Part 4
Quando risolleva il capo, i due monelli si guardano e arrossiscono senza sapere il preciso perchè. I colli opposti rilucono nella moribonda gloria solare.
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— Chi sono? — sussurra Orsetto.
Toti e Marinella non rispondono, ascoltano sostando ai limiti del prato sul quale la selva si muore. Molti fanciulli, allacciati per mano, girano in tondo e cantano a coro; cantano bene; sembrano allodole e calandre. Sono scalzi, hanno i capelli disciolti.
— C’è anche Zulù? — chiede Orsetto.
— No, — risponde Toti.
— Dove lo troveremo allora?
— Bisogna chiedere a qualcuno se è questa la Selva dei Gioghi.
— E a chi si può domandare?
— Quando quei signori avranno finito, ci accosteremo. —
Tacciono, raccolti dietro una macchia di quercioli; dall’alto del monte scendono le ultime strie d’oro del sole, si perdono fra le rame, ricompaiono su l’erba, nelle radure. Il canto dei fanciulli sale verso le altitudini e lassù, nel sereno, si unisce agli squilli di campane remote e si disperde.
Ohè! ohè! ohè! ohè! La più gaia venga a me. Getti via la lendinella, La faremo tutta bella Chè nel bosco aspetta il Re!
I fanciulli si perdono sotto il muto incantesimo della selva. Le ultime roveri hanno tuttavia alla sommità una corona d’oro. La cantilena ha qualcosa di pauroso, Toti, Marinella e Orsetto l’ascoltano con un tremito nel cuore quasi fossero per assistere ad un subito prodigio:
Marulèi ha fatto il pane Nella casa delle tane, E ti aspetta, Martinella. Tu sei bella, tu sei bella! Una veste ed una torta, Marulèi sta su la porta; Una veste ed una rama, Marulèi guarda e ti chiama. Gira, gira, Gira, gira, Passa il vento che sospira E la notte è scura scura, Ed il bosco fa paura. Ecco sbucan gli occhi rossi Dalla selva di Mamù... Uuuuuuh!
— Andiamo via, — mormora Marinella. — Questa gente mi fa paura. —
Toti ed Orsetto fanno per voltarsi, ma ad un tratto si acquattano; hanno avvertito un fruscìo alle loro spalle; inoltre i piccoli pastori, dopo aver finita la cantilena, come è consuetudine del loro giuoco, fra strane grida si sono dati ad una fuga precipitosa, e in breve sono scomparsi, dirupando. Le ultime voci salgono dalla valle; sono già lontane, e i tre esploratori hanno la perfetta coscienza della loro solitudine nella terra ignota. E se Mamù, l’orco, sbucasse per davvero dalla spessa selva?
— È una sciocchezza! — grida Toti per farsi coraggio; sta per rivolgersi, ma avverte un fruscìo più vicino, un lieve rumore di passi; il brivido della paura lo riprende e non ha più forza di pronunciare una parola.
Orsetto e Marinella si sono raccolti nell’ombra più fitta, e guardano attorno con occhi da spiritati.
— Toti? —
Nessuno risponde; i fanciulli si sono immedesimati col cespuglio che li accoglie.
— Toti, ti ho portato il riccio.
Ah! è Zulù, il benvenuto, il salvatore!
I tre volti si rasserenano, pare che il sole rinasca. Zulù è sporco, ha i panni a brandelli, il viso nero, i capelli scarmigliati e Marinella vorrebbe abbracciarlo ugualmente; la trattiene solo la bestiaccia ch’egli reca fra le mani senza paura di pungersi.
— È molto tempo che mi aspettavi? — chiede Toti a Zulù.
— No, sono arrivato or ora. E tu, che cosa facevi in quella macchia?
— Niente. Guardavo per terra.
— Hai perduto qualcosa?
— No. —
Trascorre una pausa. Zulù non si avvicina perchè si vergogna, Marinella e Orsetto gli destano soggezione; ha le ciglia aggrottate e gli occhi bassi; pare seriamente contrariato. Toti nota subito il malessere di Zulù, e cerca di porvi riparo con una specie di presentazione:
— Non sono venuto solo perchè la strada era lunga e Suor Lucia non mi avrebbe permesso ch’io me ne andassi. Questa è Marinella e ti vuol bene perchè sei figlio di una lupa e vivi nei boschi, e questo è il bambino del generale: si chiama Orsetto e non fa male a nessuno. —
Zulù, per tutta risposta, allunga una mano senza alzar gli occhi e dice:
[Illustrazione: — Vuoi il porcospino? — Sì, dammelo; dove l’hai trovato? (pag. 79.)]
— Vuoi il porcospino?
— Sì, dammelo; dove l’hai trovato?
— Nel bosco.
— È nel bosco la tua casa? — gli chiede Marinella avvicinandosi.
— Io non ho casa.
— E dove dormi?
— Su gli alberi, sotto le siepi, nei campi di lupinelle, secondo; dormo sempre dove mi trovo.
— E l’inverno?
— L’inverno dormo nei buchi delle fornaci; ci fa caldo e siamo in molti là dentro.
— Ma non hai paura? Sei sempre solo?
— Non ho paura.
— Hai veduto mai Mamù, l’orco?
— Non l’ho veduto mai, l’ho sentito. —
I tre monelli si guardano; i loro occhi si aprono smisuratamente.
— Dove l’hai sentito? — chiede Toti.
— Una notte, nella selva di Ladino. Ero salito sopra una rovere, non si vedeva una stella; tutto era buio. Mi ero seduto su tre rami incrociati e stavo per addormentarmi allorchè sento gli alberi sibilare come se si fosse levato un gran vento; ma il vento non tirava; allora mi alzo e sto in orecchio. Che cosa sarà? sarà il tasso? no, perchè non può fare tanto rumore; sarà il lupo? nemmeno. Io conosco bene il lupo; mi è passato vicino anche di notte; il lupo si avverte appena, cammina fiutando, e quando sente qualcuno va a passi radi. E il fracasso si avvicinava proprio come fa la grandine di estate. Allora pensai che la vecchia della valle, nonna Simona, mi aveva detto che Mamù era come la tempesta, quando gira per il mondo, e non ebbi più dubbio.
— Ti vide?
— Io non lo so, perchè quando sentii crescere il rumore chiusi gli occhi e mi rimpiattai fra i rami come uno scoiattolo. Appena riaprii gli occhi, tutto era finito. Fu come un baleno.
— E dopo, non l’hai incontrato più?
— Dopo ho preso le mie precauzioni. Sono tornato da nonna Simona, ed ho avuto da lei il rimedio per non essere veduto mai più dall’orco.
— Qual è questo rimedio? — chiedono ad una voce Orsetto e Marinella. Zulù si stringe nelle spalle e fa segno di non poter rispondere. Toti sorride con aria di incredulità, si sente superiore ai compagni. Egli sa che sono tutte fole inutili e dannose quelle degli orchi e delle streghe; Miss Edith e la zia Emma glie lo hanno ripetuto tante volte che ormai, su questo punto di fede, ha la coscienza sicura e tranquilla. Non bisogna allettare la mente dei fanciulli con inutili fantasie, con creazioni mostruose e inverosimili, conviene raccontare unicamente la verità, la verità pura e semplice.
Il ragionamento che Toti viene facendo in silenzio fa sì ch’egli continui a sorridere anche quando i compagni gli levano gli occhi in volto:
— Perchè ridi? — gli chiede Marinella.
Toti inarca le ciglia, assume un tono indifferente, alza un poco una spalla e risponde:
— Ma che vuoi?! Mi stupisce vedere come tu creda a ciò che racconta Zulù.
— E perchè ti stupisce?
— Perchè l’orco è una sciocchezza! —
Tutti tacciono. Toti si pente del suo ardimento perchè il sole si è nascosto e le ombre discendono con rapidità; egli non crede all’orco, ma il buio è un cattivo consigliere. Inoltre la strada che debbono percorrere è lunga ed è attraversata da un torrentello e da una spessa macchia, punti solitari e abbandonati dove, non si sa mai, si potrebbe incontrare anche il lupo mannaro e quello non è ben sicuro che non esista.
— Dunque — riprende Zulù a voce bassa — tu non credi neppure alla Casa Lucente?
— Non so che cosa sia — risponde Toti.
— La Casa Lucente sorge su la più alta cima di un monte lontano lontano, ed è sempre circondata da nubi d’argento. Ha i culmini d’oro, i muri ricoperti di pietre preziose. Le si apre dinanzi un grande portico di adamante e le sorgono ai lati due torri di rubini e di smeraldi che rilucono per tutto il mondo. Nessuno conosce la strada che vi conduce. Chi si è provato a raggiunger la cima del monte altissimo non è tornato più. Solo la Vecchia della valle sa il segreto che può condurre alla vetta del monte; ma fino ad ora non l’ha confidato nemmeno all’aria.
— Nemmeno a te? — gli domanda Marinella.
— Un giorno nonna Simona mi disse: «Voglio fare la tua fortuna;» e incominciò a insegnarmi il modo di raggiungere la Casa Lucente, ma poi si pentì sul più bello e non volle più proseguire.
— Che peccato! — esclama Marinella.
— Ma allora tu sai di dove si parte? — domanda Toti che ha dimenticato gli ammonimenti di Miss Edith e della zia Emma, e si lascia trasportare dalla fantasia, dal desiderio delle cose vaghe e indefinite che sono tanto più belle.
— Lo so, — risponde Zulù.
— E dove abita nonna Simona?
— A Ladino, in una casa sotto la selva.
— E potremmo andare a trovarla?
— Sì, ma bisogna farle un regalo.
— Glie ne faremo mille! Ci accompagnerai tu?
— Vi accompagnerò.
— Benissimo! — grida Marinella. — Andremo alla Casa Lucente! Io mi riempirò il grembiale di brillanti, e tu? — chiede rivolgendosi ad Orsetto.
— Io prenderò la mazza del comando.
— Per farti imperatore! — riprende Marinella ridendo. — Ed io farò la regina, la bella regina tutta vestita di seta, e porterò i brillanti sui capelli e avrò duemila servitori, cento dame di palazzo, diecimila cavalli, cinquanta berline e una reggia d’oro e una bambola di cioccolata e tutti i dolci che sono sulla terra! Dio, come sarò contenta!
L’animazione delle tre anime bambine cresce a dismisura; esse vedono già, gustano il tesoro straordinario; quella loro fantasia le fa gioire più del possesso reale; se tanto avessero realmente, forse cercherebbero il poco quale sorgente inaudita di gioia. Zulù tace. Il suo viso oscuro pare sofferente, gli occhi neri e lucentissimi e grandi, come due strane gemme, guardano lontano alle sommità più ardite e si animano di guizzi violenti. L’anima dardeggia da quegli occhi aperti nei cieli altissimi, raggiunge, supera il volo delle aquile, si lancia fremente, cupa ed insaziata alla sua conquista.
La sera discende.
— Allora — riprende Toti — ci troveremo in casa di Carciofo, come l’ultima volta. —
Zulù assente.
— E ora dove andrai?
— Nella selva — risponde Zulù che fa per avviarsi.
— Dammi prima il porcospino. Aspetta, lo metteremo nel fazzoletto.
L’operazione è compita con ogni cautela; i capi sono legati a doppio nodo e stretti quanto più si può, perchè la piccola bestia non debba fuggire. Frattanto Zulù salta un cespuglio e si allontana leggermente, sollevando appena un fruscìo.
— Scusa, che cosa mangia il porcospino? — grida ancora Toti.
— Le vipere, — risponde Zulù senza rivolgersi. È scomparso dietro una grande rovere, ricompare più lontano fra l’ombra più spessa, procede a balzi, i fanciulli lo guardano meravigliati ed hanno una grande voglia di richiamarlo, perchè sentono che qualcosa che dava loro molto coraggio si allontana con lui. Rieccolo più in alto, è come un fantasma, si scorge appena; si inerpica leggero, il lupo non ha maggiore agilità. Ecco l’ultimo guizzo, si ode un lieve scricchiolìo di rami infranti, e non si vede più. Si è internato nel folto come le volpi, come gli scoiattoli rossigni.
— Le vipere? — riprende Toti, che ritorna col pensiero al suo riccio. Vorrebbe richiamare Zulù, ma ormai è inutile; poi nello stesso tempo una voce acuta e prolungata giunge dall’altra costa del monte.
— Andiamo, andiamo, ci chiamano! — sussurra Orsetto.
Toti si avvia di corsa, e i compagni gli tengon dietro. Il sentiero si perde nel buio della valle.
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— Per di qua! — grida Orsetto.
— No, per di qua! — riprende Toti.
— Ma insomma qual’è la strada buona? — domanda Marinella che si è fatta scura in viso. — Qual’è, me lo sapete dire? — riprende con voce nella quale è già qualche sentore di pianto. — Finiremo per smarrirci in questa foresta — è appena una macchia, ma la fantasia della fanciulla ama il colore — e ci troveranno i briganti!
— Ma i briganti li sogni tu! — risponde Toti indispettito, perchè l’insistenza di Marinella comincia a mettergli paura.
— Ed io ti dico che ci sono! — replica la fanciulla. — Lo lessi anche ieri nel giornale di papà. Hanno rubato dieci bambine e non se ne è saputo più nulla.
— Ma dove?
— In Sardegna.
— Allora sono lontani.
— Sì! Impiegheranno molto tempo a giungere qui!
— Ma debbono traversare il mare!
— E non hanno le barche? Poi i briganti sono dappertutto, ed io ho paura. Tu vuoi fare il coraggioso, ma io ho letto la storia di un bambino divorato da un lupo e qui i lupi sono numerosi come le lucciole. Poi non hai sentito che cosa ha detto Zulù? Siamo in un paese abbandonato, se si perde la strada facciamo la fine dei tre bimbi che San Nicola fece risuscitare e San Nicola non c’è più. Mio papà l’ha veduto a Bari; ora non si muove da quella città lontana e noi siamo perduti!
— Marinella, finiscila!
— Sì, finiscila! Non vuoi ascoltare la verità! Perchè ci hai condotto in questo paese pericoloso?
— Ma siamo a tre passi da casa!
— Lo dici per farci coraggio, chi sa quando arriveremo e chi sa se potremo arrivare! Abbiamo smarrito la via, siamo in mezzo a una foresta e la notte è tanto buia, che non si vede dove si mettono i piedi!
La voce muore in un lieve singhiozzo; Toti avanza senza por mente ai terrori della compagna; ha già troppo da combattere il suo timore per guidar sè stesso attraverso alla macchia; Orsetto è vinto dallo smarrimento, e segue gli amici senza fiatare.
Le voci di chiamata che avevano udito dapprima ora non si sentono più.
Solo due piccoli lumi animano ancora la speranza ed il coraggio di Toti; si vedono su la costa del monte opposto, la notte li fa più lontani, ma splendono tuttavia come due fari benefici. Poter giungere fin lassù di un balzo! Avere un gran paio d’ali e volare come si vola nei sogni! Ma la strada è lunga ed aspra, bisogna scendere verso l’estrema oscurità del torrente. Ogni qualvolta si spinga un po’ innanzi, ode la voce impaurita dei compagni:
— Toti, Toti!... dove sei? —
E ciò basta per accrescere a mille doppi il suo turbamento; è come se una corrente elettrica lo percorresse dal capo ai piedi d’improvviso, non sa più orientarsi, sente mozzarglisi il respiro, chiude violentemente gli occhi; gli pare che una gran mano si sia protesa dalle tenebre a ricercarlo. Se i compagni non l’aiutano, la lena verrà a mancargli; si sente piccino piccino sotto la notte paurosa.
— Stiamo uniti, camminate vicino a me; arriveremo a casa presto.
— Suor Lucia è già partita, — mormora Marinella singhiozzando — andrà a casa a dire che ci ha perduti, e domani ci crederanno morti! —
Orsetto tace; ha preso per mano Marinella e si lascia trascinare come un automa.
Discendono, sono a due passi dal torrente; Toti procura di procedere facendo quanto più fracasso può, perchè ad ogni sosta avverte certi fruscii, certi fremiti che lo fanno sudare freddo. Gli torna nella memoria la cantilena dei piccoli pastori, pensa alla loro corsa improvvisa giù per la costa del monte... ma Zulù non è forse solo nella selva, appollaiato fra i rami di qualche albero grande?
Fa per volgersi, e, ad un tratto, uno strido acutissimo di Marinella lo irrigidisce, gli toglie ogni forza ed ogni volontà.
Nel silenzio che segue egli ode distintamente un lontano rumore di passi e intravede una luce livida ed ampia che scivola fra i rami e ingigantisce e scompare. Raggiunge di un balzo i compagni e si stringe a loro. Senza un grido, allibiti dallo spavento, cadono avvinti fra le frasche.
La luce cresce, il trepestìo si avvicina; si ode un grido prolungato: è il grido di Mamù, dello spaventoso gigante. Curvano il capo, si raccolgono nel buio tremando dal freddo.
Ecco l’ombra, l’ombra grande quanto l’universo! Supera i pioppi, supera le querce, si lancia sola ed immensa sotto le stelle. Potranno sfuggirle? No, li ha veduti, li ha riconosciuti, li chiama:
— Toti? Marinella? Orsetto? —
Si stringono sempre più, moriranno insieme come tre piccole more nella bocca vorace, come tre verlette di nido; non c’è scampo, respirano a pena, hanno gli occhi violentemente serrati.
La voce di Orsetto mormora a stento:
— Addio, mamma! —
Più debolmente, quasi a trattenere un singhiozzo che vuol traboccare, Marinella e Toti sussurrano:
— Addio!
— Il Signore ci accolga....
— ... ci accolga!
— Nella sua gloria....
— Nella sua gloria!
— Per sempre!...
— Per sempre!...
Ah! non possono più pregare, perchè il respiro si fa troppo rapido, perchè hanno troppo troppo freddo!
Il grido si ripete più vicino, vicinissimo:
— Toti? Marinella? Orsetto? —
Ma chi chiama adunque? Sorvola una pausa dubbiosa, un nuovo brivido li scuote, ogni senso si riaccende più vivo, levano il capo, aprono gli occhi... ah quanta luce, quanta luce! Ecco Suor Lucia e Bonaventura e Giacomino e Anselmuccio!
— Sono qua! Sono qua!... — grida Bonaventura che regge due fiaccole con le braccia levate.
Scattano in piedi, non possono rispondere, non possono dir parola; sorridono, ridono a grandi sussulti; il loro volto si illumina e si oscura; poi a un tratto contemporaneamente scoppiano in pianto dirotto.
Sono salvi.
[Illustrazione: — Stiamo uniti, camminate vicino a me; arriveremo a casa presto — (pag. 88.)]
IV.
La casa lucente.
La zia Emma ha detto:
— Quando avrete finito il cómpito potrete andare in giardino; ma prima, no! —
Ed ora si è sporcato tutte le mani con l’inchiostro, ha disegnato una fila interminata di soldati, di uomini con la pipa, di cavalli e di elefanti, ma un’idea non gli è venuta ancora. I cómpiti che gli dà la zia Emma sono, a volte, tanto curiosi! Che cosa si può scrivere mai?
Rilegge il tema: _Scrivere al babbo ringraziandolo per il bel regalo che vi ha fatto_.
Ma il babbo, proprio in quei giorni, non gli ha fatto alcun regalo, di che cosa deve ringraziarlo adunque? Forse di quelli che gli farà. Saranno molto lontani probabilmente, perchè Suor Lucia ha raccontato la spedizione alla selva dei Gioghi ed il signor papà è inquietissimo.
Si stringe la fronte fra le mani, si concentra e scrive: _Caro babbo_... virgola e a capo. Poi? Ecco un’idea: — _Ti ringrazio del bel dono che mi hai mandato e ne sono contentissimo e ti ringrazio del bel dono che mi hai mandato_.... — Mio Dio! Ma quanto è difficile dire ciò che non si sente! Perchè infliggere un tale supplizio ad una povera creatura che non ha fatto male a nessuno?
Leva gli occhi verso la finestra aperta e vede rifulgere nel sole un gran cespo di lilla in fiore e pensa ai colchici che fioriscono d’autunno; hanno lo stesso colore. A Villanova ci sono dei prati immensi e di autunno si vestono di lilla per i piccoli gigli del freddo che spuntano a fior di terra sopra uno stelo esilissimo. Quando tornerà mai ai prati di Villanova? Bocca-di-fiore lo attende; andranno a caccia dei pettirossi nelle mattine lucenti di brina, quando tutte le siepi e tutti gli alberi sfoggiano immensi diademi.
La zia Emma attraversa la camera; Toti si riscuote, fissa di nuovo il foglio di carta bianca che gli sta innanzi e si concentra tanto che, poco alla volta, gli si chiudono gli occhi. Si addormenterebbe senz’altro, se Miss Edith non lo risvegliasse con uno di quei suoi piccoli versi incomprensibili, che vogliono dire tante cose!
È sempre all’erta la sua buona signorina! Lo sorveglia con mille occhi senza abbandonarlo un attimo; pronta, paziente, tenace e tranquilla come una macchina di estrema esattezza.
Davvero un’ossessione! Come si fa a non avere una sola volta l’allegra volontà di saltare sopra un tavolino o di prendere una seggiola a scapaccioni? Per questo Miss Edith è sempre un punto oscuro e Toti la guarda con molto rispetto ma con la curiosità meravigliata che destano nei fanciulli gli oggetti complicati e incomprensibili.
E ricompare il tema. Gli occhi si sono chinati per caso su la carta e si rialzano un pochetto oscurati. Ecco un dovere! Toti si domanda perchè mai lo stesso dovere non debba essere compiuto dal nonno, dal babbo o dalla zia Emma; no, tutti i doveri toccano sempre a lui perchè è il più piccino. È forse giusto tutto ciò?
Ricomincia. Questa volta l’idea è venuta per davvero e scrive con tutta sicurezza:
_Caro babbo_,
_La zia Emma mi dice che hai intenzione di farmi un regalo e te ne ringrazio. Siccome il mio elefante ha perduto la proboscide e tre gambe, farai bene se vorrai regalarmi una pantera._
_Un bacio dal tuo Toti._
Piega il foglio, batte le mani e, dopo aver dato a Miss Edith una spiegazione sommaria del fatto compiuto, fugge in giardino.
Carciofo deve aspettarlo, perchè il giorno prima gli ha dato un appuntamento al quale non mancherà. Carciofo è puntuale.
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Tommaso, il cocchiere, ha un figlio che si chiama Adalberto, e che, per la sua struttura tozza e per essere alquanto spinoso, è stato ribattezzato Carciofo.
Di tanto in tanto Carciofo compare nella scuderia per aiutare il padre e, quando non deve andare a scuola, si trattiene gran parte della giornata adducendo varie scuse alla sua permanenza. C’è tanto da fare! Ma in verità non è il lavoro che lo inciti a restare, bensì l’amenità del luogo.
Le scuderie si aprono nell’estrema parte del vastissimo giardino e sono cinte da alberi grandi e il laghetto viene a morire ai loro piedi. Soltanto per guardare, può impiegarsi benissimo tutta una giornata. Carciofo ha lo spirito contemplativo e non si stanca di ammirare il piccolo lago e le oche, le quali sembrano tanti orciuoli naviganti. Quando Tommaso deve andarsene dice a Carciofo:
— Finite di pulire le stalle; quando ritorno il lavoro deve esser terminato. Non fate rumore, non disturbate il signorino e lasciate in pace le oche. —
Carciofo promette solennemente di osservare i comandamenti paterni; ma non appena Tommaso si è allontanato esce a sedersi su la porta delle stalle e guarda. Le oche passano e ripassano sul laghetto; ce n’è una che dirige la passeggiata, le altre la seguono senza sbandarsi. E sono tanto serie! Carciofo ha osservato che la gente di grande importanza ha la stessa serietà.
Toti molte volte va a salutare Gaetanino, il suo _poney_, e così incontra Carciofo che lo guarda senza parlare e se ne sta tutto accosciato e sembra pieno di vergogna. Nei primi giorni Toti non osserva Carciofo, poi lo punge la curiosità. Chi sarà quel signore? E perchè se ne sta sempre assorto e non gli augura neppure il buon giorno?
Una volta che è uscito di casa un poco indispettito per una lunga paternale fattagli dalla zia Emma, si ferma di botto innanzi al placido ammiratore delle oche e gli chiede: — Chi sei?
— Io sono Carciofo, — risponde l’interloquito.
— E di chi sei figlio?
— Sono figlio di Tommaso.
— Il mio cocchiere?
— Sì, signorino.
— Io mi chiamo Toti.
— Lo so.
— E perchè non mi saluti mai?
— Il babbo ha detto che non vi debbo disturbare.
— Dammi del _tu_.
— Il babbo ha detto che voi siete il figlio del padrone.
— Ebbene, che cosa t’importa?
— Bisogna ch’io vi rispetti.
— Non te ne curare. Non sono mica un uomo grande. Quanti anni hai?
— Dieci.
— Vai alla scuola?
— Qualche volta.
— Perchè qualche volta?
— Perchè quando fa bel tempo andiamo a pescare e andiamo alla caccia col vergillo.
— Come vi divertirete! Siete in molti?
— Siamo in tre: io, Anatroccolo e Zulù.
— Tu conosci Zulù? — chiede Toti allargando gli occhi ed arrossendo dalla contentezza.
— Sì, e perchè?
— Perchè mi hanno detto che nessuno può avvicinarlo e che vive sempre solo come un lupo.
— Vive solo perchè lo bastonano. Io lo conosco.
— E potrai farlo conoscere anche a me?
— Certo, se volete.
— Sì sì, io lo voglio. —
In breve diventano amicissimi; si trovano tutti i giorni al laghetto delle oche e formulano le più strane imprese, i propositi più arditi.