Part 6
— Non accusarmi di questo, o Rubea. Ch’io rifuggissi sempre dall’idea di concedere il mio cuore e la mia bellezza ad oscuro mortale, è vero; ma io sognava cospicui sponsali, la mia ambizione era questa. Venni in Roma entusiasmata già dai racconti che udiva in Acaja, sulla grandezza e sulla generosità di Nerone. Il primo dì che lo vidi mi rese libera, m’affascinò col suo magnanimo contegno verso di me, colle sue lodi, col parlar lusinghiero, e fui sedotta, mi copersi d’infamia, e mi preparai un tremendo avvenire.
— Fuggilo dunque.
— È tardi, me ne manca il coraggio, e conviene ch’io trangugi fino all’ultima stilla il calice amaro del mio peccato.
— Disgraziata!
— Tu nata da nobile lignaggio, tu cresciuta sempre al fianco di tua madre tra le carezze e gli agi, non comprendi come possa una fanciulla essere contaminata, com’io fui; ma se invece di vagire in una cuna dorata, le prime tue lagrime fossero cadute su misero vaglio, saresti forse meno severa colla povera Atte.
— Il cuore mi spingerebbe ad essere indulgente, ma il mio sacro ministero m’impone il rigore. T’avrò lo stesso, o sorella, nella mente e nel cuore, e pregherò la Dea che ti tolga dall’obbrobriosa via, in cui ti sei messa, e quando con una vita di virtù avrai espiata la tua colpa, ritorna a me, e la pentita avrà quell’amplesso e quel bacio, che oggi la Vestale deve negare alla peccatrice impenitente. Atte, addio.
E mosse verso la porta d’ond’era venuta.
— Addio, sorella, — mormorò l’altra con voce soffocata dal pianto.
Quando raggiunse Egloga ed Aniceto, quest’ultimo, vedendola mesta ed avvedendosi che aveva pianto, le dimandò come l’avesse accolta la Vestale, cosa le avesse detto.
Essa rispose bruscamente:
— E a te che importa?
E l’altro si tacque.
Atte aveva divisato di nulla riferire a Nerone dell’accoglienza avuta da Rubea, e delle severe parole rivoltele; o per lo meno mitigar l’una e le altre, temendo che Nerone salisse in furore, e per vendicar lei dell’umiliazione ricevuta, punisse la Vestale.
Essa però aveva fatto i conti senza il malvagio pedagogo.
CAPITOLO VIII.
Il cuore del citaredo.
La legione di seimila fanti e trecento cavalieri, che Nerone doveva condurre in Alessandria, partiva quel giorno stesso per imbarcarsi.
Nel porto di Napoli stavano pronte alcune navi lunghe, che dovevano servire a trasportare le milizie, le _onerarie_, già cariche di viveri, attrezzi guerreschi ed altro, e la trireme destinata all’Imperatore.
Questa però più non serviva, perchè il comando era stato affidato ad uno dei Consoli, e Nerone restava.
Più non curando i torbidi dell’Egitto, lieto d’aver rinunziato alla gloria delle armi per occuparsi della problematica gloria artistica, volse subito in mente il progetto d’accontentare la plebe, di cui l’ovazione quella mattina aveva tanto solleticato il suo amor proprio.
Divisò di dare una festa al popolo nei giardini del palazzo, e là, insieme ad altri musici, prodursi nel canto, nel suono di varii istrumenti, e nella declamazione.
Non dubitava di suscitare entusiasmo; ma, per renderlo più sicuro, conveniva fosse limpida e forte la sua voce, come egli si lusingava averla sortita da madre natura.
Non fidando di sè stesso, volle esserne accertato da altri.
Prese la cetra, e s’incamminò verso le stanze d’Agrippina, perchè l’udisse cantare, e giudicasse s’era in grado d’affrontare il cimento.
Ricordandosi poi come la madre, unitamente a Seneca e Burro l’avessero spesso distolto dall’offrirsi a spettacolo, tornò indietro e andò a trovare la moglie.
— E Menecrate? — dimandò entrando.
— Oggi non si presentò.
Il poeta Marco Anneo Lucano, che stava leggendo all’Imperatrice un brano del suo poema _La Farsalia_, disse d’aver incontrato il citaredo a poca distanza dalla casa Augustale, e ch’era retrocesso, sentendo da lui che Ottavia lo aveva invitato a farle quella lettura.
Nerone ordinò che s’andasse tosto in cerca di Menecrate.
Poi, rivolto a Lucano, proseguì:
— Ed intanto che lo si aspetta, tu, o Marco Anneo, continua a leggere, che io con piacere infinito udrò l’armonia del tuo verso, il tuo stile robusto.
Ed ascoltò attentamente, prorompendo di tratto in tratto in esclamazioni di lode.
Decisamente l’ovazione popolare aveva esaltato in lui più che mai il sentimento artistico e ravvivato quello della cortesia e della generosità.
La stessa Ottavia, che perduta ancora una volta la speranza d’un erede, non aveva da molto tempo udita una parola soave, ebbe da lui sorrisi, tenere frasi, e premurose dimande. Chi più sentì l’effetto di questo momentaneo cangiamento fu Menecrate.
Appena egli comparve, Nerone gli disse d’averlo fatto chiamare perchè udisse il suo canto, e giudicasse se fosse in quel momento nella pienezza della sua voce, talchè questa potesse sorprendere il popolo, che chiedeva d’udirlo a cantare.
E accompagnato dal citarista sul salterio, intuonò un inno, sfoggiando nei più arditi degli ottocento quarantacinque segni di cui era composta la musica romana.
Com’ebbe terminato, attese il giudizio.
Ottavia per compiacenza e Lucano per adulazione approvarono.
Quanto a Menecrate, sapendo come dovesse spiacere ad Ottavia quello spettacolo, a cui voleva esporsi il marito, disse che il timbro della voce poteva addivenire anche più forte col riposo, e che conveniva indugiare qualche dì, prima d’accondiscendere ai desiderii del popolo, per render così l’effetto sicuro.
Il presuntuoso prese tutto per buona moneta, e — Seguirò, — disse, — il tuo consiglio, o Menecrate, e poichè fosti il primo ad annunziarmi l’ovazione di ieri, voglio ricompensartene col farti dono della villetta sulle Esquilie, che quasi miracolosamente fu salva dall’incendio.
Menecrate rispettosamente rifiutò.
— Oh, per gli Dei, — esclamò l’Imperatore, tra sorpreso e crucciato, — è questa la prima volta che si osa respingere la generosità di Cesare. È la tua, o citarista, se non modestia, somma alterigia.
— Nè l’una cosa, nè l’altra, o divo Cesare; i tuoi doni convien meritarli, ed io ho la coscienza di nulla aver fatto per questo. Non feci che ripeterti ciò che intesi. È gloria questa che meriti un premio? Cosa darai tu allora a chi espose la vita per la grandezza di Roma? Tu sei padrone di ricompensare chi ti piace quando ti piace, come ti piace, ma lascia a me la libertà di rifiutar un guiderdone, che può, anche non meritato, riescire accetto a patrizio dovizioso, ma che a tapino quale son io peserebbe, come un’elemosina.
Nerone, che lo aveva ascoltato in silenzio, fissandolo alquanto accipigliato, gli disse:
— Censuri Cesare, esalti te stesso, e sostieni di non esser orgoglioso?
— Io mi rivolsi alla magnanimità tua e le dissi non sprecare i tuoi doni inutilmente, e lascia al misero citaredo il tempo di meritarli, e ch’egli continui intanto a chiedere un pane per sè, per la vecchia madre all’arte sua. — Perdona, o divo Cesare, ma qui non v’è censura per te, non alterigia da parte mia. È l’umiltà dignitosa, che esalta la prodiga generosità.
Nerone, avvezzo all’insaziabile avidità de’ suoi cortigiani e alle loro menzogne, non credeva sinceri l’umiltà ed il disinteresse di Menecrate, non veritiere le sue parole.
Purtuttavia lusingato da quelle si calmò un poco in lui l’interno sdegno per l’offesa arrecatagli con quel rifiuto, a cui egli attribuiva qualche altro ignoto movente.
E forse, come vedremo tra poco, non s’ingannava.
— Se quanto asserisci è realtà, ti lodo, — disse levandosi in piedi, — e ti perdono l’offesa.
— E quale offesa, o Cesare?
— Quella del rifiuto.
Il citaredo voleva scusarsi ancora: ma Nerone non gliene diede il tempo, perchè rivolto a Lucano, lo invitò a passare con lui nella sua zotheca, che voleva dargli a leggere un brano d’una sua tragedia, ch’egli stava componendo per cantarla in publico.
Baciata la moglie, si rivolse ancora a Menecrate, e — Ricordati, — gli disse, — che una seconda offesa non perdona Nerone. Vale.
