Part 6
Coloro che salirono insieme a voi, sperando, amando, lavorando come voi avete fatto e che ancora non giunsero, eccoli schierati sui vostri passi. Essi vi attendono, appostati come banditi in agguato, sul piccolo scaglione che poterono conquistare. Come voi hanno l’amarezza dei patiti disinganni, perchè essi furono al pari di voi buoni e fidenti e credettero nel loro sogno. Ed ora non credono più. La loro opera, la loro opera d’amore, giace dimenticata. Essi scrivono ora come non avrebbero voluto scrivere mai, per necessità di logica, perchè hanno sdegnato le altre vie e devono percorrere questa fino in fondo, incatenati e schiavi del loro ideale ch’essi volevano vincere e che li ha vinti. Guardateli bene, sono i vostri peggiori nemici! Forse, con stupore, riconoscerete volti lontanamente noti, mani che un tempo si erano tese fraternamente a voi, quando essi avevano la generosità della giovinezza che si sente ricca e che dà. Ma quei tempi sono passati e la vostra stessa qualità di donna che allora facilitava la dispensa della lode, inasprisce i loro disinganni. Ognuno di essi era ben disposto a festeggiare la scrittrice quando nel suo interno la considerava come un leggiadro puppazzetto del suo medesimo sogno, inoffensivo, divertente, forse utile. Ma è tutt’altra cosa se la donna diviene una rivale nella concorrenza. Vi ricordate il papato di prete Pero? — _Questo è un papa che ci crede._ — _E’ un papaccio in buona fede._ — _Diamogli l’arsenico._
Al punto in cui la lotta si impegna seriamente la differenza del sesso è cagione di astio maggiore. E’ allora che la scrittrice si sente straniera in mezzo a quegli uomini inaspriti che hanno gettato la maschera della galanteria, ripresi dalla atavica brutalità dell’animale in guerra. E’ il momento supremo. Se le forze, signora, vi hanno sorretta fin qui; se l’umiliazione; il dolore, lo scoramento, lo scetticismo, l’odio, non vi abbatterono sul fatale gradino dal quale nessuno si alza più, resisterete ai colpi dei vostri fratelli? Pensate di quante umiliazioni, di quanto dolore, di quanto scoramento, di quanto scetticismo, di quanto odio furono essi stessi abbeverati prima di snaturare nei lividi conati dell’invidia l’ingegno che mirava ad alte cose — e quando una fanciulla verrà a chiedervi se deve fare la scrittrice, penso le chiederete almeno se nella sua vocazione ha contemplato la possibilità del martirio.
Tutto ciò che dissi fin qui si rivolge alle donne che pensano sul serio a divenire scrittrici. Per le altre, per le dilettanti, la via è larga e se esse si accontentano dei successi da salotto e di un paio di talleri per i loro guanti, non c’è nulla a dire. Solamente è accendere ben molte girandole per ottenere un lumino da cercar lumache. Quando la gloria e il guadagno debbono restare così lontani, non val meglio rinunciare ad una impresa dove si sciupano invano tante energie che troverebbero migliore impiego altrove? Questo io dico alle donne seriamente, onestamente, persuasa di fare a qualcuna un momentaneo dispiacere, e me ne duole, ma più persuasa ancora di evitare loro rancori e disinganni.
A scrivere per sè ogni donna intelligente riesce a meraviglia. Scrivere per il pubblico invece è tutt’altra cosa ed è cosa difficilissima, che non si insegna e non si impara, ed anche quando la si sa è traditrice sirena che troppe volte trascina a naufragare fin sotto i fanali del porto. Guardiamo quante signore recitando in casa propria per i loro amici, o altrove in serate di beneficenza ci meravigliano per la grazia, l’efficacia, il calore della loro recitazione; ci sembra che esse non avrebbero da far altro che salire i gradini di un vero palcoscenico per essere pareggiate alle attrici più in voga. Ma ci inganniamo. Portate fuori dal loro ambiente, dal circolo ossequioso che le sorregge, dalla libertà e dalla limitazione della loro parte, dall’eccitamento momentaneo, dalla sicurezza che qualunque cosa accada non rischiano nulla in quella posta e che resteranno anche dopo le signore di prima; cambiati tutti gli accessori, e il lavoro, e il pubblico e lo scopo, vorrei vedere quante di loro si salverebbero!
C’è una ragione brutale che, ove non ve ne fossero cento altre, basterebbe a creare la differenza tra il dilettantismo e la professione d’arte; la ragione del denaro. Quel denaro a cui mirate con tanta ansia, credete che il pubblico se lo lasci levar di tasca senza una terribile lotta? Pensate che il pubblico quando ha pagato diventa dispotico e quando non è contento, feroce addirittura. Tutte le scuse che salvano il dilettante, non valgono per l’artista; si può compatire il primo, ma per gli errori del secondo non vi sono che fischi.
Ah! se non sapete, se non intuite cosa vuol dire trovarsi soli dinanzi alla massa del pubblico che non conoscete, fra cui sono indifferenti, distratti, idioti, maligni, invidiosi, vanitosi e appena qua e là, lontana e isolata, qualche rara anima che vi ascolta con simpatia, che non può parlarvi e che voi cercate disperatamente coll’ardore del vostro desiderio; se non sapete, se non intendete la dolorosità del distacco di quella parte di voi stessi che va a fecondare gli altri sollevandoli un istante dal torpore in cui vivono, e quanto del vostro sangue dei vostri nervi, del vostro cerebro dovete dare per giungere fino ad essi, per scuoterli, per infiammarli, per farli palpitare insieme a voi; se non sapete, se non intuite in mezzo alla vostra grande passione l’oltraggio di un sorriso ironico, il susurro agghiacciato dalla disapprovazione... e il vuoto della folla che si ritrae, mentre un sibilo viperino vi sferza il volto... ah! se non capite, se non intuite questo strazio e non siete preparati ad affrontarlo con reni di bronzo, con muscoli d’acciaio pronti al rimbalzo, non illudetevi neppure di poter strappare al pubblico quel grido di belva domata che solo segnerà la vostra vittoria.
_FEMMINISMO STORICO_
Un piacere vivo, quasi un conforto ad una lunga fede, io provo tutte le volte che leggo vite, biografie o studi di donne antiche, di donne morte, di quelle donne che il femminismo moderno addita sempre in prova di vile servaggio, di compressa intelligenza e che pretende redimere dalle odiose catene del maschio. Prendiamo un esempio di prosa femminista per intenderci meglio. “Vogliamo lo sfacelo di tutti i pregiudizi che per succedersi di secoli curvarono la donna sotto il loro giogo impedendole ogni esplicazione alta e serena delle sue facoltà intellettive e spirituali. Vogliamo poter vivere secondo i nostri gusti e le nostre tendenze, vogliamo lottare e lavorare e se un sogno di gloria ci arride che ci sia permesso di realizzarlo. Scompaia la vana bambola, il prezioso gingillo, e sorga libera e redenta la donna capace di ispirare all’uomo nobili e grandiose azioni„: Questo è ciò che io lessi in un giornale di propaganda.
Dunque la donna non ebbe mai fino ad ora esplicazione alta e serena delle sue facoltà intellettive e spirituali; non ha mai vissuto secondo le proprie tendenze, non ha mai lottato, non ha mai lavorato, non realizzò mai nessun sogno di gloria! Tenetevelo per detto o sante, o eroine, o martiri di tutti i tempi, regine e principesse gloriose in trono, poetesse gloriose nelle leggende antiche, nelle Corti del Cinquecento, nelle Accademie del seicento, nei salotti del settecento; madri gloriose dei Genii, amanti gloriose, donne, legioni gloriose di donne i cui nomi sono inscritti nei fasti più puri della religione, della patria, della genialità intellettuale; voi non valete nulla, siete tutte bambole, gingilli, zeri. Vorrei nominare qualcuna, ma esse sono milioni. Insieme alle lagrime di S. Monica scorrono fiumi di lagrime materne; fiumi di sangue femminile scorrono insieme al sangue di Giovanna d’Arco; e il senno che Cristina e Maria Teresa ebbero in trono, milioni di donne lo ebbero nel reggimento della famiglia e dei negozi. Se le madri di Lamartine e di Goethe, se le mogli di Carlyle, di Michelet, di Confalonieri, di Garibaldi ebbero una pubblica esplicazione dei loro meriti, quante e quante virtuose, intelligenti, forti, attive, energiche, seminarono nell’ombra i loro tesori di mente e di cuore; ma allora non c’era il femminismo e si tira una riga alla storia.
È adesso che si incomincia a capire quali bambole fossero le donne del Testamento e di Roma pagana, fino alle prime martiri del Cristianesimo e alle monache del Medio Evo e, diciamo pure, alle Cortigiane poetesse della Rinascenza trasformate a traverso i secoli nelle dottoresse laureate alle Università del seicento, nelle eroine, perseguitate e uccise al tempo del Terrore, esuli volontarie nelle steppe della Siberia, compagne ai congiurati per la libertà della patria nelle carceri di Napoli e di Mantova. È dalla scomparsa di questi preziosi quanto inutili gingilli che deve sorgere la vera donna capace di ispirare all’uomo nobili e grandiose azioni.
Oh! Beatrice, come mai potè il sommo Alighieri illudersi al punto da creare per te un paradiso? E come potè la marchesa di Pescara nella impossibilità di esplicare le proprie facoltà intellettive e spirituali lasciarci poesie che si ammirano ancora e avvincere a sè nella aureola purissima dell’ammirazione il più grande ingegno del suo tempo?
So già che quando avrò pubblicato queste pagine una qualche donna buona, gentile ed illusa dal miraggio femminista mi dirà “Ma non è vero che molti pregiudizii gravarono per lo passato e gravano in parte ancora sulla vita della donna e che troppa parte di esse vive in frivole occupazioni assorta? Non è nostro dovere elevare le sorelle a più eccelso ideale?„ Al che rispondo subito: Sissignora, pregiudizi ve ne furono e ve ne sono; errori anche ed anche colpe; ma mi provi, di disgrazia, che si esercitarono solo sulla donna e che l’uomo ne fu immune, allora potremo sollevare una questione femminista; fino a dimostrazione contraria mi lasci credere che esiste una sola questione la quale non è nè di femmine nè di maschi perchè è semplicemente la questione dell’umanità. Una volta i costumi erano rozzi, l’ignoranza maggiore, maggiori gli abusi — ciò tanto per la donna quanto per l’uomo — e quando progredirono, progredirono insieme e insieme furono liberi. Frivole e stolte donne si ebbero, si hanno, si avranno, tale e quale uomini frivoli e stolti. Tutti abbiamo bisogno di educarci, di migliorarci, e questo è quanto. Che bisogno c’è di una questione femminista dal momento che uomo e donna non formano che un essere solo?
Là, là, le conosco le opinioni del signor Lombroso sulla pretesa inferiorità della donna, ma sono persuasa che in fondo non ci crede neppure lui. Come può un naturalista ammettere che servendosi dei medesimi mezzi si mettano al mondo alternativamente esseri superiori ed esseri inferiori? Si potrebbe crederlo forse se i maschi li facessero gli uomini.
Nè superiori nè inferiori — ecco la formula del buon senso. Se vi sono delle differenze sono differenze di sesso che indicano appunto le diverse missioni nelle due parti del medesimo tutto. L’attività cerebrale e muscolare è indispensabile alla parte maschio e non lo è alla femmina, la quale ha ben altro a fare che sollevar pesi e calcolare incognite, perchè mi vorrete concedere che se a cercar fuscelli s’adoprerebbe volendo anche la femmina, il maschio non saprebbe in alcun modo ponzare le uova. E questa è la ragione che taglia la testa al toro.
Ma datevi pace, o femministi; se i doveri della donna non sono esattamente quelli dell’uomo, ciò non è da ascriversi a preconcetti arbitrari mummificati in vecchie forme, come si va dicendo, sibbene dalla natura stessa che non aspettò le nostre dispute per conformare i due sessi in modo diverso imponendo a ciascuno date funzioni vitali che non si possono nè confondere nè scambiare.
