Le donne di Nerone

Part 9

Chapter 93,722 wordsPublic domain

— O divo Cesare, non possedetti mai dieci cavalli.

— Avendoli, saresti capace di guidarli alla corsa?

— Forse.

— Non presumer tanto, poichè non è agevol cosa come tu credi. Ma se ti senti di tentar la prova, le mie stalle ti provvederanno i cavalli. Quanto tempo chiedi per esercitarti?

— Non saprei....

— Ebbene io voglio teco mostrarmi generoso avversario. Da dimani tu troverai nelle carceri dell’_oppidum_ i dieci animali e il carro. Fa le tue prove ogni dì, e quando sarai pronto ad accettar la mia sfida, offriremo questo spettacolo al popolo in onore di Vulcano, e voglio che il vincitore sia incoronato da una vergine, come s’egli fosse rimasto superiore in tutte le gare dei circensi.

Il Plancio rimaneva come trasognato per siffatta proposta. Conoscendo i sentimenti poco benevoli di Cesare verso di lui, sentiva che lo scopo di quella sfida era il desiderio d’umiliarlo in presenza della moltitudine e scemar la sua gloria.

Conveniva però sottomettersi alle brame di quel maniaco tiranno, ed accettare, lasciandogli la vittoria, per non esporsi alle vendette di lui.

— Mi sottometto, — disse, — ai desiderii del mio Imperatore, sicuro d’esser vinto.

— Bada, — interruppe Nerone, — che se tu pretenderai nella sfida usar dei riguardi all’Imperatore, se non mi tratterai com’altro qualunque conduttore di carro, se non osserverai tutte le regole delle corse, non te lo perdonerò.

Questa dichiarazione fe’ partire il Plancio dal palazzo dei Cesari, più turbato che mai.

Allorchè Nerone riferì la cosa alla moglie e alla madre, l’angelica Ottavia lo scongiurò a desistere da quel progetto, che poteva riuscire periglioso per lui.

Agrippina invece se ne mostrò meravigliata; ma non fece osservazione di sorta, per tema che le sue esortazioni fossero spiegate a senso d’interessamento per Aulo Plancio.

Seneca e Burro apertamente gli dichiararono che non doveva davanti al suo popolo un Imperatore romano darsi a spettacolo, cimentando l’onore e la vita. Ma le loro parole non valsero che a sdegnare il despota ed avvalorarlo nel suo divisamento.

E giunse il giorno tanto da Nerone desiderato, e al circo Massimo tutta Roma accorse per assistere a quella nuova profanazione della grandezza Cesarea.

CAPITOLO XII.

Odio ed amore.

Nel giorno destinato alla gara, appena Aulo Plancio ebbe varcata la soglia della sua casa per recarsi al circo, una donna, coperta da fitto velo, s’avvicinò a lui e gli disse:

— Guardati dal vincere, o Aulo Plancio.

— E chi sei tu che così mi ammonisci?

— Non curarti di sapere chi io mi sia, — rispose la donna. — Guardati dal vincere, ti ripeto, se t’è cara la vita.

E raggiunta una compagna, anch’essa velata e che l’attendeva a poca distanza, s’allontanarono amendue con celere passo.

La sera innanzi, dopo un’orgia fatta con cantori, istrioni e meretrici, Nerone stava supino sul suo letto, e ad Atte, che gli giaceva denudata al fianco, diceva balbettante per ubriachezza:

— Il soverchio falerno e le tue carezze mi hanno fiaccate le fibre, e domani ho bisogno di tutte le forze per condurre i miei dieci puledri e fiaccar l’orgoglio di quel giovine presuntuoso.

— Ma tu lo sfidasti, o Claudio.

— Perchè il suo trionfo mi fece dispetto. Voglio mostrargli, che se gli altri furono vinti da lui, non si vince Nerone.

— Dunque tu sei sicuro del trionfo.

— Tanto lo sono, che designai già la vergine dalle cui mani dovrò ricever la corona.

