Part 7
Premetto che l’opera di protezione per le fanciulle pericolanti o abbandonate è santa come tutto ciò che si fa in pro della giovinezza santa ma non nuova; ammetto che molte fanciulle sono tratte coll’inganno alla mala vita e qualcuna, ma qualcuna appena, dalla miseria. Sta bene. Si faccia per queste poverette tutto quello che si deve e vada ad esse la compassione materna di tutte le donne. Credere però che vincendo la miseria e l’ignoranza (poichè le due parole si ripetono insistentemente su tutti i toni e _sole_) venga sciolto il doloroso problema, è accordare a fattori materiali una importanza esagerata e di gran lunga inferiore alla loro potenzialità. Chi afferma che la miseria e l’ignoranza traggono la donna all’estrema degradazione dice parte della verità, non tutta la verità. Io anzi non mi perito ad asserire che la miseria e l’ignoranza non forniscono che una centesima parte di contingente al vizio, il quale si alimenta a fonti ben altrimenti oscure. Col voler dare alla miseria ed all’ignoranza tutta la colpa delle abbiettezze umane si sottrae l’attenzione della coscienza all’esame delle altre cause prevalenti; e ciò è di gravissimo danno, perchè non bisogna dimenticare che una molla lasciata inoperosa si guasta. Così deve essere dei sentimenti di dignità e di responsabilità che la comoda teoria di buttar tutto sulle spalle della miseria e dell’ignoranza finirà col paralizzare completamente.
No, io non posso interessarmi ai miglioramenti materiali che tanto appassionano al giorno d’oggi perchè non vedo in essi alcuna forza di veri ideali. Se il denaro e l’istruzione (quanto denaro e quale istruzione?) bastassero a risolvere il problema morale, esso sarebbe già risolto in una maggiore moralità delle classi ricche. I ricchi provvisti di denaro e di istruzione dovrebbero essere il modello della virtù. Abbiamo noi questo? Credo bene che nessuno vorrà affermarlo. E allora? Questo è il nodo della questione.
Gli operai francesi che si citano sempre per i lauti stipendi e per la maggior coltura non sono più degli italiani viziosi ed alcoolici? Le operaie del Belgio che guadagnano quanto gli uomini e insieme agli uomini vivono in libero amore ed in concordi ubbriacature, potrebbero forse insegnare i buoni costumi alle operaie nostre più povere e più ignoranti? La miseria, questa famosa miseria, orco delle parole che fa inorridire tutte le altre, battuta da presso e rintracciata nella sua tana non si risolve il più delle volte in un desiderio di lusso e di vita comoda? Certo il moralista compatirà anche questo desiderio e lo troverà umano, ma è bene che ogni cosa abbia il suo posto ed ogni parola il suo significato.
Mi trovavo un giorno nel negozio di un libraio quando entrò una bella ed elegante signora a ritirare dei libri in abbonamento. Avendo preso interesse ad alcuni particolari della sua fisonomia, chiesi chi fosse. Il libraio, che di frasi fatte ne ode tante, rispose enfaticamente: “È una vittima della società! — Vale a dire? — Sa.... una di quelle donne!...„ — Scusi mi spieghi un poco come c’entra la società, perchè infine apparteniamo tutti alla società e mi preme sapere la parte di responsabilità che mi tocca. La prego dunque di narrarmi la storia di quella signora. — Il libraio, grave, incominciò: — “Anzitutto è una donna senza testa„.
Il fatto è autentico. Quante altre storie simili si potrebbero incominciare proprio così. Anzitutto è una donna senza testa!
Mi rivolgo a tutte le donne, alle madri di famiglia, alle direttrici di stabilimenti, a coloro infine che avvicinarono molte fanciulle in qualità di serventi, di operaie, di allieve. Ricordano le infingarde che non amano il lavoro? le vanerelle tutte prese dalla loro bellezza? le squilibrate? le sciocche? le impudenti? le insensibili e irriducibili? E non hanno mai pensato che costoro erano altrettante candidate.... alla schiavitù? Senza dubbio la maggior parte aiutate da circostanze favorevoli entrano nelle rotaie della vita comune; ma basta un urto, una piccola occasione, un cattivo esempio, qualche disgrazia, perchè si buttino alla mala vita. Sarà giusto dire che la colpa fu della società, della miseria, della mancata educazione? E tutte quelle che resistettero? Quante ne conobbi fra le tentazioni e la miseria, le quali avrebbero veramente avuto una attenuante al cadere, nate da genitori abbietti, cresciute alla ventura, analfabete, eppure salvate dalla rettitudine dei loro sentimenti! Perchè non si vuole tener conto di questo fattore altissimo in una questione dove le ragioni psichiche militano per lo meno alla pari colle circostanze esterne?
Una celebre orizzontale che viveva a Parigi sotto il secondo Impero e che lasciò le proprie memorie, narra il suo primo passo. Era figlia di un pastore protestante; aveva in casa pane, istruzione e buon numero di fratelli e sorelle. Un giorno tornando dalla scuola (aveva quattordici anni) incontra un signore che le narra delle storielle... Ella conosceva certamente l’avventura del Cappuccetto rosso, ma non ne seppe trarre un saggio ammonimento, poichè seguì lo sconosciuto a casa sua e il pastore non vide mai più la pecorella smarrita. Avrebbero agito in tal modo tutte le fanciulle? Anche cedendo alle lusinghe del... lupo, non sarebbero altre ritornate piangendo nelle braccia della madre? C’era dunque nella costruzione fisica e morale di quella fanciulla un alleato pronto a secondare le mosse del nemico. Non è questo che bisogna ricercare se si vuole che l’agitazione per la buona causa abbia uno scopo veramente efficace?
Ah! troppo comodo partito è quello di gettare ogni responsabilità sulle braccia vaghe della miseria e dell’ignoranza!
E mi rivolgo ora agli uomini. Dicano essi in quale incommensurabile raccolta di stupidaggine innata, di insensibilità e di impostura affogano le eccezionali creature cadute nel baratro per colpa degli altri. Quale sistemazione economica potrebbe far fronte alla stupidaggine ed alla vanità dei delinquenti nati? Dobbiamo avere pietà per costoro. Abbiamola. Ma pietà efficace non deve sciuparsi in sentimentalismi, i quali, non fosse altro, fanno perdere un tempo prezioso deviando il cercatore dal sentiero che guida alla verità.
Un forzato della Nuova Caledonia lasciò in alcuni quaderni scritti nel penitenziario un esempio chiaro di questa criminalità istintiva. Figlio di un avvocato che spendeva la maggior parte del suo tempo e delle sue sostanze nella propaganda democratica, Alfonso Delfont rimasto orfano trovò un impiego di archivista; ma se in esso fece prova di intelligenza rivelò pure un carattere impetuoso e stravagante. Arrestato per moti sediziosi, fu rimesso in libertà, ma perdette l’impiego e cominciò allora nel suo cervello il fermento dell’odio contro la società. Ad onta di questo un amico di famiglia venne in suo aiuto offrendogli un impiego nella propria casa. Nè basta. Muore uno zio ricco e gli lascia da vivere agiatamente. Entra nell’esercito vi si distingue, è decorato, ha incombenze onorevoli. Qui si dovrebbe far punto. Invece sempre per la violenza e l’alterigia dei suoi modi schiaffeggia un superiore, è arrestato, condannato. Gli amici riescono a farlo fuggire. Ripara in Tunisia, rifà la sua fortuna, è creato bey... ma finisce all’ergastolo. Gravi, gravi assai questi problemi umani!
Torniamo alle schiave bianche che per tante vie si riuniscono al problema della delinquenza nata. Era certamente una di esse ch’io vidi nel baraccone di una fiera; insensibile al freddo di un rigidissimo gennaio sotto la maglia di cotone che la lasciava quasi nuda. Sulle prime pensai anch’io che la povertà l’avesse ridotta a fare quel mestiere e mi stringeva il cuore di profonda compassione. Se non chè, guardandola, i tratti del suo viso me ne rammentarono altri veduti in ben altri luoghi, tra i doppieri delle sale dove vanno i felici del mondo. Erano gli stessi occhi luccicanti e superficiali, le stesse mani ripugnanti al lavoro, lo stesso stigma di delinquenza scolpito in fronte. Non avevo che a cambiare la maglia di cotone con un sontuoso abito da ballo per vedervi fremere dentro la stessa lascivia. Che cosa facevano di diverso quelle signore educate in collegio? Non si offrivano forse per un gioiello o per un abito nuovo, tanto e quanto questa poveraccia? E se pure per questa la causa fu la miseria, quale scusa avranno avuta le altre e perchè non dovremo preoccuparcene? Perchè non dovremo ricercare tutte le cause che spingono una donna sulla lubrica via se vogliamo veramente trovare tutti i mezzi per salvarla? La società può fare qualche cosa in questo senso ma non riescirà a nulla se prima non si occupa ad elevare la coscienza individuale.
Non vorrei pronunciare qui la parola virtù perchè è stata sciupata dalle religioni che dividono gli uomini in due categorie: i credenti e i non credenti. Ma questo parmi anche l’errore di certi sociologhi i quali vogliono giustificare ogni bruttura, ogni vizio della classe povera, quasi la classe che ha denari e coltura e che dovrebbe perciò essere modello di perfezione, non ripetesse sotto altre forme le stesse brutture, gli stessi vizii. Se non dunque virtù nel significato chiesastico, chiamisi pure con altro nome il sentimento morale. Esiste e non appartiene all’una piuttosto che all’altra classe, non può essere il frutto di combinazioni materiali nè di materiali progressi. Sorge da ogni classe e da ogni popolo, sorge fra i ceppi della miseria e fra quelli dell’opulenza, fra la corruzione ignorante e la corruzione sapiente. È desso che bisogna coltivare. Sorge raro e solitario, sperando nelle conquiste ideali che la presente lotta di appetiti intorbida e ricaccia in un lontano avvenire. Il trionfo della razza umana sarà quello.
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Ma non bisogna troppo affidarsi alla smania di collettivismo che domina l’ora presente. Coloro stessi che intendono di abolire fin l’ultimo privilegio di classe non faranno che spostarli dai nobili e dai potenti ai poveri ed ai plebei, mentre la verità è che non vi sono meriti di classe ma solamente meriti di persona. L’individuo vale per quello che è, non per la classe cui appartiene, la quale ugualmente non può nè inorgoglirsi nè vergognarsi di lui. Tutti gli uomini sono popolo; l’uomo solo è qualcuno.
Lo stesso pregiudizio collettivista si infiltra nella questione femminile e minaccia il problema delle schiave bianche. Torno a ripetere volentieri che opporsi con tutti i mezzi all’inganno che trae fanciulle innocenti sulla mala via e punire severamente i corruttori sarà opera santa; non calcoliamo troppo tuttavia sopra questo mezzo; esso è limitato al pari dell’influenza della miseria. Per ben altre vie si turba e si corrompe l’animo femminile!
È anche necessario conservare un certo disprezzo per il fatto, non scusarlo e ammetterlo con sì larga dose di irresponsabilità, quasi a creargli intorno un’aureola di sacrificio e di poesia. Ricordiamoci che nella maggior parte di queste donne c’è una disposizione morbosa, una criminalità latente, non molto diversa da quella dei delinquenti e al pari di essa cedevole a stimoli smodati di vanità, mentre rimane insensibile a tutte le ragioni di ordine morale.
Infine, non vorrei mi si fraintendesse al punto di credere che la mia povera prosa tenda a intralciare l’opera dei filantropi. Al contrario, metto al loro servizio trent’anni di osservazioni sulla donna; esse potranno valere almeno come documento che l’importante questione è stata guardata da un altro punto di vista, con altro metodo e mezzi diversi e la conclusione è questa: Avanti! Avanti! Non avete finora fatto altro che sfiorare la corolla dell’immenso fiore del male. La radice è molto più in fondo.
_LA DONNA DI SERVIZIO_
Per quanto umile possa giudicarsi questo argomento, esso è parte così vitale della nostra esistenza quotidiana che non può a meno di interessare il maggior numero dei lettori. Esso è inoltre un ramo della grande questione sociale collegandosi cogli interessi degli abbienti e dei proletarii, nonchè dei femministi.
Ho scelto questo vocabolo _donna di servizio_ a preferenza dei sinonimi suoi perchè, figlio genuino del nostro dialetto è anche il più preciso, il più chiaro, il più decoroso e indica perfettamente la persona unica che nelle nostre famiglie borghesi aiuta la padrona nel disimpegno delle domestiche faccende.
Fino a vent’anni fa dai borghi, dai paesucci, dai casolari, le fanciulle sia che fossero orfane o che si trovassero male in famiglia od anche solo ristrette e sopranumeraria al bisogno della piccola azienda movevano alla città in cerca di servizio, il quale rappresentava per esse l’asilo, la protezione, l’affetto. Perfettamente conscie della loro condizione, senza il desiderio di escirne, in cui luogo esisteva la volontà di distinguervisi e di farsi voler bene, entravano nella nuova casa con sentimenti tranquilli. Avvezze al lavoro, alle privazioni, agli stenti, al freddo d’inverno, al sollione d’estate, al cibo insufficiente, apprezzavano il vantaggio di lavorare in un ambiente sano, simpatico, al riparo dai morsi crudeli della povertà, alloggiate e nutrite cento volte meglio che nelle proprie case e di ciò si rallegravano, erano contente, erano paghe. L’ideale allora era di restare sempre nella stessa famiglia, di vedervi morire i vecchi, nascere i pargoli e dal loro umile posto prender parte a tutti gli avvenimenti, battere con un sol cuore nel cuore della casa. Invecchiate al servizio degli stessi padroni erano considerate con affetto, con riconoscenza, pensionate o aiutate in tutti i modi fino agli ultimi giorni. Era il tempo forse troppo calunniato delle disuguaglianze sociali che se davano luogo ad abusi sviluppavano pure gli istinti di generosità e di amore, i nobili sacrifici, le devozioni a tutta prova.
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La donna di servizio di venti o di trenta anni fa vestiva di rigatino in foggia semplice e pratica, portava camicie solide di grossa tela resistente, la cui durata veniva considerata rigorosamente al momento dell’acquisto e in tutta la sua persona l’armonia fra l’essere e il parere rimaneva intatta, specchio felice dell’anima sua. Ricca di sentimenti affettivi, ella incominciava ad affezionarsi alla cucina che chiamava subito sua e dove le fiammate di legna sotto la pentola e il rosseggiare delle bragie sul fornello e il luccicchìo del rame appeso alle pareti mettevano una nota di calore raccolto di cui spesso approfittavano i padroni, venendo gli anziani a scaldarsi la schiena alla fiamma dopo pranzo ed invariabilmente i bimbi a tutte le ore del giorno. Quando poi il focolare era spento e con esso la luce (poichè insufficiente riusciva da solo il lumino prima ad olio indi a petrolio) la donna di servizio prendeva la sua calza di grosso cotone bianco o rosso e andava a lavorarsela in saletta, vicino alla padrona che faceva presso a poco la medesima cosa ed ai bambini curvi sui loro còmpiti. Non è vero che era così?
Orbene, tutto ciò è scomparso irremissibilmente. Il moltiplicarsi delle fabbriche, diffondendo nelle campagne l’ansia di una vita nuova, apre alle giovani una porta che fa loro intravedere la giocondità tumultuosa di una giornata cui fa seguito una libertà senza confine e la maggior parte di esse non esita un solo istante. Andare alla fabbrica rappresenta ai loro occhi la compagnia, la solidarietà, l’indipendenza — a ore fisse è vero — ma sicura e senza controllo. Hanno ragione? Hanno torto?... Un domestico del duca di Choiseul che fu ministro sotto Luigi XV rifiutò la promozione che il suo padrone gli offriva di passare da valletto d’anticamera e guardaportone perchè — diceva lui — stando negli appartamenti aveva occasione di vedere trenta volte al giorno il duca e la duchessa e giù, alla porta, non avrebbero fatto altro che passare di tanto in tanto. È tutta questione di punto di vista, di maniera di sentire ed anche di valutazione del proprio interesse. È certo però che una tale simpatia di rapporti fra padroni e dipendenti doveva rendere assai più bella la vita di entrambi e far loro considerare come una sventura la separazione, che infatti avveniva di rado e solo per circostanze imperiose.
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Nelle tradizioni della prima metà del secolo abbondano gli esempii di unioni indissolubili, emergenti sopratutto quando la sventura si abbatteva sopra una famiglia accomunando la padrona e la donna di servizio nella medesima sorte. Ma, caratteristica che non bisogna dimenticare per conservare il fatto nella sua vera luce, sia nell’opulenza, sia nella povertà fraternamente divisa, mai si offuscava quel sentimento di diversità di classe che spingeva la padrona e la donna di servizio a compiere ognuna per proprio conto una conquista più in su dell’eguaglianza, più elevata del diritto; una conquista che agitando gli occulti slanci di altruismo, assai prima che questa parola venisse di moda, guidava con semplicità al vero amore del prossimo.
Non è per rimpiangere il passato che io vado ora esumando queste memorie. Esso, l’ho già detto, è morto irremissibilmente; ma volendo occuparsi della questione è necessario mettere a raffronto i due termini di passato e di presente per vedere che cosa si può sperare in seguito.
Come sia la donna di servizio attualmente ognuno lo può osservare da sè. L’ingenuità delle Pamele, delle Bettine, delle Lisette, argomento di romanzi patetici e commoventi, non esiste più. Nelle stalle e nei crocchi rusticani si leggono ora le appendici del giornale cittadino che l’operaio si è dato la briga di ritagliare e di cucire diligentemente per farne dono, reduce in paese, alla sua bella. La prima applicazione della cultura appresa a scuola, in un paese di mia conoscenza, venne fatta da fanciulle di quindici o vent’anni sulla _Nanà_ di Zola. Non occorre dilungarsi in dimostrazioni. Il fatto, variamente ma insistentemente ripetuto, incomincia a portare un primo squilibrio nelle menti giovanili che si trovano per tal guisa sbalzate nei pieni marosi dell’esistenza senza bussola non solo, ma anche senza barca. Così quando una fanciulla invece di arruolarsi alla fabbrica si decide per il servizio in città, ella è già così corrotta, se non di costumi, di immaginazione, che al contatto del lusso e delle infinite tentazioni della vita moderna non ha nulla da opporre, nemmeno una virtù che sfuggita ai freni della religione è troppo debole per raggiungere altre vette, e si adagia nella indifferenza della morale comune. La fiamma di libertà e di eguaglianza che ella ode crepitare intorno, non potendo nel piccolo edificio dei suoi pensieri raggiungere l’altezza dei pensatori che la attizzarono, scalda, morde, rintuzza gli istinti volgari a danno principalmente suo, anzi suo unicamente. La meta per lei non è più, come era per le sue bisavole, la conquista dell’affetto, della rispettabilità, della vecchiaia assicurata. Attraverso il fumo che la involge non vede altro che il lusso. Vestire come le signore, avere la stessa foggia di camicie, lo stesso colore degli abiti e portare il cappello, ecco l’apice dei desideri di questa infelice. Come si fa a persuaderla che la felicità non è lì?
