Part 8
Sono seduti sotto una quercia, tutti raccolti intorno alla ceppaia su la quale siede il vecchio bifolco che ama i bimbi e li intrattiene la sera con le sue fiabe.
Il plenilunio è sereno; l’orizzonte notturno si estende come su l’aurora per vastissimo giro intorno. Si scorgono le cose lontane distintamente; tutto ciò che è in luce risalta con nitidezza per i forti contrasti dell’ombra.
La quercia è sola, non altri alberi le sorgono intorno, è il ritrovo consueto degli uomini che abitano nelle poche case aggruppate a qualche distanza da lei, è la sosta dei pastori che conducon le greggi nei prati che le si aprono innanzi. Cresciuta nell’amore degli uomini, ha esteso il giro dei suoi rami ampiamente.
Bocca-di-fiore si leva: Arabella è giunta.
— Sei venuta ad ascoltare Benedetto? — le chiede.
— No.
— Dove vai allora?
— Alla Celletta.
— Per che fare?
— Vado a chiamare gli uomini perchè vengano a cena.
— O non lo sanno da loro, che debbono ritornare?
— Mamma Tuda ha voluto così.
— Non ti fermi?
— Non posso.
— Mi pare che tu sia molto stanca, Arabella.
— Sì, sono stanca.
— E perchè non ti riposi?
— Perchè mamma Tuda mi aspetta.
— Lasciala aspettare! Siedi qui, fra noi. Benedetto racconta una bellissima favola, ti divertirai. Dopo ti accompagnerò a casa, e verrà anche Zulù. È vero che verrai? —
Zulù scrolla il capo affermativamente. Egli guarda Arabella ed è pieno di affettuoso sgomento; al suo occhio scrutatore non isfugge il pallore estremo della fanciulla, onde le chiede in tono sommesso:
— Allodola, non ti senti bene, è vero? Di’ la verità? —
Arabella lo guarda e sorride con tristezza.
— Che cos’hai? — le domanda Bocca-di-fiore avvicinandosele e guardandola fissamente; — Dio, come sei pallida! Ti duole il capo?
— No, sono stanchissima, non mi reggo quasi più.
— Riposati, riposati, e se Benedetto ti annoia, andremo un poco più lontano. Vuoi dormire? —
— Non ho sonno.
— Sono alla Celletta i figli di mamma Tuda? — le chiede Zulù.
— Sì.
— Allora aspettami; corro ad avvisarli perchè vadano a casa. Sarò qui fra pochi minuti; aspettami, torneremo insieme. —
Arabella gli sorride assentendo; Zulù si volge, prende lo slancio e si allontana a grandi balzi rapidamente.
Siedono un poco in disparte. Benedetto continua a narrare le avventure del reuccio; non si ode che la sua voce tranquilla, perchè gli ascoltatori non fiatano, respirano appena. Essi sono seduti sulla nuda terra come un gregge raccolto intorno al pastore che veglia. Nelle prossime case lucono le lampade dalle aperte finestre. La quercia, nella chiarezza plenilunare, si inargenta ai bordi, si trasfigura soavemente per il sogno delle piccole anime che accoglie. Le stelle pare si levino lontanamente dai prati tutti fioriti di ranuncoli d’oro. Arabella china il mento al seno; non sa e non può ascoltare. Ella è giunta senza che i compagni l’abbiano avvertita, solo due, fra i tanti, si sono levati ad incontrarla, quelli che più le son presso al cuore; gli altri, poichè ella tace, l’hanno dimenticata. Chi può ricordare tutte le luci stellari, tutti gli usignoli che giungono al tempo del sole nuovo? Una volta l’avrebbero udita di lontano e si sarebbero raccolti sulla sua via — ora non più, perchè la voce di lei non sa assorgere fremendo in un vasto impeto di gioia. I passeri si adunano su gli alberi fronzuti, folti, densi di fogliame, e gli alberi che han perduto il loro verde rimangon sempre deserti.
— Vuoi dormire? — le ripete Bocca-di-fiore.
Arabella scuote il capo negativamente.
— Guarda, puoi appoggiarti qui, sulle mie ginocchia, io non sono stanca. Canterò pian piano, perchè tu prenda sonno meglio.
— Grazie; ma fra poco dovrò ripartire.
— E come farai a giungere fino a casa, se non puoi reggerti?
— Mi aiuterà Zulù.
— Zulù ti vuol bene, sì. Ti guarda come se tu fossi la sua sorella. Domani non ti alzerai, è vero? Noi verremo a tenerti compagnia.
— Domani è lontano! —
Bocca-di-fiore sorride. Come mai lontano se non c’è che il volgere di poche ore? Lo spazio di un brevissimo sonno? Si può dire che si veda già l’alba quando ancora sono nel cielo gli ultimi bagliori del crepuscolo, tanto la notte è breve! Ma Arabella è malata, e vede tutto con occhi diversi e le ore sembreranno eterne al suo soffrire. Bocca-di-fiore intende ed accarezza il pallido volto dell’allodola stanca.
Sotto la quercia millenne, coronata di luce e di stelle, il novellatore ritesse, come ritesson nei cieli le costellazioni, un’eterna trama che guida i giovani cuori sulle vie del sogno.
❦
— Addio, Arabella; riposa bene; domani verrò a salutarti.
— Addio. —
Bocca-di-fiore svolta per una viottola ed abbandona i compagni. Ella è giunta alla sua casa che sorge ai piedi di un monte sul quale è un castello in rovina.
Si volge qualche volta, poi procede di corsa. Arabella e Zulù si perdono nella notte.
— Appòggiati alla mia spalla. Vuoi che ti porti?
— No.
— Ma non puoi camminare, vedi? Le forze ti vengono meno e la strada è lunga.
— Andremo adagio.
— Sia come vuoi. —
Procedono in silenzio per buon tratto. Arabella è scossa a quando a quando da un brivido freddo, si appoggia al compagno con abbandono, e socchiude gli occhi cercando difendersi così dai violenti capogiri che la colgono; ella intravede intorno a sè forme strane, e le cose che distingue assumono agli occhi suoi aspetti diversi dai consueti e tutto trascorre a volte in una rapidissima ridda tantoch’ella si sente venir meno la terra sotto i piedi, e deve soffermarsi per non cadere. Le sue mani sono fredde, mentre la fronte e le guance le si accendono di un rossore improvviso, il viso le brucia e gli occhi le si fanno più lucenti, più profondi e più ardenti nella atonia della febbre. Zulù, che la regge tutta, la sente tremare e non le parla e non l’interroga più, per paura di farle male. Anche il parlare può nuocerle; egli sa che ai malati si raccomanda il silenzio.
La guarda con infinita tenerezza. Povera Allodola sua ch’egli teneva tanto cara e per la quale avrebbe attraversato il fuoco senza temere nè il dolore nè la morte!
Egli non ha altro al mondo che quella sua dolce sorella d’amore. Si sono incontrati tante volte al lavoro pei campi e tante volte la sera, prima di andare alla ricerca di un qualsiasi luogo ove poter dormire, l’ha accompagnata fino al limite dell’aia, chè da lungo tempo una soave intimità li ha uniti. Per tale affetto l’anima di Zulù si era ingentilita. Egli andava su l’alpe a raccogliere certi fiori che piacevano ad Arabella e, al tempo delle more, si cacciava per tutti i roveti pur di portare una piccola corba, ricolma dal frutto saporoso, alla compagna sua. Lasciava i suoi doni su la finestra e fuggiva prima che Allodola li vedesse per non trovarsi poi imbarazzato.
Era una dolce consuetudine di molte primavere, di molti autunni e Allodola era diventata la sua dolce sorella. Così si uniscono, nell’alto, le piccole nubi che un medesimo vento sospinge.
— Zulù?
— Che vuoi?
— Vai in città, domani?
— Sì, Arabella.
— Sai dove abita Suor Lucia?
— Lo so.
— Allora dille che venga a vedermi, dille che venga a prendermi... non posso reggere più.
— Ti senti molto male?
— Sì, molto. —
È la prima volta ch’ella confessa il suo male, e deve essere grande perchè ha fatto l’abitudine ai patimenti e non se n’è lagnata mai.
— Vuoi riposare un poco?
— Sì. —
Siedono sul margine del fosso, sotto la siepe fiorita. Arabella socchiude gli occhi, il suo respiro è breve e frequente. Abbandona il capo sulla spalla del compagno come vinta da una insostenibile angoscia.
Zulù tace; guarda innanzi a sè fissamente, pieno di sgomento.
Sarebbe tanto bella la notte nell’incantesimo lunare! Dalla prossima selva di Lucchetto giunge un sommesso stormire che si accompagna al verso dei grilli.
C’è, nella selva, un gruppo di querce il quale si apre a semiarco e racchiude uno spazio erboso; dietro le rame si intravede la linea dei prossimi colli, il castello in rovina, la casa di Bocca-di-fiore e le viottole rupestri che vi si inerpicano tortuose.
È un piccolo anfiteatro creato con arte mirabile dal capriccio della natura, l’antico ritrovo dei fanciulli. In quel luogo Zulù incontrò per la prima volta Arabella. C’era un soffuso color di perla pei cieli, e l’esilissimo arco lunare, simile a un falcetto d’agata nebulata, pareva pendesse dagli alti rami. Allodola era stata affidata da poco tempo alle cure di mamma Tuda: era pallida anche allora, ma forte; il viso pareva più esile fra l’ampio espandersi dei biondi capelli ricciuti.
Cantava. I monelli le avean fatto cerchio intorno; ella segnava gorgheggiando un’aria di danza al ritmo dei piccoli piedi. Zulù rimase in disparte a guardare. La selva di Lucchetto non gli era parsa mai tanto bella, nè il cielo così terso e sereno. E quando seguì la via che gli segnava la stella del pastore, pensava già di ritornare la sera seguente. Ritornò. Avvenne poi che Allodola lo prendesse a benvolere e Zulù ebbe così una sua buona sorella ch’egli tenne in amore e per la quale tutto si profferse pur di tornarle grato.
E per forza di cose, per le loro consuetudini, s’incontrarono ogni sera, come da noi, nelle notti serene, s’incontrano le stelle allo stesso punto dei cieli.
Quando Arabella andava ad attingere l’acqua al Pozzo delle rose, avveniva che Zulù si trovasse sulla via di lei; volgevano le ore estreme del giorno. Egli le prendeva la secchia e gliela portava ricolma e stillante fino al limite dell’aia. Il compenso era un niente, una buona parola; egli se ne sentiva rincorare perchè per la prima volta era caro a qualcuno nel mondo.
Il richiamo di due assiòli riempie di vaga tristezza il silenzio notturno; un’ultima campana suona da molto lontano e Zulù si volge per vedere se giunge qualcuno. La viottola è deserta. Arabella non ha più moto, sembra addormentata, solo egli ode il suo respiro frequente. Vorrebbe destarla perchè la strada da percorrere per giungere alla casa di lei è ancor lunga, ma lo dissuade il pensiero che un breve riposo la rinfranchi e attende in un’ansietà che sempre più si accresce.
A quell’ora dovrebbero passare per di là i boari, ma non si vedono, nè si odono cantare; avranno preso forse una via diversa.
Non si muove per timore di disturbarla, trattiene quasi il respiro; le mani di lei che sono cadute in abbandono, sfiorano le sue, ed egli le sente fredde, gelide; paion di marmo. Vorrebbe riscaldargliele col fiato e non osa: è ridotto ad una volontaria immobilità, perchè ella non abbia a destarsi di soprassalto e soffrirne. Ma frattanto il prolungato sonno lo riempie di una perplessità paurosa, che il silenzio e la solitudine notturna accrescono.
Ad un tratto gli pare scorgere ad una estremità della viottola un’ombra che si avvicina; ecco si fa più grande, si distingue con maggior nitidezza, sarà forse Simone, il pastore; ma non ha tempo di volgere gli occhi che è già dileguata. Sono i giuochi del vento e delle ombre lunari. Tante volte nella sua vita solitaria sarebbe fuggito urlando, se non si fosse reso conto di simili apparenze di inganno.
La consuetudine di misurare il tempo sul cammino degli astri gli denota che l’ora è tarda; converrebbe affrettarsi, e Allodola dorme tuttavia. Fa per volgersi, quando sente che il capo di Allodola si muove ma piano, senza scatti, senza la rapidità consueta di chi si distoglie da un sonno breve; si muove, gli scivola lentamente sul petto, gli cade con pesantezza su le ginocchia. Zulù si sporge a guardare; il respiro rattenuto: un gelo di morte gli stringe il piccolo cuore.
Ella non ha riaperto gli occhi, giace con la bocca socchiusa ed i capelli sparsi.
Vorrebbe chiamarla e non osa ancora; ha paura e non sa di che: di una cosa grande, incommensurata: di tutto ciò che ha avvertito appena nelle profonde notti e che ora gli si presenta spaventosamente al pensiero.
Sono soli e lontani dall’abitato; tanto soli così fra i campi deserti!
Ad un tratto le posa una mano sul viso, ed il caldo che ne risente ridesta in un attimo tutta la sua energia assopita. Si leva, si protende sul corpicciuolo della piccola sorella, lo solleva tra le braccia senza fatica, e s’incammina affrettandosi quanto più può verso la casa di mamma Tuda. Arabella ha riaperto gli occhi, sono pieni di smarrimento ma sorridono, sorridono vagheggiando una cosa lontana e indefinita.
Su l’alto mare c’è una barca d’oro; Piccola mamma mia, fammi sognare Chè giunge il sonno de la buona morte.
È il delirio febbrile. Zulù non vorrebbe ascoltarla, non la guarda perchè è sì trasfigurata, che gli darebbe pena. Si affretta, corre ansimando e trattiene un aspro singhiozzo, che gli tumultua dentro.
Da lontano si leva un grido che agghiaccia il sangue dell’adolescente. Sono le anatre selvatiche che trasmigrano sotto la luna. Dicono i vecchi che sul loro cammino passa l’ombra della sventura.
VII.
Il segreto di Suor Lucia.
C’è un luogo nel giardino di Toti, un luogo recondito, nascosto da grandi alberi, che la zia Emma ha battezzato l’estrema Tule; Toti lo ha eletto a suo ritrovo perchè vi si sente più solo e padrone. Ivi, coi compagni suoi, organizza le grandi spedizioni, le imprese eroiche; ivi fu meditata la spedizione alla Casa lucente che andò poi in fumo per nuovi avvenimenti sopraggiunti, i quali distolsero i piccoli eroi dal fermo proposito preso.
L’estrema Tule è situata fra il laghetto ed un vecchio muro sgretolato, ricoperto in parte dall’edera; tanto è remota dal resto del mondo, che non vi giunge alcun suono; tutt’al più vi si udrà, a quando a quando, il canto di Tomaso o il grido delle oche; ma il primo, senza troppa immaginazione, può essere scambiato col canto di guerra di un popolo selvaggio, e il secondo col ruggito di qualche leone che si avanzi per dare l’assalto all’accampamento. Tutto sta a convincersi che la cosa sia vera: giunti a tale convinzione, si avverte realmente il brivido della paura, e in tale stato si può uccidere un’oca con lo stesso coraggio che occorrerebbe per affrontare un leone. Non si tratta che di un lieve spostamento di termini e di valori.
E tali spostamenti sono frequentissimi nell’estrema Tule, sono la necessaria linea decorativa dell’ambiente. Un giorno un vecchio gatto che passa su lo scrimolo del muro sgretolato sarà una tigre della giungla, di quelle che parlano in inglese, secondo Kipling, e una spedizione si organizzerà per uccidere il feroce mammifero; un’altra volta nelle altitudini celesti si avvertirà il condor, l’uccello rapace, e allora tutto l’accampamento si pone in moto, e chi afferra la sua cerbottana, chi lo schizzetto, chi il fucile di canna, chi la fionda. La caccia è aspra, accanito l’inseguimento che non si arresta finchè dalle sue altitudini il condor non precipiti esanime fra gli steli, nelle spoglie di una misera libellula.
Così un albero può trasformarsi in un gigante pauroso; una distesa di funghi in un esercito di gnomi dal cappuccio bianco e rosso; il tranquillo razzolare di una gallina fra le foglie secche, nel cauto avvicinarsi di un serpente boa; il canto di una raganella, nelle grida incomposte di una tribù di cannibali; così l’estrema Tule è, a volta a volta, l’isola di Robinson Crosuè, un deserto africano, una catena di montagne, una foresta vergine, un sotterraneo misterioso, un palazzo incantato, una nave corsara, un pallone dirigibile, un immenso proiettile lanciato in viaggio verso la placida luna. E a tali sue molteplici trasformazioni non reca danno da un lato, la vicinanza del pollaio; dall’altro, quella delle scuderie.
Il giovedì è sacro all’estrema Tule; le scuole sono chiuse, e i compagni di Toti stanno in riposo tutto il giorno.
Passato il meriggio, convengono al ritrovo stabilito. Fra i più assidui sono Carciofo e Anatroccolo, i quali giungono di contrabbando passando per le scuderie.
Da qualche tempo, però, le imprese straordinarie non formano lo scopo di tali ritrovi; una sola cosa preoccupa i piccoli amici e li tiene in moto: il segreto di Suor Lucia.
Suor Lucia ha un segreto che l’accòra. La cosa li ha stupiti, perchè non potevano pensare che quella figura cerea, tutt’avvolta nello zendado nero, ingenua come i bimbi che le si cuciono alle gonne, potesse essere stata giovane ed aver avuto qualche avventura; non potevano supporre una Suor Lucia diversa da quella che vedevano sempre. Ella era nata così, col suo zendado nero, aveva trascorso i suoi lunghi anni a pregare e a sorvegliare i figli degli altri, rifacendo sempre la stessa via, soffermandosi agli stessi luoghi, entrando nelle stesse chiese; così, senza mai mutamento, fin dal primo giorno che il Signore l’aveva mandata al mondo perchè avesse cura dei monelli. Per la sua coorte Suor Lucia era come le vecchie chiese che sono esistite sempre e nessuno le ha create e non moriranno mai.
Era sola, non aveva famiglia, viveva una vita oscura. I bimbi la vedevano sempre sotto lo stesso aspetto, vicina e lontana dall’anima loro a simiglianza del sole; era naturale che la pensassero una cosa eterna.
Tutte le altre persone che partecipavano alla loro vita erano diverse e varie, solo Suor Lucia non mutava mai; chiusa l’anima nella sua tranquilla fede, come la pallida faccia nello zendado nero, ella non assumeva una volta sola un aspetto diverso.
Fosse pur gaio il cielo, lucente di purezze adamantine, inebriante dell’umida freschezza primaverile, ovvero monotono, uguale ed opprimente sotto alla grigia veste della pioggia, non aveva potere di allietare o di oscurare gli occhi azzurri di Suor Lucia. Un velo perenne di malinconica dolcezza si distendeva su quelle chiare pupille che pareva esprimessero la rassegnata umiltà d’un’anima vinta.
Così i suoi monelli le volevano bene come ad una Madonna viva.
E che altro aveva di umano per loro se non la forma e la parola?
Quando i più grandicelli riseppero che ella era legata al mondo da qualche vincolo che ricordava un suo passato diverso, stupirono e la guardarono con meraviglia nuova. Essa diventava diversa agli occhi loro. La fantasia infantile che aveva fatto di quella vita un semplice piano tranquillo ed infinitamente uguale, variò i confini, innalzò le sue chimeriche apparenze e ad un tratto, per il suo triste segreto, Suor Lucia divenne un’eroina.
❦
La testa e le mani puntate sull’erba ad imprimere il lancio al corpo; i piedi che non si decidono ad abbandonare il suolo per paura che l’equilibrio manchi: il corpo che forma un angolo acuto e la vesticciuola bianca che si leva senza contegno oltre il limite prestabilito, tale è Ninì nell’atto di fare una capriola che non gli riesce.
Dietro alle sue spalle, più in vista, Miranda, Doretta e Ciuffolo assistono allo spettacolo e stringono le mani unite e torcono il viso ridendo e gridando:
— Che cosa si vede! Che cosa si vede! —
Fa un ultimo tentativo disperato; e come l’ardito esperimento non riesce, Ninì si leva di scatto tutto rosso in viso e, rivolto ai tre marmocchi che lo beffeggiano, grida loro:
— Io sono bravo! E se non lo credi, ti dò un pugno! —
Gli spettatori si lasciano convincere senza fiatare, e Ninì, riassettatosi il gonnellino bianco, abbandona il luogo della prova fallita guardando distrattamente le cime delle piante e cantarellando.
Ha avuto cura di raccogliere da terra la sua inseparabile bambola e se l’è infilata sotto un braccio; ora si dirige verso un punto del giardino, ove siede il papà di Toti.
Ninì si sofferma ad una certa distanza e lo considera lungo tempo; come deve annoiarsi quel povero signore; ha gli occhi tanto tristi! La pietà lo vince e si accosta pian piano finchè gli è tanto vicino che può toccarlo. Lo guarda ancora, poi gli dice:
— Senti, Signore, tu ti annoi, vuoi la mia bambola? Potrai giuocare.
— Grazie, caro. Ma come mai? Tu sei un uomo e giuochi con la bambola?
— Sì, è mia moglie. Guarda, ieri mi _cadò_ e si è _rompata_ la testa; allora ho guardato nel buco e il cervello non c’era!
— Davvero?
— Sì.
— E allora?
— Allora ho detto: sarà qui! — ed indica una parte tutt’affatto diversa. — Perchè il cervello ci deve essere. —
Il piccolo giullare riesce a vincere anche la malinconia del papà di Toti, che si diverte a interrogarlo e ride di gran cuore.
Frattanto sopraggiungono Carciofo ed Anatroccolo; passano dietro il laghetto e si dirigono all’estrema Tule.
Toti non appena li vede corre ad incontrarli.
— E Zulù? — chiede loro.
— Non può venire, — risponde Carciofo.
— L’hai veduto?
— Sì.
— Quando?
— Ieri sera.
— Ti ha detto qualcosa?
— Mi ha detto ciò che sapevamo già.
— Forse non avrà voluto parlare!
— Ha detto la verità. Ha conosciuto Allodola lassù, ed ha incontrato pochissime volte Suor Lucia alla quale non poteva chiedere niente.
— Ma neanche Allodola sa il segreto?
— Neanche lei.
— Come sta ora?
— Così.
— Andremo a trovarla se non dispiace a Suor Lucia.
— Anzi, ne avrà piacere.
— Allora domani andremo insieme.
— Andremo insieme. —
Dopo una pausa, Anatroccolo si toglie il berretto e si fa innanzi.
— Signor Toti?
— Che vuoi?
— Io ho una cosa da dirvi.
— E dilla.
— Io so il segreto di Suor Lucia!
— Tu? — esclama Toti.
— Tu? — soggiunge Carciofo.
— Ecco, se non lo so, lo posso sapere.
— E come?
— Se volete ascoltarmi vi dirò tutto.
— Parla, parla, parla.
— Sarà meglio scegliere un luogo più isolato, dove nessuno ci possa udire. Se la zia Gertrude sapesse ciò che sto per raccontarvi, mi terrebbe senza mangiare per tre giorni. —
Si avviano verso il punto più remoto dell’estrema Tule. Fra il muro di cinta del giardino ed il pollaio è un angoluccio silenzioso, dove crescono le ortiche e si accumulano dei rottami; una macchia di lauri lo protegge dagli sguardi indiscreti. Toti vi conduce i compagni.
— Qui siamo sicuri, puoi parlare. —
Anatroccolo si aggiusta alla cintola i calzoni, ed entra in argomento con una frase inattesa:
— Il giorno io vendo le ciliege, — si sofferma a guardarsi intorno — io vendo le ciliege che mi dà la zia Gertrude e giro per tutta la città e per i dintorni. A volte gli affari vanno bene, e torno con la carriola vota; a volte vendo poco, e la zia Gertrude non mi dà da cena. L’altro giorno avevo un bel carico di ciliege moscadelle e andavo per la via gridando: «Piangete, bambini, c’è le ciliege!» quando incontro Zulù che mi dice: «Dammene un soldo.» Gli misuro il suo peso giusto, glielo verso nel fazzoletto e faccio per andarmene. Allora Zulù mi prende per un braccio e dice: «Passa da Suor Lucia e porta le ciliege ad Allodola, eccoti un altro soldo.»
— Falla corta! — esclama Carciofo che vorrebbe correggere l’inutile verbosità dell’amico.
— Lascialo parlare, — soggiunge Toti che si appassiona al racconto, del quale non può supporre la fine.
— Allora mi fermai e discorremmo insieme, — riprende Anatroccolo.
— Del resto Zulù non sa nulla, lo ha detto con me, — riprende Carciofo.
— E con me ha parlato — risponde Anatroccolo.
— Saranno bugie.
— E che ne sai tu?
— Io non so niente, ma lo suppongo.
— Aspetta ch’io parli!
— E spicciati, allora!
— Se mi interrompi non potrò proseguire!
— E chi ti ha interrotto?
— Tu.
— Io no.
— Sì, tu!
— Io ho detto solo....
— Ma finitela! — grida Toti. — Così non si potrà mai saper niente! —
Anatroccolo riprende il suo racconto: