Le donne di Nerone

Part 7

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Circa un mese dopo la partenza da Roma dei due ambasciatori salpò dalle spiagge partenopee la trireme, nella quale eran Nerone, la sua concubina, le due nutrici destinate a servirla, il _Navarco_[47] e le ciurme.

In altre due navi seguivano gl’invitati, gli schiavi _vulgari_[48] e i soldati.

Appena giunto a Corinto, Nerone ordinò alle legioni di dar mano tosto al taglio dell’Istmo, già decretato dal Senato e che doveva congiungere la Grecia colla Morea.

Adunati i soldati, li arringò incoraggiandoli al lavoro. Fatte poi squillare le trombe, egli pel primo prese la zappa, scavò della terra, la raccolse in un cesto, la caricò sulle spalle e la portò via.

Son tratti questi che non mancano mai d’effetto presso il popolo; e i soldati, colpiti dalle parole e dalla ostentata abnegazione del divo Cesare, si posero senza indugio al lavoro.

Compiuto il dovere d’Imperatore romano, tornò Nerone alle frenesie artistiche, che l’avevano condotto sulla terra d’Acaja.

Per acquistarsi la gloria dei gladiatori, degli auriga, dei musici e degli istrioni, ordinò in Corinto i giuochi istmici ai quali volle prender parte, invitando con un manifesto gli abitanti ad accorrervi in gran numero.

Nell’ampolloso manifesto egli si rivolgeva a tutti i Greci d’Acaja e del paese, chiamato fino allora Peloponneso, e loro addimostrava quanta generosità vi fosse nel favore da lui accordato; favore, che non avevano goduto mai, anche nei giorni più felici, poichè erano schiavi degli stranieri, e sottoposti gli uni agli altri. Aggiungeva ch’egli avrebbe potuto concedere i suoi benefizii nei giorni della loro fortuna, ma ciò ne avrebbe diminuita la grandezza: li concedeva ora, come prova d’affetto, e non di compassione. Terminava dicendo che altri sovrani avevano accordata la libertà soltanto a delle città; e ch’era riserbato a Nerone di concederla ad un’intera provincia.

Con queste frasi egli si preparava un facile trionfo nei giuochi.

S’egli riuscisse nel vanitoso intento lo sapremo a Roma.

Un mattino sullo scorcio del maggio Seneca stava ritirato nella biblioteca della sua casa, occupato a raccogliere le composizioni de’ suoi discepoli e i discorsi uditi nelle scuole, essendo sua intenzione di pubblicarli[49] quando comparve lo schiavo _atriense_ e gli consegnò un foglio.

Dopo averlo letto, Seneca ordinò che fosse introdotto colui che l’aveva portato.

Lo schiavo scomparve e tornò poco dopo seguito da un uomo che indossava il costume della Galilea.

Era un omaciotto di mezzana statura, ma tarchiato della persona, ed aveva larghe spalle, sulle quali posava una testa piccola e calva. Il lungo naso aquilino saltava fuori da una foresta di pelo nero, che gli copriva la faccia fino ai zigomi. I suoi occhi giravano penetranti e vivaci sotto le spesse sopracciglia congiunte insieme, il che dava al suo volto severa espressione.

Era costui quel Paolo nato in Cilicia nella fiorente città di Tarso l’anno 10º o 12º dell’êra nostra da una famiglia patrizia, ma di sangue giudaico, originaria di Giscala in Galilea. Giusta l’usanza generale, Saulo aveva imparato un mestiere, e prescelto quello del tappezziere.

Educato nei più severi principii della setta farisaica, divenne acerrimo nemico dei cristiani, che prendeva a perseguitare con ferocia inaudita, benchè discepolo di Gamaliele il vecchio, ch’era uomo liberale, illuminato, e che non divideva cogli altri farisei tutti i principii esclusivi. Ma Saulo, messosi alla testa del giovine partito di quella setta, non udiva consigli di moderazione, ed era dal suo stesso carattere condotto agli eccessi estremi.

Per questo, univasi ai lapidatori del martire Stefano. Per questo partiva a cavallo con alcuni compagni diretto a Damasco, dove intendeva raddoppiar d’energia nell’afforzare l’odio dei giudei contro i cristiani. Ma la sua debole tempra, che mal corrispondeva all’interna agitazione, lo faceva giungere in riva al Giordano malaticcio ed esausto di forze.

