Le donne di Nerone

Part 8

Chapter 83,695 wordsPublic domain

— Detesto i cristiani, perchè insultano alla nostra fede. Ma odio del pari i giudei, poichè li so persecutori ingiusti e tenaci di tutti quelli che non s’inchinano al loro Iehova. Di buon grado dunque acconsento che si ponga termine alla guerra mossa da loro contro quel Saulo, che ha fama d’uomo insigne ed eloquente. Ma badi costui a non servirsi di queste doti a detrimento del culto pagano, cercando fra noi nuovi apostati, come quel Proconsole di Pafo. Allora Cesare si dimenticherà ch’egli è cittadino di Roma, per ricordarsi che fu giudeo ed ora è seguace del Nazareno.

Incoraggito dall’esito felice della sua raccomandazione, Seneca voleva chiedergli se fosse vera la sua intenzione di ripudiare Ottavia e sposar la citarista. Lo tratteneva però la presenza di Burro, di cui temeva la violenta franchezza.

Anche il silenzio dell’Imperatore su questo fatto lo teneva dubbioso.

Poteva essere indizio ch’egli avesse abbandonato il progetto, e più non ci pensasse, o che conservandolo ancora non volesse svelarlo.

Nell’un caso o nell’altro si sdegnerebbe forse, vedendo scoperte le sue intenzioni.

Mentre il maestro rimaneva sospeso tra il desiderio d’essere rassicurato su quella triste faccenda, e il timore di mostrarsi imprudente, fu dai liberti annunziato Britannico.

Di questa visita fu sorpreso Nerone, poichè il giovine cognato da lungo tempo non si presentava più a lui.

L’offesa fatta alla sorella dall’adultero marito, che la posponeva ad una vile citarista, l’aveva profondamente rammaricato, quantunque gl’illeciti amori non avrebbero dovuto sorprenderlo nella corte dei Cesari.

Ma l’orgoglio di casta e l’immenso affetto che portava ad Ottavia non gli permettevano di tollerare l’oltraggio.

Il suo carattere, ch’era mite e passivo, come quello di sua sorella Ottavia, e ben diverso dal temperamento dell’altra sorella Antonina, non gli consentiva forti propositi, sopratutto essendo egli trilustre appena ed epilettico. Come non aveva reagito con energia allorchè venne diseredato, anche in questa circostanza si manteneva muto e sdegnoso, e non aveva osato mai rinfacciare apertamente a Nerone il suo tradimento. Questa volta veniva suo malgrado; veniva perchè spinto a quel passo da Gneo Calpurnio Pisone e dagli altri suoi fautori, che lo volevano forte nell’agire e congiurare contro l’usurpatore.

L’Imperatore licenziò Seneca e Burro, e fatto introdurre il giovine cognato, gli andò incontro e gli strinse la mano, senza che l’altro osasse rifiutarla.

Disse ch’era contento di rivederlo dopo la lunga assenza e gli dimandò se venisse anch’egli a congratularsi de’ suoi trionfi.

— Ne godo per te, o Claudio, ma non è ciò che mi condusse.

— E che, dunque? — chiese Nerone, tornando a sedersi, ed additando a Britannico uno sgabello.

— Tu devi rassicurarmi sul conto di mia sorella.

— Di quale sorella tu intendi parlare? Di Claudia forse, figlia d’Erculania, o della formosissima tua sorella Antonina, che nacque da Petina, e che mi dicono esserti cara di molto?

E marcò queste ultime parole così, che il viso di Britannico si fece di porpora; ma non volle rilevare la maligna insinuazione, e rispose:

— Essa non m’è certo più cara d’Ottavia, che vorrei vedere felice sempre, come lo fu quand’essa regnava arbitra del tuo cuore.

— Assicurati, o Britannico, ch’essa lo è egualmente adesso.

— Ma corre fama che la stella di lei stia per tramontare, e che tu voglia strapparle dalla fronte il diadema imperiale per adornarne un’altra donna.

— E chi ti riferì questo? — chiese Nerone con un sogghigno beffardo, ma nel quale traspariva la stizza.

— Lo si disse a Corinto, lo si ripete a Roma. Io però non posso prestarvi fede, poichè non ti credo capace, o Claudio, di vilipendere a questo modo la sposa, cotanto da te amata un giorno.

— Rimani saldo in questo convincimento, e non ti curare d’altro, o Britannico.

Questi però non era soddisfatto della sibillina risposta, e voleva tornare agli amici, o superbo d’aver dimostrato a Cesare il suo sdegno o contento d’una smentita.