— E chi sarà costei? — dimandò Atte con amarezza gelosa.

— Tu non lo indovineresti mai.

— Ma chi dunque?

— La tua sorella di latte, la Vestale Rubea.

A questo nome Atte si levò sul fianco e fissando Nerone negli occhi, quasi volesse scrutarne l’intimo pensiero, gli dimandò come avesse pensato a lei, cosa lo avesse indotto a quella scelta.

— Non ti ricordi, — rispose Nerone, — quanto un giorno esaltasti la beltà di lei? Anche il pedagogo ne rimase abbagliato.

— Ebbene?

— Io voglio vederla, voglio che all’onore di pormi sul capo l’alloro sia chiamata questa divina Sacerdotessa.

— Rifiuterà.

— Oibò, — mormorò Nerone, dimenando il capo.

— Rifiuterà per certo, — ripetè la citarista.

— Non si rifiuta a Nerone.

Atte, ponendosi le mani nei capelli, esclamò:

— Ah ch’io presento sventure!

Nerone fe’ le spallucce.

— Guardati bene, o Claudio.

— E tu guardati dal riuscirmi importuna.

— Quasi desidero che il vincitore sia Plancio, — mormorò la donna scendendo dal letto, e ponendo i bei piedini sulla pelle di pantera distesa in terra.

Nerone, pieno di dispetto, gridò:

— Ah! tu vuoi dunque la morte di quel disgraziato.

— Cosa intendi con questo? — chiese l’altra rivolgendosi.

— Ricordati che l’istrione Paride osò vantarsi in pubblico d’essermi superiore nel recitar tragedie, e poco dopo traversò lo Stige.

— Ma tu non ucciderai quell’uomo che nulla ti fece.

— Nulla mi fece? — ripetè sogghignando il briaco tiranno, — e forse egli osa, mentre parliamo, giacersi in letto colla diva Agrippina.

— Io t’impedirò questo nuovo delitto.

— Non avrai siffatta cura perchè la vittoria sarà mia.

— Ma se il fato....

— Lascia in pace il fato, e vattene.

— Voglio prima che tu mi rassicuri, o Claudio.

— Va, ti dico, ch’io sono stanco e più non ho volontà di parlare.

Atte s’avvolse nel suo amitto ed uscì.

Ridottasi nella sua stanza, si fe’ a fantasticare sulla tremenda minaccia, e come si potesse prevenire il Plancio senza che lo sapesse Nerone.

Finalmente si decise ad avvisarlo lei stessa, e levatasi di buon mattino, prese a compagno Sporo, e velati ambidue si recarono davanti alla casa d’Aulo, e sentendo dall’ancella ostiaria che questi non era ancora uscito, lo attesero nella via.

Compiuta l’opera pietosa, a cui il cuore e la coscienza l’avevano spinta, tornando verso la casa Augustale pensava a Rubea. Un vago presentimento, misto a turbamento geloso, l’esortava ad avvisare anche la sua sorella di latte dell’onore a cui la si voleva invitare.

Ma le verrebbe fatto di veder la Vestale? E vedendola potrebbe consigliarla di rispondere con un rifiuto al desiderio cortese del divo Cesare? E ciò per un chimerico dubbio, da cui il sacro carattere di Sacerdotessa si sentirebbe offeso.

E poi, non sarebbe da parte sua un atto biasimevole l’andare essa stessa, tanto amante, tanto beneficata, ad accusare l’Imperatore di malvagie intenzioni?

Deposto il pensiero di quel tentativo tornarono al palazzo.

Giunta l’ora di recarsi al circo Massimo, desiderosa di restarsene a meditare mestamente nella sua stanza, volle che Sporo vi si recasse senza di lei. Non le riuscì però di liberarsi del giovinetto innamorato, ch’era tutto felice di trovarsi solo in sua compagnia, poichè anche Egloga ed Alessandria v’erano andate in compagnia di Fusco, Procuratore dell’Egitto, e figlio di quest’ultima.

Prima di recarsi al circo, Nerone andò al tempio di Giove Ottimo Massimo e là depose davanti al simulacro un ricchissimo cofanetto d’oro. In esso erano rinchiusi i peli dei suoi mustacchi, che quella mattina stessa s’era fatti radere, per offrirli in olocausto al Nume, perchè gli ottenesse il trionfo.

Erasi inoltre servito per acconciarsi le chiome d’un drizzatoio ch’eragli stato donato da uno del volgo, e pel quale aveva grande venerazione, assicurando che gli prediceva l’avvenire.

Riferisco queste strane fantasie di quel monomane, appoggiandomi all’autorità di Caio Svetonio.

I dignitari dello Stato e del clero, i patrizii colle loro famiglie sedevano nel circo, perchè Nerone lo aveva quasi imposto loro. Agrippina ed Ottavia erano nel pulvinare, circondate dalla corte, e l’una e l’altra facevano voti perchè vincesse l’Imperatore, supponendo che sarebbe stato terribile in lui lo sdegno del vinto.

Quantunque Nerone sapesse d’essere valente maestro nel guidare dieci cavalli di fronte, pure mostravasi preoccupato, tanto più che aveva dato ordine all’Edile e ai Giudici che fossero osservate scrupolosamente le leggi della corsa.

Prima d’uscire dalle _carceri_ col suo avversario ripeteva a questi di guardarsi bene dal non metter tutto l’impegno per riuscir vincitore.

Dopo aver fatto il solito giro al passo, quando al prolungato squillo delle trombe cadde l’_alba linea_ e partirono, l’Imperatore, durante i tre giri, di tratto in tratto toglieva lo sguardo dalle teste de’ suoi cavalli per rivolgerlo a quelli del suo competitore, che rimaneva indietro, e vedere se ciò facesse per non giunger primo alla meta.

Dal modo incerto però col quale procedevano i dieci puledri d’Aulo Plancio, si capacitò che se non riusciva a mandarli innanzi, era in lui inesperienza, non astuzia.

Nè l’una nè l’altra. Il giovine Cavaliere, durante la corsa, titubava ancora tra il desiderio e la tema di vincere, e questa incertezza s’appalesava nel guidare il _decemjugis_.

Nerone toccò il primo la meta, e tra gli urli del popolo e lo squillar delle trombe, fece due giri ancora attorno alla _spina_, prima di poter trattenere gli sfrenati puledri.

Ricevuta ch’ebbe dalle mani dell’Edile la corona d’alloro, scese dal carro e montato sopra quadriga dorata insieme al sommo Sacerdote di Vulcano, cominciò il giro trionfale, e come fu dinanzi al pulvinare, ad alta voce pronunziò il nome della Vestale Rubea.

S’udì nel circo un prolungato mormorio, che non denotava certo approvazione da parte del publico. Tutti gli occhi si rivolsero al recinto riserbato alle Vestali, che agitate gesticolavano, parlando fra loro.

Nerone, disceso dal cocchio, attendeva sull’alto della gradinata, che metteva dall’arena al pulvinare, quando venne a lui il Pontefice Massimo, seguito da altri Sacerdoti e così gli parlò:

— O divo Cesare, tu sai che ufficio delle Vestali fu sempre quello di porgere la _laurea insigne_ ai guerrieri che tornavano dopo aver debellato i nemici. Quello era sacro rito e s’addiceva loro. La corona dei ludi deve porgerla una nobile fanciulla del patriziato, e tu non puoi disconoscere questo loro diritto.

— Io tutto posso, — interruppe Nerone facendosi torvo. — Se a me piace, cangiando in sacra una cerimonia profana, ch’è pure consacrata agli Dei, chiamare una Sacerdotessa di Vesta all’onore di cingermi il lauro, chi può impedirlo?

Il Pontefice rispose risolutamente:

— Tu stesso, che non vorrai oltraggiare la Dea nella sua Sacerdotessa, nè urtare colla religione del popolo romano.

— E se malgrado ciò, io m’ostinassi nel mio proposito?

— T’esporresti al rifiuto della vergine Rubea.

Nerone, dopo aver fissato il Pontefice con espressione di volto, dalla quale traspariva un sinistro progetto, mormorò:

— Sta bene.

E rivolto verso l’interno del pulvinare, pronunziò un altro nome.

E fu quello d’Antonina, la sorella di Britannico.

Questa, che si teneva in disparte dietro i biselli delle due Imperatrici, rimase alquanto incerta, se rispondere o no a quell’invito.

Essa odiava Nerone per aver usurpato il trono del fratello, e rifuggiva dall’accettare da lui onore qualsiasi.

Della sua titubanza s’avvide Ottavia, ed uno sguardo supplichevole di lei la decise ad acconsentire.

La prestante persona, le splendide forme, la folta chioma castagnina, la vivacità delle brune pupille, formavano la procace bellezza d’Antonina.

Allorchè l’Imperatore, ascesa la scalea, s’inginocchiò sull’ultimo gradino, essa maestosamente si fece innanzi, prese dalle mani del Sacerdote di Vulcano la corona, e glie la pose sul capo.

Nerone discese, rimontò sul carro, e fece il giro trionfale.

Intanto i Consoli, l’Edile e le matrone romane colle loro figlie andavano a fare omaggio d’ossequio ad Antonina, seduta su ricco trono, e circondata dalle Vestali.

Compita la cerimonia, la moltitudine tumultuosamente sgombrò il circo, senza neppure attendere che i trombettieri dessero il segnale, e irruppe come fiumana per le vie più brevi, che dal circo Massimo conducevano al monte Pincio.

Tutti erano in ansia di giunger presto su quella vetta dov’era l’ara di Vulcano, e dove doveva chiudersi la sacra festività alla mezzanotte.

Antonina, accompagnata sempre dalle Vestali, giunse ch’era già venuta la sera e andò a sedersi sopra il solio, entro un boschetto d’allori.

A stento i littori tenevano indietro i curiosi, che volevano vedere l’Antistite della festa non solo, ma anche quella Vestale Rubea, che invitata dall’Imperatore, non erasi presentata.

Alti candelabri di marmo, nelle cui tazze ardevano materie resinose, rischiaravano la variopinta moltitudine, che sembrava agitarsi in un mare di fuoco.

S’udì un frastuono lungo l’erta, di cui gli andirivieni si rischiararono di nuova luce. Erano le faci dei pretoriani, che accompagnavano il carro a quattro cavalli nel quale sedevano Nerone e il Sacerdote dì Vulcano.

Fra le acclamazioni della plebe giunse la quadriga davanti al boschetto degli allori.

Nerone discese, e presa per mano Antonina cominciarono a passeggiare in mezzo alla folla stipata. Dietro di loro venivano le Vestali, poi i Sacerdoti di Vulcano, e al corteggio facevano ala i soldati del pretorio ed i littori.

Il vincitore non sembrava completamente lieto della vittoria.

Parlava con Antonina, salutava il popolo, cercando di nascondere più che da lui si potesse l’interno dispetto per le severe rimostranze del Pontefice. Di tratto in tratto volgeva la testa indietro, e lanciava sguardi di fuoco sulla Vestale Rubea.

Tornati presso l’ara di Vulcano, egli piegò un ginocchio davanti ad Antonina, che lo spruzzò, secondo il rito, d’acqua lustrale.

Quando fu terminata la festa alla mezzanotte, essa si congedò dalle Sacerdotesse di Vesta e tornò al suo palazzo.

Al dì seguente era coricata ancora quando entrò nella sua stanza Britannico colla faccia imbronciata.

Egli era dolentissimo che la sorella, da lui tanto amata, avesse accondisceso all’invito di Nerone, ma non osava esternare il suo rammarico. La predilezione e il rispetto che nutriva per essa non glie lo consentivano.

Il penoso sentimento di lui però non isfuggì ad Antonina, che gli disse:

— Vieni qua, fratello, baciami, e non guardarmi sì torvo. Se chiamata da Nerone dopo la Vestale Rubea, accondiscesi ad assumere la parte di somma Sacerdotessa in quella risibile festa pagana, fu per tranquillizzare Ottavia, che ha dell’infido marito così grande timore. Se avessi rifiutato anch’io, chi sa a quali eccessi lo avrebbe trascinato l’ira, che gli divampava dagli occhi.

— Comprendo il tuo nobile sentimento, — rispose Britannico, — ma dovevi rammentarti in quel momento ch’egli ha rapito a me la diadema dei Cesari.

— Nè l’ho dimenticato, nè lo dimenticherò mai. Benchè nati da diversa madre, tu sai, Britannico, che io ti porto affetto più che a vero fratello, tu sai com’io m’adopri perchè sia riparata l’ingiustizia di tuo padre verso di te. E della sollecitudine mia per raggiungere codesto scopo possono farti fede i nostri amici.

Gli amici di cui parlava Antonina erano Gneo Calpurnio Pisone, Marco Flavio Sverino ed altri, che parteggiando per Britannico, cospiravano insieme ad Antonina.

Di codesta donna, saggia e risoluta ad un tempo, essi avevano stima grandissima. Laonde dapprima rimasero meravigliati ch’essa si fosse prestata a supplire la Vestale nel buffonesco trionfo di Nerone; ma poi si persuasero che sovente giova l’infingimento per celar meglio i reconditi propositi, e lungi dal censurarla, la lodarono.

Di fatto Nerone, illuso dalla cortese abnegazione di lei, che figlia di Cesare acconsentiva ad accettar l’invito da Rubea rifiutato, espresse colla madre e colla moglie ammirazione e gratitudine per essa.

L’immagine della bella Vestale però eragli rimasta impressa nella mente, e nel tempo stesso non poteva dimenticare la dichiarazione del Pontefice Massimo, che la vergine, quand’anche non vi fosse stata costretta dal suo dovere, avrebbe egualmente risposto col rifiuto.

Intollerante di qualsiasi opposizione, per quanto ragionevole, quella d’una fanciulla dalla quale avrebbe voluto essere obbedito ed amato, lo esasperava ancor più e gli toglieva tutta la gioia del trionfo.

E questa gioia venne ad intorbidargli ancora il funesto Aniceto, narrandogli che Aulo Plancio erasi vantato nella taverna di Salvidieno Orfido, ch’egli avrebbe potuto vincere l’Imperatore, ma non aveva voluto per non umiliarlo.

Nerone, balzando in piedi, s’avanzò verso il pedagogo cogli occhi stralunati e il pugno in alto, e gli gridò:

— Menti!

L’altro, fattosi umile per la paura, mormorò:

— O divo Cesare, così mi fu riferito.

— Da chi?

— Da Cercopiteco Panerote.

— Ordina ai liberti d’andarne in traccia.

E allorchè giunse il parassita, confermò quanto aveva riferito Aniceto.

Vedendo però l’eccitazione di Nerone aggiunse:

— Ma tu, divo Cesare, non spiegare a mal senso le parole di quel giovine Cavaliere. Certo, avrebbe fatto meglio a lasciar da banda la vanità e tacere, accontentandosi di non averti per abnegazione contrastata la palma....

— Dunque, — interruppe Nerone, digrignando i denti, — anche tu credi a quel vituperato millantatore?

— Io... no... ma se fosse vero quello che asserisce sarebbe da lodarsi. Al suo posto, ancor io avrei fatto lo stesso.

— Ebbene, — disse Nerone, con accento che incuteva terrore, — io saprò premiar lui, come avrei premiato te, o Cercopiteco.

Come questi fu partito, fece venire il capo dei pretoriani e si trattenne a lungo con lui.

Alla sera, Aulo Plancio, uscito dalle stanze d’Agrippina, mentre attraversava l’atrio, vide alla fioca luce d’una lanterna una donna affacciarsi dietro uno stipite, e fargli cenno d’avvicinarsi. Mentre moveva verso di lei, una mano afferrò il braccio di quella donna e la trasse a viva forza indietro.

La porta fu richiusa con violenza, ed Aulo Plancio uscì dal palazzo dei Cesari alquanto preoccupato.

La scena, a cui aveva assistito poc’anzi, gli dava a pensare.

Giunto che fu alle falde del Palatino, dall’ombra d’un edifizio sbucarono fuori quattro uomini armati di _sica_[61] che gli si gettarono addosso, lo atterrarono, e dopo averlo crivellato di ferite, allorchè lo videro esanime, ne deposero il cadavere sopra una bara, e andarono a gettarlo nel Tevere.

Quando il capo dei pretoriani annunziò al tiranno che l’ordine era stato eseguito,

— Sta bene, — disse Nerone.

E rimasto solo, aggiunse:

— Ed ora a te, bella e superba Vestale.

CAPITOLO XIII.

Il mago Simone e l’avvelenatrice Locusta.

Da alcune frasi a Nerone sfuggite nell’ira, Atte aveva indovinato il fiero proposito ch’egli nutriva contro Aulo Plancio, e gli aveva detto:

— Se tu, o Claudio Nerone, ami ancora la tua schiava fedele, tu non ucciderai quell’uomo.

— L’ami forse, poichè tanto ti cale di lui?

— Non è la pietà per esso, che mi fa parlare, è l’amore per te. Non voglio che tu attiri sul tuo capo l’ira di Giove.

Nerone alzò le spalle con disprezzo.

— Non voglio che tu offuschi coi delitti lo splendore dei Cesari.

— Se i delitti, — interruppe l’Imperatore sogghignando, — avessero dovuto offuscare quello splendore, il nome dei Cesari sarebbe sepolto nelle tenebre.

Atte continuò a persuaderlo, a supplicarlo fino a gettarglisi ai piedi; l’altro, freddo, inesorabile, la lasciò parlare senza rispondere. Perduta ogni speranza d’indurlo alla clemenza, diede in un sospiro ed esclamò:

— Poichè tu, crudele, mi nieghi la grazia, _Agathodaemon_ m’aiuterà a salvar l’infelice.

Ed uscì dalla stanza.

Nerone la lasciò partire; poi fatti venire i due liberti Elio e Doriforo ordinò loro di spiare ogni passo della citarista.

Ed essi la colsero mentre dall’uscio faceva segno ad Aulo Plancio d’avvicinarsi, e la condussero piangente al cospetto dell’Imperatore che le disse:

— Ebbene, il tuo Genio tutelare non venne a porgerti aiuto? Egli, più prudente di te, ebbe paura d’opporsi ai miei decreti.

— Sii clemente, o divo Cesare, — essa mormorò tra i singhiozzi. — Perdona! Perdona!

— A te, volentieri perdono, o Atte, perchè ottimo cuore è il tuo. Ma guardati d’ora innanzi dal presumere che tu possa arrestare i fulmini miei. Correresti il rischio di rimanerne tu stessa incenerita.

E dopo questo tremendo avviso la rimandò.

Atte, per quanto già intravedesse nell’amante suo malvagi istinti, non avrebbe immaginato mai di trovarlo così indurito nella crudeltà, così profondamente scellerato.

L’affetto suo aveva resistito alle infedeltà di lui, ma non v’era fiamma dell’anima, che valesse a distruggere il ribrezzo pe’ suoi delitti.

Aveva creduto d’esercitare ancora tanta potenza su quell’uomo fatale per impedirli, per salvar le vittime, per non lasciar così miseramente distruggere l’amor suo. Ma il disinganno era venuto a toglierle ogni energia, ogni speranza, e le annunziava che l’ora dell’espiazione era giunta. Si sentiva destinata a subire le umiliazioni inflitte per cagion sua all’Imperatrice, che con esimia virtù si rassegnava.