E se la missione della donna così gelosa, così delicata, così alta, così unica, le richiede spesso l’assorbimento di tutte le altre facoltà non compiangetela ma invidiatela. L’uomo sperpera ed ella raccoglie le forze della vita.
* * *
Gli studi presentati nel volumetto che porta il titolo di _Femminismo storico_[1], e che sono sette, non accennano a una vera attitudine di combattimento, quantunque nell’ultimo studio su Giorgio Sand l’autore lanci qualche frecciata agli anti-femministi chiamandoli a giudicare la virilità dell’ingegno della insigne scrittrice; il che non vuol dir nulla per la causa del femminismo o direbbe precisamente l’opposto di quello che esso sostiene, cioè che i pregiudizi, le imposizioni, i legami, le così dette tirannie del sesso forte non impedirono un eccezionale ingegno di donna di farsi la sua strada nel mondo. L’esempio di Giorgio Sand sarebbe importante solo quando si riuscisse a dimostrare un vantaggio per l’umanità se tutte le donne le somigliassero. _Quod non est in votis_, mi pare, con tutta l’ammirazione dovuta a Giorgio Sand e che ben volentieri le rendo.
Del resto leggiamo qui accanto il bozzetto di un’altra scrittrice celebre, incensata, adulata, laureata, con tutte le gioie infine e le soddisfazioni promesse dal femminismo; e tanto infelice, tanto infelice che vorrebbe morire, e morì infatti, perchè il suo Collatino non la corrisponde di pari affetto. Ho nominato Gaspara Stampa. Peccato ch’ella non possa venire a dare il suo voto nell’ardente polemica spezzando l’avello su cui sta scritto:
Per amar molto ed esser poco amata Visse e morì infelice, ed or qui giace La più fedele amante che sia stata.
Se scrivessi un articolo critico dovrei elogiare la molta erudizione addensata in questo volumetto, desiderando una maggiore semplicità di stile e un freno alle soverchie immagini; se un articolo morale rallegrarmi coll’autore per avere inneggiato largamente nelle sue eroine l’onestà; ma volendo considerare anzitutto la forza evocatrice che dà vita a questi bozzetti mi compiaccio di ritrovarla tale che ci fa rivivere nella precisione colorita della sua cornice il bel ritratto antico. Udite:
“Dalla sua stanza che mi figuro aperta per una trifora aguzza, il cui marmo gareggi in sottili spume coi merletti di Burano, su la laguna, ella non ode le allegre voci del popolo tripudiante; è forse la festa dell’Ascensione... è l’incoronazione di una dogaressa... Gaspara non se ne cura. Sola nella remota stanza, guarda il cuoio dorato delle pareti, i tappeti di Arras, il liuto che le giace a lato, il muso aguzzo del suo levriere e vede dappertutto come fosse veramente inciso ne’ suoi occhi umidi e nel suo povero cuore la figura del conte Collatino di Collalto! Invano un recente “Aldo Manuzio„ le posa aperto sul grembo; invano la tenta l’ultimo sonetto di monsignor Della Casa. Sul tavolino a tarsie il _Sogno di Polifilo_ del monaco Francesco Colonna mostra le aperte pagine nitidamente incise, invano... Ella sorge dall’alta seggiola dalla spalliera in forma di lira, come quelle che vediamo nelle tele del Carpaccio, si appressa al balcone... e pensa che laggiù nell’acqua verde del Canalazzo troverebbe forse il riposo„.
