Le donne di Nerone

Part 13

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— Ascoltami ancora, — riprese l’Imperatore. — Io vegliai tutta notte e la tua immagine mi fu sempre dinanzi, e ti vedeva al mio fianco, nelle feste della casa Aurea, nei teatri, nei circhi, negli spettacoli sacri. Mi sembrava d’udire il popolo, innamorato della tua bellezza, gridare _Ave, pulcherrima Imperatrix!_ E poi venir a notte tra i profumi del talamo a giacer fra le mie braccia, sposo invidiato da tutti. E finalmente io ti vedeva madre del figlio mio. Ciò mi convinse che la tua apparizione non fu opra del caso, che l’impressione prodotta in me dalla tua bellezza non fu solo delirio dei sensi miei. Ecco perchè venni subito da te, perchè ti parlai così ardente linguaggio. Tu devi esser la sposa mia, devi regnare con me. Ora sarai convinta, spero, dell’immenso amor mio.

— E come non esserlo?

— Acconsenti dunque?

— E che vale il mio consenso senza quello di Marco Salvio Ottone?

— Lo credi sì stolto da opporsi alla mia volontà?

— Ma s’egli rifiutasse?

— Guai!

— Ahimè!

— È in suo potere la scelta, o la fortuna o la morte.

CAPITOLO XVIII.

I due ripudii.

Tiridate, Re d’Armenia, sollecitato da Nerone con tante promesse, giunse in Roma verso le calende di settembre. Desiderando l’Imperatore presentarlo con gran pompa al popolo, ed essendo in quei giorni il tempo piovigginoso, fu ritardata la cerimonia.

Finalmente si proclamò il bando, che invitava i romani ad adunarsi nel foro.

Era una splendida giornata d’autunno, la folla gremiva la piazza, i soldati erano disposti in ordine intorno ai templi, i littori ed i signiferi colle loro insegne circondavano il palco eretto presso ai rostri, e destinato all’Imperatore.

Questi, vestito da trionfatore, giunse nel Foro sopra un carro tirato da quattro cavalli bianchi. Salito sul palco, e postosi a sedere sopra la sedia curule, invitò il Re d’Armenia a venirgli vicino.

Tiridate era un vecchio dagli occhi nerissimi e grandi. Una barba grigia gli scendeva in punta fino al petto. Indossava una lunga tunica di seta gialla, stretta ai fianchi da fascia della medesima stoffa, e portava sul capo la tiara, distintivo del Re Sacerdote.

Si gettò in ginocchio ai piedi di Nerone, che gli porse la destra, ed aiutatolo a rialzarsi lo baciò. Quindi gli tolse esso stesso la tiara, gli fasciò la fronte colla diadema, e fece da un cittadino Pretore ripetere ad alta voce le parole pronunziate dal Re, perchè tutto il popolo le intendesse.

Terminata questa cerimonia, passarono dal Foro al teatro di Pompeo, dove in onore del Re dovevasi, da cittadini vestiti in costume romano, recitare una commedia d’Afranio intitolata _Incendio_, nella quale andrebbe in fiamme una casa, fabbricata in fondo alla scena e che formava la così detta _scena stabile_.

Quando giunsero Nerone ed il Re, la _cavea_ e l’_orchestra_ erano così stipate, che le file semicircolari dei sedili scomparivano sotto un tappeto di teste.

Agli applausi, di cui il publico fu prodigo, durante la commedia, successero poi grida entusiastiche allorchè scoppiò l’incendio e gl’istrioni diedero il saccheggio alla casa, e portaron via, come era stato loro permesso, tutte le masserizie e gli altri oggetti salvati dal fuoco.

Terminata la rappresentazione, Tiridate fece di nuovo riverenza a Nerone, e si raccomandò a lui, e la folla lo acclamò Imperatore.

Dal teatro di Pompeo il corteggio imperiale si recò in Campidoglio, e là nel tempio di Giove Capitolino fu solennemente deposta in grembo al Nume una corona d’alloro in onore di quel Re, che aveva ricondotta l’Armenia sotto il dominio romano.

Ad altre rappresentazioni volle prender parte Nerone. In una cantò di Canace quando partoriva, d’Oreste quando uccise la madre, d’Edipo accecato, e d’Ercole pazzo furioso.

Inoltre, insieme agl’istrioni, declamò una tragedia, in cui si rappresentavano illustri personaggi e Dei. In questa circostanza furono per la prima volta adoperate le nuove maschere, che Nerone aveva fatto lavorare da insigne artefice, e che riproducevano le sembianze sue e quelle delle sue donne.

