Part 9
— Discorremmo insieme e Zulù mi disse che Arabella fu affidata a mamma Tuda quattro anni fa. Zulù in quel tempo lavorava coi figli di mamma Tuda. Una sera una donna giunse su l’aia ed aveva con sè una bambina. Parlarono con mamma Tuda molto tempo; poi la donna andò via e la bambina rimase. Si chiamava Arabella. Allora era molto pallida. Disse che era andata in campagna per guarire. La sera stessa appena comparve, Zulù e i figli della Tuda videro una grande stella lucente che percorse tutto il cielo e si spense proprio sulla loro casa, contro la camera dove dormiva Arabella. Allora Pietrozzo, che era il più grande, disse che quello era un segno del cielo, e che quel segno doveva riapparire nel giorno in cui la nuova venuta avrebbe avuto una grande disgrazia o una grande fortuna. E disse che doveva essere figlia di qualche gran personaggio. Tutte queste cose le ha viste e le ha udite Zulù.
Passò qualche giorno; Arabella parlava poco; forse si trovava male in quella casa di poveretti, abituata come doveva essere ai grandi palazzi ed alle tavole sontuose. Tutti si chiedevano perchè mai l’avevano portata laggiù; non potevano darle un castello sui monti e farle godere così l’aria buona? Arabella non parlò circa il suo passato, e i figli della Tuda pensarono ch’ella fosse sotto un incantesimo. La voce si diffuse e vi fu chi affermò di averla veduta in un palazzo regale, alla corte di un grande Stato. Non v’era più nessun dubbio dunque: Arabella era figlia di un re. Passarono molti giorni, nessuno andava a salutarla mai, pareva l’avessero dimenticata. Mamma Tuda cominciò a mandarla per i prati; le affidò un gregge. Ella doveva fare tutto ciò che facevano i poveri, accudire alle faccende più umili e mangiare il pan nero e bere l’acqua. Un giorno Zulù udì mamma Tuda che le diceva: «Animo, Arabella, se volete tornare da dove siete venuta, bisogna adattarsi a tutto!» Ciò lo fermò sempre più nella sua convinzione; Arabella era schiava di una malìa; forse qualcuno sarebbe giunto a liberarla. Poi una sera comparve per la prima volta sull’aia Suor Lucia.
— Era sola?
— Sì, era sola. Parlò lungo tempo con mamma Tuda, poi volle vedere Arabella e se la tenne stretta fra le braccia e la baciò piangendo, e le disse di guarire che allora sarebbe ritornata con lei. Zulù non conosceva Suor Lucia e anche i figli della Tuda non la conoscevano, epperò dissero che era una gran dama di corte, la quale giungeva travestita così per aver notizie di Arabella e poterla vedere.
— Suor Lucia una gran dama di corte? — chiede Toti sorridendo.
— Non sapevano chi fosse, — risponde Anatroccolo.
— Ed ora sappiamo forse chi sia? — soggiunse Carciofo.
— È vero, — risponde Toti — noi non sappiamo chi sia, e nessuno conosce la sua vita....
— Nessuno!
— Da quella volta riapparve di tanto in tanto nella casa di mamma Tuda, e tutte le volte portava ad Arabella qualcosa: un vestituccio, una collana, un paio di scarpette. Una volta, e vide Zulù, le portò una medaglietta d’oro con sopra una piccola corona piena di gemme rosse. Quello era il segno più sicuro, e Zulù si persuase che Arabella era una principessa. Però gli nacque curiosità d’interrogarla; un giorno le chiese: — Dove sei nata? — Non lo so, — rispose Arabella. — E chi è la vecchia che viene a trovarti? — È Suor Lucia. — La conosci da molto tempo? — Sì. — È tua madre? — No, io non ho conosciuto mia madre. — E dov’eri prima di venir qui? — Ero in una grande città. — Zulù non chiese altro, aveva saputo abbastanza. Quando riferì ai suoi compagni le parole di Arabella tutti si convinsero che ciò che avevano pensato era vero: Arabella era una piccola principessa stregata, che attendeva laggiù il suo liberatore. — Non ve l’avevo detto io? — esclamò Pietrozzo, il più grande fra i figli di mamma Tuda. — Il primo giorno che venne in casa nostra eravamo sull’aia, ed io vidi, e tutti quelli che erano con me videro, una grande stella lucente che si distaccò dal cielo e venne a spengersi proprio sopra alla stanza dove Arabella dormiva. Non può esservi dubbio: quello era il segno della sua malìa!
— E la stella è riapparsa? — chiede Toti.
— No, non si è veduta più; ma dovrà ricomparire perchè è fatale.
— E chi potrà vederla?
— Zulù veglia tutte le notti.
— L’aspetta?
— Sì.
— E quando la stella torna, che cosa accadrà?
— Allora sapremo il segreto di Suor Lucia.
— Non prima?
— Prima no, perchè c’è l’incantamento.
— Ma Allodola ha vissuto molto tempo con mamma Tuda?
— Sì.
— E in tutto questo tempo non si seppe mai nulla?
— Lasciatemi dire. In principio Arabella era malata, e poteva camminare appena. Mamma Tuda le aveva affidato un gregge. La mattina a buon’ora le dava un pane, una fiaschetta con acqua e aceto, e la mandava fuor di casa. Fino a sera non doveva ritornare. Come avrebbe potuto reggersi per tutto il giorno? Come avrebbe potuto girare per tutti i prati e andare fino alla selva di Lucchetto e salire al Castello dove sono i pascoli? Si stancava subito, le sarebbe mancata la lena. Zulù la seguiva sempre.
Quando giungevano ai prati egli conduceva a pascolare il gregge e Arabella lo attendeva seduta sotto agli alberi. Il riposo e l’aria buona le fecero bene; dopo due mesi pareva perfettamente guarita. Allora parve che il suo nuovo stato non le desse tristezza. Divenne un’altra, e cominciò a cantare. Figli miei, c’era da starla a sentire tutto il giorno! Fu allora che la chiamarono Allodola. La chiamarono Allodola perchè aveva una voce d’oro e perchè era sempre gaia dal nascere al morir del sole. Forse aveva dimenticata la sua sorte o sperava che il liberatore giungesse. Suor Lucia andava a trovarla e le portava doni sopra doni. Anche Bocca-di-fiore se ne meravigliava, e Bocca-di-fiore non era povera come gli altri. I compagni, di giorno in giorno che passava, eran sempre più persuasi che Arabella fosse nata di sangue reale, così la guardavano con rispetto e le volevan bene perchè era buona.
— E in tutto il tempo che vissero insieme non disse mai nulla della sua vita?
— Non disse nulla; e nessuno la interrogò per rispetto.
— E non comparve mai qualcuno della sua corte?
— In veste d’uomo, no.
— Che vuoi dire?
— Voglio dire ch’ella riceveva qualche messaggio da’ suoi parenti lontani, ma glie lo portavano le rondini.
— E chi se ne accòrse?
— Se ne accòrse Zulù, al quale Arabella si era unita come ad un fratello. Nelle mattine di aprile, quando le rondini ritornano e si vedono a grandi stormi per i cieli, Zulù notò come Arabella tardasse a scendere nell’aia. Si avvide poi che le rondini entravano nella stanza di lei, e vi si trattenevano lungo tempo. Una volta anche udì Arabella parlare, e in casa non c’era nessuno.
— Poteva parlare da sola.
— Non era mica matta! Poi in quei giorni Zulù si accòrse che la compagna sua si era fatta più triste; forse le erano giunte cattive notizie.
— Gliene parlò?
— Non le chiese nulla, perchè la cosa fu passeggera. Non trascorse molto tempo che ella ritornò allegra come prima. Riprese la sua vita spensierata, cantò come cantano le allodole. Fu la regina dei prati, fu la signora della selva di Lucchetto. Bocca-di-fiore le cedette il suo regno. Voi sapete che Bocca-di-fiore era la reginetta di tutti i monelli di quelle contrade, perchè era la più bella e la più allegra fra le compagne e perchè sapeva condurre tutti i giuochi. Quando giunse Arabella, o meglio quando Arabella cominciò a praticare gli amici, ella stessa le cedette la sua signoria. Un giorno d’autunno, come racconta Zulù, Bocca-di-fiore invitò Arabella ai prati. Il ritrovo fu verso l’ora in cui il sole muore. In autunno fioriscono i gigli del freddo[1] e i prati ne erano pieni. Bocca-di-fiore ne compose una corona, e quando giunse Arabella glie la donò sorridendo. Cedeva così la sua signoria. Da quel giorno, fra la principessa ignota e Bocca-di-fiore si strinse una grande amicizia.
— Tu hai parlato con Bocca-di-fiore?
— No.
— Sai se sia venuta in città?
— Credo che sia giunta ieri sera.
— Per vedere Arabella?
— Sì.
— E nessun altro è giunto?
— Nessun altro. Solo Zulù e Bocca-di-fiore sono rimasti fedeli ad Arabella. Gli altri, come il tempo passò ed ella fu ripresa dal male che la farà morire forse, la dimenticarono, l’abbandonarono, la dissero figlia di un pastore, nè la tennero in nessun conto. Ciò valse ad accrescere il suo dolore. —
La storia di Anatroccolo, ha aumentato il vivissimo desiderio che Toti ha di rivedere Allodola e di poter giungere fino al segreto di Suor Lucia. Tutte le cose narrate non servono che ad intricarlo sempre più, ma Toti vuol trovare il bandolo in quell’arruffio. Egli saprà perchè Suor Lucia sia stata presa da tanto amore per Arabella.
— Domani ci troveremo in via del Paradiso, verso sera, — dice ai compagni. — Resta inteso?
— Resta inteso.
— Ed ora torniamo con gli altri. —
Abbandonano l’angolo remoto e ritornano nell’estrema Tule dove si sono già formati due partiti avversari che battagliano strenuamente da un cespuglio di lilla ad un roseto. Dal pollaio un vecchio gallo sogguarda e canta alla disperata.
VIII.
La stella del pastore.
Toti si presenta alla zia Emma con un gran fascio di fiori. Ha raccolto le rose più belle del giardino, qualche gardenia e qualche pannocchia di tuberosa. Ha già indossato il vestituccio da passeggio, ed ora guarda la zia Emma senza rifiatare.
— Ebbene? — gli chiede la zia.
— Vorrei uscire.
— E dove vuoi andare?
— Da Suor Lucia.
— E di quei fiori che vuoi farne?
— Vorrei portarli ad Arabella. —
Breve pausa. La zia Emma lo guarda sorridendo.
— Sei contenta, zia?
— Con chi andrai?
— Con Tommaso, l’ho già avvertito.
— Allora avete disposto le cose vostre senza dirmi nulla?
— Volevo risparmiarti una noia.
— Guarda quanta premura!
— Ero sicuro che tu non avresti detto di no! Suor Lucia è tanto addolorata perchè la sua piccola principessa non può guarire!
— Che dici?
— Ho detto che Suor Lucia....
— Ma di quale principessa parli?
— Di Arabella.
— Arabella è una principessa?
— Sì.
— Da chi lo sai?
— Anatroccolo e Zulù hanno scoperto tutto. Da molto tempo sono sulle tracce del segreto. Sanno anche che Suor Lucia è una gran dama di Corte.
La zia Emma non può trattenere un breve riso. Toti la guarda, non comprende e le chiede:
— Perchè ridi?
— Rido perchè la povera Suor Lucia non si sarebbe attesa questa trasformazione.
— Ma tu non sai niente, zia! — esclama Toti con accento di profonda convinzione. — Io ti assicuro che Suor Lucia ha un gran segreto.
— Quale?
— Non voglio dirtelo perchè ridi.
— E se non rido?
— Non te lo dico ugualmente perchè non lo so.
— Questa è la ragione più convincente. Hai legato i tuoi fiori?
— Sì, zia.
— Allora, a rivederci, signorino! —
Toti si dirige alla porta; mentre è per uscire vede una cosa la quale, come per incanto, muta direzione a’ suoi pensieri; si volge trasfigurato in viso, raggiante, e chiede alla zia Emma:
— Zia, prepari i bauli?
— Sì.
— Si parte presto?
— Lunedì della prossima settimana.
— Andiamo al mare?
— Sì.
— E dove andiamo, a Riccione?
— Sì, a Riccione.
— Oh quanto sono contento! — esclama Toti battendo le mani. — Il mare, il mare, il mare!! —
Egli vede subitamente l’immensa distesa delle acque smeraldine, i bei colli di Riccione, il piccolo porto che raccoglie le barche dalla vela rossa, tutta la spiaggia che sembra d’oro sotto il sole estivo e si perde laggiù dove sorge un antico castello, dove i monti si spingono nel mare. La visione del viaggio, del paese, della nuova vita che lo attende, lo riempie di gioia insolita.
— Il mare, il mare, il mare!! —
Pensa al costume rosso che indosserà per prendere il bagno, ai nuovi compagni, alle nuove imprese, a tutto il sistema idraulico che apriranno fra le arene, e alle battaglie in acqua, e alle corse, alle infinite corse su le arene. L’anima sua si perde in un tumulto festoso che gli accende le guance e gli illumina i grandi occhi di vivacissimi raggi.
Ad un tratto tace e si oscura. Ha guardato a’ suoi fiori. Il pensiero ritorna alle cose presenti e un’amara tristezza lo punge, tanto più viva quanto meno continua.
Rivede uno zendado nero; un volto pallido, affranto; due scarne mani che fanno passare eternamente i grani di una vecchia corona; ripensa ad Allodola che langue, alla sventura che la travolge e una frase pietosa gli sale alle labbra.
— Povera Suor Lucia! —
Poi se ne va correndo forte, perchè nessuno lo veda.
Un groppo di singhiozzi gli serra la gola e le lacrime scendono copiose ad irrorargli il viso.
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La via è chiusa da un lato dal muro di cinta di un giardino; dall’altro lato sorgono alcune case basse, intramezzate da orti. Forse per tutta la letizia agreste che l’accompagna fu chiamata Via del Paradiso. All’un dei capi trova un termine apparente nel campanile di un antichissimo tempio; l’altro capo si perde fra i primi campi che circondano la città. Ivi regna una quiete eterna. Qua e là, sopra al muro di cinta che chiude l’ignoto giardino, sovrastano chiome di alberi e ciuffi di verdura. Un gelsomino protende le esili ramificazioni e si riversa come una fiumana sulla via fino a toccarne le selci. È tutto fiorito e tramanda un soave profumo. Si intravedono le vette di una fila di pioppi; si intravedono fra gli scarsi cirri che vagano pei cieli di un azzurro intenso.
Volgono le ore pomeridiane. Benchè il sole si appressi al tramonto, qualche cicala stride tuttavia; fa ancora molto caldo.
Le piccole case bianche hanno le imposte socchiuse e sono tutte mute; riposano nell’afa estiva.
— A che numero sta Suor Lucia? — chiede Tommaso a Toti.
— Al numero nove.
— Debbo aspettarlo, signorino?
— No, verrai a riprendermi.
— Fra un’ora?
— No, verso sera.
— Va bene. Arrivederla.
— Addio, Tommaso. —
Come si sente solo, procede a passo più spedito. In fondo alla via ha intravisto tutti i compagni suoi.
Il cuore gli batte rapidamente per l’ansietà; a mano a mano che si avvicina tien gli occhi fissi sul volto di Zulù. Nessuno si muove ad incontrarlo, nessuno si rivolge a dargli il benvenuto; ma è dunque toccata qualche grave disgrazia a Suor Lucia o ad Allodola?
Egli vede tutti i visi raccolti in una espressione strana, fra lo stupore e la mestizia. Solo i più piccoli guardano qua e là senza sapere che cosa accada intorno a loro.
Giunto a pochi passi dall’immobile accolta, ha una sommessa chiamata:
— Anatroccolo! —
Il fanciullo si volge di scatto, quasi fosse stato scosso da un profondo torpore.
— Anatroccolo, non mi vedi?
— Oh, buon giorno! — esclama soffregandosi gli occhi.
— Che cosa hai fatto?
— Niente; pensavo.
— Ci sono novità?
— Per ora no.
— Come sta Arabella?
— Molto male.
— Da chi l’hai saputo?
— Da una donna della casa.
— Non c’è più rimedio?
— Chi lo sa?
— Dov’è ora?
— Su, dietro quella finestra che ha le tende abbassate.
— Siete saliti?
— No, aspettiamo. Ci hanno detto di aspettare. Il dottore è uscito poco fa, e ritornerà fra non molto.
— Sai dirmi perchè c’è tutta questa gente? Che cosa fanno qui i piccoli?
— Oggi è la festa di Suor Lucia, erano venuti a farle gli augurii. Le hanno portato il loro dono. Suor Lucia ha detto che fra poco scenderà. —
Tacciono e si appoggiano al muro, vicino a Zulù e a Carciofo. Orsetto e Marinella fanno un cenno del capo a Toti ma non si accostano per parlargli. Sono tutti impacciati. Non sanno precisamente che cosa avvenga, ma sembra loro di trovarsi in un tempio. Avvertono che qualche avvenimento grande e inusitato sta per compiersi, e il loro piccolo cuore ne trema tutto. Solo i più piccini, coloro che hanno ancora la coscienza del poco perchè l’ala del dolore non li ha tocchi, se ne stanno in disparte e pronunziano qualche parola o si baloccano coi fiori che hanno portato. Essi parlano sottovoce per un senso di imitazione che li invita a fare ciò che fanno i più grandi, non per altro, chè nessuno sgomento è nell’anima loro. Rando e Celestina si sono seduti in terra ed ammassano monticelli di polvere sui quali innestano alcune pratelline. Fanno il giardino; un giardino immenso agli occhi loro, nel quale fingono di andare a diporto. Ciuffolo mastica delle pasticche di liquorizia che gli hanno tinto di nero la bocca, il mento e le guance; Cola gli sta innanzi e come non può ottener qualcosa per soddisfar la sua gola, mormora:
— Ah! tu non me ne dài! Ebbene, quando ne avrò io non ti darò niente. —
Ninì ha trovato un carboncino e si arrabatta per scrivere sul muro, accanto a un suo disegno raffigurante un uomo con le braccia aperte, la pipa, due belle fila di bottoni e un taschino: «_Asino chi legge._»
Non uno parla ad alta voce; seguono i loro giuochi avvertendo che qualcosa di nuovo c’è per l’aria, ma non ponendovi mente.
I grandicelli tacciono, e a quando a quando, levano gli occhi alla porta.
Aspettano da molto tempo, e non se ne lagnano, quantunque la giornata sia caldissima; aspetterebbero così fino a notte tarda senza parlare, senza lamentarsi.
Arabella, la principessa ignota, è là, nella piccola stanza dalle imposte verdi e soffre per l’oscura malìa dalla quale nessuno può salvarla.
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— Chi venne ad avvisare Suor Lucia? — chiede Toti a Zulù.
— Venni io.
— E Suor Lucia tornò subito in città?
— No, rimase due giorni da mamma Tuda, poi condusse qui Arabella.
— E da quel giorno non l’hai abbandonata più?
— Ho vegliato sempre.
— Che cosa aspetti?
— Aspetto la stella. —
Toti non chiede più nulla; china gli occhi attende. Attende la sera; può darsi che nell’ora del crepuscolo compaia il liberatore, colui che deve salvare Allodola.
In tutti i cuori è tale senso di aspettazione; il miracolo deve compirsi.
Esiste un mondo lontano oltre il mondo che essi percepiscono, e in quel mondo lontano si accolgono le cose più belle. Ha i suoi primi confini all’estremo limite della terra e dei cieli, ed è corso da spiriti ai quali nessun potere è negato. Pochi vi possono giungere; è tanto aspro il cammino, sì grandi sono le difficoltà che lo accompagnano, conviene superare tante e tante prove, che tutti coloro i quali seppero attingerne la soglia ebbero l’onore di una fiaba o di una leggenda. Laggiù sorgono i palazzi d’oro, le foreste lucenti che rischiarano le notti, le reggie non vietate ad alcuno; laggiù sono le corti di gioia nelle quali i giorni trascorrono fra sollazzevoli ritrovi.
Sulla grande porta adamantina per la quale si entra nel paese remoto si legge un motto: «_Comanda e avrai;_» e vi è più rapida la possibilità di avere che non sia rapido il desiderio.
Si parte poveri e si ritorna ricchi; ma chi può ritornare dalla terra dell’incantesimo? Nessuno forse. Bisogna vivere sempre laggiù, abbandonare il mondo, morire.
Allodola ne saprà la strada; forse fra non molto partirà.
Essi guardano ai due capi della via, tendono l’orecchio, e il loro cuore sobbalza ad ogni galoppo lontano, ad ogni rumore insolito, che si avvicini con rapidità.
O non giungerà piuttosto il liberatore silenziosamente, senza farsi avvertire? non avrà seco il mantello di Leonbruno che rende invisibile chi l’indossa? non discenderà dalle vie dell’aria come l’ombra di una nube?
Tutti credono che la sua venuta sia immancabile, ma non sanno come potrà compiersi. Solo Suor Lucia lo saprà, ella che conosce il segreto.
Allodola, la reginetta bella condannata al martirio, attende l’estrema ventura. Zulù si angoscia nella sua impotenza, egli che tutto ha tentato pur di salvare la sorella d’amore.
Si è spinto fino alle più alte cime, alla ricerca della Casa lucente; ha viaggiato per giorni e giorni attraverso terre solitarie, cercando la dimora di un mago, di una fata; ha interrogato le fonti, si è inoltrato, con grande paura, nelle buie caverne, sperando trovare la soglia di qualche favoloso palazzo; ha cercato uno fra i tanti reami di cui parlano i novellatori; ha atteso nelle alte selve la comparsa di qualche re, sperduto mentre andava cacciando. Si è trascinato notte e giorno, mangiando appena, di sentiero in sentiero, di montagna in montagna, evitando i rari pastori senza poter mai venire a capo della sua impresa singolare.
Oh! poter ritornare da Arabella e dirle: «Ecco, io ti ho liberata dalla tua malìa e so la strada per ricondurti al luogo dal quale sei partita. Vieni, la tua Corte ti aspetta. Domani il tuo popolo ti griderà regina!»
Ma la fortuna non ha guidato i suoi passi. Da’ suoi viaggi egli non ha riportato se non qualche fiore, qualche pietruzza lucente, che sa la virtù del suo lungo soffrire.
Ora attende la stella fatale, quella che apparve quando Arabella fu condotta in casa di mamma Tuda. Un presentimento gli dice che essa debba ricomparire nei cieli a serenare il destino dell’Allodola bella.
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Una vecchia donna si affaccia sulla soglia e dice sommessamente ai fanciulli che attendono: — Suor Lucia è qui! —
I fanciulli si scuotono e si raggruppano; un occulto timore di vederla apparire li turba. Sono pieni di smarrimento; tutta la loro allegria si è spenta.
I più piccini non ricordano più l’augurio imparato a memoria; troppo hanno atteso in mezzo alla via, e nessuno è là per suggerir loro le prime parole; ma non vuol dire, offriranno i fiori senza parlare; Suor Lucia capirà ciò che essi vorrebbero dirle.
Ora si stringono insieme per aiutarsi a vicenda; procederanno in gruppo quando Suor Lucia si farà sulla soglia. Ciò dà loro maggior coraggio. Il silenzio ed il mistero della piccola casa nella quale trascorrono persone che sussurrano parole che non intendono e dalla quale giunge a quando a quando come un lungo sospiro di pianto, li ha resi perplessi e timorosi. Non sanno spiegarsi che accada e non osano interrogare i compagni più grandi perchè li vedono muti ed accorati, epperò tacciono, guardando qua e là con aria smarrita. Tutta la loro sensibilità non può esplicarsi che nello stupore; l’anima loro è come un’acqua di vena, che scorre fra le rocce e non si può intorbidare.
Se qualcuno dicesse loro che Suor Lucia piange, ne chiederebbero il perchè, come chiederebbero perchè le stelle sono nei cieli. Fra l’una cosa e l’altra non sanno cogliere differenze; tutto è soggetto di semplice meraviglia. I più grandi conoscono già il dolore, l’eterno fratello delle creature.
Essi guardano per l’andito buio: Suor Lucia non compare, si attarda, forse non saprà distaccarsi dal letto di Arabella. Che cosa le diranno quando verrà?
La buona compagna che li conduceva per le chiese, per gli orti, per i prati e assisteva alle loro scorribande e tutto tollerava con viso benigno pur che venisse da loro, non sarà più la stessa; chi sa? Non la vedono da qualche settimana, da un tempo infinito. Che cosa non può mutare in un’ora, in un giorno?
Ad un tratto Anselmuccio, che è più vicino alla soglia, si volge e susurra:
— Eccola, eccola! —
Si stringono a braccio a braccio perchè il loro cuore pulsa più rapidamente, temono di vederla troppo all’improvviso. Avrà lo stesso aspetto? lo stesso volto? gli stessi occhi dallo sguardo mite?
Ad un tratto odono appena lo strisciare di un passo rado.
Il sole muore fra il saluto di mille campane, qualcuno canta nel giardino ignoto. Ecco un’ombra, ecco una figura di donna che si avvicina alla soglia ma procede troppo rapida: non è lei, non è lei. L’ansia dell’attesa ha una momentanea sosta. La donna scende i due gradini che conducono nell’andito, si accosta, che vorrà mai?
Li chiama in disparte, e dice loro sottovoce:
— Suor Lucia discende le scale, sarà qui fra poco; lasciate che rientri subito, non le dite nulla, non la interrogate; soffre e piange, lassù; c’è un angelo che muore.
— Che cos’hai detto? — grida Zulù lanciandosi innanzi pallido e stravolto.
La donna che pare da prima stupita dal grido improvviso, sorride poi tristemente.
— Arabella ti saluta. Poco fa voleva vederti. Quando tornerà il dottore salirai.
— Me lo prometti?
— Te lo prometto!
— Ricordati che aspetto qui da cinque giorni, e ricordati che non mi moverò anche se dovessi morire!
— Prima di notte salirai. Arabella lo vuole. —