Part 11
— No, o Cesare, io aveva obbligo di salvare quella vergine Sacerdotessa, avendo ravvisata in lei la figlia di Fausta e di Plauzio Laterano. Quand’anche ciò non fosse, la carità cristiana impone di proteggere il debole contro la violenza del forte.
— E il dovere e la carità, — entrò a dire Simone, — imponevano a me di ricondurre nel suo chiostro la pazza fuggitiva, e colla mia scienza renderle il senno. Tu impedisti l’opera pietosa.
— Non può esser certo opera pietosa quella nella quale tu sei immischiato.
— Perchè insulti un tuo fratello, un seguace di Cristo? — replicò il Mago.
— Taci, e che non sia vituperato sulle tue sozze labbra il nome santo del Nazareno.
— Egli è il Dio d’entrambi.
— Il tuo Dio è Mammona. Tu hai sete d’oro, e per estinguerla ogni mezzo è buono per te. La tua scienza è quella del ciurmadore, che mente e fa pagar cara la menzogna.
— E se questo è vero, vedremo, — entrò a dire Nerone che non voleva passare per uno dei gabbati. — Dimmi, o Saulo, dove conducesti la Vestale?
— Nella sua casa paterna.
— Quella presso la porta Celimontana?
— Quella.
— Ebbene, io ordino a te, Simone, di seguire Saulo alla casa dei Laterano, e in sua presenza rendere il senno a quell’infelice.
— Ciò è impossibile, — rispose il mago, che sentiva mancarsi la terra sotto i piedi; — l’opera mia riuscirebbe vana, perchè gli sguardi di quest’uomo, — ed additò Paolo, — come quelli di Simone Bariona, esercitano su me un’influenza malefica.
— Perchè sai che i nostri sguardi penetrano nell’interno dell’animo tuo perverso.
— Bando agli alterchi, ed obbedite ambidue agli ordini miei.
— I tuoi ordini sono vani ormai, o Cesare, — rispose l’Apostolo; — la vittima è morta.
E qui si fe’ a descrivere con vivi colori gli ultimi momenti di Rubea, la desolazione della famiglia, i rimorsi di Fausta, per aver somministrato alla figlia la bevanda di Locusta, i sospetti e le rivelazioni del medico. Si guardò bene però dal narrare i fieri propositi di Plauzio contro l’autore del nefando attentato, per tema che il tiranno prevenisse con un nuovo delitto le vendette di lui.
La sua eloquenza riuscì a destare in quell’anima brutale un senso di doloroso rimorso.
Nulla però diede a divedere, e senza aggiungere parola licenziò l’Apostolo, e diede ordine ai pretoriani di condur Simone nel carcere Mamertino.
CAPITOLO XV.
La casa Aurea.
La fama del truce avvenimento, toccato alla Vestale, non tardò a propalarsi. Molti eran convinti che l’autore ne fosse Nerone, molti lo sospettavano, altri, più ingenui, non volevano ammettere che il divo Cesare avesse potuto farsi reo di così sacrilego ed osceno attentato.
Nessun osava esternare publicamente la propria opinione, ad eccezione di pochi che come Isidoro Cinico, erano felici di poter biasimare il tiranno.
Il Clero e le Vestali, prudentemente asserivano che la vergine fuggita era una povera pazza.
Lo stesso ripetevano le autorità e i cortigiani, e a coloro che commentavano l’arresto di Simone, da cui era inseguita quell’infelice, tutti si stringevano nelle spalle, e rispondevano:
— Cesare solo lo sa.
Invece tra le mura del palazzo Augustale era unanime il convincimento che Nerone fosse colpevole di quel delitto.
Agrippina lo esternò francamente al figlio, dimandandogli con tutta dolcezza s’era in grado di smentirla.
— Fui, e sono ancora perdutamente innamorato di quella Sacerdotessa. Ora è morta e conviene ch’io la dimentichi. Dunque, o madre, non chiedermi di più.
E la furba Imperatrice non aggiunse parola.
Ottavia, anche in questa circostanza, quantunque dolorosamente colpita, serbò il solito dignitoso contegno.
Tacque con Nerone, come se il fatto ignorasse, limitandosi a pregare Vesta di non vendicare l’atroce offesa fatta al pudore d’una sua Sacerdotessa.
Ormai essa più non amava, nè stimava il marito, e malgrado l’affetto che cresceva in lei per l’onesto Menecrate, serbava intatta la fede coniugale pel solo sentimento del dovere.
Quanti uomini sarebbero rimasti contenti d’essersi risparmiate le querimonie della moglie tradita!
Nerone invece, spirito sospettoso e bizzarro, ascrisse il contegno d’Ottavia a indifferenza verso di lui.
Ciò lo sdegnava, e volle accertarsene.
Si recò da lei e le disse:
— E tu non t’unisci a quelli che m’accusano d’aver violata la Vestale Rubea, ed esser stato cagione della sua morte?
Ottavia lo guardò sorpresa, e poi con tutta calma rispose:
— Io m’unisco a quelli che ti difendono, e prego i Numi che ti proteggano.
— Voglio che tu dica se mi credi colpevole.
— Non posso supporre tanta ferocia ed abiezione in te da commettere così turpe delitto.
Egli aveva provocato da lei una risposta categorica, ed essa lo aveva accontentato, mentendo il proprio sentimento, per aver agio di dargli la tremenda frecciata.
L’ingenua Imperatrice questa volta erasi mostrata ben scaltra; talchè Nerone se ne tornò convinto che la moglie avesse detta la verità.
Non così prudente fu la concubina di Cesare, la quale, saputo dell’oltraggio fatto alla sua sorella di latte e della fine miseranda di lei, acciecata dal dolore e dalla gelosia, si presentò all’Imperatore, e con forza di parlar concitato esclamò:
— Giurami, o Claudio, che la fama mente.
Nerone tacque.
Essa ripetè la dimanda.
E l’altro,
— Lasciami in pace — gridò con sdegno — e ricordati che parli all’Imperatore.
— Dunque è vero, — rispose la donna strappandosi i capelli.
— Cessa da codeste smanie importune; non renderti uggiosa, che in me dal fastidio allo sdegno è breve il passo.
Atte, piangendo e levando le braccia al cielo, proruppe:
— O Dei immortali, rivelatemi voi la verità.
— Interroga pure i Numi, interroga gli uomini: essi ti risponderanno, non io. Nè più t’avvenga, o citarista, di presentarti a Cesare senza essere chiamata.
— Mai non mi parlasti così, ed oggi lo fai, ch’io sono immersa in tanto dolore!
— E così rimpiangi quella morta, da cui fosti un giorno respinta?
— Io oggi non ricordo di lei che il suo affetto per me, che l’orribile tradimento di cui fu vittima.
— Ebbene, — rispose stizzito Nerone, — pasciti pure in queste memorie, ma non importunarmi più oltre con simili querimonie, e torna nella tua cella.
E le fe’ cenno d’uscire.
Atte, mortificata, sconsolata, mosse verso la porta a lento passo, e quando fu sull’uscio si coprì il volto colle mani mormorando:
— Povera Rubea!
E scomparve.
Questa esclamazione di profondo cordoglio Nerone spiegò a senso di rimprovero per lui, e rimase più irritato che mai contro l’audace citarista, che tanto osava.
Egli voleva essere per le sue donne, come per tutti, un Dio; e un Dio lo si ama, lo si ammira, lo si rispetta, ma non lo si censura, e molto meno lo si prende a scherno, com’egli sospettava che avesse fatto Simone.
Era di poco partita la citarista, quando tornò il pedagogo.
Locusta, che non voleva tradir l’amico, aveva assicurato che il farmaco, consegnato a Fausta Laterano, era un narcotico richiestole da lei, per guarir la figlia dalle veglie e dalle paurose fantasie. Quale poi fosse stata la cagione della follia e della morte essa ignorava, nè potevasi certo attribuirla a’ suoi filtri, nè agli incantesimi di Simone.
— Ma, — terminò Aniceto, — non conviene prestar troppa fede alle asserzioni di quella giudea intimamente legata al mago cristiano.
— Non fosti scaltro nell’indagare, o pedagogo. Converrà che d’altro mezzo mi serva per scoprire se sia falsa o vera la magica potenza di Simone, se debba premiarlo, o insieme ad altri cristiani condannarlo in pasto alle fiere.
Atte, decisa ad abbandonare il palazzo dei Cesari, era salita nei cenaculi, e là aveva cominciato a radunare le sue robe, quando sopraggiunse Sporo, e sentendo della determinazione presa da lei, la scongiurò a rimanere.
La citarista si mostrò irremovibile.
— Allora verrò teco.
— E perchè?
— Perchè t’amo.
L’altra sorrise tra le lagrime, e lo esortò a smettere le ubbie amorose e restar tranquillo nella casa Augustale.
Sporo, coll’ostinazione d’un fanciullo, sosteneva di non volere assolutamente separarsi da lei, ripetendo:
— O tu rimarrai, o verrò con te.
Intanto, era venuta la sera, ed Atte, per liberarsi di lui, gli disse di lasciarla; dovendo essa recarsi presso l’Imperatrice Ottavia.
— Cosa insolita, questa, — osservò il diffidente giovinetto, — è forse un pretesto per fuggir subito senza di me.
Quantunque gli riuscisse molto importuno in quell’angoscioso momento, rispose con tutta dolcezza:
— Vedi, che io lascio qui il _simikion_, il mio fardello, e l’amitto.
Non contento di questa prova, Sporo volle discendere con lei, e solo la lasciò dinanzi alla porta, che metteva nelle stanze dell’Imperatrice.
Questa erasi recata nel Larario a pregare, e quando si rivolse per uscire vide prostrata sul limitare una donna.
Al chiarore della lucerna pensile, riconobbe la citarista, che alzando gli occhi lagrimosi verso di lei, colle mani giunte in atto supplichevole mormorò:
— O diva Ottavia, perdona!
Erano scorsi due anni dacchè la figlia d’Acaja era stata sedotta da Nerone, nè mai aveva osato presentarsi alla tradita sovrana.
Grande fu dunque la sorpresa d’Ottavia nel trovarsela improvvisamente davanti e in quell’umile positura.
Abbassò sovr’essa uno sguardo severo, senza profferir parola.
Atte tornò ad invocare il perdono, annunziandole ch’essa abbandonava la casa Augustale, dove aveva pur troppo molto amato, ma molto sofferto, e andava lungi a vivere di dolorose memorie, e a continuare nell’espiazione, già incominciata, dei falli suoi.
— Assai tardi ti penti, o citarista. Ed è proprio la coscienza che ti spinge a questa risoluzione, o non piuttosto il disinganno?
— Sì, il disinganno, il dolore d’una speranza svanita. La vergine caduta aveva sognato di poter col fascino dell’amore e della bellezza rendere l’amante suo clemente e generoso, e se aveva, suo malgrado, fatte delle vittime, altre riuscisse a salvare. Da pochi giorni questa illusione perdetti, e parto. Ora, qui non mi trattiene più altro, tranne il desiderio del tuo perdono.
— E la volontà di Cesare, — tuonò Nerone comparendo all’improvviso.
Sporo, volendo impedire ad ogni costo la partenza d’Atte, e temendo ch’essa fuggisse furtivamente, dopo averla accompagnata fino all’appartamento d’Ottavia, era andato ad avvertire l’Imperatore, il quale rimaneva cogitabondo, e poi si recava nelle stanze della moglie, ove il giovinetto gli aveva detto trovarsi in quel momento la citarista.
Udendole a parlare presso il Larario, arrestavasi per poco ad origliare, quindi si presentava.
Atte, alla voce del tiranno, cadde sull’anca, e poggiando la mano sinistra sul pavimento, e la destra ponendo sull’orecchio, lo fissò sbigottita.
— Hai paura? — le dimandò Nerone.
La donna tacque ed egli riprese:
— Se hai paura, tanto meglio per te, così non oserai ribellarti agli ordini miei, che t’impongono di rimanere. Tu varcheresti la soglia della casa Augustale col piè sinistro, ch’è funesto augurio. Ma questo non avverrà, poichè difficilmente ti riuscirebbe d’eludere la vigilanza de’ miei pretoriani.
Atte lo scongiurò a lasciarla partire, a liberarla da un’esistenza obbrobriosa e piena d’angosce e d’umiliazioni. Gli ricordò infine, ch’egli generoso l’aveva fatta liberta.
— O liberi, o schiavi, — interruppe Nerone, — qui devono tutti chinarsi davanti alla mia volontà.
E con queste parole la rimandò.
Rimasto solo con Ottavia, ch’erasi tenuta sempre in dignitoso silenzio, le chiese cosa la citarista volesse da lei.
— Il mio perdono, — rispose Ottavia.
— E tu le hai perdonato?
— Da lungo tempo la rassegnazione si fece natura in me, o Claudio; io ho perdonato alle offese di tutti.
— È nobile sentimento questo, o indifferenza verso di me? — chiese il geloso tiranno.
— Questo ingiurioso sospetto mi prova che tu non apprezzasti mai al suo giusto valore l’anima mia. Anche a questa nuova offesa perdono.
— Dunque tu m’ami sempre?
— E tu?
— Ti giuro, che ad onta delle colpe, a cui mi spinge l’incendio dei sensi, il mio cuore è tutto per te. Dimmi che mi sarai fida sempre.
— Fino alla morte.
Nerone la strinse fra le braccia e la baciò.
Quindi si separarono.
Nè l’uno nè l’altra avevano in quel momento mentito.
Ottavia non amava più il marito, non credeva più alla sincerità dei suoi amplessi, delle sue parole, de’ suoi baci; ma era decisa, malgrado l’affetto che le ispirava Menecrate, a non dimenticare mai i doveri di sposa.
Egli, nel fango dei vizii, conservava sempre predilezione grandissima per lei, e non poteva a meno di non ammirarne il carattere nobile, gentile e riservato.
Erano passati alcuni giorni dalla morte di Rubea, e in Roma si continuava a non parlare che di lei.
Il sospetto che fosse stata violata e fatta poi uccidere da Nerone andava sempre più cangiandosi in certezza.
Quegli stessi, che titubavano ancora, non sapendo spiegar la prigionia del mago, cominciavano a persuadersi che questi era un complice rinchiuso poi nel carcere Mamertino perchè non parlasse. Si condannava publicamente il silenzio della somma Sacerdotessa di Vesta, e del Pontefice Massimo, e dai più violenti si gridava vendetta per l’oltraggio fatto alla Dea.
A tale fermento contribuivano gli amici dei Laterano, e i fautori di Britannico, il cui nome taluni osarono acclamar per le vie, non sapendo a qual rischio terribile esponevano il misero giovine.
Plauzio Laterano, sitibondo di vendetta, era andato ad offrire l’opera sua, il suo braccio ai congiurati di Calpurnio Pisone, e li spingeva ad agire.
Antonina però, apprezzando i consigli di prudenza, che le dava l’Apostolo Paolo, li esortava a non compromettere con atti inconsulti la sorte del fratello, non sembrando ancora a lei maturi gli eventi.
Nerone intanto addimostrava di non dar peso alcuno a codeste mene, nè al broncio popolare, nè ai discorsi, nè alle satire sanguinose che si facevano sul suo conto. Anzi ostentava il maggior disprezzo, assistendo agli spettacoli publici, ai quali sovente prendeva parte, e dando feste e sontuosi banchetti in mezzo agli splendori della nuova casa, alla quale aveva tolto il titolo di _transitoria_ per chiamarla _casa Aurea_.
E ben meritava codesto nome il superbo edifizio, nel quale Nerone aveva profuso le ricchezze d’intere provincie.
Il portico a tre ordini di colonne s’apriva, come già dicemmo, di fronte alla via Sacra dinanzi al vasto lago, al quale facevano cornice altri palazzi cesarei, tra selve, giardini, grotte, vigneti e pascoli.
La statua colossale sorgeva in mezzo al vestibolo, dal quale conduceva agli appartamenti vasta scala di marmi variopinti colle mura tutte a fregi d’argento e d’avorio.
Per altre facili salite si poteva ascendere a cavallo fino al sommo del palazzo.
Anche senza ricorrere ai voli di fantasia, a cui talvolta si lasciarono andare il monaco Floriacense Rodulfo Tortario nella sua _Mirabilia_, e l’autore della _Graphia Urbis Romæ_, parlando della grandezza di Roma in generale, e dei palazzi cesarei in particolare, basta accennare ai pregi reali della _casa Aurea_ perchè rimanga meravigliato il lettore.
Sulle porte di bronzo dorato si vedevano sculture di finissimo lavoro, ed intorno agli stipiti larghe fasce di marmi preziosi incrostati di pietre dure, madreperle ed avorio.
Simili ornati abbellivano le pareti e gli scompartimenti del soffitto nella vasta exedra. Nel triclinio, ampio pur esso e di forma rotonda, la vôlta di bronzo, rappresentante il firmamento, poggiava sopra un cornicione d’oro e mosaici, sostenuto da colonne d’azzurro turchino venute di Grecia. Il riflesso di lumi nascosti faceva brillar le stelle di quel firmamento, che per ingegnoso meccanismo continuamente girava.
Stoffe trapunte d’oro coprivano i triclini, e vicino ad ognuno di questi era deposta una tavola d’avorio, che mossa in giro, spargeva fiori e profumi sul convitato.
Ammiravasi poi nei cubiculi imperiali quanto di più sfarzoso e raffinato poteva sognare la voluttuosa immaginazione d’un uomo.
I riflessi dell’oro, dell’argento, delle pietre preziose, delle madreperle e degli avori, uniti alla sera allo splendore d’innumerevoli fiamme, avvolgevano in un mare di luce le mobilia, le suppellettili e gli altri oggetti d’arte.
E tante magnificenze accontentavano appena la superbia di Cesare, se si deve giudicare dalle parole ch’egli profferì il giorno dell’inaugurazione:
— Io pure ormai ho cominciato ad abitar come uomo[63].
In quelle sale fantastiche, sopratutto dopo il fatto di Rubea, come dicemmo più sopra, s’alternarono con maggior frequenza le feste.
Erano accademie di declamazione e di canto, alle quali prendeva parte Nerone insieme a citaristi ed istrioni, tutti coronati di rose. Erano balli, a cui intervenivano le dame romane sfolgoranti per bellezza ed ornamenti. Erano banchetti, dove in vasellame d’oro venivano serviti i cibi più squisiti, i più generosi vini d’Italia e di Grecia. Erano infine orgie, alle quali accorrevano le più procaci etère, la più sfrenata gioventù di Roma.
Con queste feste riusciva Nerone a gettare la polvere negli occhi agli altri: ma non a guarir sè stesso. Rubea era morta da un mese, ed egli non poteva dimenticarne la splendida bellezza, i lascivi trasporti, la follia, la morte.
E tali rimembranze lo infastidivano, tanto più che Seneca e Burro, quegli colla solita calma, questi colla solita violenza, si dichiaravano convinti che l’autore del misfatto foss’egli, e lo rimproveravano d’aver con questo dato un’arma potente in mano a’ suoi nemici, ai fautori di Britannico.
Vedendo ch’egli rimaneva impassibile alle loro esortazioni, e alle loro minacce d’abbandonarlo, ove non si ravvedesse, Burro non potè frenare lo sdegno ed esclamò:
— Ebbene, poichè le nostre sagge parole tu disprezzi, e quasi deridi, io mi ritiro dal governo della Republica e saluterò con gioia il giorno in cui il popolo e i tuoi stessi pretoriani acclameranno Imperatore il figlio di Messalina.
— Quel giorno non lo vedrai spuntare, — rispose cupamente Nerone.
Quindi, cangiando espressione, come si fosse posta una maschera sul viso, lo pregò a desistere dal suo proposito, e non privarlo de’ suoi consigli.
Burro acconsentì, ma il dì seguente, forse in conseguenza della bile, cadde ammalato.
Premurosamente Nerone gli mandò, col mezzo d’Aniceto, un farmaco atto a troncare il mal di gola che lo tormentava.
L’infermo, nulla sospettando e quasi grato al cortese interessamento di Cesare, bevve, e nella notte morì.
Seneca venne a partecipargli la notizia, e Nerone neppure si diede il fastidio di fare dell’ipocrisia, mentendo sorpresa e dolore.
Tale cinico contegno avvalorò Seneca nel sospetto che Burro fosse stato avvelenato con quel farmaco.
Ma reso anche più prudente dall’esempio, non si lasciò sfuggire parola, dalla quale trapelasse il ribrezzo, che a lui inspirava il suo scellerato discepolo.
Questi, incoraggito dall’impunità che gli accordavano la sua potenza e il terrore degli altri, prese a meditare un nuovo delitto.
CAPITOLO XVI.
La Stella di Baja.
La vittima designata era Britannico.
Nerone mentiva affetto grandissimo pel giovine cognato; ma in cuor suo l’odiava, non solo come pretendente al trono, ma eziandio come emulo nel canto, avendo sentito a lodare la voce di lui. Ma per riguardo ad Ottavia e ad Antonina non si sarebbe indotto a farlo morire, ove il favore dell’aura popolare per esso non si fosse di tanto accresciuta in quei giorni.
Fe’ venire di notte tempo Locusta, e le chiese un veleno, ch’essa somministrò a patto che fosse liberato Simone, e Nerone accondiscese.
Britannico soleva recarsi sovente ai banchetti e alle feste della casa Aurea e ciò, più che per suo desiderio, per consiglio dei suoi partigiani, i quali credevano con questo di nascondere le loro trame. Antonina però, coll’intuizione della donna, e sostenuta dalle sagge riflessioni dell’Apostolo, cercava d’opporvisi, ma invano. E il giovine, che avrebbe obbedito all’adorata sorella, teneva a malincuore l’invito.
Mentr’egli apprestava le labbra al calice di falerno avvelenato, Nerone, in una di quelle alternative di bene e di male, frequenti negli spiriti bizzarri, preso da improvviso rimorso, fu sul punto di balzar dal triclinio per impedirgli di bere. Ma oltre che tardo giungeva il pentimento, non poteva egli accusarsi davanti ai convitati?
Fu sorpreso nel veder Britannico continuare il pasto, e partirsene poi col volto pallido, ma non contraffatto; e più sorpreso ancora quando seppe che conseguenza dell’avvelenamento era stato un lieve disturbo.
Tutti l’avevano attribuito ad un abuso di cibo e di bevanda.
Il tiranno fu quasi soddisfatto; ma rimproverò Locusta per averlo ingannato, vendendo cattiva merce.
La giudea si scusò dicendo ch’erale venuta paura di commettere così grande scelleratezza.
— Non ti credo, — rispose Nerone, — ma ti perdono. Bada però, o figlia di Giuda, che se un’altra volta i tuoi veleni non uccideranno, ucciderà te la corda del carnefice.
Ma Simone il mago non fu rimesso in libertà.
Intanto era venuta la stagione dei bagni, e i patrizii e la doviziosa borghesia abbandonavano i frigidi, profumati lavacri, i tepidarii ed i godimenti fisici ed intellettuali delle terme, per trasportarsi sulle rive del Tirreno.
Da Miseno a Sorrento era una non interrotta sequela di giardini e palazzi campestri appartenenti a famiglie romane.
Ma il luogo da queste prediletto era Baja, piccola città, che sorgeva tra il lago di Lucrino e il Capo Miseno. In questa spiaggia ridente, chiusa tra il cielo e le onde, come in una conchiglia di zaffiro, tanti erano i luoghi di delizia fabbricati dai romani, che per mancanza di spazio, nella stretta pendice tra le falde del monte Grillo e il promontorio, dove ora sorge il castello di Baja, alcuni patrizii avevano edificato i loro palazzi sul mare.
Terme per bagni caldi, templi, teatri, ospizi, case di piacere, luoghi di ritrovo amenissimi, palestre per gli esercizii di destrezza e di forza, e giuochi e musiche e feste, nulla mancava a Baja.
Giorno e notte solcavano il mare, tra gli umili navicelli, ricche biremi, su cui giovani e donne, adorno il capo con rose di Pesto, banchettavano e cantavano.
L’etère, venute d’Italia e di Grecia, la maggior parte delle quali facevano gran spreco di _fusco_[64] e di _sapo_[65] si presentavano talvolta sfrontatamente in publico, indossando una tunica di coa, tessuto finissimo che non copriva le nudità, ma le rendeva invece ancora più procaci.
La licenza a Baja aveva oltrepassato ogni limite.
Seneca la chiamava un albergo di vizii. _Molte virtù naufragarono in quelle acque_, scrive Properzio. _Molte donne_, soggiunge Marziale, _andavano a Baja Penelopi, e ne partivano, com’Elena, con un amante_.
Nerone, con seguito di sibariti, erasi recato a Baja per passarvi nella sua villa di Bauli alcuni giorni, dovendo poi tornare in Roma per ricevervi Tiridate, Re d’Armenia.
Veniva questi a far atto di sommissione, come Re vassallo, all’Imperatore, dopo aver tentato di vincere i romani a Tigranocerta, e cacciarli dall’Armenia.
Ottavia aveva accompagnato il marito, benchè a malincuore per la licenziosa vita che si menava su quelle spiaggie, e che offendeva la modestia di lei.
Nerone però l’aveva voluta con sè, unitamente alla madre, per un momentaneo capriccio d’affetto verso di loro.
Non era però che bonaccia presaga di più fiere tempeste.
Una sera d’agosto, Nerone, indossato un rozzo _saio_ e coperto il capo col _petaso_, uscì solo dalla villa di Bauli per recarsi a diporto. Lo splendore del plenilunio, che inondava d’argento le vie, e guizzava in sprazzi luminosi sulle onde del Tirreno, la brezza profumata dai fiori dei giardini, i canti, i suoni, che s’udivano da lontano, e andavano a confondersi col gorgheggiar degli usignuoli, le case, dapprima illuminate internamente, e che a poco a poco andavano avvolgendosi nel buio e nel mistero, gli riempivano la mente di voluttuose fantasie.