Part 5
Dal canto suo Atte, che già presentiva qualcosa di sinistro, dopo le grida udite tornando al palazzo, s’astenne dall’interrogare più oltre, e cercò di rimandare il giovinetto.
Questi però prima d’andarsene, voleva la promessa d’essere riamato da lei.
— O fanciullo, — gli rispose la donna, — tu pensi all’amore, tu che potresti ancora portare la _crepundia_[34] e baloccarti colla pupa. Fatti uomo e togliti all’ignominia, e troverai oneste giovinette che ti daranno gioie, che io non avrò più, le gioie della famiglia.
— Questa gioia di cui tu parli, io non l’avrò mai, — disse Sporo malinconicamente.
— E perchè?
— Nerone me la tolse per sempre.
— Spiegati.
L’altro allora s’avvicinò a lei, e dopo averle sussurrato alcune parole all’orecchio, fuggì via.
— Infamia! — esclamò la donna, coprendosi il volto colle mani.
E raccapricciava al pensiero che l’amore, ed anco un po’ l’ambizione, l’avessero data in balia d’un uomo così freddamente feroce.
Nerone, tornato dalla torre di Mecenate alla casa Augustale, trovò nel vestibolo i dodici littori dei Consoli, che insieme a Seneca e a Burro lo attendevano nel _cavedio_, tutti costernati pei gravissimi danni che arrecava l’incendio.
Destati improvvisamente e balzati dai loro letti, venivano a chiedere provvedimenti e soccorsi.
Credevano di vedere l’Imperatore agitato del pari; invece lo videro a tornare colla sua druda, vestito da istrione, imbronciato, ma tranquillo.
Passò loro dinanzi, e salutandoli disse d’attendere ed entrò nei suoi appartamenti.
Come se Seneca fosse responsabile della condotta di Nerone, Burro e i Consoli si rivolsero a lui, meravigliandosi di quello strano contegno, di quel buffonesco abbigliamento.
Seneca stringendosi nelle spalle, rispose:
— _Nullum magnum ingenium sine insaniæ mixtura_.[35]
Furono, dopo qualche tempo, introdotti in una sala, dove trovarono Nerone, che cangiate le vestimenta, sedeva presso un tavolo, sul quale ardeva ancora la lucerna _polimixa_, di cui i dodici lucignoli confondevano la loro luce coi primi bagliori del crepuscolo mattutino, uniti al riflesso dell’incendio.
— Che si vuole da me? — chiese egli.
Allora gli riferirono che alcune ville di patrizii, e case d’antichi Capitani, ricche d’arredi guerreschi, e perfino dei templi posti nell’isola stessa dei granai, erano preda alle fiamme; che il popolo esterrefatto correva per le vie e si ricoverava in campo Marzio.
— Non odi tu questo frastuono tremendo?
Di fatto, giungevano fino alla casa Augustale le grida della gente che fuggiva, e il rombo lontano delle fiamme.
— Odo sì, — rispose imperturbato Nerone, — ma tutto ciò non mi fa paura.
Seneca soggiunse che conveniva provvedere subito per domare l’incendio, rassicurar la plebe, e venire in soccorso de’ danneggiati.
Com’ebbe finito di parlare, l’Imperatore rispose, rivolto ai Consoli:
— Voi approvaste che quei magazzini fossero distrutti col fuoco. Se ora, contro le vostre previsioni e le mie, le fiamme si estesero, sta a voi il provvedere perchè l’incendio s’estingua. Claudio Nerone ha bastanti ricchezze per riparare ai danni. Se il Profeta Nazareno voleva distruggere il tempio di Gerosolima, e riedificarlo in tre giorni, io posso incendiar Roma intera, e in poco tempo ricostruirla. Rassicurate dunque, a nome di Cesare, tutti i danneggiati. Le macerie delle loro case da questo momento appartengono a me, e che nessuno osi rimuoverle per rovistarvi dentro. Se qualcuno osasse disobbedire a questo ordine, in luogo d’un compenso avrà una pena.
L’incendio durò sette giorni, distruggendo gran quantità di casupole, di palazzi e di luoghi sacri. La distruzione di questi ultimi suggerì a Nerone, per scagionar sè stesso, l’infame calunnia, che si dovesse al fanatismo dei cristiani l’estensione del fuoco.
Per suo ordine molti di questi infelici furono catturati e messi a morte fra le imprecazioni della plebe.
E i poveri cittadini, colpiti dalla sventura, perdettero tutto quello che di prezioso avrebbero potuto dissotterrare dalle macerie. Furono largamente ricompensati, è vero, ma in gran parte col loro stesso denaro.
Dall’effimera generosità s’erano lasciate abbacinare le stesse donne di Nerone.
Agrippina, ch’era ritornata da Bauli, intenta sempre a riconquistare il cuore del figlio, andò quella stessa mattina a congratularsi con esso, e i suoi elogi furono accompagnati da sì artifiziose moine, da render gelose la moglie e la concubina.
Ottavia difese l’operato del marito contro le censure, che Menecrate aveva udite e ripeteva a lei. D’una sola accusa quell’anima gentile non lo difendeva, il massacro dei cristiani.
Atte infine, benchè inorridita ancora dalla rivelazione di Sporo, si mostrò ammirata per quell’atto magnanimo, e ne diede all’amante ampia mercede amorosa.
Le donne innamorate volontieri dimenticano, scusano e perdonano.
Ma i biasimatori, di cui aveva parlato Menecrate, erano di molti, e le loro censure esprimevano in tutti i modi pubblicamente in prosa e in versi, che venivano divulgati nei pubblici ritrovi.
La plebe però non ci badava, ed entusiasmata del suo Imperatore, lo acclamava tutte le volte che si mostrava per le vie.
Contento di ciò, Nerone non si dava per inteso nè delle critiche nè delle satire.
Avvenne un giorno quello che Menecrate gli aveva annunziato.
Una mattina tornava in gran pompa al palazzo dei Cesari su cavallo riccamente bardato. Lo accompagnavano la moglie, la madre, Seneca, Burro, i due Consoli, i Senatori ed altri dignitari della Corte e dello Stato.
Pressochè tutti addimostravano in volto grande preoccupazione.
Il turbolento popolo d’Alessandria non cessava dal ribellarsi al dominio romano, malgrado la sanguinosa repressione subita sotto Giulio Cesare l’anno 47 avanti G. C.
S’era finalmente stabilito di spedire altre milizie in Egitto, per domare nuovamente i ribelli, e Claudio Nerone doveva porsi alla testa delle legioni.
Questa spedizione non gli sorrideva; ma aveva finito per cedere alle esortazioni del Senato.
La notte, che precedette il giorno destinato alla visita dei templi per implorare il patrocinio dei Numi, i sonni suoi erano stati turbati da visioni spaventose, talchè, balzato dal letto, aveva chiamato i liberti, e benchè fosse ancora notte chiusa, ordinava loro di condurgli l’astrologo Babilo.
Costui venne di fatto, e credendo di fargli cosa grata, dichiarò nullo il significato di quei sogni, assicurandogli il favore degli astri.
Nerone avrebbe preferito oracolo diverso. Fece però buon viso a sorte avversa, e si recò nei templi.
In quello di Giove lo attendeva il Pontefice Massimo circondato dai Sacerdoti, dagli Auguri, dai Flaminii, dagli Aruspici ed altri assistenti.
Pregò lungo tempo, stando in piedi davanti alla statua del Nume colle braccia distese verso il cielo, le palme aperte e avvicinate l’una all’altra, come usavano i romani nel _precatio_.
Dopo altri luoghi sacri andò al tempio di Vesta, e sedette davanti al delubro su ricco solio tra quelli della moglie e della madre.
Le Sacerdotesse col _carbaso_ (corta tunica di lino), la stola, il bianco _suffibulo_ delle cerimonie, formato da un lenzuolo di panno, che loro copriva la testa, ed era appuntato sotto la gola con una fibbia, stavano aggruppate entro il delubro rischiarato dalla fiamma del sacro fuoco.
Nerone, nel levarsi in piedi, per cominciare il _precatio_ si sentì trattenuto indietro.
Si fe’ pallido in volto e ricadde seduto.
Il lembo della veste s’era impigliato in un fregio del solio.
Come se questo presagio non bastasse a preoccuparlo, altro accidente gli occorse subito, che accrebbe in lui lo spavento.
Liberata da quell’impaccio la veste, tornò ad alzarsi, ma con stupore grandissimo degli astanti lo si vide rimanere immoto, a premersi la destra sugli occhi, appoggiando la sinistra sulla spalla d’Ottavia.