Passato il ponte delle _Figlie di Giacobbe_, una febbre cerebrale lo aveva improvvisamente colpito.

Gli occhi velati di sangue, la mente colpita dal delirio, gli facevano vedere fantasmi, gli facevano udire voci arcane di rimprovero per le sue scellerate imprese contro i cristiani, e quel _Saule, Saule! cur me persequeris?_ ch’egli poi ripeteva a tutti, asseverando d’aver riconosciuta la voce del Nazareno, che non aveva mai visto.

Cieco e delirante sempre era stato condotto per mano da’ suoi compagni in Damasco, ed affidato a certo Giuda, che abitava nella via diritta.

Invaso dal pensiero dei cristiani, aveva voluto che lo curasse un capo della loro comunità, un tale Anania, ch’egli nel delirio aveva visto a salutarlo, e sorridergli.

Anania lo tornava alla salute, e alla calma, e Saulo, appena guarito, si faceva battezzare e diveniva fervente Apostolo di Cristo, com’era stato fiero nemico della sua Chiesa.

Simone Bariona e gli altri nulla avevano saputo di questo nuovo campione di Cristo, e quando erasi presentato fra loro, lo avevano trattato dapprima con diffidenza; ma riconosciuta poi la superiorità di lui, e visti i vantaggi che poteva trarne la nuova fede, se lo eran tenuto caro.

Com’egli apparve, Seneca levossi in piedi e gli diede la mano, dicendo:

— Tu sei dunque Saulo di Tarso il prigioniero?

L’altro affermò col chinar del capo.

— Mio fratello Gallione ti raccomanda a me, e mi dice che ti rechi in Roma, insieme ad altri prigionieri, per appellarti al tribunale di Cesare contro le trame degli ebrei e il lungo procedere della giustizia di Cesarea. Gallione nelle sue lettere mi parlò sovente di te, o Saulo.

— Se non ti spiace, o Seneca, chiamami col nome latino di Paolo. Io lo preferisco.

— Ebbene, sii il benvenuto, o Paolo.

E l’abbracciò.

— Salve, o cortese, — rispose l’Apostolo, — che così benignamente m’accogli.

— E non lo meriti forse? Io so come tu sii eloquente, e alcune delle tue lettere mi son note e molte delle tue massime divido. So inoltre che il tuo avo fu di grande aiuto a Pompeo nelle sue conquiste, e che tuo padre ebbe il titolo di cittadino romano.

— Ma io sono cristiano.

— Ed io sono filosofo. Non faccio differenza alcuna tra gentili, cristiani e giudei, purchè tutti rispettino le nostre leggi e i nostri altari e paghino i tributi a Cesare. Certo saría stato meglio per te non esser ito a Damasco, ove rinnegasti la fede dei padri tuoi.

— T’è nota dunque la mia storia?

— Vuoi che resti ignoto quello che avviene nell’Impero?

— Ma Damasco, dopo la morte di Tiberio, era venuto in potere del Re nabateo Hareth.

— Ma sempre in Palestina regnava Caligola.

— D’altronde, — riprese Paolo, — quand’anco non mi fossi recato in quella città, l’arcana voce che doveva redimermi l’avrei udita in qualsiasi luogo. Il rimorso che provo per gli eccessi passati, l’amore che m’anima pel nuovo apostolato, mi provano che il mio non fu delirio, ma divino prodigio.

Seneca rispose sorridendo:

— Ma gli Ebioniti non la pensano così, a quanto mi consta.

— So bene che quei miei nemici dicono ch’io da pagano m’ero fatto ebreo per chiedere in isposa la figliuola di Gamaliele, e che avutone un rifiuto, per vendetta abbracciai la fede di Cristo. Ma siffatte calunnie non curo. Le mie azioni son là per smentirle. Pel piacere d’una vendetta, che a Gamaliele niun detrimento recava, non m’esporrei a disagi e perigli pel mio apostolato, come m’accadde a Gerusalemme, a Cipro, ad Antiochia, ove gli ebrei ellenisti volevano uccidermi; come m’accadde a Corinto, dove mi difese l’esimio fratello tuo, come m’accadde a Filippi in Macedonia, ove accusato insieme a Luca di sortilegi, fummo dai giudici fatti passare per le verghe, imprigionati, e ci salvammo dichiarandoci cittadini romani. E a quei giudici, che così barbaramente mi trattavano, vedendo scritto sul loro tribunale _Deus Ignotus_ dissi sfidando il loro sdegno: — Invece d’un Dio ignoto, perchè non adorate il vero Dio? — E a Gerusalemme sarei rimasto ucciso sotto le battiture, che in mezzo agli insulti dei giudei, mi faceva infliggere il Capo delle legioni romane Sisia, che mi credeva un malfattore, ove non gli avessi gridato: — Chi vi fa lecito battere un cittadino romano che non fu condannato? — E la lunga prigionia di due anni sopportata a Cesarea, benchè nè il Governatore Felice, nè il suo successore Festo prestassero fede alle calunnie degli ebrei? Festo poi si decise a chiamarmi in giudizio perchè gli ospiti suoi Agrippa e Berenice desiderarono di vedermi e d’udirmi a parlare. Ma il processo continuò ancora, non mi si rese mai libertà intera, ed ora ricorro a Cesare. Pochi soffrirono quello ch’io ho sofferto e soffro; ma non mi sgomento per ciò. Questo ti provi, o Seneca, come la nuova fede abbia messo nell’anima mia profonde radici, e come veramente si debba ad un prodigio la mia conversione. Le voci dei maligni non curo e continuo impavido nella mia missione.

— Ti compiango e t’ammiro. Ed ora, compi presso di me l’incarico che t’affidò Gallione.

— Prima di partir per Roma cogli altri prigionieri chiesi in grazia al Governatore Festo di farmi condurre a Corinto per visitare il fratello tuo, e questi mi confidò cosa di grave momento, perchè te la comunicassi, non fidandosi di scriverla.

— Di che si tratta?

— Nerone ordinò che si facciano indagini sulla prosapia della sua concubina, perchè sia accertata la nobile origine di lei.

— Di codeste indagini aveva avuto sentore.

— Ma quello che tu non sai per certo si è, com’egli intenda, ove questo s’avveri, di prendere a pretesto la sterilità dell’Imperatrice Ottavia e ripudiarla per sposare la citarista Atte.

Seneca a questa nuova balzò in piedi, e percotendo il pugno sul tavolo esclamò:

— Oh insania inaudita!

E ricadde seduto poggiando sulle palme la fronte.

— Dio, — riprese Paolo, — gli toglie il senno, perchè lo vuol perduto.

Vi furono alcuni istanti di silenzio. Quindi Seneca osservò:

— È impossibile ch’egli sia dai sensi trascinato a tanto obbrobrio.

— Di ben altre vergogne si coprirono i Cesari. Pensa alle turpitudini di Tiberio, alle follie di Caligola, e non meravigliarti che il lascivo Nerone voglia porre il diadema Imperiale sul capo d’una schiava.

— O Paolo, non parlar di lui in tal guisa, se lo vuoi clemente.

— Ma non è alla clemenza di lui, è alla giustizia ch’io mi rivolgo, e questa non deve dall’altra dipendere.

Seneca, preoccupato dalla notizia avuta, riprese:

— E si propagò per Corinto la voce dello strano progetto?

— Il povero prigioniero nulla può dirtene. Seppi dal Centurione, che m’accompagna, essere tutto il popolo intento agli spettacoli di cui Cesare si fa principale attore, e lo acclama; e porta in trionfo la concubina di lui, che cantò nei ludi floriali. Il fratello tuo mi disse però che le indagini procedono segretamente.

— Ma Gallione non agisce per renderle vane?

— E che può mai un Proconsole contro la ferrea volontà di Cesare? Egli spera che quella schiava abbia mentito la sua nobile origine.

— Lo vogliano gli Dei! — esclamò Seneca.

— Ti rinfranchi intanto l’idea che dipende da questa condizione il ripudio della legittima sposa, e il nuovo imeneo; segno questo che l’amore non gli pose interamente la benda sugli occhi.

— Intanto conviene serbare il segreto, perchè la triste nuova non giunga all’orecchio della diva Ottavia.

— Sul mio silenzio confida. L’onesto Gallione mi disse di rivelare soltanto a te la cosa, e tu solo la sai. Paolo, servo di Cristo, d’altro non s’occupa che di propagare il suo evangelo.

— Comprendo il tuo religioso fanatismo pel profeta di Nazareth, poichè lo stesso Nerone nutriva per esso ammirazione grandissima.

— Mi fu riferito di fatti, — interruppe Paolo, — che quando seppe non essere Gesù più in vita e che lo avevano crocefisso, fe’ venire incatenati in Roma il Governatore Ponzio Pilato, il Saduceo Caifasso ed Anna il Pontefice.

