Part 10
— E se, malgrado il divieto del Pontefice Massimo, io t’avessi costretta ad accondiscendere al mio desiderio, cosa avresti fatto? Rispondi.
— Avrei obbedito agli ordini del sommo Sacerdote.
— Non sai tu, o vergine, cosa sia oltraggiar Nerone?
— Il mio rifiuto non poteva arrecarti offesa, o divo Cesare, perchè indipendente dalla mia volontà. Tu stesso comprendesti in qual bivio tremendo avresti messa la povera Vestale, poichè chiamasti in mia vece Antonina. Se non presti fede alle mie parole, se credi ch’io t’abbia offeso, puniscimi.
— Lo vorrei, ma non ne ho il coraggio. E sai tu perchè? Perchè mi sei cara; perchè dalla prima volta che ti vidi fui colpito dalla tua bellezza. Infine perchè t’amo.
E in così dire levossi in piedi.
Rubea retrocedendo sdegnosa, proruppe:
— O Cesare, tu dimentichi che parli ad una Sacerdotessa di Vesta.
— La Sacerdotessa è scomparsa, ed io non vedo davanti a me che la bella fanciulla del Laterano. Io non curo il tuo culto; sfido per te la tua Dea. Io voglio rapirti a lei, voglio infranti i tuoi voti.
— Cessa, cessa, — esclamò la Vestale comprimendo colle mani le orecchie.
— Ascoltami! — gridò Nerone.
— Non lo debbo.
— Ascoltami; te lo impongo.
— I tuoi blasfemi mi fanno orrore.
— È divino anche il blasfema, quando è l’amore che lo spinge sul labbro. Tu devi esser mia.
— Orrore! — esclamò Rubea, movendo per fuggire.
Nerone la trattenne, afferrandola per un braccio.
Essa riprese con foga di parlar concitato:
— Ma non temi i fulmini di Giove, l’ira dei Sacerdoti, il furore del popolo?
— Tutto sfido per un tuo amplesso, per un tuo bacio.
— Dammi piuttosto la morte.
— No, voglio darti la vita, voglio toglierti da questa squallida prigione, per condurti fra gli splendori della mia corte. Non sarai la prima Vestale che sottomette la ragione al cuore.
— E furon sepolte vive nel campo scellerato. È questo che tu vuoi?
— Quelle non erano le amanti del più potente Imperatore del mondo. A te nessuno oserebbe torcere un capello. Le verghe, colle quali il Pontefice Massimo punisce le costoro negligenze, si spezzerebbero. Non vi sarebbe forza umana capace di sollevare per te la pietra sepolcrale, che si richiude sulle Vestali colpevoli d’amore. Tutti piegheranno il capo, tutti taceranno davanti alla volontà di Cesare.
— Ma la tua volontà non varrà ad impedire l’obbrobrio mio, del mio collegio, della mia famiglia. Lasciami!
E con sforzo energico si svincolò da lui e scomparve.
— Va, — gridò Nerone furente, — tu non mi sfuggirai.
Queste parole furono udite dalla Vestale, che rimase atterrita. Da quel giorno non ebbe più pace, conoscendo l’indole perversa del tiranno, capace di qualunque eccesso. L’interna agitazione non l’abbandonava mai, e la faceva balzare ad ogni lieve rumore. Allorchè di notte si trovava sola nel tempio, per mantenere il sacro fuoco, tendeva l’orecchio ad ogni momento, e quando colla sacra verga attizzava le brace, lo stesso crepitar delle scintille si cangiava per essa in suono di passi, in mormorio di voci.
Non osava confidare ad alcuna delle compagne la sua ambascia, per vergogna di rivelare l’obbrobriosa offerta; e quando la somma Sacerdotessa le aveva chiesto cosa da lei volesse l’Imperatore, rispondeva:
— Che implorassi perdono, perchè il giorno dei circensi non risposi alla sua chiamata e non venni a porgergli la corona d’alloro.
Ma quello che aveva taciuto agli altri, confidava alla madre sua, scongiurandola a non rivelarlo a chichessia, neppure al padre, e la pregava di procurarle un rimedio, che calmasse i suoi terrori e il suo turbamento nervoso e la salvasse dalle veglie angosciose.
Una notte, ch’era alla custodia del fuoco sacro, fu presa da tale sonnolenza contro la quale cercò di lottare, ma inutilmente.
Volendo invocare l’aiuto della Dea, tentò genuflettersi, ma non potendo sostenersi, sedette in terra, e col capo poggiato sul cuscino dello sgabello profondamente s’addormentò.
Fra l’ira d’essere stato respinto e la libidine destata in lui dalla venustà di Rubea, e dalla stessa lotta sostenuta con essa, Nerone era tornato alla casa Augustale in preda ad agitazione, che aveva del delirio.
Se non lo avesse trattenuto la tema del pericolo, al quale s’esponeva pel sacrilegio commesso, la Vestale sarebbe stata tolta a viva forza dal chiostro e trascinata nel cubiculo imperiale.
Non poteva egli però così impunemente affrontare le vendette sacerdotali e il furore di Roma intera. Ma posseder la fanciulla del Laterano voleva ad ogni costo.
Aniceto, benchè astuto e malvagio, non era da tanto per giovargli in questa impresa.
Dopo aver ventilati in sua mente varii progetti, fe’ venire il mago Simone, e gli disse:
— Se tu sei veramente quel maestro d’incantesimi, che ti vanti, devi darmene prova. Io voglio in mio potere la Vestale Rubea o per amore o per forza. Il fatto però deve rimanere avvolto nel mistero, sia ch’essa acconsenta, sia che opponga resistenza. Chiedo insomma a te uno di quei miracoli, di cui ti dici capace, e che nessuno vide mai. Se riesci avrai mille nummi[62] e dirò che fosti calunniato da Paolo di Tarso, e da Simone Barione, quei due Apostoli cristiani che ti proclamarono impostore. Se non riesci, i nummi si cambieranno in catene.
— Prepara i nummi, o Cesare.
— E credi riuscire?
— Nulla è impossibile al mago Simone, — rispose lo sfacciato. — Concedimi qualche giorno, e ti prometto che tu potrai far di quella Vestale la tua voglia, e l’avrai fra le braccia, senza che neppur essa se ne avveda.
— Non prometter soverchio.
— Prometto per mantenere.
— Vedremo.
Convien dire che il ciurmadore fosse proprio sicuro del fatto suo, perchè uscì disinvolto, e quantunque fosse già inoltrata la sera, con passo fermo, sceso il Palatino, s’incamminò verso il Velabro.
All’estremità di quelle tortuose viuzze v’era un orto cintato da mura, nel quale s’entrava per una rozza porticina.
Davanti a questa s’arrestò Simone e mandò un fischio. Poco dopo apparve tra le piante un fioco chiarore, la porticina s’apri per richiudersi tosto dietro il mago.
Una vecchia schiava, rischiarando i sentieri con una lucerna di terra cotta, introdusse costui entro una casupola di sinistra apparenza, ch’era in fondo all’orto.
In quella casa dimorava una donna ebrea, chiamata Locusta, celebre incantatrice, e maestra nel compor filtri e veleni.
Allorchè dalla schiava le fu annunziato il mago Simone, essa era nel suo laboratorio, occupata a far bollire una miscela sopra un braciere di bronzo, in cui ardevano rami di sicomoro e di cipresso.
Era una donna, che s’avvicinava all’ottavo lustro, e quantunque i vizii e le veglie l’avessero prima del tempo appassita, conservava un resto della bellezza giudaica.
Vestiva una tonaca nera rilevata ai lati con due scarabei fino al ginocchio, e stretta ai fianchi da cingolo d’argento tutto trapunto a geroglifici. Aveva il capo coperto da un reticolo, dal quale le cadevano sulle spalle le folte ciocche di capelli grigi.
Al chiaror della vampa, e d’un alto candelabro di bronzo, facevano in quel laboratorio orrenda mostra di loro mummie, teschi, scheletri d’uomini e d’animali, pesci, serpenti e coccodrilli disseccati ed appesi con fili di ferro al soffitto; truogoli pieni di sangue e di visceri, fiale contenenti polveri e liquidi d’ogni colore, disposti sopra mense di legno, rospi che saltellavano in terra e pipistrelli, che ora svolazzavano in giro per la stanza, ora andavano a rannicchiarsi tra gli scheletri. E tutto questo ributtante addobbo mandava fetore siffatto, che non riuscivano a vincere nè i fuscelli odorosi che ardevano in quel momento, nè i timiami che di tratto in tratto Locusta accendeva.
Malgrado la sinistra fama che correva su Locusta, uomini e donne anche del patriziato, ricorrevano per la salute a’ suoi farmachi, per gli oroscopi a’ suoi incantesimi, per l’amore la gioventù e la bellezza a’ suoi filtri, per delittuose brame ai suoi veleni.
Perfino le vergini Vestali erano state più volte in rapporti con essa, e di questo era certo consapevole il mago Simone, l’amante suo.
Di fatto quand’essa lo raggiunse nella stanza attigua, perchè a nessuno, neppure a lui, era permesso l’accesso nel laboratorio, le disse che aveva bisogno dell’arte sua per addormentare una giovine Sacerdotessa di Vesta e darla in braccio ad un uomo.
— Chi è costui, chi è colei?
— Il nome di lui non posso dirlo.
— Io l’ho già indovinato.
— La Vestale è la figlia dei Laterano. Se non fallo, tu avesti sovente occasione d’intrattenerti colla madre sua.
— Gli spiriti d’Averno ti proteggono, o Simone. Ieri venne da me Fausta Laterano, a chiedermi un farmaco, che tempri le sofferenze della figlia, e ritorni la calma nel suo spirito agitato.
— E lo consegnasti?
— Non ancora. Soltanto dimani la vecchia Sempronia deve portarlo a lei, perchè possa la Vestale servirsene il dì seguente, e poter così nella notte adempiere al suo ufficio, senza essere in preda a spaventose fantasie, mentre si trova sola nel tempio.
— E tu invece nel tempio la farai addormentare, le darai l’insensibilità del cadavere, non è vero, o mia bella giudea? — disse il mago tutto lieto di veder quasi assicurata la riuscita dei suoi disegni.
Locusta rispose:
— Io posso darle un sonno profondo, come quello della morte, e nel sonno il delirio dei sensi; ma questo non farò finchè non sappia quale mercede ti fu promessa da Cesare.
Simone, ch’era astuto ma vile, ebbe paura per un momento d’ingannare l’incantatrice, e con tutta ingenuità le disse che aveva indovinato, ma dei mille nummi non confessò che la metà, ed aggiunse;
— Poichè tu così bene m’aiuterai, divideremo il danaro fra noi. Esigo però che l’Imperatore non sappia della tua complicità e creda il risultato tutto effetto dei miei incantesimi.
Locusta, sorridendo e fissandolo con aria di compatimento, esclamò:
— Oh, l’infelice negromante che tu sei!
— Lascia fare, o Locusta. La tua scienza, unita alla impostura mia porteranno buoni frutti, per ambidue. Dunque, il patto è segnato, tu accetti i duecentocinquanta nummi, e nella notte del posdimani farai trovar la vergine addormentata nel tempio. Suggeriscimi ora com’io potrò penetrare coi miei satelliti nel chiostro.
— A questo pensa tu, — rispose la donna, alzando le spalle. — Debbo io forse far tutto per te?
E per quanto l’altro pregasse di dargli un consiglio, Locusta, ad onta del suo vantato prestigio, non sapendo cosa suggerirgli, lasciò che da sè stesso trovasse il modo di rapir la Vestale.
Nell’uscire egli le ricordò d’avergli promessa una certa bevanda, che lo renderebbe leggero ed agile, come un augello, e potrebbe volare e confondere in tal guisa Paolo, Simone, e tutti quei cristiani, che gli davano del ciurmadore.
Quando voltò le spalle per uscire, Locusta lo accompagnò collo sguardo tentennando il capo, e sogghignando.
Il mago meditò tutta la notte sul modo d’entrare nel chiostro.
Non v’era tempo da perdere; conveniva risolversi, e il miglior partito gli sembrò quello d’ottenere col denaro la complicità dell’ostiario.
Questi da principio non voleva acconsentire; ma udendo ch’era ordine di Cesare, che questi poteva ricompensarlo largamente o punirlo pel suo rifiuto, che d’altro non si trattava se non d’aprir la porta e finger poi di dormir profondamente e di nulla aver inteso, si rassegnò.
Alla mattina del terzo giorno Simone seppe da lui che Fausta Laterano aveva portato una fiala, di cui la figlia doveva sorbire tutto il liquido sul far della sera.
Corse allora al palazzo Augustale per annunziare a Nerone, che nella notte darebbe in suo potere la Vestale addormentata; e il tiranno ordinò che la si trasportasse in una palazzina presso gli orti Neroniani.
Era da poco Rubea caduta nel sonno profondo, quando il mago, seguito da due manigoldi, entrò nel tempio, la fe’ prendere di peso e portar via.
In quel mentre un’altra vergine Sacerdotessa, con un lumicino in mano, entrava da una porticina, ch’era dietro al delubro.
CAPITOLO XIV.
La vittima.
Nerone, che attendeva impazientemente, fece deporre l’addormentata su ricchissimo letto, e in sua presenza la fe’ spogliare da due schiave. A grado a grado che ne andavano scoprendo le belle membra verginali, s’accresceva nel tiranno l’emozione lasciva, che lo faceva tremare come per febbre.
La stanza era rischiarata da una lucerna _bilychnis_ (a due becchi) appesa al soffitto e dal raggio della luna. Le due luci, confondendosi insieme, davano maggior risalto alla pelle alabastrina della nuda Rubea.
Rimasto solo, Nerone si gettò, come belva, su lei, che lascivamente s’agitava nel sonno, mormorando parole d’amore, il che accresceva in lui l’eccitazione.
Colle dita le apriva le labbra per premer le sue sui bianchissimi denti. Non vi fu parte del bel corpo che non fosse profanato da’ suoi baci selvaggi. Talora desisteva per fissarla con occhi di brace, e pareva che i suoi sguardi volessero penetrarle nelle viscere.
Alla fine, più frenetico che mai, la strinse in amplesso, e la vittima si scosse, mandò un grido, e parve volesse destarsi dal funesto letargo. Ma lo scellerato non si trattenne per questo, e continuò l’opera nefanda, finchè vide sollevarsi lentamente le pupille della Vestale, e gli occhi di lei spalancarsi a dismisura; ma senza sguardo. Credendo allora che la sua vittima si destasse realmente, disse, afferrandola con forza maggiore:
— Vedi, o Rubea, cosa ti valse a disprezzare l’amor mio? Eccoti nuda fra le mie braccia.
L’altra diede improvvisamente in così terribile scroscio di risa, che Nerone ne rimase atterrito, e abbandonandola, saltò giù dal letto e rimase a guardarla senza profferir motto.
Continuando nel riso convulso, essa stendeva le braccia e le portava al petto come in un amplesso.
Nel tempo stesso pronunziava frasi insensate, e chiamava Alcandro, e si contorceva in oscene movenze.
Il suo carnefice, per lascivia, si trattenne ancora a guardarla, ma poi uscì, e mandò le schiave a rivestirla.
Al mago Simone, che attendeva di fuori,
— Miserabile, — disse con tuono severo, — quale funesta malia esercitasti tu su quella disgraziata?
— Le diedi il torpore della mente e delle membra perchè i desiderii del divo Cesare....
— Ella è pazza, — interruppe l’altro — e i desiderii miei non eran questi. Riconducila adesso d’onde la togliesti. Ecco la tua mercede.
E gli gettò una borsa.
Quindi avvoltosi nel pallio, col capo coperto dal pileo, andò tutto agitato a passeggiare negli orti al chiarore della luna.
La sorte della sua vittima lo addolorava. Non s’era immaginato che la turpe sua colpa porterebbe così tremende conseguenze. Egli si proponeva di difender contro tutti l’innocenza della Vestale, di cui le splendide forme gli avevano sconvolto i sensi, e di tenerla ad ogni costo presso di sè, sfidando le minacce e le censure dei Sacerdoti, del popolo, di tutti.
Tornò ad un tratto verso la palazzina, nella speranza che passato il supposto incantesimo, Rubea fosse tornata in sè.
A gran stento le schiave riuscirono a farle indossar le sacre vesti, tanto la misera si dibatteva farneticando.
— Alcandro, o sposo mio, — essa ripeteva, mentre la conducevano fuori per ricondurla colla lettiga al tempio.
Nerone s’avvicinò al mago, e gli disse imperiosamente:
— Se hai veramente la potenza magica che vanti, rompi l’incantesimo.
A siffatta ingiunzione il ciurmadore si trovò imbarazzato, e sul momento non seppe cosa rispondere.
Pensando poi che Locusta potrebbe somministrargli un antidoto, che distruggesse gli effetti del velenoso narcotico, rispose:
— Non è tempo ancora.
— Rendile la ragione, rendile la calma, ti dico!
Intanto le schiave, per indurla ad adagiarsi nella lettiga, le avevano fatto credere che la conducevano al tempio, dove l’attendeva il suo sposo.
Ed essa obbedì, gridando fra nuovi scrosci di risa:
— Alcandro! Alcandro!
Simone approfittò di questo per far credere a Nerone che l’incantesimo cominciava a dileguarsi, e che al tempio di Vesta, ove incominciò, sarebbe del tutto cessato.
L’Imperatore, con tuono di voce che aveva del ruggito, gli rispose:
— Va, e se t’è cara la vita non comparirmi più dinanzi finchè colei è fuori di senno.
Così dicendo, tornò a percorrere con passi concitati i viali dell’orto.
Avvicinatosi al palazzo Augustale udì nel silenzio della notte la voce d’Atte, che s’accompagnava sul _simikion_ una canzone.
Quella soave melodia calmò l’agitato suo spirito.
Entrò nel palazzo, e salito nei cenaculi, si presentò nella cella della citarista.
Questa aveva cessato di cantare, e deposto presso di lei l’istrumento, rimaneva assorta nei suoi pensieri.
L’improvvisa apparizione dell’amante la fe’ trabalzare.
— È già spuntato il diluculo e tu vegli ancora? — le disse Nerone.
— Era notte così divina.
— Notte d’averno! — mormorò l’altro.
— Cosa t’avvenne?
— Non dimandarlo. Il vulcano getta fuori le lave che gli ardono in seno, e porta d’intorno la desolazione, nè sa perchè. Così vuole natura. Udii la tua voce, e nella turbata anima mia rinacque la calma. Canta dunque, canta, o Atte, nè chieder di più.
— Obbedirò, — rispose la donna, — ma mi trema il cuore. Le tue misteriose parole vi gettarono il presentimento, che questa notte avvenne qualche grave sciagura.
— Non ritogliermi adesso, — interruppe quasi stizzito Nerone, — con queste malinconiche espressioni la tranquillità che mi diede il tuo canto.
La citarista mandando un sospiro prese l’istrumento e tornò ad intuonare l’anacreontica.
Il canto, e più la luce del giorno, dissiparono del tutto le nere fantasie di Nerone.
Rubea però non gli usciva di mente, ed anelava di sapere cosa fosse accaduto di lei.
Se il mago non si presentava, era indizio che l’effetto funesto dell’incantesimo durava ancora.
Impaziente d’attendere, stava per mandare in cerca di lui, quando venne Aniceto, e gli riferì d’aver udito nella taverna di Salvidieno Orfido, che quella mattina stessa allo spuntar del sole erasi vista una Vestale che fuggiva inseguita da Simone il mago, il quale raggiuntala, voleva trascinarla seco, e mentre che l’altra si dibatteva furiosa, era sopraggiunto il cristiano Saulo di Tarso e l’aveva salvata, imponendo all’altro d’allontanarsi all’istante. Simone aveva obbedito, e la Vestale, accompagnata dal suo difensore, aveva presa la direzione del Celio.
— Cosa sarà mai accaduto? — soggiunse il pedagogo, a cui Nerone non aveva confidato l’infame progetto.
— E chi narrò codesto strano avvenimento? — chiese torvo l’Imperatore.
— Un _equiso_ che menava a spasso i cavalli e che conosce il cristiano.
— Che Seneca ordini a questi di presentarsi a me, e tu chiamami il mago.
La Vestale, che vedemmo comparire nel tempio, appena rapita la dormente Rubea, era Giulia, l’amica del cuore, che sapendola sofferente e in preda a vaghi timori, veniva a farle compagnia.
Grande e dolorosa era stata la sorpresa di lei, non trovandola.
Come poteva aver dimenticati i doveri del culto, essa cotanto onesta e diligente?
Nella speranza di vederla ricomparire, rimaneva alla custodia del sacro fuoco.
Ma le ore passavano, il crepuscolo mattutino rischiarava già le finestre del tempio, e Rubea non tornava.
Allorchè fu desta la grande Sacerdotessa non aveva potuto a meno di non prevenirla della misteriosa assenza.
Veniva cercata in tutto il chiostro, s’interrogava l’ostiario, che fedele agli ordini ricevuti, rispondeva di nulla aver visto, nulla udito.
Mentre Giulia procurava di difendere l’amica contro le maligne supposizioni delle altre Vestali, e scongiurava la grande Sacerdotessa di attendere ancora prima d’accusarla al Pontefice Massimo, s’udivano da lontano delle grida strazianti, nelle quali era parso loro di riconoscere la voce di Rubea.
Era di fatto questa, che giunta la lettiga presso il tempio, balzava d’un tratto a terra, e si dava a fuga precipitosa, inseguita da Simone il mago.
Come già sappiamo, l’Apostolo Paolo la liberò dal suo persecutore, e la condusse in seno alla famiglia, colla quale fin da Corinto era in rapporti d’amicizia. Durante il tragitto egli cercò, parlandole con somma dolcezza, di calmarla, e di sapere cosa le fosse accaduto; ma l’infelice continuava ad agitarsi, a divagare, e nulla gli riuscì di scoprire.
Giunta in casa sua, non riconobbe nè il padre, nè la madre. Presa poi da delirio furente, cominciò a mandare urli disperati, premendosi le mani sul capo, e stramazzò come corpo morto.
Mandarono tosto in cerca d’un vecchio medico allievo d’Antonio Musa, l’Archiatro d’Augusto. Intanto deposero sopra un letto il corpo inerte di Rubea, la quale mandava di tratto in tratto fiochi lamenti.
La madre desolata, piangendo a dirotto, la chiamava, la copriva di baci; mentre Plauzio, colle braccia conserte al petto, gli occhi torvi, senza lagrime, le labbra senza parola, si teneva ritto ai piedi del letto, e l’Apostolo cercava pietosamente di consolare l’infelice Fausta.
Giunse finalmente il medico, e dopo molte interrogazioni per conoscere la causa di quella crisi terribile, sentendo del narcotico somministratole da Locusta, esclamò:
— Infelici! E chi vi spinse a porre la vostra fiducia nella scellerata giudea?
Il Laterano, a cui la moglie aveva taciuto d’essersi rivolta a Locusta per temprare le sofferenze fisiche e morali della figlia, cominciò a redarguirla.
Ma Paolo lo interruppe dicendogli:
— Abbi pietà di lei: rispetta il suo dolore.
Nella faccia enfiata e livida dell’inferma, negli occhi spalancati e sanguigni, non fu difficile al medico di riconoscere la malattia. La Vestale era stata colpita da congestione cerebrale, prodotta forse dalla violenta bevanda, e fors’anco da altre ignote cause.
Accorgendosi poi che l’infelice aveva esalato l’ultimo respiro, fe’ da Paolo condur via i due genitori, ed egli rimase solo colla morta.
Poco dopo li raggiunse nell’altra stanza e disse loro:
— Prostratevi ai Dei Mani, e preparate i veli. La figlia v’ha già mandato l’eterno vale.
Fausta, gettando un acuto grido, corse nella stanza della morta, mentre il medico, preso per mano Plauzio, gli mormorò a bassa voce questa semplice parola:
— Violata.
L’altro esclamò con voce tremenda:
— Non m’ingannava dunque il sospetto. Fu per certo la tigre incoronata, che disonorò, che uccise mia figlia.
E come fuori di sè, corse nella stanza attigua e stese la mano sul capo dell’estinta urlando:
— Vendetta! Vendetta!
Paolo, che lo aveva seguito, gli pose una mano sulla spalla e gli disse:
— Smetti, o Plauzio, i fieri propositi, tanto, la vendetta non ti renderà la figlia. Nerone stesso ti vendicherà, correndo più sfrenatamente verso l’abisso, che gli hanno scavato la giustizia degli uomini e quella di Dio.
Quella sera stessa ricevette un foglio d’Anneo Seneca coll’ordine di presentarsi a Cesare.
E al dì seguente egli v’andò.
Simone il mago, ch’era stato più sollecito ad obbedire, aveva fatto credere a Nerone, che la sua magica potenza stava per sciogliere l’incantesimo, quando la Vestale era fuggita e l’Apostolo poi gli aveva impedito di continuare l’opera sua.
Aggiunse poi, che se gli venisse fatto di scoprire ove l’aveva condotta, le renderebbe subito il senno, per assecondare i desiderii sovrani, benchè a malincuore. Una volta tornata nella pienezza delle facoltà mentali, consapevole della sua triste condizione, riconoscerebbe per certo chi l’aveva violata e griderebbe vendetta.
Queste fandonie inventava il ciurmadore, nella speranza che Nerone cangiasse progetto, e lo togliesse così da quella pania.
Invece gli disse sogghignando con aria di disprezzo:
— Poichè i tuoi oracoli sono così da poco, che non sanno suggerirti ove sia la Vestale, lo saprai tra poco dalla bocca di Saulo. Vedrò allora se terrai la promessa.
Il tristo sentì gelarsi il sangue, e avrebbe voluto trovarsi le mille miglia lontano di là.
Nerone, appena comparve l’Apostolo, così l’interrogò alla presenza di Simone:
— È vero, o Saulo, che tu togliesti dalle mani di costui una Vestale?
— È vero.
— E che t’indusse a far ciò?
— Il dovere e la carità.
— Vane parole.