— Claudio, che hai? — mormorò questa tutta commossa.
— Un velo davanti agli occhi. Più nulla discerno. Usciamo dal tempio.
E mosse verso il _pronao_.
Ottavia lo sosteneva sempre, Agrippina gli era accanto, gli altri seguivano aggruppati insieme, e dimandandosi a vicenda cosa fosse accaduto.
Uscirono anche le Vestali, alcune delle quali passarono a poca distanza da Atte, che insieme alle due nutrici di Nerone era venuta a veder la cerimonia.
Dopo aver mirato una di quelle vergini, strinse convulsamente il polso d’Egloga mormorando:
— Numi possenti! Mi par dessa.
— Chi? — dimandarono Egloga ed Alessandria.
— Rubea.
Appena uscito all’aperto sparì il momentaneo turbamento di Nerone, che rimontò a cavallo e si diresse verso il palazzo dei Cesari.
Ecco le ragioni per cui tutti se ne tornavano imbronciati.
Lungo il tragitto, il popolo che accorreva da tutti gli sbocchi delle vie per vedere il corteo, acclamava all’Imperatore, e ad alte grida dimandava d’udirlo cantare prima della sua partenza.
Questo bastò per rasserenare il divo Cesare, che ringraziava volgendo la testa a dritta e a manca, ed esprimendo con dei sorrisi la promessa di soddisfare a quel desiderio.
Le due Imperatrici fingevano d’essere contente per fargli piacere, ma gli altri assumevano aspetto più severo che mai.
Tornato in casa, e preoccupato dai sinistri presagi, non fidandosi più di Babilo, fece venire Simone il mago, pel quale nutriva ammirazione grandissima.
Questo ciurmadore, nato nel Borgo di Gitton in Samaria, dopo essersi fatto battezzare dal Diacono Filippo, dimandava all’Apostolo Pietro cosa si pagasse per aver il dono di parlare tutte le lingue. Pietro malediceva lui e la sua offerta[36] ed egli, lasciata la Samaria, aveva cominciato a viaggiare, meravigliando le turbe co’ suoi prodigi; ed era venuto in Roma, dove aveva conquistato l’animo di Nerone, mercè nuove ciurmerie e millanterie, tra cui la promessa di volare un giorno alla sua presenza.
Quando comparve, Nerone gli disse:
— O Simone, può la tua magica potenza con qualche esorcismo scongiurare i sinistri presagi?
Il furbo, che aveva già inteso dire come a Nerone poco andasse a genio quel viaggio, chiese dapprima di quali presagi si trattasse, e come ebbe inteso dei sogni spaventosi e dell’incidente occorso nel tempio di Vesta, rispose:
— Non valgono esorcismi atti a combattere la volontà degli Dei. Questa chiaramente s’espresse, e se vuoi, o divo Cesare, sottrarti a conseguenze funeste, conviene che tu rimanga.
Il mago ebbe larga ricompensa per questa risposta, che riescì gradita non solo a Nerone e alla sua famiglia, ma eziandio agli altri amici.
Anneo Seneca, e lo stesso severo Burro convennero esser prudente consiglio il rimanere.
Atte, più di tutti, ne fu lieta, e quand’essa si trovò sola con Nerone, mostrò giubilo così grande, ch’egli entusiasmato per tanto amore, esclamò:
— A te, a te, il diadema imperiale, o divina creatura.
Sentendo poi, come a lei fosse parso di riconoscere Rubea tra le vergini Vestali, le promise, benchè a malincuore, che avrebbe mandato Aniceto ad assumere informazioni.
Atte chiese in grazia d’andar essa stessa insieme ad una delle due nutrici, temendo che Nerone dimenticasse la promessa, come non aveva tenuta quella di far ricerca della famiglia Laterano.
Non l’aveva dimenticata il suo amante, ma a lui spiaceva, per gelosia, che Atte ritrovasse Rubea, sospettando nell’anima sua depravata qualcosa di turpe nella loro amicizia.
Quel giorno però pensò fra sè:
— Se Rubea è Vestale nulla più temo.
Ed accondiscese.
Al mattino seguente la citarista, accompagnata da Egloga e da Aniceto, si presentò all’abitazione delle dodici Vestali.
L’Ostiario, ch’era un vecchio soldato e che stava lavando alcuni arredi destinati al culto, rispose alla loro dimanda esservi veramente una Sacerdotessa di questo nome tra le vergini, che nel primo decennio apprendono le cose attinenti al loro ministero.
Chiesero di vederla e l’altro dimandò chi fossero.
Atte, che teneva al piacere d’essere riconosciuta dalla sua sorella di latte,
— Ditele, — rispose, — che l’attende un’amica a lei dilettissima.
E siccome il vecchio esitava, Aniceto colla burbanza del cortigiano, gli ordinò d’ubbidire, venendo essi mandati da Cesare.
L’Ostiario passò nell’interno del recinto, e dopo lungo attendere, li condusse nell’_opistodomo_[37] dicendo loro che fra poco si presenterebbe la vestale Rubea.
Atte giubilava al pensiero di riabbracciare l’amica del suo cuore.
Misera! A quale doloroso disinganno era serbata.
CAPITOLO VII.
Rubea.
Plauzio Laterano, lasciata Roma fin da giovinetto, erasi recato in Acaja per esercitar la mercatura, ed ivi imbattutosi in una dama di Corinto vedova e giovine, quantunque di due o tre anni a lui superiore, l’aveva sposata, ed un anno dopo il matrimonio nasceva Rubea.
Non essendo la moglie di fibra robusta, Plauzio volle che la bambina fosse affidata ad una nutrice e questa fu la madre d’Atte.
Quantunque il commercio dei grani gli procacciasse sempre nuove ricchezze e l’aria balsamica di Corinto fosse oltremodo salutare a lui ed alle sue donne, si decise a partire e tornarsene in Roma.
E questa risoluzione egli prese, più che per desiderio di lasciar la Grecia, per soffocare in sul nascere il primo amore della sua fanciulla, innamoratasi d’un giovine greco e per condizione e per censo indegno di lei.
Rubea aveva allora quindici anni. L’indole di lei non era di quelle facili a piegarsi, disposta a dimenticare. Non per capriccio, non per passatempo, nè per smania di marito, come il più sovente avviene nelle fanciulle, essa amava il suo damo; ma sibbene per quella vera passione che non si estirpa facilmente dal cuore.
Cercò dapprima d’intenerire il padre; ma quando lo vide inesorabile alle preghiere sue e a quelle della madre, non profferì più detto, non versò una lagrima, e seppellì nell’anima il rammarico del rifiuto, e il dolore della separazione dal giovine amato.
Carattere fiero oltre ogni dire, essa del suo sentimento non aveva messo a parte che i genitori, nessun altro, neppure la sorella di latte, a lei così cara.
Le angosce poi, non confidò ad alcuno.
Giunti in Roma presero dimora in una villa a poca distanza dalla città, non essendo pronto ancora il palazzo, che Plauzio Laterano stava facendo costruire, e che da lui doveva prendere il nome.
Erano arrivati da un anno, e quando Plauzio, vedendo che la figlia mai dell’amante perduto non faceva parola, credeva che lo avesse dimenticato, questa esternò tanto a lui che alla madre un fermo proponimento che li fe’ rimanere di sasso.
Ogni anno alle calende di maggio si celebrava in Roma la festa della Dea Bona, che custodiva la castità, e dava lo spirito profetico.
Erano al rito ammesse le sole donne, che in quella circostanza fingevano avversione per l’altro sesso, e ciò per imitare la Dea, che aveva sempre respinto da lei il marito Fauno.
Era costui un Dio, ma forse un brutto Dio.
Rubea pregò la madre di condurla a quella festa, che si celebrava di notte nel palazzo del Pretore, e la madre, la quale afferrava ogni occasione per distrarre la figlia dalla sua tristezza, accondiscese di buon grado.
Nel mezzo del pretorio sorgeva il simulacro della Dea colla testa coronata di pampini ed attorno ai piedi attorcigliato un serpente, simbolo della vendetta del Dio, che per punirla dei continui rifiuti ai suoi abbracciamenti, l’aveva cangiata in rettile. Davanti alla base era un _mellario_ colmo di vino; e questo doveva ricordare la disobbedienza di Bona, quand’era ancora in terra, alla legge che vietava alle donne di bere vino.
Per questa colpa Fauno l’aveva uccisa con un bastone di mirto, e poi pentitosi, la innalzava all’onore della divinità.
Quel vino veniva chiamato latte, perchè dovendo berne tutte le astanti, s’univa l’idea dell’astinenza all’ubbriachezza che la cerimonia imponeva.
Il pretorio era tutto rischiarato da faci e adornato all’intorno per cura delle Vestali con festoni di fiori freschi e frutta.
V’erano là riunite, matrone, spose, fidanzate e fanciulle, che tutte s’inginocchiarono, allorchè la Vestale _Damiatrice_ e le altre vergini, vestite di bianco, si prostrarono davanti al simulacro.
— Oh come sono belle quelle Vestali, e come devono essere felici! — mormorò Rubea all’orecchio della madre.
— Silenzio, o figlia, — rispose questa, — che la preghiera incomincia.
La somma Sacerdotessa, dopo avere ricordati i repulsi della castissima Dea alle procaci voglie di Fauno, il sangue versato da lei per mantenersi incontaminata, e il premio avuto nello splendore dell’Olimpo, le pregò a tener salde le prische virtù di Roma e renderne il popolo gagliardo sempre ed invitto.
Queste parole, accompagnate da una antichissima cantilena del Lazio, furono ripetute in coro da tutte quelle donne, la maggior parte delle quali non erano certo disposte a seguir l’esempio della Dea.
Terminata la preghiera, la _Damiatrice_ cominciò il sagrifizio, chiamato _Damium_, da _Damia_, altro nome di Bona.
Furono immolate galline d’ogni colore tranne il nero. Dopo di che, le più giovani Vestali immersero delle coppe d’oro nel _mellario_ e le portarono in giro, ricolme di vino, dando da bere a tutte, finchè fu vuotato il vaso.
Allora, la Vergine che aveva compiuto il sagrifizio, gridò:
— Evviva il frutto di Bacco!
A questo grido le più sfrenate e briache si sciolsero i capelli, si strapparono di dosso le vesti, e rimaste con una sola pelle d’animale messa a tracolla, che lasciando nuda una parte del seno, scendeva loro fino ai ginocchi, cominciarono una danza vertiginosa intorno al simulacro accompagnandosi con cimbali, sistri e nacchere.
Naturalmente la moglie e la figlia di Plauzio Laterano, come molte altre, non presero parte a quella danza bacchica.
Rubea non levava mai gli occhi dalle Vestali, che conservando il dignitoso contegno, uscirono a due a due accompagnate dai littori per tornare alla loro casa.
Spuntava l’alba, allorchè la fanciulla e sua madre montarono nel carro.
Durante il tragitto dal palazzo del Pretore alla villa, Rubea non fece che parlare delle giovani Sacerdotesse, chiedendo alla madre quali fossero i loro riti, i loro privilegi; e la madre ingenuamente soddisfece alla sua curiosità tributando encomii grandissimi alle austere vergini.
Due giorni dopo Rubea dichiarò che voleva farsi Vestale.
I genitori, colpiti da questa risoluzione, la osteggiarono più che da loro si potesse. Non avevano che quell’unica figlia, che poteva formare la felicità del più cospicuo giovine patrizio colla sua coltura, colle sue grazie, colla sua splendida bellezza.
Atte aveva detto il vero, asserendo all’Imperatore che Rubea non avrebbe potuto mostrarsi per le vie di Roma senza essere ammirata da tutti.
E quella ricca capellatura castagnina di lei, che sciolta le ammantava tutta la persona, quegli occhi d’azzurro profondo, ai quali facevan cortina lunghe palpebre scure; quella bocca divina, quelle carni che sembravano di trasparente alabastro, quelle forme fidiache, dovevano dunque rimanere tesori nascosti all’amore degli uomini?
La fanciulla così voleva, e gli austeri rifiuti del padre, le tenere espressioni e i consigli materni non valevano a rimoverla dal suo proposito.
— La mia patria podestà può impedirtelo, — diceva Plauzio.
— E vorresti, o padre, — rispondeva Rubea, — togliermi così l’unica felicità che mi sorride nell’avvenire?
— Tu sei, — soggiungeva la madre colle lagrime agli occhi, — il solo bene ch’io possieda in terra, e tu crudele me ne rendi priva.
— Ma il tuo amore, — rispondeva la figlia, — non preferisce di vedermi casta, tranquilla e felice, in quel sacro recinto, piuttostochè avermi qui mesta e sventurata?
La tenace fanciulla vinse, e sua madre, sacrificandosi, come tutte le madri amorose, s’unì a lei nel supplicare il marito ad acconsentire.
Plauzio, prima di cedere, forse per prender tempo, volle consultare un _Estispice_[38] per conoscere se il voto della figlia fosse gradito agli Dei e se sarebbe essa veramente felice.
Con grandissimo rammarico del Laterano, l’oracolo fu favorevole a Rubea, che pochi giorni dopo, indossava la stola ed il carbaso della Sacerdotessa di Vesta.
Aveva allora diciassette anni e ne contava ventuno quando venne a trovarla Atte.
Allorchè si presentò nell’_opistodomo_ tutta vestita di bianco colla fronte stretta nell’infula sacra legata dietro la nuca, dalla _vitta_[39] di cui le scendevano le _tenie_ (o frangie) dietro le spalle, colla candida tunica sotto cui si disegnavano le maestose forme, fe’ rimanere attoniti non solo Aniceto ed Egloga, ma la stessa Atte che la conosceva diggià.
Essa corse verso Rubea, ch’erasi fermata sulla soglia guardandola, e andò per abbracciarla.
La Vestale però le fe’ cenno d’arrestarsi, dicendole sotto voce, perchè gli altri due non udissero:
— Una schiava greca per nome Atte, mandata in dono dal Governatore Gallione, come citarista alla diva Ottavia, divenne l’amante di Claudio Nerone.
A queste parole Atte rimase un poco sorpresa, e muta.
Quindi invitò Aniceto e la Egloga a ritirarsi, e come furono partiti, rivolse a Rubea queste parole:
— E se quella io fossi?
— Allora la Sacerdotessa di Vesta non potrebbe più stringere fra le sue braccia la sua sorella di latte.
— Si vede che tu non amasti mai.
— T’inganni, amai per la prima e l’ultima volta. Seppi sacrificare il mio affetto all’obbedienza. Queste sacre bende ti dicano che seppi anche conservarmi casta.
— Forse lo sarei stata anch’io, ove altro temperamento m’avesse concesso natura, ove più benigno mi si fosse mostrato il destino. Questo figlio della notte e del caos volle invece che fosse ardente l’anima mia, che fossi una povera schiava, esposta a tutti i perigli, a tutte le seduzioni, orfana, sola, senza appoggio alcuno, venduta come merce, dovendo lottare continuamente per mantenermi incontaminata. Resistetti, ad onta di ciò, perchè non amavo, e perchè, lo confesso, ero superba della mia bellezza, superba dell’arte mia. Finalmente quando l’amore e l’ambizione vidi in me lusingati, fui vinta, perchè non mi sentii capace di combattere. Ho peccato, sì, e so bene che merito disprezzo, che i Dei mi puniranno; ma al gastigo che tu oggi m’infliggi non m’aspettava.
— Eppur dovevi prevederlo.
— È vero, — rispose Atte, con amarezza, — perchè mentr’io non sognava che te, ed attendeva ansiosamente una persona, una lettera, che mi desse notizie tue, tu avevi bandita dalla tua mente la tua sorella, ed ora ti sei ricordata di lei per disprezzarla.
— Non potei darti contezza di me in questi cinque anni, perchè mio padre m’aveva vietato di corrisponder teco, credendoti a torto complice nel misero amor mio. Non fosti però mai dimenticata da me, e allorchè mi nacque il sospetto che la citarista giunta da Corinto, e che divenne l’amante di Claudio Nerone fosse la mia sorella di latte, ne provai profondo dolore, e pregai la Dea perchè risultasse ingiusto il mio sospetto. Invece tu stessa mi confermasti la triste realtà.
— Ed ora mi disprezzi?
— E qual altro sentimento vorresti tu che provasse la Sacerdotessa di Vesta per una cortigiana?
— Il compianto.
Rubea sorrise amaramente.
— Sì, — riprese Atte, — il compianto per una infelice che acciecata dalla passione cadde nell’abisso dell’infamia.
— E perchè almeno non te ne ritrai? Perchè non cadi ai piedi della tradita Imperatrice, e non ne implori il perdono? Perchè non fuggi lontana dal palazzo dei Cesari, e non lavi la tua colpa con una vita d’espiazione?
— Non me lo consentono nè la prepotente passione di Cesare, nè l’anima mia perdutamente innamorata di quell’uomo fatale.
— E non è la tua piuttosto frenesia ambiziosa, che ti fa amare, più che l’uomo, il potente Imperatore?