Strana costumanza questa per un popolo, che aveva così vivo il sentimento dell’arte, d’imporre la maschera agli attori, togliendo loro così uno dei maggiori pregi, l’espressione del volto.

E come se non bastassero le rappresentazioni teatrali, i circensi, la lotta dei gladiatori ed altri giuochi ai quali presero parte molti giovani patrizii, Nerone fe’ correre nel circo alcune carrette tirate ciascuna da quattro camelli, ed uno dei più insigni Cavalieri si mostrò in groppa ad un elefante.

Questi ricordi dell’Asia riuscirono oltremodo graditi al Re d’Armenia, che non cessava dall’esaltare la grandezza e la magnanimità di Cesare, che lo aveva colmato d’onori e di doni.

Com’egli fu partito, ai giorni di festa successero in Roma giorni di pianto.

Dopo la cena alla villa di Bauli, Poppea erasi tenuta lontana dalla Corte e dagli spettacoli, per quanto Nerone, sempre più perdutamente innamorato di lei, la scongiurasse ad abbellire di sua presenza le feste della casa Aurea, dicendole che quel contegno riservato non s’addiceva alla futura Imperatrice romana.

Un sogghigno d’incredulità accoglieva sempre queste affermazioni di Cesare, ripetendogli che egli non avrebbe mai il coraggio di ripudiare Ottavia. Troppo amava la moglie, troppo temeva la madre. Non poteva dunque aver fede nella proposta di lui, fatta forse nella speranza d’ottenere i suoi favori.

E Nerone non ristava dal protestare che la parola di Cesare era sacra e ben presto ne darebbe la prova.

Egli era interamente sotto il dominio di quella donna, che voleva ad ogni costo raggiungere il suo fine.

E la povera Ottavia fu sacrificata.

Un mattino Nerone fe’ venire Anneo Seneca e gli disse:

— Tu sai che l’aver prole è cosa necessaria tanto che il divo Augusto colla legge Papia Poppea stabilì dei premii per quelli che avessero maggior numero di figliuoli. Puoi bene immaginarti quanto a me pesi la sterilità d’Ottavia. Egli è dunque con mio gran dolore che mi vedo costretto a ripudiarla, perchè se ai privati è disdicevol cosa il non aver discendenti, tanto più lo è per un Imperatore. Incarico dunque te, mio consigliere e maestro, di parteciparle questa mia determinazione.

— Trovo giustissimo questo tuo desiderio, — rispose Seneca, — e nulla avrei ad obbiettare contro la risoluzione presa. Credo però sacro dovere in me il farti riflettere come la diva Ottavia sia l’idolo del popolo romano, il quale potrebbe levarsi a rumore, riguardando la tua risoluzione come un’ingiusta condanna contro una sposa bella, onesta e fedele.

E Nerone di rimando:

— Tu conosci per certo l’episodio di quel romano, che sentendosi criticare dagli amici, perchè voleva ripudiar la moglie modesta, bella, feconda, rispose loro mostrando il suo calzare: — anche questo calzare è ben fatto, è bello, è nuovo, ma nessuno di voi saprebbe indovinare in quale parte del piede mi faccia male. — I romani invece non possono ignorare la causa che mi spinge a ripudiare Ottavia e dovrebbero trovarla giusta. Nessuno poi ha il diritto di farsi giudice delle azioni di Cesare. Al popolo, questo gigantesco fanciullo, io do pane e circensi, ed egli m’adora e continuerà ad acclamarmi.

Seneca rispose:

— Pensa che hai molti nemici.

— A questi darò catene e gastighi.

— Non fidarti poi tanto dell’aura popolare, che cambia da un momento all’altro. N’ebbe una prova il Profeta Nazareno, a cui il popolo di Gerosolima gridò la croce otto giorni dopo averlo accolto cogli _Osanna_.

— Mal scegliesti l’esempio. Gesù era un grande fanatico, odiato dagli ambiziosi farisei, che sobillarono il popolo d’Israello contro di lui. I Sacerdoti pagani, da me prezzolati, non hanno interesse che il popolo si ribelli agli ordini miei.

— E quale, s’è lecito, fra le patrizie di Roma hai destinata al trono?

— La moglie del Cavaliere Ottone.

— Poppea Sabina! — esclamò Seneca.

— E d’onde la tua meraviglia? — chiese crucciato Nerone.

— I Numi ti guardino dal porre sul capo di donna siffatta la diadema imperiale.