Ottavia però era moglie, e lei invece poteva risparmiarsele, abbandonando quel mostro, al quale non la legava che un vincolo osceno.

In quel momento di desolazione stava quasi per appigliarsi a codesto partito. Ma poi cominciò a vagheggiare l’effimera lusinga di poter riacquistare il perduto dominio su Nerone, d’averlo forse fatto già rientrare in sè, d’aver col suo pianto salvata la vita d’Aulo Plancio, e rimase.

Quando s’incominciò a sparger la notizia, che questi era scomparso, i begli occhi d’Atte versarono lagrime, si riempì l’animo suo di doloroso rammarico, ma non partì.

E forse la povera citarista fu la sola che veramente piangesse sulla sorte della vittima.

E Agrippina?

La cinica donna fu la prima a sapere da Seneca del misterioso misfatto, che s’attribuiva a Nerone, e immaginandosi che questi vi fosse stato spinto da gelosia per lei, fece d’abbominevole compiacenza farmaco al dolore.

Ottavia dapprima si mostrò incredula, non vedendo la ragione di quella vendetta; ma quando venne un giorno Lucano, e le rese evidente la realtà del fatto, cadde come prostrata sotto il peso della triste rivelazione, quasichè l’infamia del marito potesse ricader sul suo capo. Non le sfuggì però dal labbro esclamazione alcuna di dolore o d’indignazione.

Sperò ancora che le venisse smentita quella notizia, e non abbandonò la speranza finchè non venne da lei Menecrate, nel quale riponeva fiducia grandissima.

La fiducia, la stima, la simpatia, l’amicizia sono quei tali sentimenti, che s’offrono alle donne oneste come pseudonimo all’amore.

Venne il citaredo, ed essa gli dimandò se avesse sentito della grave accusa, che si moveva all’Imperatore, e s’egli vi prestasse fede.

Menecrate rispose che lo sapeva da vari giorni, nè poteva non crederlo, poichè lo stesso Nerone dichiarava d’aver voluto punire l’oltracotante menzognero, che aveva offeso il suo amor proprio.

— E perchè finora me lo tacesti?

— Perchè le labbra del fido citaredo non devono dar per te che suoni lusinghieri. Avrei riguardato come un delitto il darti un dolore, che ti si poteva risparmiare.

— Ti ringrazio, o Menecrate, — disse la giovine Imperatrice con un mesto sorriso. — Se la virtù mi vieta di corrispondere ai tuoi sentimenti, non posso a meno di non apprezzar la nobiltà dell’animo tuo. Ci proteggano gli Dei, poichè io adesso tremo per tutti.

— La mia vita t’è sacra, o divina Ottavia, e il fartene olocausto è un bene che anelo. Non tremar dunque per me.

— Oh, no, preghiamo i Numi ch’egli non faccia nuove vittime.

E un’altra pur troppo era già designata. La Vestale Rubea.

Un giorno Nerone si presentò al Collegio delle Vestali, e ordinò che gli fosse condotta innanzi.

È facile immaginare con quale trepidanza la vergine si presentasse a lui.

Seppe però dominare l’interna apprensione, e come sempre, riservata e severa, gli disse:

— Eccomi ai tuoi cenni. Cosa chiedi da me, o divo Cesare?

Nerone, seduto sopra uno sgabello, colle braccia conserte al petto, dopo averla fissata con sguardo provocante, prese a dire:

— È vero, o Vestale, che se io il giorno dei Circensi avessi insistito per ricevere l’alloro dalle tue mani, tu non avresti acconsentito?

— E come l’avrei potuto, se me lo vietano le leggi del nostro culto?

— Non v’è legge, non v’è culto che valga quando Cesare impone.

Rubea tacque.

Nerone riprese: