Part 2
Alza languidamente gli occhi e risponde con un fil di voce, appoggiandosi una mano su lo stomaco.
— Sento male qui; mi torna il vomito! —
La zia lo fa alzare, lo prende per mano e lo conduce all’aperto: non appena sono lontani, al sole, sotto ai cieli sereni, il monello esclama sorridendo:
— Ora mi sento meglio, molto meglio.
— Ma che hai avuto?
— Niente, niente zia... —
Poi non regge più, abbraccia le ginocchia della sua cara seconda mamma, e le grida:
— Perdonami, perdonami, zia Emma, starò nel cantone, andrò da Suor Lucia, farò tutto ciò che vorrai.
— Per domani preparatevi; — risponde la zia — le ore di ricreazione non le passerete più in casa. —
Toti non replica, volge gli occhi intorno e vede in un angolo Beretta che lo guarda ridendo; si avvicina, lo solleva e gli grida:
— Domani starai sotto il letto, hai capito? E se ridi ancora, ti condurrò con me da Suor Lucia! —
Beretta scuote il capo metodicamente, come miss Edith che scrive ancora.
❦
— Buona notte, signorina.
— _Good night, dear._ (Buona notte, caro). —
La signorina si ritira nella stanza attigua; fra poco la zia Emma verrà a salutarlo e a fargli fare l’esame di coscienza.
Disteso sul bianco lettuccio, il capo abbandonato su le mani incrociate, aspetta pazientemente.
La lampada elettrica, nascosta in un fiore di seta, dirada appena l’oscurità; nella grande stanza è una serena pace di sonno; dall’esterno non giunge alcun rumore, si ode solo, a quando a quando, il canto di un assiòlo; giunge dal giardino. Toti pensa ad un grande orologio dal quale l’uccello notturno esca a gridar le ore alle stelle che si nascondono fra gli alberi. Anche gli alberi riposano a quell’ora; ogni foglia si abbassa, si china un poco per dormire.
Da un vecchio cassettone che si perde nella penombra si leva uno scricchiolìo ora forte, ora appena percettibile; gli hanno detto che le tarme, rodendo il legno, producono quel suono, ma Toti non ci crede: il cassettone se l’intende col letto di miss Edith, a quell’ora. Quando suppongono che tutti dormano, i due mobili si comunicano i loro pensieri, parlano dei loro affari. Che cosa si diranno mai?
E ascolta e fantastica, ma con sempre maggiore incertezza, perchè le palpebre scendono su gli occhi e la luce della lampada si fa più tenue, si allontana sempre più, si disperde come un piccolo sole morente in una pianura senza alberi, senza limiti, infinita.
I suoi riccioli biondi riposano; parte gli scendono su la fronte, parte ricadono sul guanciale candidissimo; le sue gote si tingono di vermiglio e la bocca si dischiude quasi ad attendere il dolce bacio del sogno. Toti si incammina per le bianche vie sterminate su le quali si passa in un rapido volo verso gli incantevoli giardini che la notte dischiude alle anime erranti dei bimbi.
Ma una voce lo riscuote all’improvviso; apre gli occhi e si leva su le coltri. La zia Emma gli sta vicino, ha ancora il viso severo; perchè mai sarà tanto inquieta?
— Hai detto le orazioni?
— Sì, zia.
— Hai pregato per la mamma?
— Sì, ho detto al buon Dio che le dia sempre tutti i fiori che le piacevano e che non la faccia pianger mai! —
La zia Emma si attarda un poco prima di riprendere le interrogazioni, finge di riassettare le coltri, ma invero vuol ricomporsi per non lasciarsi vincere dalla grazia di quel monello e dargliele tutte vinte.
— E ora fa’ il tuo esame di coscienza. In quanti peccati sei caduto, oggi? —
Toti si concentra e comincia in tono sommesso, dolcemente:
— Ho _fatto_ una falsità!
— Hai dimenticato l’italiano, Toti?
— No, zia, volevo dire: ho detto una bugia.
— Va bene. E poi?
— E poi... e poi, ho commesso un peccato di gola.
— Benissimo, e poi?
— Perchè dici _benissimo_, zia? Allora non è male!
— Toti, non ti distrarre, continua il tuo esame.
— E poi... non so come si chiami.
— Che cosa?
— Che peccato è quello di spargere i piselli in sala da pranzo?
— È una disubbidienza.
— Va bene, allora ho commesso una disubbidienza e ho rotto una bottiglia.
— Nient’altro?
— Mi pare di no.
— Pensaci bene, Toti.
— Ci penso.
— Ebbene? —
Breve pausa dopo la quale riprende sorridendo:
— Ho proprio finito, sai? Non ho nessun altro peccato sulla coscienza.
— Sta bene; allora chi ha spaventato i cavalli? Chi ha risposto male alla Signorina? Chi ha detto delle brutte parole?
— Io.
— E perchè non lo dicevi?
— Perchè credevo tu non sapessi niente!
— Ah! è questo l’esame di coscienza che fai? Iddio che ti legge nell’anima potrebbe punirtene perchè la cosa è molto grave. Ora inginocchiati e domanda umilmente perdono a Dio del sotterfugio che volevi fargli. —
Tutto umiliato e compunto Toti s’inginocchia, congiunge le mani, e in tono di sincerità commovente esclama:
— Mio bel Signore, perdonatemi voi perchè sono un infame! —
La zia Emma sorride.
— Non sei più inquieta, è vero?
— Mi promettete di essere buono?
— Sì, zia; te lo prometto. Sarò tanto buono che sembrerò uno stupido!
— Ma Toti!
— Lo dici sempre tu: è tanto buono che sembra uno stupido! È un peccato anche questo?
— No. Sta’ quieto e pensa a dormire. —
Toti eseguisce. Quando è sotto le coltri, colto da un pensiero solleva il capo e riprende:
— Zia, mi dài il mio elefante?
— Per tenerlo nel letto?
— Sì. È un poco malato; oggi perdeva il sangue dal naso. Poi ho sognato che una donna bianca, sotto un olmo lontano, ci aspetta.
La lampada elettrica si è spenta, la zia Emma è già su la soglia e sta per chiudere la porta; un’ultima domanda:
— Zia, zia!
— Che vuoi?
— Hai pensato a Suor Lucia?
— Domani la conoscerai perchè una punizione la meriti.
— Oh!
La porta si chiude; il buio è perfetto. Toti abbandona la testolina sui guanciali e trae un lungo sospiro; ma la donna bianca che veglia sotto l’olmo remoto viene a prenderlo per mano, ed egli la segue nei magici paesi del sogno.
Nel giardino, l’assiolo conta le stelle che appaiono e scompaiono fra le foglie dei grandi alberi neri.
II.
Suor Lucia.
— Signor Toti! Voi discendete dalla famiglia più nobile del paese, nota ed amata per intemerate virtù, specchio di purissima grazia, ornamento nostro di dolcezza spirituale; voi siete il nuovo vaso di elezione che deve servire di esempio alla cittadinanza che vi guarda; io dunque vi sono grata e sono confusa per l’indegno onore che mi fate affidando l’anima vostra a me, umilissima serva di Dio. Vi sono grata perchè fra i miei innocenti porterete il segno del vostro alto valore che sarà incremento alla nobile schiatta dei buoni; sono confusa perchè siete voi che insegnerete qualcosa a me, ignorantella meschina, magra agnella del gregge spirituale.
Siate il benvenuto, signor Toti, e possiate rimanere fra noi — nostra vera dolcezza — fino alla consumazione dei secoli! —
Pronunciate le quali ultime parole, Suor Lucia nasconde in fretta la carta su la quale aveva scritto il suo discorso e, rivolta a due monelli che si bisticciano in un angolo, grida a tutta voce:
— Anselmuccio, Giacomino volete smetterla? È sempre per la mela che vi bisticciate? D’ora in avanti mangerò io tutte le mele che portate nel cestino, e così starete in pace. —
I due monelli si avvicinano a capo chino borbottando; ma Suor Lucia non bada più a loro.
Toti guarda e stupisce.
È dunque quella la tanto favoleggiata Suor Lucia, lo spauracchio del quale ha temuto? Quella creatura tutta umile e compunta che lo ha salutato con tante parole delle quali non ha capito niente?
Egli la pensava grande e nera, e invece è piccina, magra e ossuta; bianca come un cero. Dal suo volto affilato, tutto racchiuso in un velo nero, stretto sotto il mento, traspare una bontà rassegnata che fa pena. Suor Lucia deve aver sofferto e deve soffrire tuttavia; chi sa mai perchè! Ella non è veramente suora; le hanno dato quel nome perchè indossa sempre una veste monastica e perchè si è volontariamente votata ad una regola di penitenza assidua. È poverissima; campa di quel poco che le danno le famiglie che affidano a lei i loro bambini; ed anche quel poco è troppo per Suor Lucia, che vive di niente. Dorme nelle case della carità. Il giorno, con la sua gaia nidiata, non fa che pellegrinare dalle chiese agli orti, dagli orti alle piazze, dalle piazze ai giardini e non potrebbe altrimenti perchè non possiede una stanza nella quale raccogliere gli scolari ribelli. D’altra parte i genitori desiderano ch’ella faccia far del moto ai loro bimbi, e Suor Lucia è come una spola che dal mattino al tramonto si affanna dietro l’inesauribile foga di una barbara gaiezza che non può e non saprebbe frenare. Ogni tanto nell’andito di una chiesa, in una sagrestia, sotto qualche portico remoto si ferma, raccoglie intorno a sè la sua nidiata, apre il libro che non abbandona mai ed impartisce ai disattenti uditori i primi insegnamenti della dottrina sacra.
Suor Lucia legge maluccio, ma sa spiegarsi con chiarezza sufficiente; e questo può bastare. Le lezioni sono brevissime; è già molto s’ella riesce a tener fermi i suoi monelli per un quarto d’ora; quando essi si stancano e vogliono andarsene, ella non può comandare, deve semplicemente ubbidire; tale è anche la volontà del Signore. Così riprende la via sotto una siepe; attraverso un prato; lungo i sentieri di una piccola selva, e i suoi bimbi le vogliono bene.
I più piccoli dicono:
— Suor Lucia è come la Madonna: ha gli occhi di seta celeste. —
Qualcuno suppone che, la sera, quando li abbandona, vada a dormire su le nubi rosse del sole e che ritorni all’alba dall’altra parte del cielo.
Toti non sapeva tutto questo; ora, mentre si dirigono alla chiesa, un compagno al quale lo ha stretto una sùbita simpatia, gli narra le vicende della piccola suora.
Ascolta senza distrarsi, cosa che gli accade ben di rado.
— Da quanto tempo stai con Suor Lucia?
— Da un anno — risponde Orsetto.
— E sei contento?
— Contentissimo. E tu verrai ancora?
— Verrò. —
Orsetto non assomiglia a Toti. I capelli neri, spartiti in due bande, gli scendono intorno al viso quasi fino alle spalle e si arricciano al termine, deliziosamente; è di carnagione bianchissima, dalla quale traggono maggior risalto gli occhi grandi e neri e pieni di una luminosità infantile non mai velata. Pare un piccolo paggio. Tanto dalle sue parole come dall’espressione del volto traspare una ingenuità priva di qualsiasi malizia.
— Fra qualche giorno verrà anche Marinella, — riprende Orsetto.
— Chi è Marinella?
— È la figlia del dottore. Stiamo vicini di casa.
— Quanti anni ha?
— Ha dieci anni ed è grande. —
Per la via trascorrono numerosi veicoli, è domenica; suor Lucia si affanna perchè la sua nidiata non si sbandi e proceda unita rasentando i muri. La lunga fila si spiega ridendo e cinguettando, e sosta, e ondeggia e si confonde fra la folla delle persone grandi. Assomiglia a un serpentello multicolore, ad un ruscelletto gaio in una pianura tutta grigia.
Trascorron per l’aria luminosa, fusi nell’identica serenità, bianchi colombi e suoni di campane.
Toti viene esaminando i compagni che la sorte gli ha dato; saranno forse una ventina fra grandi e piccoli, fra coloro che ancora si succhiano il pollice e quelli che sentono già di essere figli dell’uomo. I primi si aggruppano intorno a Suor Lucia le si cuciono alle vesti o la precedono di un passo tenendosi per mano, a volte serii serii con un musetto rosso del tutto simile a una ciliegia, a volte distratti e sorridenti per una carta di caramella che hanno trovato su la loro via, o per un ciottolino bianco, o per una festuca lucente; un nulla basta alla loro vita, una sola formica può destare il loro sconfinato stupore. Forse sono figli di povere mamme le quali, per camparli, debbono lavorare anche la domenica.
Toti li osserva, mentre Orsetto glie li viene indicando.
Uno si chiama Rando, è un marmocchio quasi microscopico, avrà tutt’al più tre anni; va solo, con le mani annodate dietro le reni, gravissimamente; non guarda i compagni e non si cura di rispondere alle interrogazioni che gli muovono; ciò che gli si agita intorno non lo preoccupa nè lo commuove; forse potrà curarsi di una mosca, di un uomo mai, l’uomo è troppo grande, egli non può considerarlo. Tiene gli occhi bassi e si guarda le scarpe che slabbrano un pochino; per lui sono rimaste belle e lustre come dal primo giorno che se le mise, formano la sua ambizione. Ancora, se si degna di interloquire con uno dei marmocchi coetanei suoi è per dirgli:
— Guarda che belle scarpe! —
E non attende approvazioni, tira innanzi sicuro del fatto suo.