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Dal tempo delle Pamele, delle Bettine, delle Lisette, i salari sono raddoppiati senza che la donna di servizio veda raddoppiare le spese di alloggio e di vitto il cui straordinario rincaro è tutto a carico dei padroni. Il doppio dunque del salario che ella percepisce, se si considera che gli oggetti di vestiario sono la sua sola spesa e costano ora molto meno di un tempo, dovrebbe accumularsi in risparmi a suo totale beneficio, rendendo questa professione una delle più lucrose e delle più ambite. Ma i risparmi non si fanno perchè la donna di servizio sente ora il bisogno di portare trine e falpalà che se anche costano poco si rompono facilmente, di cambiare ad ogni stagione la foggia degli abiti ed anche questo costa. Vestire come la padrona è il suo assillo e questa eguaglianza la rovina senza darle un solo giorno di felicità, perchè l’inseguimento febbrile dell’apparenza le fa trascurare l’intima conquista che avvicinava realmente i servitori di una volta ai loro padroni. Al concetto della previdenza e del risparmio si è sostituito quello del godimento. La cicala ha sovvertito la formica. Affezionarsi ad una casa e ad un padrone che sostituisca la propria casa e la propria famiglia, questo cardine della antica persona di servizio, fa ora alzare le spalle. Guadagnare di più per spendere di più. Ecco il credo moderno. Chi ode mai l’antica frase: _la tal cosa non è della mia condizione_. Tutte le cose sono ora di tutti gli uomini e tutte le condizioni sono pari, non è vero? Soffermiamoci un istante che questo è davvero il punto spinoso.
Tutte le cose sono di tutti gli uomini. Bellissima dichiarazione, ma qual’è l’uomo che possiede tutte le cose, astrazione fatta di colui che tutte le tiene nel suo cervello e che una volta si chiamava il saggio? Tutte le condizioni sono pari. Ed è vero; ma pari davanti a che? Tra loro no, evidentemente, perchè un macellaio, uno scrittore, un tintore, un suonatore di violino, un medico, un imbianchino, un maestro non possono vestire allo stesso modo, nè allo stesso modo lavorare, nè ogni singolo lavoro misurare ad eguale stregua. Io direi piuttosto che tutti gli uomini sono eguali in qualunque condizioni si trovino e ciò è, nonchè giusto, chiaro. Eguali cioè nella dignità e nella libertà d’uomo. A tale riguardo la donna di servizio ha diritto allo stesso rispetto ed alla stessa considerazione della signora ed anche di più se ella è onesta e la signora no. Questa è la grande conquista che la civiltà ha fatto sulle barbarie e va spiegata al popolo con precisione nel suo significato elevatore, se non si vuole che gli ignoranti se la spieghino da sè, snaturandola a tutto beneficio dei bassi istinti; e da questo punto precisamente incominciarono i doveri dei padroni.
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Accagionare la donna di servizio del disordine della sua mente, in un momento di transazione com’è il nostro e mentre il disordine è generale, non sarebbe giustizia. Se tutte le donne, di tutte le classi, sono agitate, qual meraviglia che si agiti anche la donna di servizio? Ed è pur naturale che la sua agitazione davanti ai nuovi ideali democratici conservi la scorie delle aristocrazie antiche, cioè il pregiudizio e l’errore che le fanno accettare l’apparenza qual meta e la persuadono di eguagliarsi alla signore prendendone le vesti. Non è facile certamente togliere ad una mente rozza questa conquista puerile resa così accessibile per le migliorate condizioni materiali, ma è necessario accingervisi. Il principio democratico se vuole conservare il suo posto fra gli ideali deve promulgare l’eguaglianza morale ed è una negazione assoluta di tale eguaglianza il vergognarsi di essere operaio o domestico. Gli uomini devono esser eguali, non le vesti; e dal momento che ogni professione ha esigenze ben definite, nessuno pure dovrebbe rammaricarsi di sembrare esteriormente quello che è in realtà. Quando avremo fatto questo passo sulla via del progresso molti attriti scemeranno e si può sperare che invece dell’odio e dell’invidia che dividono le classi, una reciproca intelligente comprensione del vero ristabilirà i rapporti affettuosi fra padroni e domestici.
E però tra i padroni d’oggi troppo di frequente si contano i villani arricchiti a cui manca ogni tradizione di famiglia e che imbevuti della arroganza degli ultimi arrivati nulla fanno per affezionarsi e per educare i propri domestici; anzi si direbbe che col loro contegno mancante di tatto, di opportunità e di gentilezza contribuiscono al loro corrompimento.
_ATTIVITÀ FEMMINILE_
Da noi — mi diceva una signora tedesca — il cuoco maschio non esiste; in cucina è la donna che lavora.