— Il Nume di Roma son io. E a te chi dà il diritto d’offendere la tua futura sovrana?

— La verità, di cui la voce deve suonar sempre libera sulle labbra d’un filosofo, d’un amico.

— Se amico mi sei, eseguisci tosto l’incarico che t’affidai, e cerca di persuadere Ottavia alla rassegnazione.

Seneca fece un inchino, ed uscì senza aggiunger parola.

Tornò dopo un’ora, e presentò a Nerone su piatto d’oro una chiave.

Era costume che la moglie ripudiata, prima di partire dalla casa, ne consegnasse al marito la chiave.

— E che diss’ella?

— Che a questa sventura era già preparata, e chinava il capo al volere di Giove. Attende ora il decreto che la espella dalla casa Augustale.

— E non pianse?

— Dagli occhi non le sgorgarono lagrime. Fu ammirevole oltre ogni dire il contegno di lei.

Nerone, il quale attendevasi a resistenza, a disperazioni, a preghiere, invece d’essere soddisfatto di questa rassegnazione, ne fu quasi mortificato, e rimase qualche tempo muto e pensieroso.

Quindi ordinò a Seneca di prevenire della sua risoluzione l’Imperatrice Agrippina, e lo licenziò.

— La scaltra, — pensò fra sè, — mentiva l’amore; io ero ingannato da lei, e forse da lungo tempo un altr’uomo era l’arbitro del suo cuore. Se giungo a scoprire questa verità, il ripudio sarà pena troppo lieve per lei.

All’inatteso annunzio Agrippina arse di sdegno, e senza ascoltare Seneca, che la esortava alla calma e alla prudenza, andò dal figlio che trovò nella _trichila_[77] del giardino pensile annesso al cubiculo. Egli era seduto presso un tavolo di marmo sul quale poggiava il braccio.

Al giunger d’Agrippina alzò gli occhi, che teneva fissi in terra, e attese ch’ella parlasse.

— È vero quanto mi narrò Seneca? — chiese la madre accigliata.

— Vorresti ch’egli fosse venuto da mia parte a raccontarti una fola? — rispose sogghignando Nerone.

— Ma t’han forse i Numi tolto il bene dell’intelletto, — rispose Agrippina, — per ripudiare una sposa bella, mite, soave, che tocca appena il quarto lustro, che può renderti ancora padre felice, che tutta Roma rispetta e venera per la sua onestà!... Perchè sorridi a quel modo?.... Oseresti forse negare ch’essa si mantenne sempre salda nella fede giurata, ad onta dei torti tuoi che le costarono lagrime amare, di cui tu non t’avvedesti mai, perchè nella tema di riuscirti tediosa, soffriva tacendo.

— Perchè, — interruppe Nerone — a lei bastava di conservare le insegne imperiali e presentiva che a causa della sua sterilità le verrebbero tolte. Ho indugiato abbastanza, ed ora ho deciso che un’altra mi dia quelle gioie paterne che non ebbi da lei. Di ciò tu dovresti lodarmi, o madre.

— Se non fosse un pretesto, — interruppe Agrippina con impeto, — per saziar la libidine che in te seppe suscitare un’astuta maliarda.

— Taci! — urlò Nerone, fissando la madre con occhi che mettevano spavento e sciupando con mano convulsa la toga.

Ma Agrippina non si lasciò atterrire e scagliò contro Poppea le più sanguinose contumelie, chiamandola etèra, femmina volgare quanto ambiziosa, scevra d’ogni nobile sentimento.

Nerone fremeva, ma la lasciava parlare. Finalmente più non resistendo, proruppe con forza di parlar concitato.

— E sei tu che osi scagliarti in tal modo contro quella donna, di cui nulla sai, che nulla ti fece? Credi forse che io ignori il tuo passato? Tuo fratello Caligola non t’esiliò per gli scandali che commettevi? Non assassinasti il tuo primo marito Crispo Passieno per possederne più presto le ricchezze? Non facesti accusare di magia da’ tuoi satelliti, e morir fra i tormenti Lolla Paolina, perchè eri gelosa della sua bellezza, de’ suoi gioielli e dell’ascendente che aveva sopra l’Imperatore Claudio tuo zio, che tu sposasti, dopo rimosso quest’ultimo ostacolo, e poi facesti avvelenare con funghi preparati dalla giudea Locusta, perchè egli aveva condannata a morte una donna adultera,... e tu avevi paura?

— Orrore! — esclamò finalmente Agrippina che aveva cercato più volte d’interrompere la tremenda requisitoria del figlio, che continuò.

— Codesti fatti dovrebbero renderti umile e muta, ed invece osi erigerti a giudice dell’altrui condotta.

— Invece, — disse Agrippina, — le tue accuse infami non mi fanno piegar la fronte, non mi tratterranno dal compiere il mio dovere. Se tu, per difendere un’abbietta creatura, vuoi dimenticarti d’essermi figlio, io non dimenticherò mai d’esserti madre.

— E questo sacro nome, nella tua intenzione, non lo profanasti mai? — chiese Nerone con amara ironia.

— Che intendi?

— Combatti Poppea perchè forse temi in lei una rivale più fiera d’Ottavia.

— Ora intendo, scellerato figlio, che vuoi render me colpevole delle tue prave aberrazioni, che costarono la vita ad Aulo Plancio. È questa la gratitudine di Claudio Nerone, al quale consacrai la mia esistenza, al quale diedi il regno, usurpandolo a Britannico. Ma bada, o forsennato, ch’io posso togliertelo di nuovo e renderlo a lui. Sì, lo posso, e lo farò se tu persisti nella pazza determinazione di sposar Poppea. Se disprezzerai i consigli della madre amante, proverai la vendetta della madre offesa.

Ciò detto uscì dalla _trichila_.

Il furore materno non turbò Nerone. La mente sua era preoccupata sempre dall’inesplicabile rassegnazione della moglie.

Il dì seguente questa sedeva in uno dei _conclavi_[78] del suo appartamento tra la sorella Antonina e il fratello Britannico che la lodavano del contegno addimostrato all’annunzio del ripudio, e la consolavano delle grandezze imperiali che perdeva.

— Rendi grazie a Dio d’averti sottratta in tal guisa al feroce Enobardo, — le diceva Antonina. — Tu verrai a vivere onorata da tutti, tranquilla e felice insieme con me e con Britannico.

E così affettuosamente le parlavano, che la misera riuscì finalmente a stemperare in lagrime il cuore doloroso.

In questa, entrò un’ancella ad annunziare che l’Imperatore desiderava parlare alla diva Ottavia e che tra poco si recherebbe da lei.

— Andiamcene, o Britannico, — disse Antonina balzando bruscamente in piedi — ch’io mal sopporterei la vista di quel mostro.

E partì col fratello.

Erano già fuori dal palazzo Augustale quando comparve Nerone, che vedendo gli occhi della moglie ancora lagrimosi, le disse quasi con interna soddisfazione:

— Tu piangi?

— E vuoi che rida delle mie sventure?

— Eppure Anneo Seneca mi riferì che l’annunzio del ripudio era stato da te accolto con straordinaria rassegnazione.... quasi con indifferenza.

— Sapeva che nulla sarebbe valso ad intenerire un cuore che più non m’appartiene, e preferii il contegno dell’Imperatrice offesa, alle preghiere, ai pianti, alle recriminazioni della vittima.

— E chi ti dice che il mio cuore non t’appartenga più? Io ti porto sempre grandissimo affetto, e non è mia colpa se le circostanze mi obbligano a separarmi da te.

— Non aggiungere l’ipocrisia alla crudeltà. Tu mi respingi perchè ami Poppea Sabina. La sola ragione è questa. Separiamoci dunque, e più d’amore non si parli tra noi.

— Vedi, Ottavia, avrei preferito che tu lottassi contro la mia determinazione.

— A qual pro?

— Per distruggere in me un sospetto.

— E quale?

— Che il tuo cuore gioisca della libertà che acquisti.

— Dal momento che tu m’hai ripudiata, le gioie come le pene del mio cuore più non ti riguardano.

La logica di questo linguaggio faceva fremere il superbo e geloso tiranno. Quasi fuori di sè, volle costringere Ottavia a confessargli che amava un altro.

La moglie, con nobile fierezza, rispose:

— Siffatte confessioni ora non puoi esigerle che da Poppea Sabina. Ottavia è libera e a te basti sapere ch’ella esce da questa casa colla fronte alta, e qui lascia, come ricordo di lei, la fede coniugale incontaminata.

Queste ultime parole lo calmarono alquanto, benchè non soddisfacessero la sua pazza pretesa d’essere amato ancora, e non distruggessero interamente il sospetto che il contegno di lei lo si dovesse a sentimento inspiratole da Menecrate.

Avendo essa ripetuto che attendeva l’ordine imperiale per uscire dalla casa Aurea, e recarsi presso la sorella Antonina, Nerone rispose:

— Chi fu moglie di Cesare non perde il titolo d’Imperatrice, tu non puoi dunque accettare l’ospitalità d’alcuno. Qui rimarrai finchè non avrò scelto fra le mie ville quella che ti verrà destinata a dimora.

Ottavia, sorridendo amaramente, osservò:

— Non più dunque Imperatrice sposa, ma Imperatrice schiava. Sia come ti piace.

E quando rimase sola tornò a piangere esclamando:

— O mio povero Lucio Silano, tu sei ben vendicato!

Era intenzione di Nerone di tener presso di sè Ottavia per poterla sorvegliare con miglior agio; ma Poppea, che temeva l’influenza della giovine Imperatrice, astutamente gli disse:

— Vedo, o Cesare, che tu l’ami ancora. Me desideri ardentemente, lo so, e vuoi farmi tua moglie, perchè altrimenti non potrai ottenermi; ma comincio a dubitare, malgrado le tue asserzioni, che dell’anima tua non sia arbitra come vorrei. Sei ancora in tempo di rinunziare a me, tanto più che mio marito non acconsente di cedermi.

Il risultato delle sue parole fu quello che sperava. Esse fecero l’effetto d’un colpo di sprone dato a focoso puledro.

Nerone parve uscir di senno. Sbarrò gli occhi, che divennero fosforescenti, e presa per le braccia Poppea, proruppe:

— Ah tu osi credere che io voglia farti mia sposa soltanto per ottenere la voluttà dei baci, e degli abbracciamenti che mi neghi. Ma non sai che il ritegno tuo, la tua resistenza a nulla varrebbero, ove l’amore e il rispetto non tenessero in me a freno i sensi? Vedi, io vorrei adesso strapparti di dosso le vesti, e colla violenza far del tuo nudo corpo la mia voglia, e poi ti condurrei all’ara e al trono, e t’adorerei come la Dea dell’anima mia. Supponi che io ami ancora Ottavia, che non ho mai amata, perchè mi fu imposta da mia madre. Ti proverò e tosto che le mie asserzioni non mentivano. Preparati a passar dal tuo palazzo alla casa Aurea. Domani stesso, i Senatori, a me devoti, approveranno il ripudio, ed io penserò a ridurre al silenzio tutti i tuoi nemici. Tu, a tua volta, dirai a Marco Salvio Ottone che ceda o tremi.

— Non pronunzierò mai così fiera minaccia: — disse Poppea, — sono già colpevole assai, infliggendogli l’immeritata offesa del ripudio.

— Lascia dunque la cura a me di persuaderlo, — rispose l’Imperatore.

E questa cura volle affidata a Cercopiteco, ponendo di nuovo in grande imbarazzo il tranquillo parassita.

Questa volta correva proprio il rischio di tornare colla testa rotta.

S’avviava dunque tutto cogitabondo, camminando a lento passo, verso la casa di Poppea sita alle falde del Viminale. Trovò il Cavaliere nella zoteca più afflitto che cruccioso, e questo gli porse il destro d’intavolare il discorso con parole di compianto e di rassegnazione.

L’altro si scagliò contro la moglie, che lo ricompensava colla vergogna dei sagrifizii fatti per lei.

— Ma cosa parli tu di vergogna! — rispose Panerote. — E non sarebbe stato peggio ch’essa di nascosto si fosse data ad altri e che tu avessi dovuto continuare a mantenerla? Tutti lo avrebbero saputo, come sempre avviene, meno te, e ti saresti reso ridicolo colla faccia beata e colle corna in testa. Qui, è Cesare, il divo Cesare, che ti prega di cedergliela, mentre poteva rapirtela. Invece d’essere tra i mariti vilipesi, sarai tra quelli spregiudicati, che dicono all’amante innamorato della loro sposa: — La vuoi? Prendila, io non so più che farne.

— Si vede che tu non amasti mai e parli da quell’uomo cinico che sei.

— No, voglio persuaderti che in questo fatto non v’è onta di sorta per te. Dovresti invece esser contento, perchè quella donna t’ha divorato ormai molti sesterzi.

— Ma l’amo sempre.

— Pare impossibile! Poppea è bellissima, ne convengo, ma è tua moglie, e non può più darti il fascino della novità. Potrai invece andar con altre, non meno avvenenti di lei, alla ricerca d’occulti tesori. D’altronde sarebbe insania il persistere nel rifiuto. Con Claudio Nerone non si scherza. Potrebbe fartela pagar cara, mentre puoi farla pagar cara a lui.

— E in che modo?

— Coll’accettare la generosa offerta ch’egli si propone di farti.

— Quale, s’è lecito?

— Egli vuole affidarti il governo d’una provincia. Sono incaricato io di proportelo. Una volta sulla via degli impieghi cospicui, con tua moglie Imperatrice, viaggerai nei regni della fortuna. Oh perchè non è capitato a me d’avere una moglie bella da cedere all’Imperatore! Codesta disgrazia m’avrebbe aggiunto vent’anni di vita.

Alcuni giorni dopo il Senato sanzionava la determinazione di Cesare, Ottavia era relegata nella villa di Nerone a Nettuno, Marco Salvio Ottone partiva per l’Ellesponto, e Poppea Sabina entrava trionfante nella casa Aurea.

CAPITOLO XIX.

Tripudi e lagrime.

L’esilio d’Ottavia cominciò dapprima a produrre nel publico sorpresa mista a rammarico, che si tradusse poi in aperto furore.

Non solo nei privati convegni, ma eziandio nei luoghi publici si rimpiangeva la vittima, e si biasimava l’ingiustizia di Nerone.

Il popolo, instigato anche dai fautori di Britannico, più non si contenne, e cominciò a tumultuare nelle vie.

Frotte di cittadini le percorrevano, esaltando il nome d’Ottavia e proclamandola Diva di Roma, coronandone di fiori le statue, e giungendo perfino a salire il Palatino per reclamarne ad alta voce il ritorno.

Nerone non rispondeva, ma non reagiva contro codeste dimostrazioni.

A tutti siffatto contegno recava sorpresa, e la sorpresa crebbe allorchè si vide Isidoro Cinico circondato da soldati, mentre parlava con una franchezza veemente nella taverna di Salvidieno Orfido, tratto nella _custodia comune_[79] del carcere Mamertino e dopo due giorni rilasciato nuovamente in libertà.

In questa circostanza il tiranno innamorato non mancò di far sapere, per mezzo de’ suoi satelliti, al prigioniero e agli altri, ch’egli doveva la sua liberazione alle preghiere dell’Imperatrice Poppea.

Ed era vero.

Essa in quei giorni, in cui si stava per celebrare il rito nuziale, cercava accattivarsi la benevolenza dei romani.

Il popolo però, non esaudito ne’ suoi desiderii, continuava a tumultuare.

I Consoli ed alcuni Senatori si recarono presso Nerone per scongiurarlo a richiamar l’esiliata, ed egli rispose che dopo il suo matrimonio farebbe delle indagini sulla condotta della moglie ripudiata e prenderebbe una decisione.

Egli forse, per non turbar le feste del rito nuziale, avrebbe accondisceso, o finito d’accondiscendere; ma Poppea, che temeva sempre l’influenza d’Ottavia, tanto disse, tanto pregò di tenerla lontana da Roma, che rimase fermo nel decreto d’esilio, e diede ai magistrati quella risposta evasiva.

Giunse finalmente il dì solenne delle nozze, e il popolo tornò a calmarsi, non tanto perchè fidasse nella promessa di Cesare, quanto pel desiderio di goder tranquillamente gli spettacoli.

Illuminati dallo splendore d’un magnifico sole autunnale uscirono gli sposi dal palazzo dei Cesari sopra ricchissimo carro tirato da otto cavalli bianchi, condotti per l’_oreae_ (morso) dagli schiavi.

Erano preceduti dai trombettieri, dai Consoli, da dieci Senatori scelti a testimoni e da tutti i dignitari della Corte e del governo.

I littori scortavano il carro, dietro il quale un coro di vergini alessandrine cantava invocazioni a Talasio, alternandole con inni ad Imene.

I pretoriani facevano ala al corteo, che chiudevano gli aquiliferi di tutte le legioni allora residenti in Roma, colle aquile d’argento sulle aste e il capo coperto da una pelle di fiera.

Tre erano le forme nell’antica Roma per contrarre matrimonio.

La prima, detta _usus_, quando un uomo prendeva una donna per un anno. La seconda _coemptio_ (o compera) nella quale i coniugi facevano per finzione la cerimonia di vendersi l’uno all’altro. La terza era una cerimonia religiosa chiamata _confarreatio_.

A questa erasi attenuta Poppea col primo marito, e questa volle scelta lo stesso Nerone, perchè la più antica, la più solenne.