— È vero.

— E perchè tante persecuzioni poi contro i seguaci di Cristo? Perchè riguardarli come malfattori, come nemici, mentr’essi, fedeli al comandamento di Cristo, pagano i tributi a Cesare, non respirano che l’obbedienza, e fan voti per la salute dei Principi e per la felicità degli Stati?

— Quanto tu affermi è vero, — rispose Seneca, — ma tu taci una grave colpa, ch’essi hanno agli occhi del popolo romano, il disprezzo cioè che addimostrano pe’ suoi Numi, ai quali esso attribuisce la sua grandezza, la sua fortuna, le sue glorie. Roma è riguardata come città santa, fondata sotto auspici divini. Si crede che Giove dimori più che nell’Olimpo, nel Campidoglio. Voi colle vostre parole pretendete distruggere codesti ideali, e fra uno che potrà darvi ascolto, come il Proconsole Sergio Paolo, migliaia e migliaia v’odieranno, vi grideranno morte! E i Cesari, forse crudelmente troppo, sono costretti a farsi vindici del popolo. Ecco d’onde hanno origine le miserie de’ cristiani. Persuadili colla tua dottrina di rispettare il culto pagano, e vivranno tranquilli quanto gli altri cittadini di Roma.

— E come lo posso, io o Seneca, — rispose Paolo, — se nella lettera mandata ai romani col mezzo della Diaconessa Feba di Cencrea scrivo ch’io verrò un giorno per fare qualche frutto anche fra loro?

— Bada, o Paolo, che tu andrai incontro a gravi perigli.

— Lo so, e partii già dall’Oriente pieno di sinistri presentimenti, talchè mi separai dai Capi della chiesa d’Efeso come se non dovessi più rivederli. Il disastroso viaggio fu già prodromo di sventure.

E qui narrò, come gettato da fiera tempesta a Malta, vi dimorasse tre mesi, e finalmente prendesse terra nella penisola presso Pozzuoli.

Quindi riprese:

— Se invece della libertà qui m’aspetta la morte, sia fatta la volontà di Dio.

— Sii prudente, e le lugubri fantasie discaccia. Intanto ordinerò al Centurione, presso cui tu dimori, di lasciarti in libertà intera. Se poi ti trovassi in spiacevoli congiunture, ricorri a me, come ad amico.

Paolo, commosso, si gettò fra le sue braccia esclamando:

— Perchè non sei tu cristiano, o perchè almeno tutti i cristiani non t’assomigliano?

E scambiatisi il vale, l’Apostolo uscì, mentre lo schiavo atriense introduceva Britannico; che entrò tutto accigliato.

CAPITOLO X.

Immeritato trionfo.

La taverna detta di Salvidieno Orfido, perchè da costui, proprietario della casa, era data a fitto ad un oste, riuniva in sè le due qualità di _popina_[50] e di _termopolio_[51] ed era frequentata da ogni ceto di persone, tranne da gente del volgo, che accontentavasi di restare in ammirazione davanti alle finestre, dov’erano esposte le cose ghiotte, dietro a bottiglie di vetro piene d’acqua per farle comparire più grosse, e poi andare a crapulare nelle luride _genee_ delle remote vie.

Qualche giorno dopo la visita dell’Apostolo a Seneca, alcuni frequentatori di quella taverna, situata presso il _Fico Viminale_, sedevano leggendo il _Commentarium rerum urbanarum_ (ch’era la gazzetta ufficiale di quell’epoca) e ne discutevano le notizie venute d’Acaja.

Naturalmente in quel foglio si portavano a cielo i trionfi di Cesare, come atleta nei giuochi nemei, come auriga negli istmici, come cantore e declamatore, in quelli floriali.

Altamente si lodava la sua osservanza alle leggi imposte in quei ludi, uniformandosi così alle condizioni di tutti gli altri giuocatori.

Molti facevano eco alle lodi del _Commentarium_, ma v’era chi dubitava della sua veracità.

E ne conseguivano animatissime discussioni.