Ed uscì, seguito da Lucano.
Come furono soli, Ottavia osservò a Menecrate com’egli si fosse male apposto, rifiutando il dono imperiale.
— Io, — rispose risoluto il citaredo, — nulla voglio da Claudio Nerone.
— E perchè?
— Perchè ti rende infelice.
— E chi può asseverar ch’io lo sia?
— Roma intera lo ripete indignata.
— E quand’anco ciò fosse, a te che importa?
— O divina Ottavia, il mio affetto, la mia devozione per te non han limiti. Adoro chi t’apprezza, chi ti disprezza detesto. So bene che il culto d’un misero quale sono io, non può salire fino a te; ma non per questo io t’abbandonerò, dovesse arrivar la mia abnegazione fino al sagrifizio della vita.
Menecrate non aveva mai parlato così aperto, e Ottavia, quantunque già presentisse d’essere amata, rimase sorpresa da quelle tenere espressioni, che neppure alla più onesta e ritrosa delle donne riescono sgradite.
Fingendo di non interpretare quelle parole a senso di dichiarazione amorosa, gli rispose:
— Ti ringrazio, o Menecrate, di questi tuoi sentimenti per me, ma non voglio che ti rendano ingiusto ed ingrato verso l’Imperatore. Avrei desiderato che fosse vera e non mentita modestia che ti spingeva a rifiutare il dono. Non avresti così offeso doppiamente Nerone respingendo la sua generosità ed ingannandolo.
— E ciò t’addolora?
— Sì e per esso e per te.
— E di me che ti cale?
— Sarebbe egoismo il mio se rimanessi indifferente davanti allo sdegno di Nerone, che tu provocasti. Bada, o fido Menecrate, che l’ira sua fa spavento.
— Ma è così grave delitto in Roma il ricusare una mercede che non fu meritata?
— Delle tue parole egli non rimase convinto e tolgano gli Dei che non abbia ascritto a disprezzo il tuo rifiuto.
— Ebbene, scagli pure su me i fulmini suoi. La persecuzione, i supplizii, la stessa morte non cangeranno la mente ed il cuore del tuo fedel citaredo, che a te sola li consacrò. Non adirarti, o divina Ottavia, e lascia che ogni tua gioia mi renda felice, ch’ogni tua sventura m’addolori.
— È chiaro il senso delle tue parole, — rispose l’Imperatrice, tra severa e commossa. — Benchè mi sia riuscito grato il loro suono, debbo dimenticarle; come dimentico le soavi melopee della tua cetra dopo esserne stata commossa. Ti perdono, perchè so che l’amore non conosce distanza di grado e di natali, ma a patto che non ti sfugga più mai dal labbro un solo detto, che riveli il tuo segreto.
Menecrate, piegando un ginocchio e distendendo la mano verso Ottavia, esclamò:
— Ti giuro per gli eterni Dei, che lascerò consumar lentamente la mia vita da questa fiamma, senza mandare un lamento, lasciando che tu t’avvegga del muto sagrifizio dell’anima mia.
Son così dolci per un cuore straziato le proteste d’amore, anche non amando, che a Ottavia era mancato il coraggio di respingere sdegnosamente il sentimento dell’umile citaredo.
Nell’uscire dalle stanze d’Ottavia con Lucano, così parlava a questi Nerone:
— Cosa ti sembra di questo audace _fidiceno_[40] che osa ribellarsi alla mia volontà?
— Ma delle ragioni che addusse tu devi essere, o Cesare, più ammirato che offeso.
Questo, rispose Lucano, ch’era giovine franco e dabbene, e non adulava mai quando l’adulazione poteva riuscire di danno ad altri.
— E a quella ragione tu presti fede? — dimandò l’altro sogghignando.
— Sì, o divo Cesare.
— Ed io invece ne sono così poco convinto, che se egli non fosse protetto dall’Imperatrice lo manderei nel carcere Mamertino a divertire colla cetra i prigionieri cristiani.
Giunti nella zotheca, non volendo Nerone stancare la voce, diè a leggere a Lucano i brani della sua tragedia, che il poeta per fargli piacere molto lodò ed ebbe a mercede delle lodi un anello.
Lo condusse poi nel suo studio di scultura, vasta sala piena d’attrezzi, di cavalletti, e dove alcuni giovani artisti stavano abbozzando sulla creta o plasmando col gesso di Parigi le statue, i busti, i vasi e le _anaglipte_[41] ch’egli doveva terminare o coi scalpri portavano a compimento le opere incominciate.
Fra i lavori già scolpiti eravene uno d’osceno soggetto e di pessima fattura. Rappresentava Nerone e Sporo nudi ed abbracciati. Di quest’opera Nerone andava superbo, e ne faceva ammirare le bellezze a Lucano, che per non essere costretto a lodare o criticare, ascoltava e taceva.
Uscendo dal palazzo dei Cesari, egli diceva fra sè:
— Ed è a codesto mentecatto che sono affidate le sorti dell’Impero romano!!
Nerone, tornato nel suo appartamento, non d’altro preoccupato che della sua voce, svestita la tunica, applicò sul petto la lamina di piombo, e si distese bocconi sul lettuccio, e per godere una piacevole sensazione, senza affaticarsi, si faceva solleticare la nuca dalla mano di Sporo, che aveva dovuto a malincuore indossar nuovamente le vesti femminili.
Fu in quella giacitura che lo trovò Aniceto, tornando dal Collegio delle Vestali.
Atte addolorata per l’accoglienza fattale da Rubea s’era ritirata nella sua cella, quando si presentò da lei Sporo, e le disse che l’Imperatore la chiamava. Nello stesso tempo ravvisò ch’eragli parso imbronciarsi quando il pedagogo gli aveva riferito di non esser stato presente al colloquio, perchè fatto uscire insieme ad Egloga dall’_opistodomo_, e come essa Atte nulla avesse voluto ripetergli delle cose dette fra loro.
— Malvagio delatore! — mormorò Atte con sdegno.
E scese insieme al giovinetto.
Appena comparvero, Nerone rimandò Sporo, e presa Atte per un braccio le disse:
— Io ti diedi a compagni Egloga ed Aniceto. Perchè ti allontanasti? Cosa diceste, cosa faceste con quella Sacerdotessa, che gli altri non potessero udire e vedere?
La citarista fissandolo accigliata, dimandò:
— Il tuo pedagogo non ascoltò forse dietro la porta com’è suo ufficio?
— Non schermirti, rispondi.
— Cosa devo rispondere a te che alla virtù non credi e non sospetti che il male?
— Non farmi adirare, non costringermi a punirti.
— E tu, o Cesare, non soffocare con siffatti modi l’amore immenso che pur troppo ti porto. Se questo non mi trattenesse ora, fuggirei le mille miglia lungi da te. Io ti diedi il mio cuore, il mio corpo, ma non il diritto d’insultarmi, di minacciarmi. Cosa sospetti tu, dimmi?
— Uomo geloso non ragiona.
— Allora, a che monta ch’io ti dica la verità, poichè non la crederai?
— Infine perchè voleste rimaner sole?
— Perchè Rubea non volle che vi fossero testimonii in un colloquio tra la vergine Vestale e la concubina di Cesare.
— Dunque essa aveva severe cose a dirti?
— Quelle parole pie, colle quali una vergine dedicata al culto della casta Dea cerca di redimere la sorella peccatrice.
— Ma tu non ascoltasti i suoi suggerimenti.
— Come lo poteva il mio cuore, ingrato Claudio?
— Ma se ella continuasse ad insistere forse....
— Non temere, — interruppe Atte, — noi non ci vedremo mai più.
— Forse la rivedrai un giorno genuflessa ai tuoi piedi colle altre compagne.
— Indovino il tuo pensiero, ma rimuovilo pur dalla mente. Troppo graverebbe sul capo della schiava il diadema imperiale. Se un giorno tu mi porrai in non cale, come ora fai della diva Ottavia, preferisco esser reietta come amante e non come sposa.
— Lascia che siano portate a recapito le indagini che ordinai a Gallione, e vedremo.
Atte tentennò il capo negando.
E così la scena tanto bruscamente incominciata finì in amoroso colloquio.
Un giorno tra le none e gli idi di Marzo gran folla di popolo percorreva gli andirivieni scoperti e i viali del giardino imperiale, e tutta poi andava ad accalcarsi nell’ippodromo, che s’apriva di fronte al palazzo.
Davanti a questo era stato eretto un vasto palco, coperto di tappeti magnifici e di fiori. Due lunghe aste inclinate e sormontate da una lancia sostenevano il padiglione di seta. A destra e a manca erano due altri palchi destinati ai patrizii, ai Senatori e alle loro dame.
Costoro non dividevano forse la curiosità della plebe e non erano accorsi numerosi alla festa.
S’udirono alcuni squilli di tromba e poco dopo per la scala di legno, ch’era dietro il palco, salì Nerone seguito da Sporo che portava la cetra ed il flauto, da Atte, e da altri cortigiani, tra cui i citaredi Terpno e Menecrate, gl’istrioni Dato e Paride, Cercopiteco Panerote, i liberti Elio e Dorifero, e Spettillo Mirmillone.
Tutte le volte che si presentava in publico la plebe tra i salve chiedeva a Cesare il canto.
Era il popolo del _panem et circenses_, e questo spettacolo, nuovo per lui, d’udire l’imperatore a cantare gli sorrideva.
Nerone, non s’era lasciato pregare a lungo, e credendosi in tutta la potenza della sua voce, fece bandire che gli orti Neroniani sarebbero aperti al publico, e ch’egli avrebbe cantato.
Seneca e Burro cercavano di dissuadernelo, e quest’ultimo colla sua brusca franchezza gli addimostrava l’inconvenienza di quello spettacolo.
Ma ciò non aveva fatto che irritar Nerone e avvalorarlo nel suo proposito, malgrado le preghiere della madre e della moglie, le quali sapevano come da molti patrizii e borghesi si giudicasse ridicola quella scena.
La mancanza d’Ottavia, ch’era in Roma adorata, e la presenza della sua rivale a fianco dell’Imperatore, raffreddarono alquanto l’entusiasmo del publico.
In un capannello, dov’era Isidoro Cinico, s’avvicendavano senza posa i sarcasmi contro l’Imperatore istrione, le improperie contro la sfacciatezza della concubina e le espressioni d’affetto e di devozione all’indirizzo della sposa tradita. Molti alzavano gli occhi per vedere se almeno dietro i vetri delle finestre se ne travedesse l’angelico volto.
Questa circostanza, e più ancora il canto di quella voce esile e roca temprarono di molto l’entusiasmo degli spettatori.
Quantunque fosse Nerone abilissimo nel toccar la cetra, il suono flebile di quell’istrumento poco effetto produsse nel vasto recinto. Dal flauto poi poca voce egli ricavava e quella poca era più sibilo che suono.
Il popolo se ne sarebbe adunque tornato assai disilluso, ove una gradevole sorpresa non avesse riavvivata in lui la scintilla dell’entusiasmo.
Uno schiavo si presentò sul palco, portando una cesta cilindrica e profonda e tutta trapunta di fiori.
Nerone s’avanzò, e tolto il coperchio dalla cesta, cominciò a gettare al popolo alcune polizze di carta _fanniana_[42], sopra ognuna delle quali era scritto un dono. Chi riusciva ad impossessarsene, guadagnava o del vino o dell’orzo, o del grano, o gemme, o vesti, o giumente, o schiavi, o fiere addomesticate o qualche altro oggetto.
Come le spighe al soffiar del vento si piegano verso terra le une sull’altre, così durante la distribuzione di quelle carte si gettavano in terra e si accavallavano quei popolani per raccoglierle, saltavano per prenderle a volo, se le strappavano l’un l’altro, e quali ridevano, quali minacciavano di venire alle mani.
Era un assordante schiamazzo di cui Nerone godeva.
Come il cesto fu vuoto, la folla, per riconoscenza, chiese di nuovo d’udirlo a cantare e gli fu larga di frenetiche acclamazioni.
E il divo Cesare tornò contento e superbo nelle sue stanze, e tra le braccia della citarista si risarcì della lunga astinenza, a cui erasi condannato per non danneggiar la voce, dovendo esporsi al publico.
Agrippina lagnavasi alcuni giorni dopo con Seneca dell’obbrobrioso spettacolo dato dal figlio e l’altro rispondeva:
— Preparati, o diva Agrippina, ad obbrobrio maggiore. Leggi.
E le porse una lettera.
CAPITOLO IX.
L’Apostolo.
Il Governatore Gallione scriveva come essendo giunta in Acaja la fama della maestria dell’Imperatore nella musica, nella declamazione e negli esercizii di forza e destrezza, s’era divisato di mandargli in dono tutte le corone acquistate fino a quel momento dai giuocatori greci e d’invitarlo a recarsi a Corinto per prender parte ai ludi Nemei, Istmici e Floreali che si stavano preparando pel mese di maggio (che i Greci chiamavano targellione).
Queste feste erano state ristabilite dal Governatore romano per ravvivar la vita di Corinto, che distrutta da Silla, era stata riedificata ottant’anni dopo da Giulio Cesare.
In questi giuochi doveva coronarsi il più forte atleta, il miglior auriga, il più abile cantore.
Gli ambasciatori, che dovevano portare i doni e l’invito, erano già in viaggio per Roma.
Codeste notizie turbarono Agrippina, tanto più sentendo da Seneca che Nerone era deciso ad accettare e recarsi in Acaja.
L’opporsi a questa nuova follia era opera vana, ed essa, che teneva a non sdegnare il figlio e lo lusingava in tutti i modi, si mostrò decisa a non tentar la prova.
— Altri — dicendo — gli diano consigli di saggezza, io tacerò.
— E sia, — rispose Seneca, che vedeva ancor esso l’impossibilità di rinsavire quel pazzo — si lasci correr l’acqua per la sua china.
— Ma Gallione, — rispose l’Imperatrice, — perchè non sconsigliò ai messi quell’invito?
— E se tu, o diva Agrippina, non osi affrontare l’ira del figlio, come poteva il Proconsole inimicarsi il popolo di Corinto, e la benevolenza di Cesare?
Agrippina non seppe che rispondere, e quando ne parlarono ad Ottavia, questa fece osservare essere ormai l’ultima persona, che avesse influenza sull’animo del marito, e soggiunse:
— Raccomandatevi alla citarista greca. È lei sola che impera adesso su Cesare e su Roma.
Nerone attendeva ansiosamente l’arrivo degli ambasciatori, e allorchè giunsero, fece loro festosa accoglienza e li trattò con amichevole domestichezza, fino a farli sedere a banchetto con lui.
Un giorno uno di loro, stando a tavola, lo pregò di cantare, ed egli, tutto orgoglioso per questa dimanda, rispose che solamente i Greci comprendevano come si dovesse udire il canto, e ch’essi soltanto erano degni degli studii, dei quali esso si dilettava.
E dopo queste sbuffate d’incenso al popolo d’Acaja, si fe’ portar la cetra e cantò.
Agrippina per astuzia, Ottavia per istinto gentile, si mostrarono ancor esse cortesi verso quei buoni figli della Morea; Seneca fu alquanto con essi riservato, e Burro mal celava il suo dispetto.
Gli altri, cui poco importava se quei messi fossero ipocriti o sinceri, e Nerone si rendesse ridicolo, risposero _amen_, come sempre, alla volontà del pazzo tiranno.
Oltre Atte e Sporo, ch’egli volle seco in quel viaggio, furono invitati a seguirlo gran numero di musici, d’istrioni e di cortigiani.
Cercopiteco Panerote era fra questi, ma prima di decidersi a tener l’invito rimase lungo tempo in forse tra la prospettiva di suntuosi banchetti, e la tema di spiacere a Cesare, che lo stimolava ad accettare, e la paura del mare e i disagi.
Un giorno andò al tempio di Giove per pregare il sommo Nume di liberarlo da quella incertezza.
Nell’uscire s’imbattè in Isidoro Cinico, che gli dimandò ridendo se fosse andato a farsi suggerire da Giove qualche gustoso manicaretto.
L’altro, ch’era uomo dì buona pasta, e sopportava qualsiasi scherzo per non guastarsi il sangue, palesò francamente lo scopo di quella sua visita al tempio.
— Scommetto, — rispose il Cinico — che il responso ti venne non dal Tonante, ma dagli oracoli di Stercuzio[43] e Cloacina[44] che devono, certo, proteggerti.
— O maligno Isidoro, tu mi dai sempre la baia, per la mia passione epicurea. Cosa vuoi? è così ottima cosa il mangiar bene, ed il ber meglio! E questa passione finirà per vincere in me la paura, e partirò.
— Parti, parti, o Panerote, così al tuo ritorno potrai narrarci quante donne abortirono dopo i canti di Cesare.
Cercopiteco si mise a ridere e s’allontanò senza rispondere.
La trireme, che doveva trasportar Nerone da Napoli in Acaja, per eleganza di forma, per ricchezza di stoffe e di tappeti, per la profusione di metalli preziosi, per la squisita fattura dell’_aplustro_, del _chenisco_[45] e degli altri ornamenti, superava quante altre mai ne aveva immaginate il lusso degli Imperatori romani.
Pelli di tigri, di leoni e di pantere formavano il cubiculo d’Atte, ed una rete d’oro attaccata a due colonne di bronzo il suo lettuccio.
Altri tessuti orientali chiudevano le aperture del _propugnacolo_[46] entro il quale dormiva Nerone.