Le gaie farandole

Part 3

Chapter 33,816 wordsPublic domain

— Buone feste e buon capo d’anno!

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Pochi passi ancora ed entreranno nel prato verde, nel loro infinito dominio.

Toti è pensoso perchè un dubbio passeggero lo agita, un dubbio che gli fa rivolgere questa domanda ad Orsetto:

— Perchè si devono dir sempre bugie? —

Orsetto lo guarda senza intendere.

— Ma sì, — riprende Toti — se io dico alla signora Penelope che è brutta e non mi piace, la zia Emma mi guarda male e mi punisce; se dico che mi annoio a far le visite, mi lasciano senza frutta e poi vogliono ch’io sia sincero! Ma se ci costringono a dir le bugie! —

Orsetto tace sempre.

— Non è vero? — domanda Toti.

— Sì, ma se non fai così non ti regalano più i dolci!

— Che cosa m’importa! — esclama Toti; e l’idea è già trascorsa, ha brillato un attimo, si è spenta; l’anima di un bimbo è come un seno di mare in cui l’onda succede all’onda placidamente in una dolce lucentezza, velata appena da qualche ombra di nube.

In fondo rilucono i colli, una corona azzurra; nei più vicini si vedono i profili delle case, dei castelli, le ombre nere delle selve; ma poi tutto si allontana e si fonde, trascolora azzurreggiando quanto più sale al cielo. Le estreme vette dell’Appennino si confondono alle nubi; forse lassù si apre la strada che giunge al sole.

I pioppi che fiancheggiano il prato verso levante (e pare che l’Astro sorga fra i colonnati di un tempio grandissimo) si sdoppiano per distendersi al suolo in un’ombra protettrice. I pioppi amano le voci dei nidi e quelle dei bimbi, perchè tanto le une quanto le altre hanno ugual significato per gli immobili giganti.

È tempo di primavera.

Liberi da ogni freno, i monelli si sbandano e gridano e si rincorrono passando nel sole come in un volo. Suor Lucia siede all’ombra dei pioppi e, attorno a lei, si raccolgono i più piccini ai quali deve raccontare la fiaba dello _Stelo d’oro_.

Rando e Celestina; Lola e Miranda; Nicoluccio, Doretta e Ciuffolo seggono in semicerchio; Suor Lucia è nel centro; fra le alte rame il sole sogguarda ad attimi con mille occhi abbaglianti. La frescura è deliziosa.

— «C’era una volta una via lunga lunga come il cielo e partiva da un capo del mondo per giungere all’altro capo e nessuno l’aveva percorsa mai tutta quanta, benchè molti vi si fossero provati. Dopo dieci, dopo venti anni tornavano vecchi senza ricordare niente di ciò che avevano veduto e delle avventure che erano toccate loro nel viaggio pauroso. Morivano senza riacquistar la parola.

»Ora partivano uomini poveri, ora principi, ora imperatori che preparavano spedizioni numerose di cavalli e di armati; ma o non tornavano, o tornavano muti e vecchi come tutti gli altri.

»In fondo alla strada infinita, custodito da ventiquattro principesse sorelle tutte vestite di seta turchina, sorgeva lo _Stelo d’oro_ attorno al quale esse danzavano eternamente, allacciate in catena, una farandola d’amore. Chi fosse giunto allo Stelo d’oro sarebbe stato Signore del mondo e di tutti i cieli.

»Ora c’era, in un paese della terra, un povero mercante che aveva un solo figlio al quale avrebbe dato anche il suo cuore pur di vederlo contento, e il figlio di questo povero mercante si chiamava Graziolo ed era un fanciullo buono e pensoso, ed era sempre triste.

»Tutte le cure del padre non bastavano a farlo sorridere una volta; e quando il padre gli chiedeva piangendo: — Che cos’hai, Graziolo? — Il fanciullo rispondeva: — Voglio andare al mio viaggio! — Ma non tornerai più, figliuolo! — Sì, babbo, tornerò e voi sarete contento. Lasciatemi partire.