Isidoro Cinico, ch’era seduto a poca distanza, non potè trattenersi e levatosi in piedi andò a frammischiarsi in quel crocchio, e con voce sommessa, ma concitata, cominciò a dire che la narrazione di quel giornale era una cantafavola, che se Nerone, come auriga, non aveva chi lo sorpassasse in maestria, come lottatore, per quanto robusto, sarebbe stato vinto per certo, ove gli altri, per riguardo all’Imperatore, non si fossero lasciati atterrare. Quanto poi alle feste floriali si sapeva per certo ch’era stata tollerata la declamazione del poema _Medea_ di sua composizione; ma che il suo canto aveva destata l’ilarità di tutti, che il publico, per non starlo ad ascoltare, sarebbe fuggito ove non vi fosse stata l’inibizione d’uscir dal teatro mentr’egli cantava, ed Atte colle sue armonie, con la sua bella voce, colla sua bellezza non l’avesse trattenuto. Aggiunse correr voce, che molti, non resistendo allo strazio di quelle note selvagge, se ne andassero di nascosto scalando le mura o si fingessero svenuti o morti per essere condotti fuori, e che qualche donna venisse presa dai dolori del parto.

— Ed io, — disse, — non mi sarei immaginato mai d’essere indovino, allorchè scherzando con Cercopiteco Panerote, prima ch’egli partisse, accennai a quest’ultimo caso.

Quei buoni quiriti, tra le esagerate lodi del _Commentarium_, il quale tra le altre cose riferiva come la città d’Agrepia avesse stabilito d’erigere un altare a Nerone, collocandolo tra gli Dei della città, col nome di _Giove Liberatore_[52], e l’esagerato biasimo del Cinico, rimasero come trasognati guardando questi che se ne tornava al suo posto mormorando:

— E poi.... e poi.... avrei qualcos’altro da aggiungere.

Come fu seduto, venne a lui un piccolo ometto canuto, che indossava una tunica bruna, ed appoggiando le mani al tavolo, e curvando la persona, disse alcune parole all’orecchio d’Isidoro, il quale rispose a bassa voce:

— È noto anche a me. Me lo disse Calpurnio Pisone.

— E lo sa Britannico?

— Sì, e andò pieno di sdegno da Anneo Seneca per dimandargli se fosse vero che si preparasse affronto siffatto alla sorella sua; e Seneca lo rassicurò che la cosa non accadrebbe.

L’altro, ch’era Salvidieno Orfido, partigiano di Britannico, e per conseguenza devoto alla giovane Imperatrice, esclamò:

— Auguriamoci che il vecchio maestro non abbia mentito.

— E se la cosa è vera il popolo romano vendicherà la diva Ottavia.

— La verità non tarderà a scoprirsi, poichè il ritorno in Roma di Nerone è prossimo.

Il Cinico riprese:

— Così non fosse andato mai a fare l’istrione in terra straniera a discapito del nome romano.

— Ma egli, — disse Orfido, — crede invece d’essersi reso immortale, poichè a quanto il liberto Elio scrisse al suo compagno Doriforo, che a me lo riferì, ha detto di voler tornare degno del nome di Nerone, ed entrare trionfante in Roma.

E così fu veramente.

Dopo essere entrato trionfante in Napoli, dove si demolì una parte del muro per farlo passare, siccome usavasi fare pei vincitori nei gareggiamenti musicali, andò ad Anzio, quindi ad Albano, e finalmente fece il suo ingresso in Roma, passando sotto un arco posticcio eretto all’uscita del campo Marzio.

Quel campo, nei veri trionfi occupato tutto dalle soldatesche, che avevano combattuto e vinto, lo si vedeva gremito di una folla variopinta di curiosi nella quale colla sordida veste del plebeo s’urtavano le toghe, le preteste, le clamidi, i pepli, le armature.

I cavalieri pretoriani, menando colpi coll’asta ai più riottosi, e facendo caracollare il cavallo, dividevano le turbe in due ali, per lasciar libero il passaggio al corteo.

Il carro, tirato da bianca quadriga, sul quale stava l’Imperatore, era quello stesso adoperato da Augusto.

Nerone indossava la _toga picta_[53] di porpora, ch’era l’abito trionfale, ed una clamide trapunta a stelle d’oro. Una corona Olimpica gli cingeva la testa ed una Pizia ei teneva nella destra. Le altre corone, ciascuna col proprio titolo, che spiegava dove e come le avesse acquistate, erano portate con gran pompa davanti al carro.

Precedevano questo i trombettieri e suonatori con istrumenti diversi, i Tribuni, i Centurioni coi loro _vitis_ (o bacchetta del comando), gli alfieri delle legioni, che portavano le insegne delle aquile romane, gli animali destinati al sagrifizio, coronati di fiori e di bende e colle corna dorate, condotti dai _Victimarii_, e accompagnati dal _Popa_ e dal _Cultrario_[54].

Teneva dietro al carro un coro di cantori e cantatrici alessandrini, e dopo di loro venivano alla rinfusa liberti, citaristi, mimi e giullari, che gridavano inneggiando alla gloria di Cesare, e accompagnando le grida con strane movenze.

Ai crocicchi delle vie, ove s’erano eretti appositi tabernacoli agli Spiriti tutelari delle vie[55] e ch’erano custoditi ognuno da un sacerdote Augustale, s’arrestava il corteo.

Il Popa allora trascinava una delle vittime all’ara, l’abbatteva con un colpo di scure, lasciando che il Cultrario compiesse il suo uffizio squarciandola con un coltello.

Compito il sagrificio, il corteo riprendeva il cammino, e passando pel circo Massimo, di cui erasi abbattuto l’arco, pel Velabro e per la piazza, si portò al tempio d’Apollo.

Le vie erano coperte di fiori di zafferano, e durante il passaggio si facevan volare degli augelli, e dai balconi si gettavano ornamenti, corone di fiori e _dulcia_ di zucchero e miele.

Ma ad onta di questi festeggiamenti, ad onta che i prezzolati istrioni andassero proclamando dietro al carro, che nel trionfo di Nerone si ritrovavano i soldati d’Augusto, le turbe plaudivano senza entusiasmo e nessun labbro proruppe nel grido dell’_Io triumphe_, col quale il popolo romano acclamava ai conquistatori del mondo.

Entrato colla sua coorte nel tempio d’Apollo, offrì doni e sagrifizii al simulacro del Nume.

Durante la cerimonia i cantori alessandrini, insieme a fanciulle e fanciulli riccamente vestiti, colle lunghe chiome odorose coronate di fiori, scioglievano inni sacri, temprati al suono delle cetre.

Quindi il corteo si diresse al Palatino.

Entrato nel palazzo, alla moglie e alla madre che vennero ad incontrarlo, mostrò le corone acquistate e le sacre, che poi fe’ porre intorno ai letti, sui quali era solito coricarsi, come pure i disegni, in cui egli era rappresentato come cantore e citaredo.

Allorchè le mostrò a Seneca e a Burro,

— Con questa effigie, — disse, — voglio che si battano alcune monete.

I due chinarono il capo in segno d’approvazione; ma si guardarono bene dal fare lo stesso quando esternò il proposito di convocare il Senato perchè emanasse un _Senatus consulto_ col quale si decretasse di cambiare il nome di Roma in quello di _Neropoli_ e che il mese di Aprile si chiamasse _Nerone_.

— Il nome di Roma, — saltò su Burro, — è troppo grande perchè il popolo possa rinunziarvi.

— E molto meno, — aggiunse Seneca, — vi rinunzierebbero le nostre invitte legioni.

E così evidentemente gli addimostrarono il pericolo d’un clamoroso universale rifiuto, che Nerone, benchè a malincuore, rinunziò al suo progetto.

Alzando con disprezzo le spalle disse:

— Che lascino pure a Roma il suo nome, e il suo al secondo mese dell’anno. Il mio non ha bisogno di questo per rimanere immortale. Ma il Senato e il popolo romano non facciano troppo a fidanza sulla condiscendenza mia. Può talora riuscir fatale l’opporsi alla volontà di Cesare.

Dicendo queste parole, fissò bieco Burro, come quegli che nella sua brusca franchezza l’aveva più sovente contraddetto.

Poi, cangiando espressione, riprese:

— Le gloriose soddisfazioni che m’ebbi dall’arte oggi mi rendono l’anima serena, nè voglio turbarla con sentimenti crucciosi. Desidero glorie, piaceri e feste. Voglio che godan tutti della gioia mia. Il prossimo arrivo del Re d’Armenia sarà propizia occasione per questo. Gli splendori della casa transitoria, i superbi spettacoli del circo Massimo e quelli dei teatri che si preparano, dovranno restar memorabili nella storia del mio regno.

Come si vede, i facili trionfi d’Acaja nell’arte e negli amori avevano esaltata la fantasia di Nerone, e ne tempravano pel momento gl’istinti feroci.

Di queste favorevoli disposizioni approfittò Seneca per raccomandargli l’Apostolo Paolo, ed egli rispose: