad una esistenza solitaria fra le ricchezze, i piaceri, lo studio o qualsiasi altro compenso. Nel primo caso avrà della vita le commozioni più intense e più vere e quando nel brivido meraviglioso che l’uomo ignora, dalle stesse sue viscere palpitanti ascolterà la voce del _grande mistero_, si sentirà così alta, così prossima all’infinito da giudicare ben meschina ogni altra opera. Nel secondo caso potrà avere dei piaceri, delle soddisfazioni, dei compensi, ma non giungerà mai ad afferrare il senso profondo della vita perchè su di lei non è passato quel fremito di un essere nuovo che entra nella luce.

Tuttavia se il culmine di una esistenza femminile è la maternità, è pur duopo riconoscere che troppe donne ne sono prive ed in queste più facilmente fermenta la ribellione ad uno stato di cose contro natura e più agile vi guizza l’illusione di potersi in altro modo rifare. E’ principalmente fra le zitelle e le sterili che si accende la fiamma di conquiste e di rivendicazioni sociali; sono esse che nel morto focolare dei loro sogni rintuzzano scintille di desideri violentati, di attività represse, di aspirazioni passionali rimaste senza scopo. Ebbene, anche a queste dico: Siate madri. Se il vostro fianco non ha partorito fra i dolori il figlio delle vostre viscere, concepite moralmente. Siate con uno slancio di magnifico altruismo la madre di un orfano; e non occorre nemmeno che l’oggetto della vostra dedizione sia orfano. Fuori della famiglia il fanciullo ha ancora bisogno della donna. Siate materne per l’amico, per il dipendente, per l’ignoto che ricorre a voi, ed anche per colui che senza chiedervi nulla voi potete nobilitare e beneficare con un gesto, con una parola. E’ incredibile il bene che può fare una donna colla sua sola presenza; è sconfinato quello che può fare coll’esempio, colla persuasione, coll’educazione. Di scienziati, di giureconsulti, di artisti non ha bisogno il mondo. Il mondo ha bisogno di educatori. La donna che sa educare, che plasma un intelligenza, che sviluppa un’anima, è madre anche se fanciulla; occupa quindi la prima dignità femminile.