Le gaie farandole

Part 5

Chapter 53,901 wordsPublic domain

Carciofo è un ragazzo meditativo e violento, e per queste sue peculiari qualità che lo rendono secondo i casi, solitario come un rospo o pungente come un istrice, ha pochissimi amici. Egli sogna di possedere il mantello di Leombruno col quale potrebbe entrare a gran galoppo nel regno dello straordinario e sogna imprese eroiche, atti di sovrumano coraggio per i quali prova una spiccata tendenza sentimentale. Quando rimane per ore ed ore intento ad osservare le evoluzioni delle oche, la sua fantasia è assente e l’anima con lei. Gli si presenta allora il chiaro specchio delle imprese che vorrebbe compiere, e vede gli atteggiamenti ed ode le parole grate delle vittime ch’egli trae a salvamento e gli urli della folla frenetica che lo applaude; è sì intensa la figurazione, che non di rado gli occhi gli si empiono di lacrime silenziose, le quali imperlano un attimo le ciglia e traboccano dileguando. Carciofo ha il cuore di un paladino, e attende l’occasione per mezzo della quale la sua anima eroica possa rivelarsi agli uomini.

Toti lo ama e a volte lo ascolta parlare con ammirazione.

— Dunque tu non avresti paura di niente?

— Se si trattasse di salvare un uomo io mi butterei nel fuoco! — risponde Carciofo.

— Dici davvero?

— Lo farei! —

Basta! Toti non replica; il tono della voce è decisivo; Carciofo lo farebbe certamente. Quando Marinella lo sentirà parlare così, gli getterà le braccia al collo, perchè Marinella è sempre eccessiva, cosa che contrarierebbe assai miss Edith. Frattanto Toti si serve di Carciofo per avvicinare Zulù, il figlio di una lupa.

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Anche quel giorno Toti trova l’amico sulla soglia delle scuderie, ma questa volta non è solo, ha con sè un compagno: Anatroccolo.

Toti si sofferma a guardare, e prima di avvicinarsi scoppia in una allegra risata. Gli è che il nuovo arrivato è tanto buffo! Poi gli torna in mente ciò che di lui gli ha raccontato Carciofo e se da un lato gli fa pena quel povero figliuolo che è il sacco delle busse, dall’altro, il ricordo della pena alla quale è sottoposto dalla vecchia zia, che ha il gran cuore di dargli l’alloggio e un poco di pan secco, gli desta l’ilarità.

Ogni qualvolta Anatroccolo fa inquietare per una parola, o per un gesto, o per qualsiasi altra lieve mancanza all’umore la vecchia zia bisbetica ed irascibile, è sottoposto ad una pena crudele: deve trangugiare, sotto gli occhi tiranni della tutrice, mezz’oncia di olio di ricino. Una bagatella! E la pena sta nelle conseguenze.

Nonostante il ripetersi troppo frequente delle lezioni purgative, il viso di Anatroccolo è rotondo e pieno come una mela appiola. Forse gli occhi, che sono chiari chiari, hanno uno sguardo un po’ vago e la bocca troppo sovente si socchiude in un floscio abbandono; ma chi resisterebbe alla pena alla quale è sottoposto Anatroccolo? È troppo già s’egli è ancora robusto e sopporta tutto con impassibile serenità.

L’impassibilità è la sua dote peculiare; è la sua inconscia filosofia la quale fa sì ch’egli si pieghi a tutte le avversità che si sono date convegno su la sua strada. Anche quando la zia Geltrude lo picchia, cosa che si ripete quasi giornalmente, egli non strepita, non piange e non si ribella, almeno in apparenza; allunga le mani, o la parte scelta all’uopo dall’implacabile aguzzino, chiude gli occhi e attende che il vimine sibili per l’aria e scenda ad illividirgli le povere carni martoriate. Non si fa l’abitudine alle busse, ma si tollera il dolore. Anatroccolo lo tollera perchè ormai è un elemento essenziale nella sua vita.

Contuttociò è buffo, e Toti più se ne persuade quanto più lo guarda. È piccolo e tozzo, ha la testa grossa e le gambe arcuate. Il viso rotondo, coronato da una gran selva di capelli canapini, può esprimere molte cose e nessuna. Il timore di render noti i moti dell’animo ha tolto a quel viso ogni mobilità, l’ha irrigidito in un atteggiamento costante che può dar la tristezza e destare il buonumore. Il naso a virgola che pare stia per spiccare una capriola e saltare su la fronte; gli occhi rotondi; i padiglioni dell’orecchio assai larghi quasi fossero aperti ad una perenne intesa, come quelli di un timido agnelletto, lo fanno assomigliare ad un bizzarro pentolone, di quelli variopinti che si vedono alle fiere. E Toti ride. Il riso è come la tempesta, vuol fare il suo corso, nulla può trattenerlo. D’altra parte Anatroccolo non si scompone, guarda Toti e rimane nella sua perfetta immobilità, affogato nella giacchetta enorme la quale gli giunge fino ai ginocchi che sono nudi. Un vecchio berretto da soldato ch’egli porta con ogni compostezza e un paio di vecchie scarpe della zia Geltrude compiono l’abbigliamento. Potrebbe anche possedere una camicia; ma forse non la possiede, perchè la grande giacchetta accuratamente abbottonata, lascia scorgere alla sommità il petto nudo.

Quando Toti si avvicina, Carciofo gli muove incontro, dicendo:

— Questo è Anatroccolo.

— L’ho riconosciuto, — risponde Toti.

Anatroccolo si toglie il berretto ed esclama:

— Buon giorno! —

Dopo una pausa imbarazzante, Toti gli domanda:

— Vuoi esser dei nostri?

— Sì, se voi volete, signor barone! —

Toti lo guarda con occhi pieni di stupore.

— Ma io mi chiamo Toti! Non lo sai?

— Lo so.

— E allora perchè dici barone?

— Perchè siete un signore! —

E Anatroccolo atteggia le labbra ad un sorriso; crede aver detto una cosa grande: i signori non si chiamano mai per nome; sarebbe un disconoscere il loro grado indiscusso di superiorità. D’altra parte egli non conosce che le busse e la fame e ciò non basta a dare un’idea esatta degli uomini e del mondo.

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— Dunque vi siete incontrati? — chiede Carciofo?

— Sì, — risponde Toti — ma perchè mai Zulù non è venuto con te, oggi? Lo aspettavo; me lo aveva promesso.

— Io non l’ho veduto, — risponde Carciofo.

— Neanch’io, — soggiunge Anatroccolo.

— Avevamo fissato ch’egli sarebbe venuto qui.

— Per che fare?

— Zulù conosce la vecchia della valle.

— Chi? la strega? — chiede Anatroccolo.

— Non è una strega, — risponde Toti — è una buona vecchia che sa molti segreti.

— E sa molte malìe, — aggiunge Carciofo.

— Ma tu la conosci dunque?

— Certamente.

— E potresti condurmi da lei?

— Io posso condurti da nonna Simona, ma prima devi dirmi che cosa vuoi chiederle.

— Te lo dirò, se mi prometti di non parlare.

— Te lo giuro!

— E tu, Anatroccolo? —

Anatroccolo fa un gesto evasivo e si pone una mano sul petto.

Si sono seduti all’ombra di un gruppo di acacie su la riva del laghetto. Le oche giungono di tanto in tanto a sogguardarli, ma si mantengono a rispettosa distanza.

Le ombre delle acacie si prolungano nel seno delle tremule acque, e si perdono verso un cielo remoto.

Toti prima di parlare si guarda attorno; potrebbe darsi che la zia Emma o miss Edith venissero a cercarlo. Quando si è assicurato che nessun indiscreto può udire le sue parole, si china verso i compagni, e chiede loro a voce sommessa:

— Sapete che cosa sia la casa lucente?

— Lo sappiamo.

— E sapete la strada che conduce alla cima dell’altissimo monte?

— No.

— Ebbene, nonna Simona può indicarcela.

— Chi te l’ha detto?

— Zulù.

— Nonna Simona è gelosa; — riprende Carciofo — anche se conosce il segreto non lo dirà a noi.

— Ma le faremo un bel regalo.

— Non potremmo regalarle nulla; — soggiunge Anatroccolo — ha le cantine piene d’oro.

— Come lo sai?

— Zia Geltrude, quando mi picchia, dice sempre: Sei uno straccione e vuoi fare l’arrogante! Neanche se tu avessi l’oro di nonna Simona!

— È molto ricca, allora?

— Mi hanno detto — riprende Anatroccolo — ch’ella sa dove si trovano tutti i tesori sepolti e che, se volesse, potrebbe essere la più gran signora del mondo!

— E perchè non vuole?

— Perchè sarebbe inutile per lei. Nonna Simona non è una donna come tutte le altre, è una strega.

— Ma tu la conosci? Le hai parlato mai?

— Sì, le ho parlato. Una volta zia Geltrude mi aveva lasciato due giorni senza mangiare; alla fine del secondo giorno ero seduto su la porta di casa ed aspettavo che la zia venisse ad aprirmi come faceva sempre per darmi un pezzo di pane e perdonarmi. L’uscio si aprì, ed io stavo per rivolgermi, quando sentii un urlo e ricevetti una spinta che mi mandò ruzzoloni in mezzo alla strada: — Va’ a guadagnarti il pane, vagabondo! — I miei dodici soldi che avevo guadagnato se li era già presi. Quando mi levai, zia Geltrude aveva richiusa la porta. Non mi provai a bussare perchè correvo rischio di buscarmi un’altra dose di scapaccioni. Così tutto indolito com’ero, presi la strada e me ne andai per la campagna. Era notte, ed era buio pesto.

— Ma non avevi paura?

— No. Avevo fame. Non so quanta strada avessi percorso, quando mi sentii chiamar per nome, e mi fermai. Era Zulù. Mi chiese dove andavo; gli dissi che non lo sapevo, e gli domandai un po’ di pane. Allora mi prese per mano e girammo, girammo fra le tenebre da un campo all’altro, da una siepe all’altra. Traversammo un fiume; traversammo un bosco, poi salimmo per un’erta piena di spini. Io sentivo nelle orecchie un ronzìo continuo e sentivo che la mia forza era più poca ancora; ma non dissi nulla, non domandai nulla. Ad un tratto Zulù si fermò. — Siamo arrivati, — disse. Alzai gli occhi e vidi una grande quercia e una piccola capanna; ma le vidi appena, perchè la notte era buia buia e non c’era una stella. Zulù si accostò alla porta dalla quale filtrava un poco di luce, e con le nòcche delle dita bussò tre volte ma così leggermente, ch’io intesi appena. Nessuno rispose. Io pensai: dormiranno! E sentivo il battere del mio cuore. Dopo aver aspettato qualche tempo, Zulù bussò ancora e più forte, poi un’altra volta, sempre più forte. Allora udimmo un passo che si avvicinava all’uscio, e udimmo una voce domandare: — Chi è? — Amici! — rispose Zulù — Chi? — riprese la voce. — Sono io: Zulù. — Che vuoi a quest’ora? — Debbo domandarvi un piacere. — Quale? — Aprite e lo saprete. — Si udì brontolare, poi udimmo un lungo cigolìo di catenacci e l’uscio si aperse. Mamma mia che brutta vecchia! Aveste veduto com’era brutta! Avrebbe fatto paura anche al diavolo! Lasciò l’uscio aperto appena da potervi passare un braccio, sporse un po’ la lampada e ci guardò per il pertugio. — Chi è quello là? — chiese. — È un amico mio, — rispose Zulù. — Ebbene, che volete? — Perchè non ci aprite? — Dimmi che cosa vuoi. Io non ci ho posto, qua dentro, per voi due. — E chi ci avete, di grazia? — Ci ho il diavolo, vuoi saperlo? — Senza volere detti un salto indietro; ma Zulù rise, ed il suo riso mi rincorò. — Nonna Simona, — riprese — voi siete tanto buona, nonna Simona mia, che dovreste farci una carità. — Quale? — chiese la vecchia. — Abbiamo fame. — Ebbene? — Non avreste proprio niente da offrirci? volete che passiamo la notte così, senza poter dormire? — Ma se ritorni sempre?! Credi ch’io abbia tanto da poter sfamare tutti i poveri della terra? — Zulù non rispose, perchè nonna Simona si era allontanata. Quando tornò sporse la mano e ci dette del pane e del formaggio, poi richiuse la porta e ci rimandò per la campagna.

— E dove bevesti? — chiede Toti.

— A una fonte.

— E per dormire, dove andasti?

— Ci distendemmo nel fondo di un fosso. Era d’estate e le erbe erano alte. Si stava meglio che su un letto di piume.

— Tu dici dunque che nonna Simona non vorrà riceverci?

— Io non ho detto questo. Voi siete ricco, e per voi è un altro conto.

— E credi che ci insegnerà la strada?

— Lo credo.

— Allora bisogna fissare il da farsi prima che giungano Marinella e Orsetto.

— Fissiamo pure; ma io temo — soggiunge Carciofo — che Suor Lucia non vorrà condurci lassù.

— Suor Lucia no di certo, — riprende Anatroccolo — perchè da due giorni è al suo viaggio.

— Quale viaggio?

— Ah! non lo sapete? Anche suor Lucia ha il suo mistero. Ogni tanto parte a piedi e sta assente qualche giorno, e poi riappare.

— E non si sa dove vada?

— Non si sa; ma si dice che passi sempre dalla casa dove vive Allodola. —

Trascorre una pausa. Le varie cose che ha raccontato Anatroccolo scombuiano un poco la limpidezza del pensiero di Toti; però ben presto si riprende.

— Se suor Lucia non c’è, non importa. Noi non abbiamo bisogno di lei per la nostra impresa. Nonna Simona abita vicino alla selva di Ladino, e laggiù mio padre possiede qualche podere; chiederò a mio padre di mandarmi in campagna col fattore e tutto sarà fatto.

— Benissimo! — dice Carciofo. — E noi?

— Potremmo trovarci laggiù.

— Verremo a piedi, — soggiunge Anatroccolo.

— Sicuro, a piedi!

— E se riusciremo nell’impresa, allora vedrete che i nostri genitori saranno più contenti di noi.

— Senza dubbio, — soggiunge Carciofo.

— La casa lucente! Io la sogno da dieci notti. Come deve esser bella!

— Una meraviglia!

— Un sole!

— E allora quando si parte? — domanda Toti.

— Io direi domani — risponde Carciofo.

— No, domani no; bisogna preparare il viaggio. Domenica, forse... sì, domenica. Allora resta fissato?

— Resta fissato.

— E ricordatevi della promessa.... Zitti! zitti! —

Si ode una fresca volata di risa e di trilli, si avvicinano gli altri monelli; ma quanti sono mai? Fra le rame si distingue un vivissimo luccichìo di vesti e di capelli sciolti. Gli occhi di Anatroccolo ne sono abbagliati.

❦

Le oche fuggono, spaventate dalle festose grida di Marinella e di Orsetto i quali giungono in compagnia di due belle sconosciute.

Una è bionda come la seta e il viso pare un giglio tanto è bianco, aggraziato e soave. Si chiama Dorry. È giunta da Londra pochi giorni innanzi. L’altra è bruna, ha due grandi occhi neri lucentissimi, pieni di vitalità esuberante. Si chiama Fauvette.

Toti è compreso d’ammirazione. Chi saranno mai?

Marinella si affretta a togliere ogni dubbio all’amico perplesso.

— Sono venuta con le mie amiche, Toti; il tuo giardino è grande, io non ho che un cortile e c’è la signora del secondo piano che soffre di continue emicranie, e non può sentire le nostre voci. È una signora antipatica che vive con un pappagallo ed una vecchia serva. Noi siamo venute via col permesso di tutta la famiglia, e per la strada abbiamo incontrato Orsetto. Ora ci divertiremo qui. Dorry sa giuocare al _tennis_, ma noi non sappiamo fare; Fauvette canta; oh! tu sentissi come canta bene! Pare un’orchestra! Anzi, la pregheremo di farci sentir la sua voce.

Marinella tace e tacciono tutti. Anatroccolo si è nascosto dietro il tronco di un’acacia; Carciofo si è fermato più innanzi, ma sta con gli occhi bassi e le mani annodate dietro le reni in un atteggiamento non si sa se scontroso o meditabondo.

Trascorre un silenzio impacciante, interrotto da Fauvette, che si fa innanzi con grazia squisita e disinvolta, e dopo aver fatto gli elogi del laghetto, _vraiment joli, simplement délicieux_ chiede _s’il y a un tout petit navire pour se promener sur l’eau_!

[Illustrazione: — _Bonjour, mère l’oie!_ — esclama Fauvette, protendendosi verso una grande oca.... (pag. 116.)]

— Oh, sì! La piccola nave c’è, ma non si può staccare dalla riva, perchè è incatenata a un palo e la catena è chiusa da un lucchetto. Tommaso ne ha la chiave ma è perfettamente inutile chiedergliela, perchè papà gli ha dato l’ordine di non cedere a nessuna richiesta che gli venga fatta da Toti.

— _Oh nous irons tout de même!_ — esclama Fauvette, la quale prende per mano Toti e si dirige correndo all’altra riva del lago ove è ancorato il battelletto. Marinella, Dorry e Orsetto seguono i compagni. Carciofo si muove lentamente, mantenendosi a rispettosa distanza; Anatroccolo sporge il capo a guardare, ma non abbandona il suo rifugio.

Dorry, la soave angiolella dagli occhi azzurri e lucenti come uno smalto a foco, dalla persona di giovane gazzella, sorride, e Orsetto la segue guardandola tutto ammirato. Non parlano perchè non si potrebbero intendere; a quando a quando si fissano negli occhi.

Fauvette è salita sul leggero battello e Toti l’ha seguita infrangendo la severa proibizione paterna.

— _Mon Dieu, qu’il est peu sûr ce bateau! Certes on n’y pourrait pas danser dessus!_

— Fai adagio fai adagio! — grida Toti — Mantienti al centro, rovesceremo! —

Carciofo, sempre, meditabondo, sogguarda ad una certa distanza. E se cadessero nell’acqua per davvero?

— _Bonjour, mère l’oie!_ — esclama Fauvette, protendendosi verso una grande oca che allunga il collo ed apre il becco a minaccia. — _Bonjour! Est-ce-que vous avez peur ma jolie bête?_

— Fauvette abbiate prudenza! — ripete Toti.

— _Oh ma regarde donc qu’elle est gentille notre mère l’oie! Elle nous regarde avec des yeux si doux! Viens donc, ma petite, viens!_

— Fauvette! Fauvette! —

Ah è troppo tardi! Fauvette si è fidata della lieve imbarcazione, ed è andata a fare una visita ai pesci.

Per un attimo lo stupore dell’improvvisa scomparsa fa sì che nessuno gridi; ma prima ancora che i monelli si riabbiano, Carciofo si rammenta del suo valore, chiude gli occhi e si lancia nell’acqua.

Succede uno scompiglio generale, perchè Carciofo non sa nuotare.

Alle invocazioni ed alle grida Tommaso accorre trafelato e in un attimo trae alla riva la vittima e l’eroe.

Per fortuna l’acqua non arrivava loro alla cintura, e se la sono cavata con un semplice bagno.

Fauvette riprende la sua gaiezza e, fra i compagni che l’attorniano, si avvia verso casa.

— _Oh! ce n’est rien! L’eau n’etait pas sale vous savez!_ —

Scompaiono in breve.

Carciofo non fiata; gli sguardi feroci di suo padre gli fanno perdere la tramontana.

— E voi, perchè siete salito sul battello quando sapete che io non voglio, eh!? Perchè siete salito?...

— Io non ero sul battello! Mi sono gettato nell’acqua per salvarla.

— Per salvar chi?

— La signorina francese!

— E ora dove avete i panni per cambiarvi, marmocchio? Passatemi innanzi e presto! Imparerete a vivere, imparerete! —

La dose degli scapaccioni aumenta, fidente nel suo profondo valore educativo.

Carciofo freme, e pensa che suo padre è cieco e non potrà mai essere un eroe.

Quando tutto è tornato nel perfetto silenzio, Anatroccolo si decide ad uscire dal suo nascondiglio. Ha fame, ha tanta fame!

Dal giorno prima non ha inghiottito un solo boccone. E se potesse trovare il pesce d’argento che fece tanto bene a Gianni della fiaba?

Si avvicina a guardar le acque chiare; un musetto lucente si accosta alla riva e Anatroccolo ripete i versi della fiaba;

— Pesciolino mi’ amante, Saresti a me costante? Mi faresti la carità? —

E attende e spera. Tutti lo hanno dimenticato; anche il sole che scompare e lo saluta dagli alti rami delle lontane betulle.

V.

La festa delle rose.

— Sei pronto, Toti?

— Io sì. È miss Edith che impiega un anno a vestirsi.

— Toti!!!

— Zia Emma, vieni a vedere! Per mettersi un guanto infila un dito alla volta ed ha dieci dita lunghe lunghe.

— Toti, dico!!!

— Io non ne ho colpa, sai! Anzi le ho consigliato molte volte di portare i mezzi guanti; farebbe più presto; ma miss Edith non vuol seguire i miei consigli.

— Toti, finiscila, m’intendi?

— Sì zia, t’intendo.

— Perchè non vieni in salotto, che cosa fai in camera?

— Aspetto la signorina.

— Ma sei pronto?

— Sì, non c’è male.

— A che punto sei, si può sapere?

— Debbo ancora mettermi le scarpe.

— E perchè non lo fai da te? Chi aspetti?

— Aspetto la signorina.

— Voglio sperare che non avrai bisogno del suo aiuto.

— No, zia Emma, sono io che aiuto lei perchè non si affatichi; facciamo da buoni fratelli.

— Quando sarai vestito, vieni in salotto.

— Va bene zia; verrò in salotto. —

La zia Emma riprende la lettura interrotta; Toti, nella stanza vicina, guarda miss Edith che è ferma innanzi allo specchio. Egli è ancora seduto sul letticciuolo, ed attende.

Quanto tempo impiega quella benedetta figliuola! Ora si passa la cipria sul viso; ma quale soddisfazione può provare mai a infarinarsi tutta in quel modo? Vorrà forse nascondere le macchioline rosse delle quali ha cosparsa tutta la pelle.

— Signorina?

— Toti?

— La zia Emma mi aspetta.

— _I am ready!_ (Sono pronta).

— Anch’io sono pronto. Debbo solo mettermi le scarpe e mettermi la cipria sul viso.

— Toti! _You are unkind!_ — (Siete scortese).

Toti abbassa gli occhi e tace. Perchè mai non è stato cortese? Gli sarà forse vietato di darsi la cipria? Quando sarà grande vorrà levarsi questa soddisfazione tutti i giorni. Per ora la sua vita è un continuo divieto; questo non si può fare, quello non si può fare, di mille desiderii che gli nascono può soddisfarne solo qualcuno e con quanti stenti!

Verrà il giorno della rivincita, il giorno in cui, libero di sè, potrà disporre del suo tempo e della sua vita a suo talento, e allora vorrà sempre sporcarsi le mani d’inchiostro; e saltare su tutti i tavolini che troverà su la sua via; e rovesciar le sedie; ed entrare in casa gridando, senza timore di disturbare nessuno; e empirsi le tasche di piselli, di fiammiferi, di carta, di bottoni; e dire a tutti ciò che pensa:

— Tu mi annoi! Tu sei brutto! Non tornare più in casa mia! Ora vattene che voglio star solo, ecc. ecc. Oh! allora sì, sarà felice, completamente felice! Questo pensiero lo rincuora e non si sa spiegare perchè papà, che potrebbe, non faccia altrettanto. Nossignore! Toti sa, per esempio, che la signora Penelope è antipaticissima a papà, e sa altresì che non può digerirla; ma quando capita in casa le va incontro e le dà il benvenuto, e le sorride; perchè non le dice piuttosto:

— Scusa, sai, signora Penelope, ma io in casa mia non ti ci voglio, perchè sei brutta, perchè sei pettegola, ineducata, astiosa, vendicativa e sciocca! —

Così dovrebbe dire, e la signora Penelope non tornerebbe più e non darebbe a lui, che non li può soffrire, que’ suoi baci umidicci che lasciano il cerchiolino su le guance.

Miss Edith ha compiuto il suo abbigliamento, e si avvicina a Toti che l’attende sorridendo.

Toti è in vena sentimentale; gli occhi suoi rivelano una improvvisa pensosità, che ben presto dovrà esser nota, perchè Toti non sa celare i suoi sentimenti.

Ad un tratto, mentre miss Edith lo aiuta a stringere i laccetti di una scarpa, esclama:

— Noi siamo crudeli! —

Miss Edith non risponde com’è suo costume, e Toti continua per conto suo.

— Noi siamo crudeli perchè uccidiamo i vitelli per farci le scarpe! Potremmo andare scalzi, sarebbe più comodo e non toglieremmo i figli alle povere vacche! —

Miss Edith si rialza, l’opera è compiuta. Toti è pronto; può uscire con la zia Emma.

Prima di andarsene getta un’occhiata all’angolo nel quale il suo elefante invalido siede con la proboscide raccolta fra le gambe, lo saluta, poi si volge tutto raggiante di gioia, ed esce a grandi salti:

— Domani è la festa delle rose. Evviva la primavera! —

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Vanno di casa in casa con la zia Emma; tutti gli amici di Toti debbono partecipare alla festa delle rose. Marinella, Orsetto, Dorry, Fauvette, Rando e Celestina interverranno immancabilmente. Sono già passati dalla piazzetta del Carmine dove abitano i due inseparabili, e le donne che li sorvegliano sono state commosse dal gentile invito fatto loro dalla zia Emma e da Toti.

La nonna di Rando si è un poco preoccupata perchè non ha un vestitino degno da fare indossare al nipotino; ma la zia Emma e Toti l’hanno rassicurata. I bimbi sono sempre belli, non occorre loro ricchezza di vestiti, sono come i fiori: si vestono d’aria e di luce.

Toti ha chiesto particolarmente a Rando:

— Ci vieni volentieri a pranzo da me, domani? —

E Rando ha risposto senza alzar il capo:

— Sì; ma io voglio molta minestra.

— Anch’io, — ha soggiunto Celestina.

— Ce ne sarà, non dubitate.

— E ci sarà anche il pane? — Sì.

— E le ciliege?

— Anche quelle. —

Allora Rando e Celestina si sono guardati, hanno riso un attimo dalla contentezza, e poi si sono allontanati cantando:

— La gatta va al mulino Per fare un covaccino Con l’olio, Col sale, Con l’unto di maiale.... —

Toti e la zia Emma continuano il loro giro d’inviti. Adalgisa accetta con discreto entusiasmo, ma più ne dimostra Ciuffolo, il quale incomincia a far capriole in mezzo alla stanza con grave rischio e pericolo della sua incolumità personale.