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Maria Antonietta, Laura, Giulia Récamier sfilano l’una dopo l’altra accarezzate con grande compiacenza dall’autore che ne ammira sopratutto la dote essenzialmente femminile della bellezza. Si direbbe anzi che questa sensazione della bellezza lo ubriaca e gli fa perdere qualche volta la misura. È forse per ciò che la sua anima pagana nutrita di classici splendori si raccoglie meglio dove maggiormente ne è pomposo il culto. Leggiamo la descrizione di Cleopatra: “Quale meraviglioso sogno di poeta può eguagliare la magnificenza della regale trireme che porta Cleopatra verso Tarso, navigando sulle brune acque del Cidno? La poppa è d’oro, i remi tutti d’argento, di porpora le vele che quali enormi farfalle fendono l’aria luminosa. Da tripodi d’oro si innalzano verso il cielo molli e sottili profumi; fanciulle vaghe come Nereidi recano intorno coppe preziose colme di vino biondo come il miele; garzoni belli come fanciulle offrono in piatti d’oro dolciumi prelibati; piccoli Etiopi bruni e lucenti agitano grandi ventagli composti colle piume di uccelli rari. Sopra il suo trono scintillante di gemme, tra la pompa di tappeti molli come chiome di Ondine, la Regina sta e aspetta vestita di porpora e di bisso: il serto regale cinge la sua breve fronte bianca come la luna, i suoi occhi splendono più delle gemme, la sua chioma profonda come le tenebre le ricade sugli omeri ignudi. Sistri e flauti, celati alla vista, suonano voluttuose melodie e la trireme si avanza maestosa„.
Non è vero che l’evocazione è perfetta? Ma l’autore è così innamorato del suo soggetto che soggiunge ancora: “Creare della gioia e beneficare l’umanità. Cleopatra fece della sua vita una grande opera d’arte. La sua vita è un capolavoro vissuto„. Su la qual cosa non credo che i femministi saranno d’accordo con lui.
Lo studio però che mi sembra più serio e più riuscito è il primo: Isabella d’Este Gonzaga. Della deliziosa principessa che si era composta “per sè ed a sua gloria una esistenza conforme alle sue inclinazioni„ che tutta visse per l’arte, per la grazia, la cui anima fresca e vibrante irraggiava su quante cose le stavano intorno, e che fu tanto saggia quanto bella, si hanno parecchi ritratti. Io però crederei di non sbagliare affermando che nessuno le somiglia, perchè il fàscino delle donne come Isabella d’Este difficilmente si può fissare sopra una tela. Essendo tutta luce e profumo di intellettualità, solo un genio ne conoscerebbe e potrebbe afferrarne il segreto. È veramente di Isabella il profilo disegnato da Leonardo da Vinci? Potrebbe, ma non ne siamo sicuri e tale incertezza paralizza i nostri entusiasmi. Alla Esposizione femminile che si tenne una di queste primavere in Milano vidi pure un ritratto molto suggestivo attribuito a questa principessa, senonchè il secolo decimoquinto è assai lontano e senza dubbio faremo meglio ad affidarci alla nostra immaginazione. L’autore del libretto ce ne offre l’esempio accomodando da par suo la splendida cornice. Ecco:
“Così amo io evocarla, magnificamente bella e soave, in una lunga veste di broccato d’oro dalle ampie maniche foderate di ermellini o di vaî, cinto il collo, adorna la fronte di gemme che pur scintillano meno dell’oro della sua chioma. Intorno a lei tutta la società del Rinascimento; bellissime dame e damigelle, adolescenti dalle lunghe chiome, cavalieri serrati nelle cotte di velluto, di zendado o di ermesino, scintillanti d’armi damaschinate. Volan per l’aria le strofe di Poliziano e di Lorenzo, si slancia verso il cielo la recente cupola di Brunellesco, ridon per tutta Italia le tele di un manipolo di grandi che comunicano altrui la gioia dei loro sogni immortali„.
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E basta in fatto di citazioni. Lo studio su Isabella d’Este che vivendo in comunione di idee cogli uomini più insigni, cogli artisti più geniali, nella sua bella dimora di Mantova, felice e serena, si presenta certamente come la figura femminile più equilibrata e più limpida del periodo quattrocentesco, ispira al suo moderno panegirista una specie di invocazione a tutte le donne perchè abbiano a donarsi all’adorazione dell’arte, la sola verità terrena immutabile, la consolatrice eterna, quella che non tradirà mai e sarà per i cuori assetati di ideale una luce imperitura.
No dico di no. L’esortazione se non altro è nobile e bella e a non prenderla troppo alla lettera potrà anche essere utile. Dio ci guardi tuttavia dal cadere nell’errore, tanto comune in questi tempi di uguaglianza, che si possano foggiare le anime nella stessa guisa dei vestiti e che basti una pennellata di rosso o di bianco per metterle nella tinta di moda. Dell’arte si può dire quel che madama Guizot diceva della ragione: “La raison, par malheur, n’est faite que pour les gens raisonnables„. Oh! senza dubbio fin l’ultimo ciuchino è persuaso di ragionare e provatevi un po’ a domandare a Tizio ed a Sempronio se amano l’arte: vi risponderanno che ne van pazzi. Ma in verità vi dico che le vere anime d’artista sono rare e fuori di questo stato speciale di grazia l’arte serve anch’essa come tante altre cose belle a creare degli spostati e dei disgraziati. Lanciamo pure questa tavola di salvezza nel mare burrascoso delle vanità, ma non illudiamoci che essa tragga a salvamento il gregge umano. Solo qualche forte vi starà aggrappato.
Ben vengano tuttavia queste ricostruzioni di ideali o morti o travisati. Anche se la maggior parte dei lettori non vorrà vedervi che l’interesse di una storiella qualunque, cadrà pure in un’anima vigile la buona semente, e se questa è un’anima femminile sarà Isabella d’Este ancora che ci sorriderà nel suo individualismo squisito di donna intelligente e buona.
_SCHIAVE BIANCHE_
Due donne, l’una seduta ritta, l’altra sdraiata sopra un divano con una sigaretta fra le dita: questo il gruppo che uno scultore milanese presentò alcuni anni or sono ad una mostra di belle arti col titolo: _Schiave bianche._ Il gruppo per ragioni di pudore fu respinto e durante qualche tempo, esposto nella vetrina di un negozio, attirò gli sguardi di tutti i curiosi i quali naturalmente scissi in due fazioni approvavano o biasimavano il verdetto del comitato.
Per verità il gruppo in sè stesso non giustificava il rigore del rifiuto. Nulla vi era nella posa e nell’abbigliamento delle due donne che potesse stonare in mezzo alle ninfe ed alle bagnanti, assai meno vestite, che sogliono popolare le esposizioni. Il titolo fu quello che impaurì i signori della giuria. Coll’innocente appellativo di _Oziose_ o qualsiasi altro del genere, il gruppo sarebbe passato senza lode e senza infamia, inosservato forse. Ma si chiamava _schiave bianche_ coll’evidente intenzione di oltrepassare il fine dell’arte, richiamando il pensiero sopra una questione d’ordine morale; e la commissione per le belle arti, presa così all’improvviso da una metafora che le metteva brutalmente dinanzi ciò che gli uomini sogliono relegare nelle loro memorie più nascoste e più gelose, si impennò, arrossì di tutte le debolezze passate, presenti e future, come se una mano violenta avesse strappato a quei signori l’ultimo velo del pudore. Cento ricordi lontani, dimenticati, soffocati, reietti nel cantuccio più vile dell’essere, come si cela la biancheria sudicia nel punto più buio della casa, dovettero sorgere nell’animo di quelle egregie persone. Cittadini, mariti, padri, essi non potevano permettere che le loro spose e le loro figlie contemplassero riprodotta nella plasticità della creta e nell’aureola dell’arte, l’infima vergogna del sesso; senza riflettere che gli ignari di quelle vergogne ben poco l’avrebbero scorta nel gruppo incriminato, anche coll’aiuto del titolo.
Da allora, saranno circa dieci anni, l’argomento è salito agli onori della pubblica discussione e su questo soggetto delle schiave bianche si tennero conferenze, si scrissero articoli, si stabilirono commissioni, si apersero collette. Le donne oneste non temettero di mischiarsi al movimento, non solo, ma furono le prime a promuoverlo, le più ardenti a sostenerlo. Si potrebbe forse osservare che mancano un poco dell’esperienza del loro soggetto.... non certo di fede e di buona volontà! Ma anche la fede e la buona volontà hanno il loro lato manchevole quando si tratta di questioni tanto complesse. Mi pare intanto di dover avvertire che l’impostazione stessa della guerra che si vuol muovere pecca di vedute corte, unilaterali, vociando troppo quel ritornello ormai frusto per essere passato e ripassato su tutti gli organetti: _la miseria e l’ignoranza_. Colla miseria e coll’ignoranza oramai si vuol spiegare ogni cosa.