Part 12
Giunto innanzi ad una palazzina isolata, entro la quale ardevano ancora le lampade, e di cui era aperta la porta, che dalla via metteva nel _protiro_, s’arrestò a guardare internamente.
Egli aveva visto in fondo al _protiro_ nell’atrio illuminato una donna di rara bellezza, mollemente adagiata sopra lettuccio, coperto da pulvinare trapunto in oro. Le sue chiome, spartite nel mezzo del capo, le discendevano in due lunghissime ciocche lungo il peplo e la tunica bianca, che ne facevano risaltar viemmaggiormente la tinta corvina.
Presso di lei sopra un piccolo monopodio d’agata era deposto uno scrigno, nel quale essa teneva la bellissima mano, e andava con tardo movimento rimestando i gioielli che v’erano dentro.
Di tratto in tratto alzava coll’altra mano uno specchietto d’argento, e vi guardava dentro con femminile compiacenza i puri lineamenti del suo viso, la pelle pastosa e diafana, il roseo pallido delle sue gote, gli occhi grandi e nerissimi, che giravano lenti e luminosi sotto lunghe palpebre, il naso della più pura linea greca, e le turgide labbra dal vivo cinabro, che dava maggior risalto alla bianchezza dei denti.
Davanti a così splendida apparizione Nerone rimaneva estatico, ammaliato.
Vide comparire un uomo in quella stanza, ed avvicinarsi al lettuccio, e la bella all’apparire di lui poggiar le spalle sull’_anaclinterio_, e riversare indietro la testa, chiedendo un bacio.
E molti n’ebbe, che fecero ardere vieppiù i sensi al divo Cesare.
Egli avrebbe voluto irrompere dentro l’atrio, uccider quell’uomo e prenderne il posto.
Ma a ben più dura prova lo riservava la sua lasciva curiosità.
Il giovine, e la sua compagna uscirono insieme abbracciati, e poco dopo un’ancella venne a spegnere le fiamme del candelabro, l’ostiario chiuse la porta che dava nella via, e Nerone, che non poteva decidersi ad allontanarsi di là, si mise a girare intorno alla casa.
Di tutte le finestre due sole ne rimanevano internamente illuminate.
In quelle stanze erasi forse ritirata la diva col suo sposo o damo che fosse. Forse in quel momento si stringevano in voluttuosi amplessi.
Il desiderio d’adocchiare ancora la bella, di scoprirne i misteri domestici, lo rendevano frenetico. Quell’uomo, che cingeva la più grande diadema del mondo, in quel momento, fatto insensato fanciullo, cercava un modo di giungere fino all’altezza delle finestre.
Per sua fortuna, sorgeva a poca distanza la statua d’un Fauno, di cui il piedistallo poggiava sopra quattro gradini, dai quali avrebbe potuto vedere l’interno della stanza, senza correre il rischio di fiaccarsi il collo.
Le finestre _bifori_ avevano tutte e due le imposte spalancate.
La prima era un gabinetto ottagono dalle pareti dipinte a figure, viticci e fogliami, rischiarato da una lampada appesa al soffitto.
Dinanzi al vano della finestra v’era un tavolo di marmo a varii colori, sostenuto da un _trapezoforo_ squisitamente lavorato.
Su quel tavolo si vedevano, disposti con ordine, pettini, calamistri[66], aghi comatorii d’argento, d’oro e d’avorio, vasetti, ampolle e scatole contenenti liquidi, unguenti e polveri odorose. Ai lati del tavolo v’erano due conche d’argento, sorrette da tripodi e ripiene di rose.
La stanza era deserta, ma poco dopo udì un rumore di passi, e vide comparire la dama, seguita da due ancelle, di cui una aveva in mano una lucerna _polimixa_ a quattro lucignoli.
Dopo essersi fatta attortigliare i capelli dietro la nuca, ed averli appuntati coll’ago comatorio, levossi in piedi, slacciò la veste di _coa_, che indossava, e la lasciò cadere sulla pelle di tigre, che aveva sotto i piedi. Senza saperlo esponeva in questa guisa agli sguardi d’un occulto ammiratore, in tutto lo splendore della nudità, la prestante persona, le terga levigate e il colmo seno dai procaci rilievi, in cui spiccavano sul candore della pelle le due punte brune.
L’ancella _alipila_ cavò fuori da un astuccio le _axisie_[67] d’oro e cominciò a raderle i peli sotto le ascelle, mentre l’altra faceva lume.
La dama, colle braccia in alto e le mani conserte sulla sommità del capo, di tratto in tratto chiudeva gli occhi e schiudeva alquanto le labbra, come se a lei riuscisse molto soave l’occupazione dell’_alipila_.
Il divo Cesare, non aveva fibra, che non suonasse a martello. Il sangue gli affluiva al capo, e avrebbe finito per smarrire del tutto la ragione e portarsi a qualche atto inconsiderato, se udendo a poco distanza un calpestìo, non avesse stimato prudente uscir dal recinto e tornare alla villa di Bauli.
Da quel momento egli non ebbe altro pensiero che il possesso di quella donna.
Sognò di lei tutta notte. Durante il giorno passò in cocchio dinanzi alla casa, percorse la spiaggia e le vie della città, cercandola, e finalmente vide uscir dalle terme una dama seguita da due ancelle.
Attraverso la maschera di velo, che le copriva il volto, la ravvisò e gli parve più bella e seducente allo splendore del sole, e arrestò la biga per meglio osservarla.
Essa, passando, rivolse verso di lui lo sguardo, e riconosciuto l’Imperatore, lo salutò, chinando leggermente il capo, e andò innanzi.
A quel dignitoso contegno crebbe l’ammirazione di Nerone.
Egli pensava, tornandosene:
— Bella e superba! La conquista è degna di Cesare.
Alla sera s’avviò verso la palazzina della donna, nella speranza di vederla ancora, come la notte precedente, ma fu deluso.
Gli appartamenti erano splendidamente illuminati, e ne usciva un frastuono di suoni, di voci, di risa, misto a rumore di vasellame e tintinnar di cristalli.
Maledisse all’importuna festa, e si fece a girare d’attorno per vedere ove s’adunassero i convitati.
Sedevano sotto una pergola annessa al triclinio, e rischiarata da lampade appese.
Non riuscendo a vedere tra la spesse foglie della vite, e temendo d’esser sorpreso dagli schiavi, che servivano la mensa, stava per allontanarsi, allorchè udì qualcuno declamare dei versi, e alla voce gli parve di riconoscere Lucano.
E un altro riconobbe pure, Cercopiteco Panerote, il quale con voce da avvinazzato, faceva brindisi alle squisite vivande e ai vini generosi.
Se l’allegra brigata avesse potuto supporre, che a lei ronzava d’intorno il tremendo Imperatore, il buon umore ne sarebbe scemato di molto.
Alla dimane Nerone, quando al _jentacolo_[68] vide Lucano e Cercopiteco, ospiti suoi, rivolse loro questa dimanda.
— Or che Agrippina ed Ottavia si sono ritirate nei loro appartamenti, confessate i vostri peccati. Come passaste la sera di ieri?
— Mangiando e bevendo a crepapelle, — rispose Cercopiteco tutto soddisfatto.
Lucano aggiunse:
— In casa d’una donna di sovrumana bellezza.
— Di fatto, — osservò sorridendo Nerone, — tu, poeta, con ode saffica ne esaltasti le veneri, come tu, sibarita, esaltasti in prosa i prodotti della cucina e della vigna.
I due, supponendo che a lui lo avesse riferito qualcuno dei convitati, affermarono.
— E chi è codesta dama?
— Più volte, o divo Cesare, tu la sentisti a nominare per la sua bellezza, — rispose Lucano. — Essa è Poppea Sabina, moglie a Salvio Ottone Cavaliere.
Cercopiteco aggiunse:
— Sicuro, sicuro, proprio lei.
— Facile conquista, — pensò fra sè Nerone.
— Oltre l’essere divinamente bella, — riprese Cercopiteco, — è donna di gusto squisito, amante della grandezza e del lusso.
— E del Cavaliere Ottone s’accontenta? — interruppe Nerone.
Cercopiteco guardò Lucano, quasi chiedendo su questo particolare l’opinione di lui, non fidandosi della sua.
E Lucano osservò esser cosa malagevole indagare certi misteri domestici, e che spesso l’apparenza inganna.
— È vero, — disse l’altro, — ma da quanto si vede il Cavaliere è assai premuroso per lei, la circonda di cure, d’agi, di lusso. Si comprende ch’essa è soddisfatta di quelle feste, di quei banchetti, di quelle vesti magnifiche, di quei preziosi gioielli, di quelle....
— Sì, — interruppe Lucano, — perchè è molto ambiziosa.
Nerone ascoltava senza interrompere, perchè a lui giovavano quelle loro osservazioni.
— I vostri encomii, — disse finalmente, — m’han fatto nascere il desiderio di conoscere codesta divinità, prima di tornare in Roma per l’arrivo del Re Tiridate. Uno di voi dunque andrà ad invitarli alla festa notturna di posdimani.
— Andrò io, — disse subito Cercopiteco, — sicuro che saranno felici di tanto onore. All’ora della merenda li troverò per certo.
Nerone, soddisfatto di vedere così facilmente raggiunta la meta dei suoi desiderii, interruppe ridendo:
— Così una _copta_ di Rodi[69] e un _poculo_ di falerno non potranno mancarti, o ghiottone.
Nell’uscire, Lucano disse sottovoce a Cercopiteco:
— Tu vai a far sorgere un astro novello.
E l’altro, facendo le spallucce, rispose:
— Vado a legar l’asino dove vuole il padrone.
CAPITOLO XVII.
Poppea Sabina.
Misero l’uomo che si lasciava sedurre da Poppea. Figlia della famosa Sabina, essa aveva ereditato tutte le male inclinazioni della madre, più un cuore di ghiaccio, un’astuzia infernale, un istinto ambizioso, capace di trascinarla a qualsiasi eccesso. E tutto ciò latente sotto meravigliosa bellezza, sotto affascinante attrattiva di voce, di sguardi, di vezzi.
Suo padre Tito Ollio dovette lottar con lei fin da fanciulla per temperarne la vanità e il carattere prepotente, nei quali difetti l’incoraggiava la madre.
E Poppea, per liberarsi dall’autorità paterna, giovinetta ancora, andava a caccia d’uno sposo, decisa di prendere il primo che le fosse capitato, foss’anco uno zotico, purchè avesse denari bastanti per assecondare i suoi capricci.
La fortuna le arrise, poichè s’invaghì di lei un giovine dabbene, di nobile prosapia e dovizioso, Marco Salvio Ottone Cavaliere.
Questi però, per quanto cospicua fosse la sua fortuna, non tardò ad accorgersi ch’era insufficiente per appagare i desiderii dispendiosi di Poppea. Ma per timore di perderne l’affetto, continuò ad accontentarla in tutto.
Oltre alle splendide vesti, ai ricchi gioielli, al lusso degli appartamenti, essa non badava a spesa per conservar la bellezza colle più raffinate cure.
Si tuffava ogni mattina in un bagno di latte d’asina, e alla sera in lavacri profumati con essenze le più preziose venute d’Egitto e di Grecia. Ma non bastandole tutto ciò, aveva desiderato di possedere una casa a Baja, per non essere da meno delle altre patrizie romane, e là si faceva seguire da uno stuolo numeroso di domestici.
E il marito non osava contraddirla, quantunque vedesse ogni giorno assottigliarsi la sua provvigione, e continuava a tutto concederle, oltre ai balli, alle accademie, ai banchetti, nei quali essa era circondata da adoratori e da sibariti.
Eppure l’ambizione di Poppea non era del tutto soddisfatta, perchè l’Imperatore non erasi mai avvisto di lei, e le feste della casa Aurea le turbavano i sonni.
Immaginiamoci dunque con quanta gioia accogliesse l’annunzio di Cercopiteco.
Il marito invece parve turbato. Forse sotto la cortesia subodorava l’insidia. Gli fu però giocoforza far buon viso a sorte avversa.
Già migliaia di fiammelle ardevano tra i rami della villa di Bauli, e gruppi di donne e signori passeggiavano pei viali: mentre luce vivissima, bisbigli e suoni uscivano dalle finestre spalancate, quando giunsero Poppea e Ottone.
Essa, scendendo dalla lettiga, depose la maschera[70] ed entrò nel palazzo, compiacendosi dell’esclamazioni d’ammirazione che udiva sul suo passaggio.
Fosse opra del caso o di Nerone, in quel momento alla soave armonia degli _idrauli_[71] s’accoppiarono le arpe dei citaristi e il canto dei cori alessandrini, che diedero aspetto quasi trionfale all’ingresso di Poppea.
V’era in quelle sale grande sfoggio di lusso e d’eleganza, ma se col suo abbigliamento la nuova Diva non superava le altre, non era certo seconda ad alcuna. Vestiva una tunica di finissimo bisso adorna di limbo trapunto di coralli, e stretta alla vita da _zona_ gemmata, che faceva risaltare le flessuose curve dei fianchi, come il peplo ricamato assecondava con artistiche pieghe i contorni del seno. Aveva le braccia denudate fin oltre la spalla e il bisso aperto fin sotto le ascelle. Le cingeva il collo un monile di piropi, le splendevano sui polsi anelli lavorati con filo d’oro ed uniti insieme a spirale[72] e un cerchio, parimente d’oro, sulla parte superiore del braccio. Fra i laccetti dei calzari si vedeva la candida pelle del piedino, e i suoi ricchi capelli, attortigliati con fila di perle, le formavano sulla sommità del capo una splendida corona.
Quando Nerone la vide entrar nell’atrio, ove le due Imperatrici s’intrattenevano con alcune famiglie patrizie, rivolto a Lucano, che gli stava accanto, esclamò:
— Eccola! Per Giove, io non vidi mai beltà maggiore.
E senza attendere che giungesse a lui, mosse per incontrarla.
Agrippina, in veder questo, volse lo sguardo verso Ottavia, per indagare quale impressione avesse prodotto in essa l’apparizione di quella donna e l’inconsulta premura addimostrata dall’Imperatore.
E si trovò di fronte alla più assoluta impassibilità.
La madre, che teneva all’amore del figlio, accolse Poppea con alquanto sussiego; la moglie, ch’era indifferente oramai all’amor del marito, si mostrò invece cortese.
Essendo libero ciascuno dì prendere il divertimento che più gli aggradisse, chi passeggiava per le sale e pei viali, chi sedeva ai tavoli da giuoco; ma la maggior parte delle dame e dei signori preferivano di seder tranquillamente entro il grazioso teatro eretto nella villa.
Quivi si alternavano le melodie delle cetre e dei salteri, canti, declamazioni e buffonesche azioni mimiche.
Fra i citaristi era Menecrate, che di tratto in tratto, incontrandosi negli sguardi d’Ottavia, sentiva vibrar il cuore come le corde del suo istrumento.
V’era Atte eziandio, la povera Atte, pallida e triste, colla voce scemata di forza, ma più potente ancora per espressione soave. Ogni sua nota avea lo strazio d’un ultimo addio.
Nerone, geloso delle acclamazioni che a lei si facevano, volle richiamare sopra di sè l’attenzione delle dame, e di Poppea specialmente.
Salì sul palco scenico, e fattasi dare la sua cetra d’oro, intonò un canto di Tito Lucrezio Caro.
L’eccitamento dei sensi, il desiderio di vincere tutti gli altri, e di gettare colla sua voce un buon germe nel cuore della nuova Dea, lo rendevano cantore energumeno.
Com’ebbe terminato il suo canto, tra i soliti applausi cortigianeschi, discese dal palco, e presa per mano Ottavia, passarono, seguiti dagli altri, nella vasta terrazza prospiciente il mare, dove era imbandita la cena sotto ricco velario di porpora e d’oro.
Le aste, che lo sostenevano, erano inghirlandate di rose, come i candelabri, i vasi d’oro e le tazze.
Nerone era adagiato sul triclinio tra Poppea ed altra dama romana, pure bellissima, la quale, durante il pasto, si consolava col Cavaliere Ottone, ch’erale vicino, della nessuna attenzione, che usava a lei il divo Cesare.
Mentre gli schiavi, riccamente vestiti, sotto la direzione del _Triclinarche_[73] portavano attorno le vivande e il vino, sulla spianata, che s’apriva davanti alla terrazza, alcune danzatrici, avvolte la persona in un velo trasparente, facevano lascive movenze percotendo timpani e cimbali.
Tutti avevano in quella sera libero ingresso nella villa, anche la plebe; e gran folla assiepavasi dietro le guardie, che circondavano il posto riservato alle danzatrici. Molti invece s’arrestavano ad ammirare in altra parte della villa gli esercizii dei _Cernui_, dei _Pilarii_, dei _Neurobati_, dei _Prestigiatori_[74] e simili giocolieri. Nello stesso tempo, altre comitive andavano a zonzo pei _viridari_ e i viali della villa, o s’arrestavano a contemplare l’incantevole vista del Tirreno, rischiarato dalla luna e percorso da navicelli illuminati, entro i quali con canti e suoni si prendeva parte alla festa.
Per quanto Poppea avesse udito decantare le ricchezze della Corte Cesarea, tanta sontuosità le sembrava prodigiosa, esaltava la sua immaginazione, e correndo dietro ai voli della sua ambiziosa fantasia, diceva fra sè:
— Oh perchè tutto questo non m’appartiene!
E rimaneva assorta in questo pensiero.
Intanto, nel sentirsi presso di lei sul _peristroma_[75], nell’aspirare il profumo, ch’esalava dal suoi capelli, dal candido seno, che poggiato sul cuscino triclinare s’intravedeva sotto il peplo, Nerone tornava colla mente a due sere innanzi, e si sentiva più ammaliato che mai.
Non ristava dal fissar Poppea con occhi ardenti, indirizzandole sommessamente parole di amore.
L’astuta non rispondeva, limitandosi di tratto in tratto a rivolger la testa verso di lui, e sorridere.
— Comprendo, — pensava tra sè; — egli mi crede donna di facili costumi e pretende forse di conquistarmi in questa notte istessa.
E in parte s’era apposta al vero.
Nerone, trattandola più da cortigiana che da dama, finì collo smettere ogni ritegno e si lasciò andare ad oscena proposta.
— Tu, — gli disse Poppea, guardandolo con espressione di cruccioso dolore, — apprezzi il mio corpo, ma non l’anima mia, se credi che possa prostituirmi non amante nè amata.
— Amata sì, te lo giuro per Venere, il solo Nume che adoro.
— Ma se mi vedi stasera per la prima volta?
— E sei tu sicura di questo? — rispose Nerone sorridendole. — Forse non puoi immaginare che codesto Grande della terra, che tutti onorano, dinanzi a cui tutti tremano, siasi messo in agguato, come il più umile degli innamorati, per vederti, per sorprenderti nella stessa tua casa! Vedi dunque s’io t’amo; e tu mi respingi.
— Me lo impone la fede giurata al Cavaliere Ottone, che mi fece sua sposa, non mi fece sua amante. Per quanto grandi siano i meriti tuoi, le tue attrattive, o divo Cesare, non m’è dato possederti, poichè non è consentito a noi l’invocazione a Talasio[76].
E rivolse a lui uno sguardo così eloquente, ch’egli esclamò:
— Oh, la sublime Imperatrice che tu saresti!
Terminata la cena, Agrippina, che dall’animato dialogo di Nerone e Poppea indovinava di che si trattasse, chiamò a sè il primo e gli disse:
— Guarda, o Claudio, dove tu ti metti, vi sono beltà fatali.
— Sempre gelosa la madre mia, — rispose scherzando Nerone.
— Gelosa, sì, del tuo onore, della tua felicità.
— Di questo lascia pure la cura a me.
E mosse per raggiungere Poppea, che aveva visto uscir col marito.
Non rinvenendoli, e il riguardo verso gli altri invitati non consentendogli d’allontanarsi dall’exedra dove doveva ricominciare il concerto, andò a destare Cercopiteco, ch’erasi addormentato sul triclinio, e gli ordinò d’andare in cerca della bella Poppea e ricondurla presso di lui.
Il buon Panerote, obeso, come sempre, dal cibo, e poco fermo per le soverchie libazioni, scese con gran stento dal letto triclinare e mosse per eseguire l’ordine di Cesare, affrettandosi lentamente e mormorando:
— Il bell’incarico che mi tocca!... O ventre, ventre mio, quanto mi costa il soddisfarti!!
Dopo aver cercato lungamente, trovò Poppea col marito, che si disponevano alla partenza.
Cercò di persuaderli a restare, ripetendo esser questo il desiderio dell’Imperatore.
— Rendi grazie a Cesare, — rispose Poppea, — e digli che mi perdoni se stanca e turbata abbandonai la splendida festa prima che fosse terminata.
Era lo strale del Parto, ch’essa lanciava con queste parole, nel cuore di Nerone. Sapeva bene l’astuta quale ottimo partito fosse il farsi desiderare.
Al marito, che le chiese se Nerone le avesse parlato d’amore, rispose:
— E ciò ti sorprende? Tutte egli vorrebbe sedurre. Non rispetta le Sacerdotesse di Vesta, e pretendi che rispetti la moglie d’un Cavaliere? Sta tranquillo però, Poppea non andrà mai ad accrescere il numero delle sue concubine.
— La ferrea volontà di quell’uomo mi spaventa!
— E che temi? Non sarò mai la sua amante, nè posso essergli sposa, perchè non è libero.
— Nel delirio della passione egli è capace di tutto.
Dopo una breve pausa Poppea rispose:
— Ebbene.... vedremo.
La scaltra femmina non s’era male apposta, perchè la sua improvvisa partenza dalla villa di Bauli, e le parole di lei, riferite da Cercopiteco a Nerone, avevano accresciuto in questi l’amorosa frenesia.
Alla dimane, mentre sedeva in giardino venne correndo un’ancella ad annunziarle l’Imperatore.
Fece un atto di sorpresa, ed ordinò che lo si introducesse nell’exedra, dove poco dopo lo raggiunse.
— Salve, — essa disse, chinando il capo, — o divo Cesare, che vieni ad onorare di tua presenza il mio povero lare domestico. A che debbo mai tanta ventura?
— All’ardente desiderio di rivederti. Tu abbandonasti così improvvisamente la festa; quella festa di cui eri l’astro più bello. T’allontanasti da me quand’io, innamorato cantore, voleva temprar per te sulle corde della mia cetra un appassionato carme, che tu avresti compreso per certo, e me ne avresti dato mercede d’un tenero sorriso. Ah, tu m’arrecasti grave dolore!
Poppea, carattere freddo e calcolatore, non era donna da lasciarsi abbindolare, come le altre, dall’amorosa rettorica del divo Cesare, quantunque egli in quel momento fosse sincero nel suo entusiasmo.
Laonde lo aveva lasciato parlare, rimanendo muta e impassibile; ma udendo le ultime parole, rispose:
— Se io avessi potuto prevedere che tu, circondato da tanto splendore, da tante seduzioni, ti saresti accorto della mia assenza, e ne avresti provato dispiacere, sarei rimasta. Perdonami dunque.
— Ad altri non avrei perdonato, a te perdono perchè t’amo.
Poppea tacque.
Nerone, con grande concitazione riprese:
— Sì, t’amo, e tu non mi credi, e perciò non rispondi, come se l’amore di quest’uomo terribile ti facesse paura.
— No, non è questo il sentimento che provo, o divo Cesare; alle tue parole è dovere ch’io creda; ma tu devi qualche cosa concedere alla sorpresa, alla debole opinione dei pregi che a me largì natura. Io non sono presuntuosa e non so spiegarmi com’abbia potuto inspirare in te così forte affetto in così breve tempo, in te semidio che tutti adorano.
— E neppur io so spiegare a me stesso quello che provo dacchè ti vidi. V’è per la prima volta un sentimento in me, che quasi domina la tempesta dei sensi. Tu non sei soltanto per me la donna, tu sei la fata, e sento che per quanta ebbrezza possano dare i tuoi baci, le tue carezze, i tuoi amplessi, queste delizie non basterebbero a me ove non possedessi l’anima tua. Di ciò niun’altra donna può menar vanto.
— E la diva Ottavia?
— L’amai, è vero, le porto ancora grandissimo affetto, ma ci unì la volontà altrui, e la sua sterilità ci divide.
— E la citarista greca?
— A chi ti paragoni, o Poppea, ad una schiava!
— Di cui tu, o Cesare, volevi far la tua sposa.
— Non è vero, — interruppe Nerone; — è una menzogna de’ miei nemici.
Ed era lui che sfacciatamente rinnegava la verità.
Vedendo che la donna taceva, riprese:
— Quand’anche in un momento d’aberrazione avessi commesso tale ignominia, rientrando in me stesso le avrei strappata la diadema imperiale, per offrirla poi ad altra donna più adorata e più degna.
E volse a Poppea così eloquente sguardo da farle comprendere che si trattava di lei.
Quantunque le parole di Nerone _Oh, la sublime Imperatrice che tu saresti_, avessero alquanto esaltato il suo spirito ambizioso, non credeva che potesse la fantastica speranza cangiarsi in realtà così presto.
Fu per venir meno dalla gioia: ma serbandosi calma apparentemente, osservò:
— E chi più adorata e più degna della diva Ottavia?
— Tu! — esclamò Nerone prendendole le mani.
Poppea, dissimulando a meraviglia, rispose:
— O divo Cesare, s’è vero che m’ami, non prenderti giuoco di me.