Indossa un gonnellino rosso che non gli arriva al ginocchio; gli è assicurato alla persona per mezzo di due straccali verdi, posti sopra alla camiciola di bordatino celeste, la quale gli serve anche da giubbetto. Compie il suo abbigliamento un vecchio cappellino da signora, dalla tesa immensa e dal cocuzzolo microscopico; è di paglia annerita; un elastico che gli passa sotto il mento glie lo assicura al capo.
Qualcun altro potrebbe essere grottesco con simili indumenti; Rando non è tale; la sua gravità accigliata conferisce nobiltà ai piccoli cenci che lo ricoprono.
Lo segue guardandolo di tanto in tanto, una bimba della sua stessa età: Celestina. Ha i capelli canapini raccolti in un ciuffo bizzarro che le si alza su la nuca, e ricorda un pennello da barba.
Celestina ha le calze lunghe e un grembialuccio bianco fermato alla vita da un nastro giallo. Per lei Rando rappresenta un inesplicabile mistero. Se qualche cosa straordinaria non la distrae, segue sempre il marmocchio con devozione ignara; e quando egli si ferma, anch’ella si ferma; e quando l’attenzione di lui è attratta da un nuovo miracolo, ella pure, con la stessa serietà, considera il nuovo miracolo. È l’unica che gli dica con vera compiacenza:
— Rando, le tue scarpe sono belle! —
Contuttociò Rando non la degna di uno sguardo ma Celestina non se ne accora, anzi se Rando le parlasse, la ragione dello stupore di lei verrebbe a cessare.
Poi ne seguono molti altri in mirabile varietà; vanno appaiati: Nicoluccio e Doretta; Lola dalle gambe torte e Miranda dal naso a virgola; si volgono a quando a quando a considerare il viso di Suor Lucia.
Fra i più grandi, Toti osserva Adalgisa, una monella spinosa come un istrice, bruttina, palliduccia, dispettosa. Ha una pamela striminzita, ornata di girasoli e rosolacci; nonostante la goffa ineleganza della sua veste, va scutrettolando e si pavoneggia reggendosi un lembo della gonnelluccia disadorna.
Sono alla soglia della chiesa; Suor Lucia grida:
— Fatevi il segno della croce! —
Tutti eseguiscono, borbottando parole incomprensibili. Poi entrano; taluni distratti, altri assumono atteggiamenti di sùbita compunzione. Rando col suo enorme cappellino in capo e le mani annodate dietro le reni, si è fermato presso Suor Lucia che si è inginocchiata ai piedi della pila dell’acqua benedetta.
Osserva un ragno che sale per le vesti di Suor Lucia. Celestina è presa dalla stessa ammirazione; ad un tratto, vinta dalla curiosità, chiede al compagno:
— Che animale è quello? —
Rando si concentra, corruga le ciglia, cerca una parola grande che ha udito qualche volta e che deve adattarsi all’occasione; dopo qualche minuto, senza scomporsi, con la gravità di un vecchio scienziato, risponde:
— Quello è un mammifero! —
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Hanno occupato due panche, e Suor Lucia si è posta al centro della seconda per osservare e consigliare. Toti non è ancora padrone di sè stesso; l’ambiente nuovo e la nuova compagnia lo distraggono; all’infuori di Orsetto, si sente ancora estraneo fra estranei, sta un po’ serio e umiliato.
La grande chiesa umida e oscura è piena di gente. Dal suo posto elevato Toti vede un mare di teste chine. Nell’aria si diffonde un vago profumo d’incenso.
Egli assiste per la prima volta al rito religioso perchè la zia Emma non lo ha condotto mai in chiesa; tutto ciò che vede lo stupisce e si domanda se l’ostensorio, che il sacerdote leva silenziosamente in alto, non sia un dono del buon Dio agli uomini, una stella d’oro tutta raggiante, discesa dai lontanissimi cieli.
La sosta si prolunga, e i più piccini si distraggono, fuorchè Rando e Celestina. Il primo pare tutto assorto nell’ammirare gli interstizi che passano fra pietra e pietra; la seconda è compresa dall’ammirazione del primo.
Nicoluccio si guarda il naso; Miranda e Doretta si bisticciano fraternamente e Ciuffolo, il marmocchio dalle enormi guance, conta i grani di una corona:
— Uno... tei... cinche... tre.... —
Il subito tintinnìo di un campanello riscuote Suor Lucia che era stata, fino a quel punto, assorta, col capo fra le mani; ella sussurra:
— In ginocchio! —
Nasce uno scompiglio fra le fila del piccolo esercito; ognuno vorrebbe il posto del compagno:
— Zitti, bambini! Siete nella casa del Signore, zitti! —
L’ammonimento di Suor Lucia ha un risultato parziale; ella si leva per correggere i più ribelli; dopo non lieve fatica riesce ad ottenere un po’ d’ordine, ma molto relativo. Rando e Celestina tirano un nastro della veste di una vecchia signora che è inginocchiata innanzi a loro. Rando pensa che quella grande cosa, per mezzo di quel sistema, possa dire — Papà — e — Mamà — come un meraviglioso fantoccio ch’egli conobbe altra volta. La prova non riesce; anzi la vecchia beghina, avvertendo l’insolita ginnastica compiuta sui suoi indumenti, si volge, fulmina di un’occhiataccia minacciosa l’impassibile filosofo e gli dice:
— Lo dirò alla tua mamma, screanzato! —
La mamma non l’ha più e la seconda parola è misteriosa.
Rando e Celestina si guardano e si stringono nelle spalle.
— Pregate con me, — sussurra Suor Lucia — avanti, pregate con me.
Tutti si volgono per ascoltare e ripetere ciò ch’ella dirà.
— _Pater noster_... — Celestina state ferma!... — _qui es in Coelis, sanctificetur_.... — Lola, vuoi smetterla di gonfiare le guancie?... — _nomen tuum. Adveniat Regnum tuum. Fiat_... Togliti quelle dita dal naso, Ciuffolo! Ma che cos’è?!... — _Voluntas tua sicut in Coelo, et in terra. Panem nostrum quotidianum_... — Rando, ripeti dunque, non senti quello che dico?... — _da nobis hodie, et dimitte nobis debita nostra sicut et nos_... — Zitti, che il diavolo vi porta via!... — _dimittimus debitoribus nostris. Et nos non inducas in tentationem_... — Miranda, non ti soffiare così il naso dinanzi a Dio!... — _Sed libera nos a malo. Amen._
Tutti ad una voce concordemente e altissimamente ripetono:
— _Amen._ —
La vecchia beghina dal nastro, si rivolge scandalizzata:
— Bella educazione! Vergognatevi! —
Nessuno le dà retta. La gente sfolla.
Suor Lucia fa levare la sua coorte per compiere la peregrinazione consueta ai vari altari prima di tornare al sole. I monelli la seguono cicalando.
Eccoli alla lapide famosa, alla lapide dell’angiolo; bisogna leggerla tutte le domeniche a edificazione e ammaestramento delle anime bambine. Eletta a tale ufficio è Adalgisa, uccelletto nidiace dalle penne arruffate.
Ella assume un tono d’occasione e si fa innanzi tutt’impettita; i compagni le si dispongono attorno. Toti e Orsetto osservano in disparte.
A pochi metri da terra, è una lapide su la quale sono incisi innumerevoli ghirigori; pare un esemplare di calligrafia.
Adalgisa con la sua vocetta stridula ne incomincia la lettura.
CHI CONOBBE TEMISTOCLE?
Pausa.
TEMISTOCLE FIGLIO DI VINCENZO E PELLEGRINA FU ESEMPIO DI RARE VIRTÙ CHÈ ALLE DOTI PRECLARE DELL’ANIMO CONGIUNSE RETTITUDINE, ONESTÀ, PARSIMONIA. FU UBBIDIENTE E RISPETTOSO SAVIO, MAGNANIMO, GENTILE. VERO SPECCHIO DI CONSOLAZIONE
Seconda pausa.
AHI CHE A SOLI DIECI ANNI MORIVA.
Terza pausa.
UN PENSIERO E UNA PRECE.
La lettura è compìta. Adalgisa per qualche istante rimane col naso all’aria. Toti e Orsetto si guardano negli occhi.
— Povero Temistocle! — esclama Toti compreso da sincera pietà.
Orsetto, vinto dallo stesso sentimento, ripete più sommessamente:
— Povero Temistocle! —
Rando e Celestina si succiano le dita.
Dopo un fervorino di Suor Lucia la quale per la millesima volta consiglia la sua brigata di prendere ad esempio le molteplici virtù di Temistocle, l’angiolo per antonomasia, si dirigono all’uscita.
L’ultima sosta è alla pila dell’acqua santa nella quale Suor Lucia immerge la mano per inumidire le piccole fronti che si offrono al segno rituale.
— In nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo e così sia! —
Finalmente la porta si schiude. Ecco il sole, ecco il sole!
Gli occhi si socchiudono abbacinati dalla gran luce che fa tornare il sorriso su tutte le labbra.
Volgono a destra per una strada che costeggia la chiesa. Suor Lucia ha cura di separare provvisoriamente i piccoli dai grandi, e dice a questi ultimi:
— Andate avanti, vi raggiungeremo subito. —
Toti non sa spiegarsi la sosta, e chiede ad Orsetto:
— Ohe cosa fanno? —
Orsetto gli sussurra una parola in un orecchio e Toti non trattiene una fresca risata che si comunica ai compagni.
Fatti pochi passi si rivolge come distrattamente e sogguarda.
Suor Lucia, occupata nella sua faccenda, non se ne accorge. Ella ha allineato vicino al muro i suoi marmocchi, da una parte i maschi, dall’altra le femmine; si volgono le spalle ed imitano concordi il pispiglìo delle fontanelle.
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— Marinella è allegra come te, — dice Orsetto a Toti mentre si dirigono ai prati ombreggiati dagli alti filari dei pioppi.
— E perchè la mandano da Suor Lucia?
— Perchè ogni giorno fa qualche nuova scappata. Ieri riempì d’acqua tutte le scarpe che trovò in casa. Ieri l’altro, avendo promesso alla sua bambola di farle fare un viaggio in mare, prese la tuba di suo padre e la mise nella tinozza....
— Com’è graziosa questa! — esclama Toti battendo le mani.
— Sì, è graziosa, — soggiunge Orsetto — ma la tuba era nuova e Marinella è stata al buio.
Toti pensa agli occhi severi della zia Emma ed al volto impassibile di miss Edith; egli non potrà compiere certamente un’impresa simile, però come palliativo soggiunge:
— Ma l’acqua non fa male! Non prendo il bagno, io, tutte le mattine?
— Ma tu sei una tuba?
— Non lo so, — risponde Toti, pensieroso.
— Non lo sai? —
Dopo breve esitazione Toti soggiunge:
— Tutti siamo uguali di fronte al buon Dio! —
Orsetto tace perchè non intende bene la profondità del pensiero di Toti; egli è ammirato e stupito dalla prontezza con la quale il suo nuovo amico risolve ogni difficoltà.
Ad un richiamo di Suor Lucia sostano. Una signora saltellante, col cappellino pieno di piume si avvicina.
— Chi è? — chiede Toti.
— È la mamma di Adalgisa, — risponde Orsetto — è una signora buffa; si chiama Cleopatra.
— Guarda che bel nome! Almeno si sbrigasse presto! —
La signora Cleopatra s’inchina amabilmente innanzi a Suor Lucia ed esclama:
— Tanti augurî, Suor Lucia, tanti augurî.
— Grazie, altrettanto! — risponde Toti. Orsetto gli consiglia il silenzio.
— Come si porta la mia Adalgisa?
Bene, bene, — risponde Suor Lucia.
Adalgisa si è avvicinata, è tutta rattratta in sè, e scrolla le spalle come se le parole di sua madre le facessero dispetto.
— Ti fai onore, bambina mia? — le chiede la madre inchinandosi a carezzarla.
— No. —
— Di’ la verità, sii buona!
— Va’ via, va’ via, — risponde l’incomparabile dolcezza.
— Me ne andrò, amore mio; ma tu sii rispettosa con Suor Lucia.
— No. Io voglio piangere.
— E perchè?
— Perchè sì, e se non vai via, ti faccio le corna.
— Dio, com’è carina! — esclama la signora Cleopatra — non le pare?
— Oh sì! — risponde Suor Lucia debolmente.
— Ma a casa è tanto più graziosa. Vede, per esempio, ogni sera, prima di andare al riposo, continuerà un’ora ad augurarci la buona notte, e noi facciamo un carnevale! —
Suor Lucia vorrebbe assentire, ma non le riesce.
— Addio, cara, — riprende la madre accarezzando l’istrice filiale; poi, rivolta alla brigata s’inchina e ripete con comico ossequio: — Tanti augurî, tanti augurî! —
Toti, vinto da un impeto di gaiezza, agita le mani in atto di saluto e risponde: