Le gaie farandole

Part 7

Chapter 73,937 wordsPublic domain

— Io sono Dorina Misanti, figlia di Giacomo Misanti e di Elvira Pieri. Ho quattro anni; sono nata il dieci gennaio millenovecentotrè in via Leopardi, numero venti, al secondo piano nella finestra a sinistra dove c’è un vaso di garofani e una gabbia col canarino.

— E tu chi sei?

— Io sono una signora, — risponde Miranda.

— E tu? —

Rando si concentra qualche secondo meditando una grande parola; risponde poi senza levar gli occhi:

— Io sono un socialista!!... —

Entrano in quel punto Carciofo e Anatroccolo, e si fermano vicino alla porta senza ardire di muovere un passo di più. Toti va ad incontrarli.

Anatroccolo ha sotto il braccio un berretto da soldato e non ha potuto fare che una variante al consueto abbigliamento; la zia Geltrude gli ha concesso un paio di scarpe meno slabbrate ma sempre enormi per il suo piccolo piede.

— Vieni, vieni.... — gli dice Toti prendendolo per mano.

— Buon giorno, — risponde Anatroccolo che non sa più da qual parte rifarsi — e... siate felice. —

Lo squillo di una piccola campana si avvicina; è giunta l’ora del desinare, l’ora sospirata e gaudiosa. La tavola è presa d’assalto da tutti i lati tumultuosamente.

❦

Il posto è stato assegnato in precedenza, e tanti cartellini disposti lungo la tavola portano scritto il nome dei singoli convitati, ma non tutti sanno leggere e il giusto analfabetismo fa nascere una vera confusione per sedar la quale è necessario l’intervento delle persone grandi.

Un poco d’ordine è ristabilito ma molto relativo, perchè bisogna far venire un cumulo di cuscini per coloro i quali, benchè siano seduti, non arrivano alla tavola neppure col naso. Rando e Celestina sono fra questi ultimi; essi avrebbero risolto il problema inginocchiandosi su la seggiola, ma un cameriere sopraggiunto li aggiusta su due cuscini che alzano il loro livello di qualche centimetro. Quantunque la loro posizione non sia invidiabile, ora potranno destreggiarsi e adoperare il cucchiaio senza il pericolo di versarsi la minestra sul capo.

Tanto per cominciare, Rando, che ha perduto ormai ogni ritegno, comincia a battere le posate sui piatti come è sua consuetudine e ciò fa per indicare il suo considerevole appetito e la volontà di soddisfarlo prestamente.

Ninì, che gli è seduto di rimpetto, lo guarda un poco, e poi gli grida:

— Quando mi avrai _rompati_ tutti i piatti me lo dirai, _pistòla_! —

_Pistòla_ è la interiezione favorita di Ninì, è il gaio insulto di dubbio significato ch’egli lancia a dritto o a torto, ogni qual volta se ne presenti l’occasione.

Rando non si mostra turbato per così poco, e continua la sua faccenda mentre Miranda, che gli siede a destra, spiega con molto sussiego il tovagliolo, se lo dispone su le ginocchia accuratamente, e, compìto l’atto preliminare, appoggia appena i polsi su l’angolo della tavola e attende, tutta seria e stecchita come una signora che sa il fatto suo e ci tiene e non ammette strappi all’osservanza delle convenienze.

[Illustrazione: Quantunque la loro posizione non sia invidiabile, ora potranno destreggiarsi.... (pag. 152.)]

Miranda ha quattro anni; a sessanta, modificate alcune apparenze, sarà forse perfettamente uguale.

Ella sdegna rivolgere la parola a Rando — il quale non se ne offende troppo — e siccome alla destra di lei è seduto Ciuffolo che proprio allora è occupato ad affondare tutte le cinque dita nella midolla del pane quasi a misurarne la profondità, ritiene opportuno, per non offuscare la sua dignità, di mantenere un silenzio contegnoso e compassionevole. Ah, la miseria degli uomini è grande!

La natura di Miranda tende un pochetto al tragicomico. Le sfuriate che sua madre, donna orribilmente gelosa e tempestosa, fa settimanalmente al suo miserando compagno, uomo tranquillo e fidato, le hanno dato il precoce gusto delle lacrime e dei sospiri. Ella studia già l’effetto che può produrre, e riesce gradevole come una stonatura.

La sorte ha posto Anatroccolo alla sinistra di Dorry. Il povero figliuolo non sa come atteggiarsi e dove guardare. Per nascondere un poco le miserie del suo enorme giubbone che cade a brandelli, vi ha spiegato sopra il tovagliuolo, e perchè non abbia a cadere se lo è annodato al collo; così non foss’altro, ha assunto un aspetto meno stridente.

Dorry gli ha rivolto la parola e, per sua maggior confusione, per quanta buona volontà vi abbia posto, non è riuscito a capir nulla di ciò che la bella bimba gli ha detto. Carciofo che siede fra Doretta e Marinella tiene gli occhi fissi sul piatto ostinatamente, ed ha le ciglia aggrottate e l’espressione di un uomo che volga per la mente pensieri terribili.

Toti, Marinella, Orsetto, Fauvette ridono e parlano ad alta voce; Ninì leva le braccia e grida ad un cameriere che passa:

— Ed io ti _dicio_ che ho fame! —

Giacomino, l’astuto monello dai piccoli occhi furbi ha attaccato alle spalle di Adalgisa un fazzoletto rosso e, insieme ai compagni, motteggia l’istrice domestico che si arruffa sempre più, minacciando future rappresaglie.

Anselmuccio ha già fatto scomparire nelle sue ampie tasche la minuta del pranzo decorata da un fregio delizioso che Gugù, la squisita interprete dell’anima dei bimbi, ha voluto disegnare in onore di Toti. Anselmuccio sa che fra qualche giorno quell’oggetto assumerà un valore di scambio, straordinario, e, da buon calcolatore, lo pone in serbo per servirsene a tempo opportuno.

Il sole tocca il meriggio; dalle finestre aperte entra una luce calda e festante, e le vesti e i capelli dei bimbi e i fiori, i vasellami, ogni cosa che riluca se ne accende.

Ad un tratto i camerieri entrano con le prime portate e servono i convitati cominciando dai due punti estremi della tavola; Ninì si trova al centro della tavola; per qualche tempo ha pazienza ma quando vede che i camerieri si allontanano senza averlo servito grida con un atteggiamento comicissimo:

— _Briscola!_ Che cosa devo mangiare io? La tovaglia? —

Dopo non molto segue la prima pausa del desinare. Nessuno più pronunzia una parola; per qualche minuto non si ode altro suono se non quello dei bicchieri e delle posate. Solo uno tra i tanti, il maggiore, colui che pur non essendo ancora uomo non è più bimbo, Lionello, mangia appena e a malincuore; il cibo gli ripugna per l’ansietà costante che lo accora.

Anatroccolo per non sembrare villano, mangia a fior di labbro benchè la fame, sua fedelissima amica, lo spingerebbe ad affrettarsi; Rando si passa le posate da una mano all’altra non conoscendone il perfetto uso, e Ciuffolo, per non perdersi d’animo, prende con le dita i pezzetti di pane abbrustolito che navigano nel brodo.

Trascorsi i primi minuti la gaia tavolata si ridesta più vispa che mai; tutti quei capi biondi e bruni si muovono, si agitano incompostamente. Il vivacissimo cicaleccio ricomincia, e continua per tutto il desinare.

Alla zuppa santè, al fritto composto alla bolognese e ad un timballo di piccioni, segue un piatto di sparagi al burro. La cosa è novissima per la maggior parte dei convitati e alquanto imbarazzante. Non sanno da qual parte incominciare se dal bianco o dal verde; Anatroccolo, per non sbagliare, mangia tutto con somma compostezza; Rando e Celestina guardano ai loro sparagi con occhi scrutatori e non sanno decidersi a mangiare quegli affari bianchi e verdi che sembrano tanti birilli da giuocare a bocce; Ninì dopo essersi affaticato inutilmente per più di un minuto, tentando di infilare nella forchetta la punta di uno sparagio, giunto al colmo dell’irritazione si rivolge a un cameriere che passa e gli grida:

— Porta via questa roba! —

L’educazione molto sommaria di Ninì stupirebbe senz’altro Dorry e Fauvette, se esse intendessero la lingua parlata dall’edificante marmocchio.

Al gelato di fragole, ogni convitato ha una piccola coppa di _champagne_. Toti prega Ninì di fare un brindisi. Il piccolo giullare che è già in via di eccitamento si rizza su la sua seggiola e comincia a parlare e a parlare, mescolando gl’insegnamenti delle suore con pensieri suoi in un pandemonio di frasi spropositate che accresce il buon umore degli ascoltatori.

— Gesù fece il cielo e poi fece la carta e poi disse non desiderare la roba d’altri, e nell’ottavo giorno si riposò. E quando sposò Cana fece il vino ed io ti _dicio_ che il vino è buono. Evviva Toti! —

Tutti rispondono ad una voce: «evviva!»

La festa continua allegramente e, tolte le mense, ricomincia il ballo.

In un angolo Anatroccolo e Toti conversano sommessamente.

— Dunque non ne sai nulla? — riprende Toti.

— Non più di quello che ve ne ho detto.

— Ed ora dov’è?

— È tornata; ma la povera Allodola sta molto male!

VI.

L’Allodola.

La carrucola compie qualche giro cigolando, mentre la catena cade abbandonata su la sponda del pozzo; Arabella ha sollevato la secchia ricolma, e a stento, destreggiandosi col braccio libero per mantener l’equilibrio, si avvia a piccoli passi. L’ora crepuscolare è prossima; i passeri si raccolgono su gli alberi più densi di fogliame; la capinera è ritornata alla sua macchia e canta dolce — come dicono i bimbi — canta piano, perchè il sole discende e più si fa bello quanto è più presso a morire.

C’è chi ritorna da lontano e va per la strada silenziosamente con le sue bisacce su le spalle; c’è chi pensa all’amore e stornella dai grandi olmi; qualcuno empie un sacco delle verdi foglie degli olmi per apprestare il cibo ai buoi, mentre vede un’aia remota, una finestra fiorita di garofani, un luminoso sorriso di occhi belli. Ed è come sempre, quando il sole muore nel gran sereno dell’aria, come sempre: dalla terra si leva un dolcissimo saluto che lo segue oltre ai piani, oltre ai mari, nel paese lontano lontano lontano che solo le fiabe sanno.

Ogni casa getta il suo lieve alito di fumo dalla fiammata d’oro che è tutto il suo cuore. Qualche bimbo siede su la soglia erbosa ad attendere coloro che stanno per tornare, e qualche fanciulla si fa sul limitare dell’aia, a guardare il cielo che tutto si arrossa.

Arabella ha intrecciata fra i capelli una ciocca di fiori di biancospino, l’ha raccolta mentre andava al pozzo; è l’unico adornamento che le sia concesso. Ella prosegue per la viottola tortuosa, nascosta fra due siepi altissime e ascolta i tenui suoni delle campane che giungono, per lei, da misteriose lontananze, da paesi di felicità, dove si può cantare, dove si può riposare.

[Illustrazione: Arabella ha intrecciato fra i capelli una ciocca di fiori di biancospino. (pag. 162.)]

La viottola è già nella penombra, vi trascorrono i passeri da siepe a siepe in rapidi frulli; tutto un ricamo di luci si intravede a volte fra le rame molto spesse; pare un drappo di seta, di ricca seta trapunta d’oro e constellata di tante gemme quante ne ha il cielo crepuscolare. Le allodole volano sui grani, cercano il loro nido; ma non cantano; tutt’al più hanno un gorgheggio sommesso, si chiamano a vicenda, si raccolgono per riposare sotto le stelle nella fittissima selva dei grani.

— Arabella?

— Vengo.

— Spicciati, chè ti aspettiamo. —

Non risponde, cerca di affrettare il passo ma il peso della secchia è soverchio ed ella è esile come un vimine; se passasse Zulù potrebbe aiutarla. Chi sa mai dove sarà, a quell’ora, il fanciullo dalla chioma leonina.

Non ricorda quante volte sia andata al pozzo in quel giorno ad attingere l’acqua. Il tragitto è lungo e la secchia troppo pesante; ella ne ha le braccia rotte ma non può lamentarsi, perchè mamma Tuda ride della debolezza di lei e la canzona, e le dice che quando ella aveva dieci anni, anche se faticava tutto il giorno, la sera aveva ancora in mente i giuochi e le corse e andava ai convegni con le compagne e, di primavera, al tempo del plenilunio, ballava finchè le stelle non erano al colmo del loro viaggio. Dormiva appena e sorgeva col sole, più forte, più allegra che mai. Arabella doveva vincere la pigrizia e piegarsi alla fatica per divenir forte, altrimenti il minimo male l’avrebbe fatta morire.

Arabella sorride, pensando che non tutti nascono uguali e non tutti possono battere le stesse vie; ciò che per uno è facile riesce impossibile ad un altro. Mamma Tuda è una donna brutta e forte; pare tagliata con l’accétta da una ceppaia di quercia, tanto è nocchieruta. Non è cattiva; ma l’anima sua risponde al suo corpo: è dotata di una sensibilità limitatissima. Inoltre non sa persuadersi che gli altri non debbano fare ciò che ella ha fatto, e non per egoismo, ma per l’intima convinzione che debba giovare alla salute. Arabella vive con lei da cinque anni.

— Andiamo, dammi la secchia; non sarai morta, si spera.

— Pesa tanto, mamma Tuda!

— Dio! Sembrate nata da un grillo e da una formica! Dovreste correre, con un peso simile! Vedo già che non riuscirò ad ottenere nulla di buono da voi.

— Vi occorre altro, mamma Tuda? —

Mamma Tuda che stava per rientrare in casa si sofferma su la soglia e si volge a guardare la fanciulla:

— Come ti senti?

— Non c’è male.

— Hai veduto Giovanni?

— Sì.

— E che ti ha detto?

— Ha parlato molto e non ho capito niente.

— Non ti ha ordinato qualche medicina?

— Ha detto che la mattina me ne vada scalza per le guazze e che beva due bicchieri di acqua di fonte tutte le sere prima di andare a letto e che, al primo plenilunio, raccolga la nepitella e il serpillo che crescono vicino all’olmo dei Buva.

— Per che farne?

— Debbo metterli in fusione nell’olio caldo, poi imbeverne un piccolo cuscino di lana d’agnello, esporlo al sole e alla luna in cima ad un pioppo per tre giorni di seguito e metterlo poi sotto il mio capezzale.

— Ha detto che guarirai?

— Ha detto ch’io provi.

— E null’altro?

— Null’altro, mamma Tuda.

— Va’, va’, non credere a tutte queste storie. Giovanni non sa che ingannare il prossimo. Già quando si deve morire si muore e non c’è medico che tenga. Dai retta a me, che sono ormai vecchia, e non ho avuto una sola volta la febbre in vita mia: non ti risparmiare, fatica quanto più puoi, non aver paura nè del caldo nè del freddo; nè del vento nè della tempesta; cammina diritta e allegra sempre, e se senti freddo corri, ma non rifugiarti in casa, vicino al fuoco, come un vecchio cane. E se il sole ti abbrucia, soffermati a un’ombra, ma non ti accasciare nel sonno e non dolerti. Gli alberi vivono cent’anni, mill’anni perchè stanno sempre sotto il cielo; noi moriamo giovani perchè abbiamo paura di tutto. Se il Signore ci ha messo quaggiù ed ha voluto l’inverno e l’estate, vuol dire che dobbiamo tollerarli in santa pace. Poi ascolta, bambina: se non avrai paura del sole e ti lascerai cuocere al suo fuoco tanto da diventar bruna e rossiccia come la buona terra, il grande inverno e il freddo rigidissimo non potranno farti alcun male perchè sarai come l’acciaio temprato; ma se vorrai essere bianca e ti farai schiava dell’ombra, allora crescerai come il grano che si fa nascere nelle cantine per adornarne i sepolcri. Un nulla potrà farti morire. —

Arabella ascolta senza fiatare. Gli occhi suoi grandi, cerchiati leggermente di azzurro, sono fissi su l’estrema luce solare.

— Ora ti senti molto stanca?

— No, mamma Tuda.

— Puoi andare alla Celletta e chiamar gli uomini perchè vengano a cena?

— Ci anderò.

— Brava, vinci la pigrizia, e la notte ti passerà come un sospiro, nel sonno. —

Mamma Tuda riprende la secchia che aveva posata sulla soglia dell’uscio e scompare nell’andito della vecchia casa. Arabella, raccolto da terra un vinciglio, si avvia al suo lungo cammino. Dalla prima aurora è in moto e vorrebbe vincersi e andar sempre con rinnovata lena come desidera mamma Tuda; ma sente che le forze vengono a mancarle.

La sua volontà è forte e la regge ancora e fa sì ch’ella prosegua a passo a passo verso la nuova mèta; se così non fosse, a quell’ora sarebbe già caduta per il grande abbandono della stanchezza. Una volta non soffriva tanto; solo da qualche tempo si sente finire. Le vecchie donne dicono che una triste malìa la trasfigura e l’uccide.

Era bruna dal sole e bella, vispa ed agile come una cerbiatta; ora ha fatto il colore delle piccole nubi mattutine e come quelle pare si disfaccia. La sua voce è anche più fioca, sì che si leva dolcissimamente velata e poco regge al canto.

L’allodola ferita che più non può tentare il gran volo risponde così, dai prati ove è caduta per non più levarsi, alle compagne che la chiamano nell’alto.

E Arabella era detta l’Allodola. Nessuno come lei sapeva trasfondere nel canto la pura freschezza della gioia sì nelle cantilene infantili come negli stornelli a distesa; era detta l’allodola bella, fra le compagne che la guardavano meravigliate sorridendo.

Ora non più. Le stelle che trascorrono nei cieli estivi non lasciano alcuna traccia nella tranquilla serenità.

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Dolcemente trascolorando, la luce del giorno è scomparsa. Dai campi dei Buva è sorta la grande spera lunare. Era ancora alto il crepuscolo quando la luna ha acceso un’aurora vermiglia dietro i lunghi rami dei salici, ed è sorta tutta ricinta da una grande corona di spine ai limiti dei campi, laggiù dove sorgono le case dei Buva. Poi si è fatta sempre più bianca quanto più si è avvicinata alle stelle. Ora ha preso il suo regno incontrastato.

Arabella cammina ancora; la Celletta è tuttavia lontana. Ella procede lentamente e batte il vinciglio su le prode dei fossi con gesto automatico.

Mamma Tuda dice che la stanchezza accresce l’appetito, ma Arabella non sente volontà di prender cibo; vorrebbe abbandonarsi su l’erba e chiudere gli occhi.

Gli usignoli non sono ancora partiti; ogni frutteto è cinto da una corona di nidi e sarebbe dolce rimanersene all’aperto sotto alle stelle, in quella solitudine. Il bel maggio impera; non fa più freddo, le notti sono tepide e tranquille; ma la gente dice che quando la luna si leva in quintadecima non bisogna dormire all’aperto.

Molti sono stati colti dal farnetico, chè han voluto beffarsi dell’insegnamento e rimanersene sui prati a dormire sotto l’influsso dell’astro malefico.

[Illustrazione: Ad un punto della via, Arabella ode un frastuono e si sofferma (pag. 173.)]

E Arabella prosegue. Le par di sognare i sogni incerti e dolenti che dà la febbre.

Ad un punto della via ode un frastuono e si sofferma. Oltre una siepe di canne vede, in un prato, un povero vecchio cane seduto verso la luna. Ha il muso levato al cielo e le orecchie raccolte in atto di spavento. Si distingue con chiarezza nell’alta luce lunare. È un cane malato che se ne va randagio pei campi perchè tutti lo scacciano; la sua malattia è la sua condanna estrema; fa schifo e gli uomini ch’egli adora lo accolgono a sassate. Va d’aia in aia, di casa in casa, scodinzolando umilmente; si avvicina con somma lentezza e striscia su la terra per dimostrare ch’egli è pronto anche a ricevere le busse purchè lo accolgano, e gli occhi, che hanno tanto di umano, si levano supplichevoli e dolci. Nessuno lo avverte dapprima; poi, quando lo hanno scorto, gli si avventano contro a minaccia. Deve fuggire. Si sofferma un poco più lungi a sogguardare la casa nemica e riprende la via annusando qua e là, in cerca di qualche rifiuto. I viandanti gli fanno la stessa accoglienza; un cane randagio porta scritta negli occhi, nell’incedere stesso, la sua sventura, si riconosce fra mille. Per salvarsi dalle pedate e dai sassi è costretto ad andarsene sotto alle siepi, e deve evitare i compagni suoi che sono molto più temibili degli uomini e, vedendolo ridotto in tale stato, incoraggiati dalla sua debolezza, lo finirebbero a morsi.

Fa pietà. Ha la testa smisuratamente grossa, le orecchie incartapecorite, il corpo ridotto quasi allo scheletro; trema tutto su le sue larghe zampe, e, rivolto alla luna, che pare abbia eletta a confidente di tutte le sue miserie, allungandosi quanto più può, fra pause pensose, lancia arditamente una serie di mugolii, di guaìti, di latrati i quali si ammorzano in languide cadenze o salgono a note superacute e laceranti.

Canta o piange? I monelli dicono ch’egli voglia imitare l’usignolo. Anche gli usignoli sentono il fàscino della luna piena e cantano a perdifiato tutta la notte; così fa il cane solingo: si confida, riversa l’esuberante piena de’ suoi sentimenti in seno alla bianca madonna notturna. Sempre solo, gli alberi lo ascoltano e gli alberi sono spettatori tranquilli che non sanno disapprovare.

È un crescendo spaventosamente appassionato. Dapprima il cantore fissa la luna; si irrigidisce, si concentra, pone l’anima sua in comunicazione con la pupilla aperta nei cieli. I grandi occhi sporgenti gli si inumidiscono sempre più; la piena sentimentale sta per isgorgare. E l’accenno, preludiante la sinfonia, si fa udire in un leggero guaìto che tremola come una fiammella al vento e si spenge ad un tratto. È la prova; la voce regge. Dopo una sosta segue un secondo accenno, poi un terzo, un quarto, e l’ansia, l’affannosa passione, il lacerante spasimo aumentano con l’aumentar della voce che non ha più legge, che non ha più le usuali tonalità e, in una disfrenata scorribanda, si libera al vento con una infinita varietà di gorgheggi, di vocalizzi, di salti prodigiosi, da note cavernose a note acutissime di trilli e di cadenze tragiche. La grande anima straziata si appalesa alla luna e non importa se quella musica barocca non giunge al nostro intendimento: è musica degna di un cane.

La povera bestia si è manifestata, ora trema e scuote la grossa testa.

Arabella guarda; la cosa la distrae; si sente riposare un poco; ma più si diverte perchè il cane non è solo.

I figli dei Buva, i figli dei Mirès che vagavano pe’ campi, hanno scovato il solitario cantore e gli hanno fatto circolo intorno.

Il vecchio cane non si sgomenta; forse si intenerisce pensando che per la prima volta in vita sua gli uomini lo comprendono. Continua la sua solfa, i grandi occhi aperti su la fida compagna dei cieli.

La stranissima scena fa sorridere Arabella.

Nella luce lunare i fanciulli trascorrono squassando le chiome che a volte paion tutte d’argento, e saltano, ridono, corrono trascinandosi, mentre al centro della corona, come un maestro d’orchestra, siede il cane compostamente.

Altra volta Allodola avrebbe passata la siepe per unirsi ai compagni, ora, chinata la testolina bionda, riprende la sua via che è lunga, che le pare eterna e che non sa di poter compire.

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— C’era una volta un Re di Francia che era molto amante della caccia. Un giorno, andando a caccia, i cani principiarono a urlare fortemente. E lui va per tirare a una fiera e invece ci trova una bellissima donna. Il Re, sorpreso di questa bellissima giovane, voleva sapere la ragione perchè l’aveva trovata sola in questo bosco, abbandonata: perchè stava in una grandissima afflizione? Lei dunque gli disse che facesse della sua vita quel che voleva, ma che non le strappasse il segreto de’ suoi natali. Il Re rispettò il suo segreto, la fece mettere in Corte, le dette il suo quartiere e disse che fosse rispettata come una di famiglia. Dopo alcun tempo il Re andò a far visita alla bella incognita e s’accòrse da’ suoi modi gentili e dal suo dolore che doveva appartenere ad una famiglia illustre e distinta. E quindi se ne innamorò talmente, che pensò di farla sua sposa. La madre del Re, indispettita di sentire che doveva avere per nuora una sconosciuta trovata in un bosco, giurò che ne avrebbe fatto crudele vendetta e che il sangue dei Reali di Francia non si sarebbe mai contaminato con una sì vile sposa. Difatti, dopo pochi mesi che il Re aveva sposata questa sconosciuta, arrivò un corriere d’Inghilterra, intimando al Re un’improvvisa guerra....

— Viene Allodola.

— Dov’è?

— Dietro la siepe, laggiù.

— State zitti! —

Si tacciono e il novellatore continua:

— Il Re non poteva intendere come l’Inghilterra volesse fare a lui la guerra senza alcuna ragione. Ma per meglio accomodare le cose, pensò di andare lì da sè con un piccolo esercito, per conoscere la ragione di questa intimazione....

— Eccola, eccola! — esclama Bocca-di-fiore.

Solo Zulù si volge, gli altri monelli seguono intenti le parole del novellatore.