Laonde rispose:

— Devi apertamente dirmi se io m’inganno o se la fama mentiva.

— Per non protrarre a lungo questo colloquio, che potrebbe danneggiar la mia voce, voglio rimandarti coll’assicurazione, che la concubina non diverrà mia sposa.

Britannico non volle altro e tornò glorioso e trionfante da Calpurnio Pisone per dargli la fausta notizia.

— M’è grato per la diva Ottavia, — rispose Pisone, — ma pel tuo bene avrei voluto che il tiranno, alle tante altre follie, anche questa aggiungesse per accumulare le ire del popolo contro di lui, e il suo favore per te.

— Avrei acquistato questo favore a troppo caro prezzo, l’onta e il dolore d’Ottavia. È già abbastanza vilipesa dal vile Enobardo la figlia di Claudio e di Messalina.

— Vorrei che lo stimolo dell’ambizione fosse potente in te come l’orgoglio di casta. Intanto, non lasciarti adescare dalle moine del tiranno.

— Io? Se mi vi recai oggi, dietro la tua insistenza, o Calpurnio, una volta rassicurato che la publica voce mentiva, non v’andrò se non mi chiama.

— Prima d’esser tranquillo sulle assicurazioni di lui, aspetta. Non prestar fede così facilmente. Forse oggi stesso, mercè un piatto squisito di _sumen_[56] e del generoso falerno, saprò intera la verità.

Le sale di Gneo Calpurnio Pisone erano frequentate da giovani eleganti, uomini di lettere, patrizii, Senatori ed artisti.

Quella sera, terminata una splendida cena, i convitati, tra cui Lucano, Isidoro Cinico, il giovane Flavio Sverino, intimo del Pisone e a lui devotissimo, e Cercopiteco Panerote erano passati dal triclinio nell’exedra.

Mentre gli altri si divertivano nel giuoco del _talus_[57] (o _tessera_) e facevan gran chiasso, sopratutto quando alcuno riusciva a fare il miglior tiro chiamato _venus_, Cercopiteco sedeva sopra un bisellio, sbuffando per soverchio cibo e bevanda.

Il parassita aveva mangiato a crepapelle e bevuto come un otre, e a metà della cena erasi ritirato nel gabinetto attiguo al triclinio per alleggerirvi lo stomaco e fare onore all’altra metà.

Era soddisfatto e gaio, ed aveva sciolto lo scilinguagnolo.

Pisone, che gli stava accanto, approfittò del momento propizio per farlo parlare su quanto era avvenuto a Corinto.

E l’altro raccontò delle feste, fu eloquente nella descrizione dei banchetti, meno in quella dei ludi. Fu parco nel lodare la parte presa in questi da Nerone; ma si guardò bene dal biasimarlo e beffeggiarlo. Andò poi in epico nell’esaltare le bellezze delle donne greche.

— Immagino, — osservò Pisone, — che strage avrà fatto di queste il divo Cesare.

Il Panerote mosse in giro la destra sbarrando gli occhi e alzando la testa. Gesto codesto, che esprimeva più di qualsiasi frase le amorose conquiste di Nerone.

— E la bella citarista tollerava siffatte infedeltà? — chiese Calpurnio.

L’altro rispose:

— Pare che sull’orologio solare di lei, l’ombra del _gnomon_ abbia passato il meriggio e s’avvicini a vespro.

— Oh, a questo non posso prestar fede, — esclamò Pisone. — S’egli intendeva cingerle la testa della diadema imperiale.

— E tu hai creduto a codesta fiaba, o intelligente Pisone?

— Negheresti forse che si fecero indagini per iscoprire....

— Lo so, lo so, — interruppe il Panerote, — se Atte non avesse in cima alla sua genealogia qualcosa di più bello della schiavitù, qualche farmaco che le purgasse il sangue. Ma lo fece per accontentarla, non per altro.

— Ed io t’assicuro che voleva sposarla.

— Ed io t’assicuro invece che se anche avesse avuto in mente questa strana idea, ora non ci penserebbe più, perchè gli spiacque di vedere talvolta il suo trionfo eclissato dall’arte di lei, e perchè i vezzi delle etère greche lo hanno inebriato.

— Vorresti dire che il fascino e la potenza di quella donna sono sepolti?

— Non sono sepolti, neppure agonizzanti, ma gravemente ammalati.

— Sarà, — mormorò Pisone, fingendosi incredulo per tirarlo ancora su, — ma io temo che Nerone continuerà ad essere dominato da quella donna.

— Ed io lo spero. Meglio essa che un’altra. L’indole di quella greca è buona e mite, nè sarà mai capace di trascinare l’amante ad ingiustizie, a vendette o altre cose riprovevoli.

Pisone proruppe ridendo:

— E l’adulterio a cui lo trascinò? E l’onta fatta alla divina Ottavia? E il tentativo di farla ripudiare, di balzarla dal trono?

— No, no, sei in errore, amico Calpurnio, — interruppe alla sua volta Cercopiteco, tra gli sbadigli della laboriosa digestione. — Essa non voleva saperne di portare quest’oltraggio estremo alla sublime donna, alla quale tutta Roma tributa incensi, e meritati incensi.... sicuro.

E le parole cominciavano ad uscire con stento dalla sua bocca; non le batteva più, le bofonchiava, e le palpebre gli si facevano sempre più gravi.

— Baie, — mormorò Pisone, — baie.

— Ma che baie.... a tutti lo diceva — anche Nerone lo diceva!... le indagini,... sì.... le indagini si fecero e non si fecero....

Vedendo che il parassita s’addormentava, Pisone lo lasciò dormire, e andò ad unirsi all’allegra brigata.

Egli aveva saputo quello che voleva, o per dir meglio quello che non voleva, poichè avrebbe preferito il grave scandalo.

Tuttavia sperava ancora che l’altro, per riguardi cortigianeschi, non fosse stato del tutto sincero.

Ma Panerote nei vapori del vino spifferava la verità.

Nerone aveva ordinato che si facessero delle ricerche sull’origine della famiglia d’Atte, perchè sposandola, i romani non lo accusassero d’aver ripudiata Ottavia per dar loro a sovrana una schiava. Ma in seguito, diminuita la passione per le ragioni esposte da Cercopiteco, non erasi più curato di sapere se le indagini continuassero o no, tanto più che la citarista dichiarava di non volere accettare la sua mano, preferendo di restare amante.

E in questo si rivelava l’astuzia greca. Essa vedeva che divenuta moglie, finirebbe, come Ottavia, per perdere ogni impero su lui, non sarebbe più amata, non tarderebbe il ripudio.

Ed essendogli stato fatale il viaggio in Acaja si lamentava con Egloga ed Alessandria al suo ritorno.

— Ahimè, dicendo, andai a Corinto sua diva, ne torno sua amante, amata ancora; ma sento che presto sarò solo di lui schiava fedele. Il mio canto più non lo seduce. Se non sono i vezzi delle giovani greche e alessandrine, se non è l’amore dell’arte, che mi rapiscono il suo cuore, forse occulti nemici congiurano a’ danni miei.

Essa non si mostrava adirata, nè piangeva, ma sul volto di lei c’era l’impronta d’un profondo dolore.

Le due nutrici cercavano rassicurarla, e Sporo, ch’era presente e la fissava innamorato e commosso, uscì in queste parole:

— Povera Atte, guardati dal maligno Aniceto.

CAPITOLO XI.

I Circensi.

Straordinarii spettacoli, ludi nuovissimi, esagerata prodigalità, sfrenate libidini, ecco dopo gli effimeri trionfi dell’arte, quello che ambiva, quello che sentiva Nerone.

Poco dopo il ritorno dall’Acaja furono da lui ordinate le feste in onore di Giove, e volle che cittadini pervenuti alla dignità consolare, Senatori, Cavalieri e Matrone avanzate in età concorressero a celebrarle, prendendo parte alle corse, alle lotte, alle rappresentazioni sceniche.

Questo nuovo capriccio del divo Cesare, il sapere che si rappresenterebbero nuovi giuochi, e la voce sparsa che lo stesso Imperatore vi prenderebbe parte, aveva solleticato straordinariamente la curiosità del popolo romano, già di spettacoli avido tanto.

Il circo Massimo, sito tra il Palatino e l’Aventino, era lungo duemila cento ottantasette piedi, e largo novecento sessanta, e poteva contenere trecentomila spettatori. Pur tuttavia sembrava che quel giorno dovesse riuscire angusto per quella fiumana di gente, che irrompeva con furia sotto le dodici arcate dei portici, destinate all’ingresso del popolo. I più impazienti salivano a prendere posto nelle gradinate, altri affollavansi alle taverne dei mercanti, ch’eran sotto i portici, per procurarsi di che soddisfar la fame e la sete durante lo spettacolo. Altri andavano a leggere le tabelle infisse alle colonne, che dividevano i ventiquattro compartimenti del circo, ove a grandi caratteri erano scritti i nomi dei nobili aurighi.

Intanto i Consoli, gli altri dignitari, il Pontefice Massimo, l’Edile, il Capo degli Auguri, le Vestali e i patrizii colle loro famiglie entravano per le quattro alte edicole chiamate _moenania_ e ch’erano sormontate da quadrighe di bronzo.

Per questa circostanza era stato assegnato ai Cavalieri un luogo appartato perchè meglio godessero lo spettacolo della corsa, che dovevano fare ventiquattro dei loro compagni.

All’ora detta _sol_, ch’era tra il meriggio e la sera, uno squillo di tromba annunziò l’arrivo dell’Imperatore, che, lungo il tragitto, aveva destata l’ammirazione del popolo, guidando un _decemjugis_, ossia dieci cavalli di fronte attaccati ad un carro dorato. Seguiva un elegantissimo cocchio, fatto a foggia di barca, che posava su cinghie di cuoio, ed era tirato da quattro cavalli bianchi. In esso sedevano le due Imperatrici. Accompagnavano il nobile corteo i soldati pretoriani e i littori.

Allorchè l’Imperatore comparve nel pulvinare, e sedette tra Ottavia e Agrippina, da quelle trecentomila bocche s’elevò un grido di saluto, che fece rintronare l’aria.

Allora l’Edile, montato su cavallo a dorso nudo, uscì dalla porta _pompae_ dell’_oppidum_ (città), edifizio che chiudeva da un lato il circo e sotto il quale eran costrutte le stalle (_carceres_) pei cavalli ed i carri.

Egli fece il giro della _spina_, muro basso costruito in senso longitudinale attraverso il campo della corsa.

Alle due estremità della spina sorgevano le due mete dorate, e sull’alto nel mezzo un obelisco dedicato al sole.

Compiuto il giro, fece distendere al punto dove i carri prenderebbero la mossa, l’_alba linea_ o corda tinta di bianco, attaccata a due piccoli pilastri detti _hermulae_.

Poscia salì sull’alto dell’_oppidum_ dov’erano i giudici, ai quali egli presiedeva e ch’erano tutti pittori o scultori non romani.

Le trombe diedero un nuovo squillo, e come mosse da corrente elettrica, s’agitarono le teste e le braccia di quell’immensa moltitudine, che poi proruppe in entusiastiche acclamazioni, quando dalle carceri uscirono le bighe disposte in tre file d’otto per ognuna e guidate da Cavalieri, che non oltrepassavano il quinto lustro, ed avevano militato almeno in due campagne. Alcuni s’erano guadagnata la corona _Civica_ o la _Murale_ o altra onoranza guerresca. Per questi ultimi bastava una sola campagna per essere ammessi ai circensi.

I ventiquattro aurighi vestivan tuniche l’una di tinta diversa dall’altra, e ciascuno portava la fascia trasversale, e il nastro che gli cingeva i capelli d’altro colore della veste.

E d’ugual nastro, e d’ugual fascia si vedevano adorne quel dì le giovinette patrizie, molte delle quali palpitavano in quel momento e facevan voti per la sorte del Cavaliere prediletto.

I tre ordini di bighe fecero al passo il giro del circo, rasentando le balaustre dei _podi_ per essere meglio ammirati dagli spettatori, che li accompagnavano col grido: _Salvete! Salvete!_

I cavalli, pressochè tutti puledri bellissimi o di puro sangue romano, o nati da coppie incrociate o venuti direttamente dall’Asia, procedevano saltellando e nitrendo. Parevan superbi dei loro graziosi ornamenti e della gara a cui eran chiamati.

Compiuto il giro, i carri rientrarono nelle carceri, e i Cavalieri tornarono poi ad uscire a piedi quando vennero chiamati ad uno ad uno a prendere il posto loro assegnato dalla sorte.

Il posto migliore, quello più vicino all’Euripo[58], toccò ad Aulo Plancio, con gran rammarico di Cesare.

Come furono messi in fila, la linea bianca cadde e i ventiquattro giovani spiegarono la corsa.

Al terzo giro eran stanchi, sudati, ansanti, ma giunsero tutti alla meta. Il primo però non era Aulo Plancio. Egli anzi fu tra gli ultimi.

Il divo Cesare era contento.

Rivoltosi ad Agrippina, le disse sommessamente, accompagnando le parole con maligno sorriso:

— Forse lo trattenesti la scorsa notte?

La madre lo guardò fissa, poi si rivolse senza rispondere.

Il vincitore ebbe in premio un grosso anello gemmato e rientrò cogli altri nelle carceri.

Poco dopo squillarono di nuovo le trombe; l’Edile impose silenzio al pubblico, e le prime dodici bighe ricomparvero. Estratti a sorte da un’urna i nomi degli aurighi, andarono ad uno ad uno a prendere il posto loro designato. Come vi furono tutti, l’alba linea fu lasciata cadere e i cavalli partirono. Da principio i più esperti conduttori li trattenevano per non affaticarli, e durante il primo giro il gruppo delle bighe procedette bastantemente serrato.

Nel secondo cominciò a diradarsi; ma si correva più forte, quantunque alcuni trattenessero ancora la biga, mentre altri cominciavano a sferzarla.

Nel terzo la carriera divenne vertiginosa, le zampe dei cavalli sfioravano appena il terreno, sembrava che volassero. I colpi della scutica li facevan balzare frementi, il grido dell’auriga ne raddoppiava la foga. Il terreno cupamente rimbombava sotto quella ridda, che sempre più si faceva ruinosa, talchè a tre o quattro dei primi aurighi giunti, non riuscì di fermarsi alla meta, e furono dagli animali, che non sentivano più freno, trascinati per un giro ancora.

La moltitudine li aveva seguiti cogli occhi senza trar respiro, interessandosi a tutti gli episodi, e ciascuno facendo voto in cuor suo per quella biga sul valor della quale aveva fatto scommessa.

E di scommesse ce n’erano infinite, dalle poche _as_ del popolano alle centinaia di talenti.

Nerone, più di tutti, era intento allo spettacolo, nè mai si toglieva dall’occhio il _lapis Neronianus_[59].

Il Cavaliere Marco Salvio Ottone era l’auriga vincitore ed ebbe in premio una daga d’oro tempestata di pietre preziose.

Nerone fece avvicinare il Prefetto delle coorti pretoriane, che si teneva in fondo al pulvinare, e gli dimandò:

— Dimmi, Vestino, codesto vincitore, è forse quel Cavaliere Ottone che dicono posseder sposa splendidamente bella, più forse della tua fidanzata Statilia Messalina?

— È lui, o divo Cesare.

— Giovane intraprendente, e a quanto sembra, fortunato in tutto, — rispose Nerone con aria d’invidia e d’ammirazione.

Il Prefetto si trasse di nuovo indietro.

Le trombe annunziarono l’arrivo delle altre dodici bighe.

Di queste l’Imperatore ne seguì attraverso il suo smeraldo i giri con interesse anche maggiore.

Aulo Plancio, l’uomo da lui odiato, aveva sortito uno dei posti migliori, e la sua biga correva terza nel primo giro, e nell’altro, sorpassato il secondo auriga, correva quasi allato al primo.

Nerone fremeva impaziente, tanto più che gli sembrava legger la compiacenza sul volto della madre.

Erano forse il sospetto, l’odio, la gelosia, che lo facevano travedere.

Mancava poco per giungere alla meta, allorchè Plancio, rallentando le redini, ed animando i cavalli colla scutica e colla voce, sorpassò la prima biga e fu vincitore.

Nerone si morse il labbro inferiore, la sua faccia si contrasse, e la sua fiera guardatura talora si rivolgeva ad Agrippina, talora fulminava il Plancio nel suo giro di trionfo.

Una speranza gli rimaneva, che quell’odiato sarebbe soccombente nella corsa _decretoria_, quella cioè, in cui dovevano misurarsi i due primi vincitori Ottone e Plancio, e quello che ottenesse il premio nella gara delle fazioni.

Di questa facevan parte tutti i conduttori di carri. Ciascuno aveva un capo e vestiva colori differenti dalle altre.

Alle loro sfide, più che a quella dei nobili, s’interessava la plebe, che mormorava ed agitavasi impaziente di veder uscire dalle carceri i dodici aurighi delle tre fazioni bianca, gialla e verde.

Finalmente, poichè il Plancio ebbe terminato il giro trionfale e ricevuto dalle mani dell’Edile il premio, un cameo contornato di gioie, vennero fuori i dodici carri delle fazioni, tirati da cavalli di razza romana allevati a spese dell’erario.

Il popolo, tra cui quei conduttori contavano infinità d’amici, li salutò con un urlo entusiastico, e non potendo frenarsi poi, mentre compivano i tre giri, ruppe più volte il silenzio imposto dall’Edile.

Vinse la livrea verde della fazione Prasina, ed ebbe il premio di diecimila sesterzi.

Per rimandar contenti anche gli altri, Nerone aveva dato ordine che ciascuno di loro avesse in dono un _dolio_ di vino.

Nella corsa _decretoria_ i tre vincitori montavano a cavallo e Nerone sperava che Aulo Plancio sarebbe cattivo cavaliero com’era stato fiacco corridore. Si turbò alquanto allorchè, da esperto conoscitore, col suo prezioso occhialetto osservò che l’animale toccatogli in sorte era un ardente puledro venuto dalle mandre africane. Bellissimo cavallo andaluso era quello di Marco Salvio Ottone, come pure giovine e snello, l’altro montato dal cavaliere della fazione verde.

Era questa una gara assai difficile e pericolosa pei contendenti, che non conoscevano l’indole e i vizi di quegli animali tolti da poco alle mandre.

Nel primo giro procederono serrati e quasi paralleli, nell’altro, Ottone era innanzi d’un mezzo cavallo ad Aulo Plancio, ed il terzo competitore cominciava a rimanere indietro.

La plebe non poteva più frenarsi e di tratto in tratto gridava a quest’ultimo; _macte animo! Verbera! Curre!_[60] e invano gli araldi alzavano il caduceo per imporre silenzio.

Nerone invece rimaneva muto, assorto, cogli occhi fissi sopra i due cavalieri.

Allorchè nel terzo giro, a poca distanza dalla meta, Aulo Plancio, adoperando la stessa tattica usata colla biga, frustò il cavallo e chino sulle sciolte redini, lo spinse a maggior corsa, passò Ottone e vinse, Nerone mandò un’imprecazione agli Dei. Di quel furore si stupì Ottavia e gli dimandò cosa avesse.

— Non era costui ch’io voleva vincitore.

— Perchè?

— Perchè lo detesto.

— Che ti fece egli mai?

— Chiedine alla diva Agrippina.

— Io, — rispose questa, superba in cuor suo d’inspirare ancora nel figlio cotanta gelosia — nulla so, nè degli odii nè degli amori tuoi, perchè a me non ti confidi.

Ottavia, o non comprendendo l’enigma o fingendo di non comprendere, rispose:

— Ma tu, così valente in simili giuochi, dovresti invece ammirarlo.

— E tanto lo ammiro, che intendo misurarmi con esso, e se il sopraggiungere della _suprema tempesta_ non ponesse termine ai ludi, oggi stesso lo sfiderei.

Appena tornato al palazzo dei Cesari, ordinò che gli fosse condotto Aulo Plancio.

Questi non tardò a comparire.

Era un giovine d’atletiche forme, che aveva più del gladiatore che del Cavaliero. Che la madre di Nerone, imitando Messalina, ne avesse fatto il suo Bito molti supponevano, ma nessuno poteva asserirlo.

Era donna troppo astuta e troppo desiderosa d’essere apprezzata dal figlio, per compromettere coll’imprudenza la sua dignità.

Nerone però, che di lei conosceva gl’istinti e le vecchie storie, era pressochè sicuro di quella tresca. Chi era stata espulsa da Caligola pei suoi disordini; chi aveva fatto assassinare il suo primo marito Crispo Passieno; chi aveva strappato dalle braccia d’Ottavia Lucio Silano per darla in isposa a lui, ed aveva poi accusato d’incesto il misero giovine, l’aveva trascinato davanti ai giudici e costretto al suicidio; chi aveva fatto morire nelle torture Lolia Paulina, accusandola di magia, perchè gelosa della sua bellezza; chi finalmente impaurita della condanna a morte inflitta dall’Imperatore Claudio ad una adultera, aveva fatto uccidere col veleno il suo terzo marito; poteva nutrire qualsiasi passione volgare.

Era già molto, secondo Nerone, ch’essa avesse preferito a schiavi ed istrioni quell’Aulo Plancio.

Ciò però non toglieva ch’egli per gelosia non l’odiasse, perchè, come già dicemmo, le donne, che appartenevano a Claudio Nerone, non dovevano amare che lui.

Come Aulo Plancio gli fu dinanzi, Nerone, dopo averlo squadrato da capo a piedi, gli disse:

— Tu ti mostrasti nel circo esperto auriga ed esperto cavaliere, talchè mi nacque il desiderio di misurarmi con te.

L’altro, colto da sorpresa, non seppe che rispondere.

— Saprai per certo, — riprese Nerone, — condurre un _decemjugis_.