»Tanto disse e tanto fece, che un bel giorno il povero mercante pose in una bisaccia tutto il suo danaro, lo dette a Graziolo e gli disse: — Segui la tua sorte, figlio mio. Se fra cinque anni non sarai tornato, ti raggiungerò nei cieli dove vorrai attendermi. — E Graziolo rispose: — Babbo, fra cinque anni sarò con voi. La mia ventura mi guida, babbo; io parto e tornerò contento! — Si abbracciarono lungamente, e Graziolo si pose per la terribile via dalla quale nessuno era ritornato a raccontare le sue avventure.

»Il padre lo vide dileguare, si gettò in terra e pianse disperandosi. Il sole sorgeva allora....» —

La voce di Suor Lucia è lenta e grave; i monelli ascoltano con la bocca socchiusa. Qualcuno fra loro tende l’orecchio allo stormire dei pioppi, perchè i pioppi parlano, pei bimbi, e ascoltano le fiabe che ripetono poi alle stelle piccine.

Più lontano Toti, Orsetto, Anselmuccio, Giacomino, Adalgisa e tutti gli altri monelli, imitano la danza delle ventiquattro principesse sorelle attorno allo stelo d’oro e, allacciati per mano, cantano e girano in un volo di nastri, di capelli, di vesticciuole che schioccano al vento. Pare che tutta l’aria, tutta la luce s’empia di quella festosità.

— Giro giro tondo Cavallo imperatore Cavallo d’argento Che costa cinquecento. Cento cinquanta E la gallina canta Lasciala cantare La voglio maritare....

S’interrompono e si fermano guardando verso il fondo del prato dov’è apparsa una piccola ombra nera. Rimane immobile su quel confine estremo e pare non ardisca avanzare.

— Chi è? — chiede Toti a Orsetto.

— È Zulù, il piccolo lupo.

— Perchè lo chiamate così?

— Perchè nessuno gli ha parlato mai; perchè non ha casa e non ha famiglia; perchè ha paura di tutti.

— Oh vieni vieni, andiamo a salutarlo — grida Toti.

— Ma fuggirà.

— Vieni, proviamo. —

Si avviano; Zulù è già scomparso dietro le prode dei fossi.

Toti si lancia in corsa; vuol seguire le tracce di quella creatura misteriosa.

III.

La selva dei Gioghi.

Col capo all’aria e gli occhi intenti alle finestre di un secondo piano, Toti e Orsetto gridano a tutta voce:

— Marinella, vieni? —

Un visetto vermiglio appare fra due imposte socchiuse:

— Aspettatemi, vengo subito.

— Fa’ presto, la strada è lunga!

— È pronta la giardiniera?

— Ci aspetta da un’ora, spicciati.

— Vengo, vengo! —

Il visetto scompare, giungono dall’alto le grida festose della monella; Toti e Orsetto si volgono verso l’estremità della strada dove Suor Lucia, circondata dalla sua coorte, li attende.

Rando annusa con accigliata serietà un gran fiore di girasole, e Celestina tende il nasetto a virgola per gustare l’ipotetico profumo della girandola floreale.

— Come è bello! — esclama Celestina — Dove l’hai preso?

— Me l’ha dato Ciuffolo — risponde Rando senza levar gli occhi.

— E tu che cosa gli hai dato?

— Io gli ho dato due nòccioli di pesca e un bottone.

— Dio! — esclama Celestina giungendo le mani per significare tutta la sua ammirazione per l’abile mercato. — Hai fatto un buon baratto! —

Rando non risponde. Ciuffolo, riparato dietro le sottane di Suor Lucia, si nasconde in bocca i due nòccioli di pesca e il bottone per non cedere alle insidie di Cola che gli gira attorno e lo guarda con occhi sparvieri; le guance di Ciuffolo si gonfiano sempre più, sembrano due piccoli otri, due calotte sferiche applicate ad arte sul viso del pacifico marmocchio.

Marinella giunge di gran corsa.

La pamela, assicurata con un elastico sotto il mento, le è caduta su le spalle e le forma un’aureola intorno al capo adorno da una selva di capelli nerissimi e ricciuti.

Uno schioccare di frusta avverte i monelli che la giardiniera è pronta all’angolo della via, e che si attendono i ritardatari.

— Presto presto! — gridano coloro che sono già saliti nell’ampio calesse. In un volo tutta la nidiata si affolla e si sospinge intorno al predellino. Comincia la lotta per occupare i posti migliori. Le esortazioni di Suor Lucia, la quale non perde mai la sua celeste serenità, non ottengono nessun risultato. Adalgisa vuol salire a cassetta e si arrampica su per le ruote con grande sconcio della sua vesticciuola bianca, campione di candore se non di eleganza. Toti, Marinella e Orsetto vorrebbero salire sul tetto della vettura, dove si allineano ordinariamente i bauli, ma Suor Lucia non consente; Rando e Celestina hanno occupato un angolo e se ne stanno tranquilli, annusando il loro girasole. Alla fine tutti prendon posto nicchiando, perchè nessuno ha ottenuto ciò che desiderava ad eccezione di Adalgisa, la quale troneggia a cassetta, al fianco del vetturino. Ella si volge a guardare coloro che stanno nell’interno e allargando la bocca e travolgendo gli occhi si abbandona ad una squisita serie di versacci schernevoli; ma ad un tratto interrompe la pantomima e scoppia in pianto dirotto perchè Toti, allungato furtivamente un braccio, le ha dato un solenne pizzicotto nella parte ch’ella espone con maggiore evidenza al pubblico sottostante.

Un nuovo schioccare di frusta, un bubbolìo rapido di sonagliere, il sobbalzare della giardiniera sui ciottoli, interrompe il pianto, di Adalgisa che si asciuga gli occhi su le maniche della veste bianca. Il sole nuovo scivola lungo le vie della città. Qualche passante si sofferma ad osservare. Suor Lucia sorveglia senza cipiglio e senza sorriso; il volto di lei, pallido e grave, non ha mutevolezze.

[Illustrazione: Mentre la giardiniera corre verso i colli azzurreggianti.... (pag. 56.)]

Per ingannare il tempo, mentre la giardiniera corre verso i colli azzurreggianti al limite del piano, comincia lo scambio di oggetti svariatissimi e s’iniziano ardenti discussioni su la valutazione dei medesimi. In ciò porta una nota tutta personale Anselmuccio, un monello su gli undici anni, dai capelli rossi e gli occhi obliqui. Egli ha il genio del commercio, è nato commerciante e, per questo istinto di natura, svaligia alla lettera la casa paterna. Le sue tasche sono sempre rigurgitanti e contengono oggetti di indole disparata: francobolli, pipe, vecchie casse da orologio, astucci da gioielli, bottoni, piccoli coperchi, pentolini, fibbie da scarpe, turaccioli e mille altre cose simili. Tali quisquilie acquistano, in mano ad Anselmuccio, un valore straordinario; un turacciolo, ricoperto da un poco di stagnola dorata, è un rarissimo cimelio e non è ceduto se l’oggetto offerto in cambio non ha qualità assolutamente superiori; potrà scambiarsi, per esempio, con un francobollo del Guatemala o con una nappina da chepì, ma non mai coi volgarissimi bottoni i quali rappresentano, nel commercio infantile, l’ultimo grado del valore. Anselmuccio sdegna e si rifiuta di trattare coi piccini, i quali non hanno a loro disposizione se non qualche bottone rapito furtivamente al patrimonio materno. Una volta Cola, dalle gambe arcuate, per ottenere da Anselmuccio un vecchio lunarietto si staccò tutti i bottoni che aveva addosso e rimase con le brachine penzoloni; ma anche questo supremo sacrificio, questa violazione della privata decenza, non ottenne risultato e Suor Lucia ne pagò le spese in tanto filo per rimetter le cose a posto.

Anselmuccio ordinariamente non parla, osserva i compagni, spia l’occasione propizia; nulla gli sfugge; è onniveggente. Ogniqualvolta scorga una cosa che gli sembri utile e commerciabile è pronto ad intervenire e ad offrire. Quasi sempre gli affari gli riescono bene; ha un’abilità tutta sua, che i compagni gli riconoscono.

All’infuori di ciò, nulla lo seduce; rimane indifferente ai giuochi ed agli scherzi, vive a sè calcolando e premeditando.

Marinella lo chiama l’astuto citrullo, e Anselmuccio ne ride, pago di soddisfare la sua vivissima bramosia dello scambio.

Il sole si avviva e le allodole navigano per l’aria azzurra; si odono i loro trilli, le loro cadenze sperdute; scendono, si inabissano nel dolce cielo d’aprile; e dagli olmi le verlette e dalle macchie gli usignoli rispondono alle sorelle del sole. Fa fresco e l’aria reca dolcissimi aromi dai frutteti e dagli orti in fiore.

Celestina si sporge a guardare la strada; ad un tratto si volge a Rando, e gli chiede con aria trasognata:

— Perchè girano le ruote? —

Rando guarda a sua volta, sta assorto qualche secondo, e risponde:

— Perchè gli alberi corrono e la strada scappa. —

Celestina ride stringendosi nelle spalle; ma ride convinta dalla spiegazione che le ha data Rando; è un attimo di perfetta fusione dell’anima sua bambina con l’anima di tutte le cose che la rende gaia. È pur buffo che gli alberi corrano per far piacere al suo compagno e a lei, e che la strada fugga per farli giungere più presto sui monti celesti, dove sorride la neve e dove si mangiano le castagne!

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— Quando torneremo noi alla selva di Lucchetto? — chiede Toti a Marinella.

— Chi sa? — risponde la monella alzando gli occhi e le ciglia in atto di vaga incertezza. — Chi sa?

— Una volta Suor Lucia ci conduceva tutte le domeniche alla selva e ai prati di Villanova — dice Orsetto — ora ci andiamo molto di rado e io non so perchè!

— Vi trovavate con Bocca-di-fiore?

— Sì; sempre.

— E con Allodola?

— No, Allodola l’ho veduta due volte sole. La cercavamo sempre perchè canta bene, ma Suor Lucia ci diceva che era malata.

— Infatti, anche domenica scorsa era molto pallida! — esclama Marinella.

— E di chi è figlia? — domanda Toti.

— Non lo so, — risponde Orsetto.

— Con chi vive?

— Vive nei prati ed ha un gregge di pecore bianche. Tutti le vogliono bene.

— Che bel nome ha!

— Bellissimo! — esclama Marinella — Ha anche gli occhi belli. Non deve essere figlia di contadini.

— Io ho sentito una storia di principi, — soggiunge Orsetto — una storia confusa della quale non ricordo nulla. La raccontò un piccolo pastore.

— Non ricordi il nome?

— No; era un amico di Zulù.

— E credi che Zulù ne sappia qualcosa?

— Credo di sì, perchè Allodola è la sola creatura alla quale il piccolo lupo voglia bene.

— Allora dirò a Zulù di raccontarmi la storia di Allodola — soggiunge Toti.

— È inutile, non ti risponderà e lo faresti inquietare.

— Chi sa?! — riprende Toti in tono leggermente ironico. — Potrebbe darsi ch’io riuscissi!

— Sei stata mai alla capanna di Bonaventura? — chiede poi a Marinella come per sviare il discorso.

— Ci sono stata quand’ero piccina.

— E che c’è di bello?

— Allora c’era la mia balia e c’era un maiale addomesticato che ci seguiva sempre come un cane e mangiava a tavola con noi.

— E adesso ci sarà più? — chiede vivamente Orsetto.

— Chi lo sa? Allora era già vecchio e sono passati tanti anni!

— Quanti?

— Oh, per lo meno cinque. —

Trascorre una pausa poi Toti sussurra:

— Sapete chi troveremo lassù?

— Chi?

— Indovinate.

— Non saprei, — risponde Marinella.

— Non saprei, — soggiunge Orsetto.

— Troveremo Zulù.

— Zulù? E quando l’hai veduto? — domanda Marinella oscurandosi.

— Questo è affar mio, — risponde Toti.

— Gli hai parlato?

— Sì.

— È venuto a trovarti?

— No; sono andato a trovarlo io.

— Solo?

— Solo.

— E non hai avuto paura?

— Zulù è buono, e non fa male a nessuno.

— Ma allora perchè vogliono portarlo in prigione?

— Io non lo so, — risponde Toti. — Noi torneremo verso sera; poco prima del tramonto Zulù sarà alla Selva dei Gioghi che è poco distante dalla capanna di Bonaventura, e ha detto di trovarci là. Verrete?

— Io verrò, — risponde Marinella.

— Anch’io, — soggiunge Orsetto.

— Non ne parliamo ora, perchè gli altri se ne potrebbero accorgere, e vogliamo esser soli.

— Sì, soli soli.

— Poi, se fossimo in molti, Zulù non verrebbe; lo ha detto.

— Io però ho un poco di paura, — soggiunge Marinella ridendo.

— Anch’io, — replica Orsetto.

Toti è lusingato dal timore dei compagni; ciò accresce a mille doppi il suo coraggio.

— Verrete con me; — risponde — io conosco Zulù, siamo buoni amici. —

Marinella ha un lampo ne’ suoi grand’occhi neri.

— Gli chiederemo se è giunto mai alla casa dell’Orco.

— E se ha veduto i nani dei boschi, — sussurra Orsetto.

— Zulù deve saper tutto, deve aver veduto tutto, — replica Marinella. — Oh io gli darò due bacioni sugli occhi!

— Non hai più paura? — le chiede Toti.

— Ora mi pare di no; ma può darsi che a vederlo la paura ritorni. È tanto brutto! —

L’alto vocìo dei compagni interrompe il loro dialogo. Giacomino, l’astuto monello tirato a pulimento come il fodero di una sciabola, propone una serie d’indovinelli ai compagni che non ne capiscono niente e appunto per questo ridono e si divertono un mondo.

— Indovinate questo che è bello, — grida Giacomino — e lo sanno anche i boccali di Montelupo:

In cima a una finestraccia Ci sta una vecchiaccia E quando tentenna un dente Chiama tutta la gente: Alalè alalè Indovina quel che gli è. —

Segue un attimo di silenzio.

— Nessuno lo spiega? — chiede Giacomino rivolgendosi ai più piccini.

Ciuffolo guarda il cielo e ripete beandosi:

— Alalè, alalè, alalè! —

Adalgisa guarda dall’alto e sorride malignamente.

— Brava, spiegalo tu! — le grida Toti che si è accorto dell’aria canzonatoria assunta dall’istrice domestico.

— Ci vuol poco, — risponde Adalgisa sdegnosa.

— Avanti dunque, che cos’è? — ripete Giacomino.

— Domandalo a Toti, — ribatte la monella arruffata.

— No, no; sta a te che fai la brava!

— Sì, a te, a te! — urla il coro.

Adalgisa tace un attimo, e poi con voce stridula grida:

— Ma chi non lo sa? È la chiesa! —

Segue un diavolìo; tutti i monelli si levano in piedi per gridare e punire così la presunzione dell’istrice domestico.

Sopraffatta dall’impeto impreveduto Adalgisa si volge e scrolla le spalle per assumere un atteggiamento; ma le lacrime le scendono copiose su le guance e si perdono agli angoli della bocca contratta.

Gli unici che non partecipano al gaio tumulto sono Rando e Celestina. Come se nulla accadesse intorno a loro, stanno muti e inciprigniti perchè non sono riusciti ad acchiappare un moscon d’oro... che si era posato sul girasole. Suor Lucia che fino allora aveva taciuto, tutta curva sui grani del rosario che fa passare interminabilmente fra le scarne dita, è costretta ad intervenire perchè le cose hanno preso una piega differente.

L’orgasmo ha alzato di vari toni l’allegria dei fanciulli. Ora Giacomino ed Anselmuccio si trovano di fronte in aria minacciosa; Anselmuccio, contrariamente ad ogni sua abitudine, ha assunto la difesa di Adalgisa, e da ciò un rapido diverbio che pare voglia condurre a vie di fatto. I due fanciulli si squadrano con occhi torvi.

— Se ti dò un pugno, — grida Anselmuccio — ti getto giù dalla giardiniera! —

E l’altro, avvicinandosi ancor più con aria provocante:

— Pròvati!

— Oh! ci vorrà molto!

— Pròvati, dunque! —

Pausa.

— Moccione!

— Imbecille!

— Lo dici a me?

— Sì, a te!

— Ripetilo, se hai core!

— Imbecille!

— Bada! Non hai provato ancora le mie mani!

— Credi di farmi paura?

— Ma neanche tu me ne fai! —

Altra pausa, ed altro scandaglio come sopra.

— Se fai un altro passo, ti picchio!

— Ecco! — E il passo è fatto. I combattenti si trovano a viso a viso, il momento pare decisivo, i cuori palpitano.

— Anche se sei più grande di me, io ti compro e ti rivendo! — grida Giacomino. — Scostati!

— No!

— Scostati!

— No! —

La prima spinta è data, Giacomino ha attaccato il nemico che attacca a sua volta; in un attimo i due monelli si acciuffano e cadono in grembo a Suor Lucia, la quale, non avendo ottenuto alcun risultato positivo con le esortazioni amorevoli, è intervenuta di persona.

Toti, Orsetto e Marinella prestano man forte a Suor Lucia; i contendenti sono divisi e riprendono i loro posti; fra poco anche il broncio che serbano scomparirà, e la pace sarà ristabilita compiutamente.

— Mio Dio, — esclama Miranda, un battuffoletto di quattro anni che ha atteggiamenti di donna matura — questi uomini come sono gelosi! —

Ad un attimo di stupore segue una franca risata.

Miranda arrossisce e china gli occhi.

— Che hai voluto dire? — le chiede Marinella.

La piccola tace.

— Ma che c’entra la gelosia? —

Miranda leva una mano ed indica Adalgisa, causa prima del breve pugilato.

— Miranda, voi non capite niente! — esclama Suor Lucia — E dovete tacere sempre; e dovete occuparvi solo dei fatti vostri! —

Si odono già, dalle prime selve di roveri, i canti delle calandre. La pianura pare un immenso mare azzurro, costellato di piccole gemme bianche.

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Il momento si avvicina, e i tre piccoli cuori palpitano di ansia e di timore: hanno saputo che la Selva dei Gioghi, luogo fissato da Zulù per l’appuntamento, è piuttosto lontana. Bonaventura glie l’ha indicata: per giungervi conviene attraversare una piccola valle e risalire il versante opposto del monte; a mezza costa, dove sorge una piccola casa, comincia la selva. Hanno a loro disposizione poche ore perchè il sole comincia a declinare, conviene dunque affrettarsi per giungere alla mèta all’ora fissata.

Toti, Marinella e Orsetto si sono dati convegno dietro ai pagliai per sfuggire agli sguardi del prossimo importuno.

— Vogliamo partire? — chiede Orsetto.

— Sei ben sicuro che nessuno ci abbia veduto?

— Sicurissimo.

— E se Suor Lucia ci cerca?

— Chiamerà e le risponderemo; non andiamo mica in capo al mondo!

— Sai la strada?

— Sì. —

Saltano un rivoletto, vanno curvi dietro una siepe e, giunti ad una viottola, scendono a valle.

Il sole declina; le ombre azzurreggiano sempre più, si allungano; in fondo alla valle si fanno più dense. Passano nell’aria le grida dei compagni, giungono dall’alto, dall’aia di Bonaventura perduta nella gaiezza solare a sommo del verde colle.

— Suor Lucia ci chiama! — esclama Toti sostando. È stato un inganno; non si ode che un frastuono indeterminato simile al gridìo dei passeri che si adunano all’albergo quando il cielo si imporpora e dolcemente riluce. Suor Lucia farà passare fra le scarne dita i grani del rosario, come sempre, e sorveglierà i più piccini perchè non abbiano a disperdersi. Possono proseguire tranquilli.

— Toti, sei ben certo che Zulù ci aspetti? — chiede Marinella.

— Ne sono certissimo.

— Quanti anni ha, Zulù?

— Ha dodici anni.

— E dove è nato?

— Non si sa. Glie l’ho chiesto, e mi ha risposto che nessuno glie lo ha detto mai.

— Allora non conosce sua madre?

— Sua madre è stata uccisa dai cacciatori.

— Dai cacciatori!

— Sì, era una lupa! — risponde Toti con tutta semplicità. Orsetto sente il suo cuore battere sempre più rapidamente; ma di che cosa si tratta dunque? Zulù è un ragazzo o una bestia? Marinella si accorge della paura del compagno, e per incorarlo gli si accosta, lo abbraccia e gli mormora con voce materna:

— Non aver paura. Non ti ricordi? Anche Romolo e Remo erano figli di una lupa ed hanno fondato Roma! —

Pare che l’originale trovata abbia efficacia anche sul timido cuore di Orsetto.

— Corriamo? — propone Toti.

— Sì, corriamo. —

La strada è facile, il pendìo dolce. Traversano rabbrividendo una macchia che si schiude al loro passaggio, e si trovano in un’aia; proseguono in mezzo ai prati, poi fra le vigne, di sentiero in sentiero, senza voltarsi mai, senza pensare alla strada percorsa; i loro occhi son fissi lassù, dove cominciano le roveri della selva, dove l’anima loro è giunta già ad esplorare.

— Quanto è lunga la strada! — mormora Marinella ad un tratto.

— E si fa buio! — aggiunge Orsetto.

Sono giunti in fondo alla valle, corsa da un torrentello quasi asciutto. Toti si lancia per primo fra i grandi ciottoli che coprono il letto del torrente, e raggiunge la riva opposta; i compagni lo seguono. Ora conviene attraversare una fitta macchia di rovi per risalire la costa.

— Non c’è il sentiero — osserva Orsetto.

— Per di qua, per di qua! — grida Toti che ha superato il punto più difficile, aggrappandosi agli sterpi. Marinella gli tende le mani.

— Aiutami dunque! Da sola non posso. —

Toti ritorna su’ suoi passi, si sporge, punta i piedi... ecco, il passo difficile è vinto, ma i rovi han voluto la loro preda: la veste di Marinella cade in brandelli.

Ciò preoccupa un poco lo spirito ordinato di Orsetto, ma non commuove Marinella la quale, scrollando le spalle, riprende la via.

Qualche goccia di sangue imperla la sommità delle dita di Toti.

— Ti sei fatto male? — gli chiede Marinella.

— No.

— Fa’ vedere. —

Toti porge la mano che la bimba prende fra le sue.

— Ti brucia?

— No.

— E se gli spini erano avvelenati? Non ridere — soggiunge — ci sono anche le spine di San Giorgio, e quelle uccisero il dragone! —

Marinella accosta le labbra alle piccole ferite e sugge il sangue che spiccia lentamente.